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Tre ragazzi italiani su dieci scelgono un futuro di lavoro e vita all’estero

Dov’è il futuro per i giovani italiani? All’estero, dicono tre ragazzi su dieci, intenzionati a lasciare l’Italia per trovare migliori condizioni di lavoro e di vita. E a muoverli è la ricerca di una dimensione professionale soddisfacente, di una reale autonomia finanziaria e, per le ragazze, d’una  possibilità concreta di superare il divario di genere che, nel nostro paese, incide ancora molto su redditi e opportunità di carriere.

I dati sono contenuti del Rapporto 2021 della Fondazione Visentini/Luiss, presentato nei giorni scorsi a Roma (IlSole24Ore, 10 marzo). E confermano come continui la “fuga dei cervelli”, con numeri crescenti anno dopo anno. Erano più di 50 mila i giovani (15-34 anni) andati via soltanto nel 2019, alla vigilia della pandemia, secondo dati del Rapporto Migrantes sugli “Italiani nel mondo”. 250mila nel decennio 2009-2018 secondo il Rapporto annuale 2019 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa. E 300mila secondo l’Unione europea delle cooperative su dati Istat 2019 (qui sono compresi quelli che vanno a studiare all’estero, non solo a lavorare) con un aumento del 33% negli ultimi cinque anni. Una perdita di capitale umano ma anche di capitale sociale impressionante, se si considera che a partire sono, mediamente, i più intraprendenti, ambiziosi, determinati, animati da un forte spirito d’innovazione e di voglia di scoperta.

Il peso di questa perdita? Lo si può ben vedere, per esempio, nel fatto che “l’industria del made in Italy è a caccia di 346mila talenti” (IlSole24Ore, 9 marzo), secondo dati della Fondazione Altagamma per cui la manifattura nei settori moda, design, arredamento, nautica, automotive e alimentare di qualità ha più difficoltà a trovare il 40% delle professionalità richieste e addirittura il 50% dei profili tecnici. E, più in generale, resta scoperto il 40% dei posti che sia l’industria che i servizi mettono sul mercato del lavoro (Indagine Excelsior Unioncamere-Anpal, Il Sole24Ore 22 febbraio: ne abbiamo parlato nel blog dell’8 marzo). Il futuro, con la crescente “fuga dei cervelli”, non potrà che essere peggiore.

Ma guardiamo meglio i dati del Rapporto della Fondazione Visentini, per cercare di capire le motivazioni di fondo delle tensioni migratorie dei nostri giovani.  L’indagine è stata condotta nella primavera del ‘21 fra oltre 3mila ragazze e ragazzi della scuola secondaria di secondo grado in tutta Italia, cercando di capire aspirazioni e preoccupazioni. E al primo posto c’è “un lavoro soddisfacente”, seguito da “autonomia finanziaria”, “benessere della famiglia”, “difficoltà di fare carriera”, “degrado ambientale”, “salute mentale e fisica”. Per raggiungere questi obiettivi il 29% è pronto ad andare all’estero. L’80% si dicono “fiduciosi” nel futuro, ma lo sono abbastanza di meno per quel che riguarda il loro futuro in Italia. E la sollecitazione maggiore, a chi governa, è investire sulla formazione, non solo scolastica, ma di lungo periodo: una leva fondamentale di crescita personale, affermazione professionale, benessere.

Il Pnrr, secondo le indicazioni del Recovery Plan Next Generation Ue, come sappiamo, punta a rispondere a queste esigenze. Ma è una sfida aperta. Per le nuove generazioni, ancora un catalogo di buone intenzioni. La pandemia, con i due anni di rallentamento della vita economica e civile e adesso, nel cuore della ripresa, i guasti provocati dall’invasione russa e dalla guerra in Ucraina, aggravano il quadro delle difficoltà per le nuove generazioni e ne incrinano sicurezza e fiducia.

Ma quali sono i dati più generali dell’emigrazione italiana verso gli altri paesi dell’Europa e del mondo? Per capirlo, vale la pena leggere l’ultima edizione del Rapporto Migrantes 2021, in cui si nota innanzitutto che “nell’ultimo anno l’aumento della popolazione AIRE (gli italiani residenti all’estero) è stato del 3%, ma questo dato diventa il 6,9% dal 2019, il 13,6% negli ultimi cinque anni, ben l’82% dal 2006, anno della prima edizione del Rapporto Italiani nel Mondo. La differenza di genere è quasi scomparsa: le donne sono il 48,1% del totale degli italiani all’estero: “Un processo – sostiene il Rapporto Migrantes – che è, allo stesso tempo, di femminilizzazione e di familiarizzazione. A partire, infatti, sono sicuramente oggi moltissime donne alla ricerca di realizzazione personale e professionale, ma vi sono anche tanti nuclei familiari con figli al seguito, legati o meno da matrimonio. Stando ai dati dell’Ufficio Centrale di Statistica del Ministero dell’Interno aggiornati all’inizio del 2020, su quasi 5,5 milioni di residenti all’estero, le famiglie sono 3.223.486”.

Per comprendere davvero cosa stia capitando alla mobilità italiana, il Rapporto Migrantes cita una serie di dati: + 76,8% l’aumento dei minori; + 179% circa l’aumento dei cittadini iscritti all’AIRE tra i 19 e i 40 anni; +158,1% i nati all’estero da cittadini AIRE; +128,6% le acquisizioni di cittadinanza e +42,7% le iscrizioni all’Anagrafe con la motivazione espatrio: “Si tratta di una popolazione che, nel suo complesso, crescendo si sta sempre più ringiovanendo, ma mentre l’America, soprattutto meridionale, cresce grazie alle acquisizioni di cittadinanza, l’Europa vive effettivamente una nuova stagione migratoria caratterizzata da recenti iscrizioni per espatrio e da nascite da cittadini già residenti all’estero”.

Al 1° gennaio 2021, la comunità strutturale dei connazionali residenti all’estero è costituita da 5.652.080 unità, il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Di questi italiani all’estero, il 45,5% ha tra i 18 e i 49 anni (oltre 2,5 milioni), il 15% è un minore (848 mila circa di cui il 6,8% ha meno di 10 anni) e il 20,3% ha più di 65 anni (oltre 1,1 milione di cui il 10,7%, cioè circa 600 mila, ha più di 75 anni). Il 53,0% è iscritto da meno di 15 anni, il 47,0% da più di 15 anni.

La Sicilia, con oltre 798 mila iscrizioni, è la regione con la comunità più numerosa di residenti all’estero. Seguita da Lombardia (561 mila), Campania (quasi 531 mila), Lazio (quasi 489 mila), Veneto (479 mila) e Calabria (430 mila). E le comunità più grandi di cittadini italiani iscritti all’AIRE sono l’Argentina (884.187, il 15,6% del totale), la Germania, la Svizzera. Poi, il Brasile, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti.

Commenta il Rapporto Migrantes: “L’Italia sta vivendo da poco più di un decennio una nuova stagione migratoria, ma le conseguenze di questo percorso sono apparse, in tutta la loro evidenza, nell’ultimo quinquennio aggravando una strada che l’Italia sta pericolosamente percorrendo velocemente e a senso unico, caratterizzata da svuotamento e spopolamento, dove alle partenze non corrispondono i ritorni. Se, peraltro, a lasciare l’Italia sono i giovani nel pieno della loro vitalità personale e creatività professionale, è su questi che si deve concentrare l’attenzione e l’azione”.

Torniamo, così, al bisogno di buona politica. Lavoro, formazione, redditi, qualità della vita sono l’obiettivo. Per non bruciare le possibilità di un’intera nuova generazione.

(foto Getty Images)

Dov’è il futuro per i giovani italiani? All’estero, dicono tre ragazzi su dieci, intenzionati a lasciare l’Italia per trovare migliori condizioni di lavoro e di vita. E a muoverli è la ricerca di una dimensione professionale soddisfacente, di una reale autonomia finanziaria e, per le ragazze, d’una  possibilità concreta di superare il divario di genere che, nel nostro paese, incide ancora molto su redditi e opportunità di carriere.

I dati sono contenuti del Rapporto 2021 della Fondazione Visentini/Luiss, presentato nei giorni scorsi a Roma (IlSole24Ore, 10 marzo). E confermano come continui la “fuga dei cervelli”, con numeri crescenti anno dopo anno. Erano più di 50 mila i giovani (15-34 anni) andati via soltanto nel 2019, alla vigilia della pandemia, secondo dati del Rapporto Migrantes sugli “Italiani nel mondo”. 250mila nel decennio 2009-2018 secondo il Rapporto annuale 2019 sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa. E 300mila secondo l’Unione europea delle cooperative su dati Istat 2019 (qui sono compresi quelli che vanno a studiare all’estero, non solo a lavorare) con un aumento del 33% negli ultimi cinque anni. Una perdita di capitale umano ma anche di capitale sociale impressionante, se si considera che a partire sono, mediamente, i più intraprendenti, ambiziosi, determinati, animati da un forte spirito d’innovazione e di voglia di scoperta.

Il peso di questa perdita? Lo si può ben vedere, per esempio, nel fatto che “l’industria del made in Italy è a caccia di 346mila talenti” (IlSole24Ore, 9 marzo), secondo dati della Fondazione Altagamma per cui la manifattura nei settori moda, design, arredamento, nautica, automotive e alimentare di qualità ha più difficoltà a trovare il 40% delle professionalità richieste e addirittura il 50% dei profili tecnici. E, più in generale, resta scoperto il 40% dei posti che sia l’industria che i servizi mettono sul mercato del lavoro (Indagine Excelsior Unioncamere-Anpal, Il Sole24Ore 22 febbraio: ne abbiamo parlato nel blog dell’8 marzo). Il futuro, con la crescente “fuga dei cervelli”, non potrà che essere peggiore.

Ma guardiamo meglio i dati del Rapporto della Fondazione Visentini, per cercare di capire le motivazioni di fondo delle tensioni migratorie dei nostri giovani.  L’indagine è stata condotta nella primavera del ‘21 fra oltre 3mila ragazze e ragazzi della scuola secondaria di secondo grado in tutta Italia, cercando di capire aspirazioni e preoccupazioni. E al primo posto c’è “un lavoro soddisfacente”, seguito da “autonomia finanziaria”, “benessere della famiglia”, “difficoltà di fare carriera”, “degrado ambientale”, “salute mentale e fisica”. Per raggiungere questi obiettivi il 29% è pronto ad andare all’estero. L’80% si dicono “fiduciosi” nel futuro, ma lo sono abbastanza di meno per quel che riguarda il loro futuro in Italia. E la sollecitazione maggiore, a chi governa, è investire sulla formazione, non solo scolastica, ma di lungo periodo: una leva fondamentale di crescita personale, affermazione professionale, benessere.

Il Pnrr, secondo le indicazioni del Recovery Plan Next Generation Ue, come sappiamo, punta a rispondere a queste esigenze. Ma è una sfida aperta. Per le nuove generazioni, ancora un catalogo di buone intenzioni. La pandemia, con i due anni di rallentamento della vita economica e civile e adesso, nel cuore della ripresa, i guasti provocati dall’invasione russa e dalla guerra in Ucraina, aggravano il quadro delle difficoltà per le nuove generazioni e ne incrinano sicurezza e fiducia.

Ma quali sono i dati più generali dell’emigrazione italiana verso gli altri paesi dell’Europa e del mondo? Per capirlo, vale la pena leggere l’ultima edizione del Rapporto Migrantes 2021, in cui si nota innanzitutto che “nell’ultimo anno l’aumento della popolazione AIRE (gli italiani residenti all’estero) è stato del 3%, ma questo dato diventa il 6,9% dal 2019, il 13,6% negli ultimi cinque anni, ben l’82% dal 2006, anno della prima edizione del Rapporto Italiani nel Mondo. La differenza di genere è quasi scomparsa: le donne sono il 48,1% del totale degli italiani all’estero: “Un processo – sostiene il Rapporto Migrantes – che è, allo stesso tempo, di femminilizzazione e di familiarizzazione. A partire, infatti, sono sicuramente oggi moltissime donne alla ricerca di realizzazione personale e professionale, ma vi sono anche tanti nuclei familiari con figli al seguito, legati o meno da matrimonio. Stando ai dati dell’Ufficio Centrale di Statistica del Ministero dell’Interno aggiornati all’inizio del 2020, su quasi 5,5 milioni di residenti all’estero, le famiglie sono 3.223.486”.

Per comprendere davvero cosa stia capitando alla mobilità italiana, il Rapporto Migrantes cita una serie di dati: + 76,8% l’aumento dei minori; + 179% circa l’aumento dei cittadini iscritti all’AIRE tra i 19 e i 40 anni; +158,1% i nati all’estero da cittadini AIRE; +128,6% le acquisizioni di cittadinanza e +42,7% le iscrizioni all’Anagrafe con la motivazione espatrio: “Si tratta di una popolazione che, nel suo complesso, crescendo si sta sempre più ringiovanendo, ma mentre l’America, soprattutto meridionale, cresce grazie alle acquisizioni di cittadinanza, l’Europa vive effettivamente una nuova stagione migratoria caratterizzata da recenti iscrizioni per espatrio e da nascite da cittadini già residenti all’estero”.

Al 1° gennaio 2021, la comunità strutturale dei connazionali residenti all’estero è costituita da 5.652.080 unità, il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Di questi italiani all’estero, il 45,5% ha tra i 18 e i 49 anni (oltre 2,5 milioni), il 15% è un minore (848 mila circa di cui il 6,8% ha meno di 10 anni) e il 20,3% ha più di 65 anni (oltre 1,1 milione di cui il 10,7%, cioè circa 600 mila, ha più di 75 anni). Il 53,0% è iscritto da meno di 15 anni, il 47,0% da più di 15 anni.

La Sicilia, con oltre 798 mila iscrizioni, è la regione con la comunità più numerosa di residenti all’estero. Seguita da Lombardia (561 mila), Campania (quasi 531 mila), Lazio (quasi 489 mila), Veneto (479 mila) e Calabria (430 mila). E le comunità più grandi di cittadini italiani iscritti all’AIRE sono l’Argentina (884.187, il 15,6% del totale), la Germania, la Svizzera. Poi, il Brasile, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti.

Commenta il Rapporto Migrantes: “L’Italia sta vivendo da poco più di un decennio una nuova stagione migratoria, ma le conseguenze di questo percorso sono apparse, in tutta la loro evidenza, nell’ultimo quinquennio aggravando una strada che l’Italia sta pericolosamente percorrendo velocemente e a senso unico, caratterizzata da svuotamento e spopolamento, dove alle partenze non corrispondono i ritorni. Se, peraltro, a lasciare l’Italia sono i giovani nel pieno della loro vitalità personale e creatività professionale, è su questi che si deve concentrare l’attenzione e l’azione”.

Torniamo, così, al bisogno di buona politica. Lavoro, formazione, redditi, qualità della vita sono l’obiettivo. Per non bruciare le possibilità di un’intera nuova generazione.

(foto Getty Images)