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Una politica industriale per l’Italia e la Ue per sviluppo economico ed equilibri sociali 

Epifania della crisi o d’una ripartenza? In questo inizio d’anno così carico di incertezze, cammineremo ancora nell’inverno del nostro scontento oppure avremo la possibilità di lavorare per una ripresa più solida? Abbiamo finito il 2023 leggendo documentate analisi del Censis sugli “italiani impauriti e inerti come sonnambuli” e cominciato il 2024 con il sondaggio di Nando Pagnoncelli, Ipsos (Corriere della Sera, 2 gennaio) sull’aumento dei “fronti che inquietano gli italiani”, il lavoro e l’economia, innanzitutto, ma poi anche la sanità e il risveglio del Covid 19, la “tenuta del potere d’acquisto” e “il funzionamento delle istituzioni e la situazione politica” (i temi dell’immigrazione sono scivolati al quinto posto e quelli della sicurezza al settimo). Sappiamo di “un paese in pausa e con poche speranze”, secondo un Rapporto Coop (la Repubblica, 6 gennaio) che parla di consumatori incerti, scarsamente fiduciosi nel cambiamento e dunque inclini a tenere sotto controllo i consumi e cercare invece di risparmiare. E leggiamo un po’ dovunque analisi preoccupate sul futuro che verrà, tra guerre in corso dall’Ucraina al Medio Oriente e pesanti squilibri ambientali, economici e sociali, tensioni legate ai tanti appuntamenti elettorali (nel 2024 si voterà in 76 paesi, dall’India al Brasile, dalla Cina alla Russia, dall’Europa per il Parlamento Ue agli Usa per la presidenza).

In un momento così controverso e difficile, l’Italia assume la presidenza del G7 e può e deve giocare un ruolo fondamentale per cercare di appianare le tensioni internazionali ma anche fare evolvere istituzioni e alleanze fuori dalle trappole del sovranismo e delle manovre contro le democrazie e i valori occidentali (“E se fossero gli Stati Uniti d’Europa il vero protagonista del secolo?”, si chiede giustamente, come mantra di buon augurio, Carlo Carboni su Il Sole24Ore).

Che clima si respira, dunque, nel Paese? Per dirla in sintesi, assistiamo a una “corsa sul filo del rasoio per un 2024 stretto tra crisi geopolitiche e spettri di recessione” (Il Sole24Ore, 18 dicembre 2023).

Come muoversi, allora? L’obiettivo è cercare di capire bene cosa abbiamo intorno, evitando la drammatizzazione dei fenomeni così cara agli irrequieti frequentatori dei social media (e soprattutto a chi, sfruttando proprio quei social e diffondendo fake news, è impegnato a destabilizzare le opinioni pubbliche) e insistendo invece su fatti concreti e non fattoidi, dati e analisi di autorevoli centri di ricerca. E lavorando per ricostruire un ragionevole clima di fiducia, indispensabile a stimolare investimenti e consumi.

Una fiducia che dipende molto anche dalle scelte che faranno responsabilmente sia i protagonisti della politica sia i principali attori sociali.

Dati e fatti, dunque.

L’Istat certifica per l’Italia una crescita ‘23 dello 0,7 per cento, migliorata di tre punti rispetto alle previsioni dello scorso anno, sempre debole ma comunque migliore della media Ue e lontana dalla recessione che ha colpito la Germania (e creato problemi a parecchie delle imprese italiane, che della grande industria tedesca, a cominciare dall’automotive, sono fornitrici qualificate). E per il ‘24 le previsioni non solo entusiasmanti, con un Pil sempre dello “zero virgola”: “Poca crescita e pochi investimenti. Così l’Italia è più fragile e diseguale”, sintetizza Mario Deaglio (La Stampa, 6 dicembre 2023), ricordando anche che “l’emigrazione è ricominciata: in vent’anni ottocentomila italiani sono andati via”, cercando altrove, in Europa e nel mondo, migliori condizioni di vita e lavoro.

Ma, accanto a quelli della crescita debole, ci sono altri dati da leggere. Per esempio, quelli dell’inflazione che frena sia negli Usa che nell’area dell’euro e fa meno paura, dei tassi che fermano la corsa al rialzo e potrebbero scendere e di un’economia che lentamente, faticosamente, si rimette in movimento. Restano i limiti imposti dal rallentamento del commercio mondiale a causa dell’aggravarsi delle tensioni geopolitiche dopo Ucraina e Medio Oriente (le aggressioni dei battelli degli estremisti islamici Houti alle navi che solcano il Mar Rosso stanno mettendo in serie difficoltà i passaggi dal Far East al Mediterraneo, lungo il Canale di Suez, facendo esplodere prezzi dei noli marittimi e tempi e dunque costi dei trasporti). E non si allentano le tensioni nel Pacifico attorno a Taiwan.

Non solo tensioni e paure, però. Anche segnali positivi. La riorganizzazione della globalizzazione e il ridisegno delle supply chain con i relativi fenomeni di back shoring e cioè di costruzione di “catene corte” di fornitura e di privilegio degli investimenti local for local (si produce il più possibile vicino ai mercati di sbocco) sta rianimando parecchie economie e spingendo i decisori politici, a cominciare da quelli Ue, a pensare a investimenti comuni europei sull’energia, le forniture di materie prime strategiche e la fabbricazione di semilavorati essenziali per l’industria, come i microchip.

Un mondo in movimento e in cambiamento.

Le Borse apprezzano questi cambiamenti e, pur scontando i rischi di crisi e di ripercussioni sulle economie, vedono i loro valori in crescita. Piazza Affari segna un aumento del 28%, con un listino che adesso vale più di 760 miliardi (Corriere della Sera, 30 dicembre).

Di sicuro, per quel che riguarda l’Italia, vale la pena concentrarsi sull’andamento positivo dell’export, che potrebbe superare il record del ‘23 arrivando, secondo le previsioni della Sace, a 660 miliardi di euro, con un incremento del 6,8%.

Il surplus di bilancia commerciale della manifattura supererà i 100 miliardi, dando un contributo fondamentale all’andamento della nostra bilancia dei pagamenti. L’Italia, insomma, è “terza per surplus in due terzi del commercio mondiale”, dopo Cina e Germania, in quei settori strategici che riguardano nautica, macchine utensili, macchine per imballaggi, apparecchiature di riscaldamento, piastrelle e macchinari di settore, pompe per liquidi e una lunga serie di prodotti per l’arredamento e l’agro-alimentare, etc. (Marco Fortis su Il Sole24Ore, 21 dicembre ‘23).

Dati nettamente positivi. Tanto da spingere giornalisti di buon carattere a parlare di “un anno bellissimo (o quasi)” (Claudio Cerasa su Il Foglio, 15 dicembre), mettendo insieme i dati sul Pil, l’inflazione e, appunto, le esportazioni.

Ecco un punto su cui fermare l’attenzione: l’export e il ruolo fondamentale della manifattura.

L’Italia non è andata in recessione, nonostante tutti i suoi limiti (a cominciare dalla produttività, stagnante da oltre vent’anni, anche per il mediocre funzionamento della macchina pubblica ) per il contribuito positivo dell’industria manifatturiera, del turismo estero e delle dinamiche dell’edilizia sollecitata dal “superbonus” (che però ha determinato, purtroppo, gravissime distorsioni sui mercati e soprattutto sull’andamento dei conti pubblici).

Ma “i due punti di forza dell’export industriale e del turismo non bastano più, né basteranno il prossimo calo dei tassi e la flessibilità concessa dal nuovo Patto di Stabilità europeo. La sfida da vincere è quella della produttività” (Oscar Giannino su Affari&Finanza, la Repubblica,dicembre). Conferma Gianmatteo Manghi, CEO di Cisco: “L’Italia è paese delle eccellenze, ma è indietro sulla produttività. Ed è necessario legare la transizione digitale a quella ecologica” (Corriere della Sera, 28 dicembre ‘23).

Parlare di produttività, legando alla sua crescita anche un miglioramento dei salari, significa impegnarsi per radicali e coraggiose riforme della pubblica amministrazione (burocrazia, fisco, appalti, giustizia, mercato del lavoro, formazione, sanità, etc.) ma anche per una politica industriale diretta a rafforzare il mondo dell’industria manifatturiera e dei servizi collegati nel corso della twin transition digitale e ambientale. Agevolare la concorrenza e la cultura del mercato (tutto il contrario della protezione di lobby elettoralmente rilevanti come i balneari, i tassisti, i commercianti ambulanti, i detentori di vari tipi di rendita, spesso al limite del parassitismo sociale). Insistere sulla modernizzazione del nostro apparato produttivo secondo i valori dalla “economia della conoscenza”.

Rimettere in piedi, per esempio, le agevolazioni fiscali per “Industria 4.0” e ampliarle a “Industria 5.0” e alla diffusione dell’Intelligenza Artificiale (in ambienti di governo si dice che il ‘24 sarà l’anno buono). E sciogliere i nodi delle crisi e delle transizioni di settori strategici, come l’acciaio e l’automotive, a partire dall’effettiva realizzazione degli investimenti in Italia di Stellantis.

Tutto questo ha un nome: politica industriale. Italiana. Ed europea.

Investimenti sull’innovazione, sulla ricerca, sui brevetti, sul capitale umano e sulla formazione (dunque anche sulle politiche di gestione dell’immigrazione). Sulla qualità, la sicurezza e la sostenibilità ambientale e sociale, da considerare come veri e propri asset di competitività. Sulla capitalizzazione delle imprese e sul potenziamento delle filiere industriali, guardando ai mercati internazionali. Sulle infrastrutture materiali e immateriali, logistiche, di diffusione della conoscenza (e dunque sulla spesa corretta delle risorse del Pnrr).

Di tutto questo ci sono scarse evidenze nel discorso pubblico, compresi i provvedimenti del governo (“Il grande rimosso di Meloni”, titola Il Foglio, 6 gennaio). Come se il privilegio e il supporto con bonus e sostegni per categorie e corporazioni della microeconomia possano garantire una solida crescita del Pil e il superamento degli squilibri sociali.

E’ necessario invece prendere atto che il futuro dell’economia italiana ha come pilastro portante proprio una moderna e competitiva industria manifatturiera, attorno a cui fare girare gran parte del resto dell’economia nazionale, finanza d’impresa e servizi high tech compresi. Lo dicono proprio tutti i dati che abbiamo esaminato, a partire dalla leva fondamentale dell’export.

Serve una lungimirante svolta industriale.

Epifania della crisi o d’una ripartenza? In questo inizio d’anno così carico di incertezze, cammineremo ancora nell’inverno del nostro scontento oppure avremo la possibilità di lavorare per una ripresa più solida? Abbiamo finito il 2023 leggendo documentate analisi del Censis sugli “italiani impauriti e inerti come sonnambuli” e cominciato il 2024 con il sondaggio di Nando Pagnoncelli, Ipsos (Corriere della Sera, 2 gennaio) sull’aumento dei “fronti che inquietano gli italiani”, il lavoro e l’economia, innanzitutto, ma poi anche la sanità e il risveglio del Covid 19, la “tenuta del potere d’acquisto” e “il funzionamento delle istituzioni e la situazione politica” (i temi dell’immigrazione sono scivolati al quinto posto e quelli della sicurezza al settimo). Sappiamo di “un paese in pausa e con poche speranze”, secondo un Rapporto Coop (la Repubblica, 6 gennaio) che parla di consumatori incerti, scarsamente fiduciosi nel cambiamento e dunque inclini a tenere sotto controllo i consumi e cercare invece di risparmiare. E leggiamo un po’ dovunque analisi preoccupate sul futuro che verrà, tra guerre in corso dall’Ucraina al Medio Oriente e pesanti squilibri ambientali, economici e sociali, tensioni legate ai tanti appuntamenti elettorali (nel 2024 si voterà in 76 paesi, dall’India al Brasile, dalla Cina alla Russia, dall’Europa per il Parlamento Ue agli Usa per la presidenza).

In un momento così controverso e difficile, l’Italia assume la presidenza del G7 e può e deve giocare un ruolo fondamentale per cercare di appianare le tensioni internazionali ma anche fare evolvere istituzioni e alleanze fuori dalle trappole del sovranismo e delle manovre contro le democrazie e i valori occidentali (“E se fossero gli Stati Uniti d’Europa il vero protagonista del secolo?”, si chiede giustamente, come mantra di buon augurio, Carlo Carboni su Il Sole24Ore).

Che clima si respira, dunque, nel Paese? Per dirla in sintesi, assistiamo a una “corsa sul filo del rasoio per un 2024 stretto tra crisi geopolitiche e spettri di recessione” (Il Sole24Ore, 18 dicembre 2023).

Come muoversi, allora? L’obiettivo è cercare di capire bene cosa abbiamo intorno, evitando la drammatizzazione dei fenomeni così cara agli irrequieti frequentatori dei social media (e soprattutto a chi, sfruttando proprio quei social e diffondendo fake news, è impegnato a destabilizzare le opinioni pubbliche) e insistendo invece su fatti concreti e non fattoidi, dati e analisi di autorevoli centri di ricerca. E lavorando per ricostruire un ragionevole clima di fiducia, indispensabile a stimolare investimenti e consumi.

Una fiducia che dipende molto anche dalle scelte che faranno responsabilmente sia i protagonisti della politica sia i principali attori sociali.

Dati e fatti, dunque.

L’Istat certifica per l’Italia una crescita ‘23 dello 0,7 per cento, migliorata di tre punti rispetto alle previsioni dello scorso anno, sempre debole ma comunque migliore della media Ue e lontana dalla recessione che ha colpito la Germania (e creato problemi a parecchie delle imprese italiane, che della grande industria tedesca, a cominciare dall’automotive, sono fornitrici qualificate). E per il ‘24 le previsioni non solo entusiasmanti, con un Pil sempre dello “zero virgola”: “Poca crescita e pochi investimenti. Così l’Italia è più fragile e diseguale”, sintetizza Mario Deaglio (La Stampa, 6 dicembre 2023), ricordando anche che “l’emigrazione è ricominciata: in vent’anni ottocentomila italiani sono andati via”, cercando altrove, in Europa e nel mondo, migliori condizioni di vita e lavoro.

Ma, accanto a quelli della crescita debole, ci sono altri dati da leggere. Per esempio, quelli dell’inflazione che frena sia negli Usa che nell’area dell’euro e fa meno paura, dei tassi che fermano la corsa al rialzo e potrebbero scendere e di un’economia che lentamente, faticosamente, si rimette in movimento. Restano i limiti imposti dal rallentamento del commercio mondiale a causa dell’aggravarsi delle tensioni geopolitiche dopo Ucraina e Medio Oriente (le aggressioni dei battelli degli estremisti islamici Houti alle navi che solcano il Mar Rosso stanno mettendo in serie difficoltà i passaggi dal Far East al Mediterraneo, lungo il Canale di Suez, facendo esplodere prezzi dei noli marittimi e tempi e dunque costi dei trasporti). E non si allentano le tensioni nel Pacifico attorno a Taiwan.

Non solo tensioni e paure, però. Anche segnali positivi. La riorganizzazione della globalizzazione e il ridisegno delle supply chain con i relativi fenomeni di back shoring e cioè di costruzione di “catene corte” di fornitura e di privilegio degli investimenti local for local (si produce il più possibile vicino ai mercati di sbocco) sta rianimando parecchie economie e spingendo i decisori politici, a cominciare da quelli Ue, a pensare a investimenti comuni europei sull’energia, le forniture di materie prime strategiche e la fabbricazione di semilavorati essenziali per l’industria, come i microchip.

Un mondo in movimento e in cambiamento.

Le Borse apprezzano questi cambiamenti e, pur scontando i rischi di crisi e di ripercussioni sulle economie, vedono i loro valori in crescita. Piazza Affari segna un aumento del 28%, con un listino che adesso vale più di 760 miliardi (Corriere della Sera, 30 dicembre).

Di sicuro, per quel che riguarda l’Italia, vale la pena concentrarsi sull’andamento positivo dell’export, che potrebbe superare il record del ‘23 arrivando, secondo le previsioni della Sace, a 660 miliardi di euro, con un incremento del 6,8%.

Il surplus di bilancia commerciale della manifattura supererà i 100 miliardi, dando un contributo fondamentale all’andamento della nostra bilancia dei pagamenti. L’Italia, insomma, è “terza per surplus in due terzi del commercio mondiale”, dopo Cina e Germania, in quei settori strategici che riguardano nautica, macchine utensili, macchine per imballaggi, apparecchiature di riscaldamento, piastrelle e macchinari di settore, pompe per liquidi e una lunga serie di prodotti per l’arredamento e l’agro-alimentare, etc. (Marco Fortis su Il Sole24Ore, 21 dicembre ‘23).

Dati nettamente positivi. Tanto da spingere giornalisti di buon carattere a parlare di “un anno bellissimo (o quasi)” (Claudio Cerasa su Il Foglio, 15 dicembre), mettendo insieme i dati sul Pil, l’inflazione e, appunto, le esportazioni.

Ecco un punto su cui fermare l’attenzione: l’export e il ruolo fondamentale della manifattura.

L’Italia non è andata in recessione, nonostante tutti i suoi limiti (a cominciare dalla produttività, stagnante da oltre vent’anni, anche per il mediocre funzionamento della macchina pubblica ) per il contribuito positivo dell’industria manifatturiera, del turismo estero e delle dinamiche dell’edilizia sollecitata dal “superbonus” (che però ha determinato, purtroppo, gravissime distorsioni sui mercati e soprattutto sull’andamento dei conti pubblici).

Ma “i due punti di forza dell’export industriale e del turismo non bastano più, né basteranno il prossimo calo dei tassi e la flessibilità concessa dal nuovo Patto di Stabilità europeo. La sfida da vincere è quella della produttività” (Oscar Giannino su Affari&Finanza, la Repubblica,dicembre). Conferma Gianmatteo Manghi, CEO di Cisco: “L’Italia è paese delle eccellenze, ma è indietro sulla produttività. Ed è necessario legare la transizione digitale a quella ecologica” (Corriere della Sera, 28 dicembre ‘23).

Parlare di produttività, legando alla sua crescita anche un miglioramento dei salari, significa impegnarsi per radicali e coraggiose riforme della pubblica amministrazione (burocrazia, fisco, appalti, giustizia, mercato del lavoro, formazione, sanità, etc.) ma anche per una politica industriale diretta a rafforzare il mondo dell’industria manifatturiera e dei servizi collegati nel corso della twin transition digitale e ambientale. Agevolare la concorrenza e la cultura del mercato (tutto il contrario della protezione di lobby elettoralmente rilevanti come i balneari, i tassisti, i commercianti ambulanti, i detentori di vari tipi di rendita, spesso al limite del parassitismo sociale). Insistere sulla modernizzazione del nostro apparato produttivo secondo i valori dalla “economia della conoscenza”.

Rimettere in piedi, per esempio, le agevolazioni fiscali per “Industria 4.0” e ampliarle a “Industria 5.0” e alla diffusione dell’Intelligenza Artificiale (in ambienti di governo si dice che il ‘24 sarà l’anno buono). E sciogliere i nodi delle crisi e delle transizioni di settori strategici, come l’acciaio e l’automotive, a partire dall’effettiva realizzazione degli investimenti in Italia di Stellantis.

Tutto questo ha un nome: politica industriale. Italiana. Ed europea.

Investimenti sull’innovazione, sulla ricerca, sui brevetti, sul capitale umano e sulla formazione (dunque anche sulle politiche di gestione dell’immigrazione). Sulla qualità, la sicurezza e la sostenibilità ambientale e sociale, da considerare come veri e propri asset di competitività. Sulla capitalizzazione delle imprese e sul potenziamento delle filiere industriali, guardando ai mercati internazionali. Sulle infrastrutture materiali e immateriali, logistiche, di diffusione della conoscenza (e dunque sulla spesa corretta delle risorse del Pnrr).

Di tutto questo ci sono scarse evidenze nel discorso pubblico, compresi i provvedimenti del governo (“Il grande rimosso di Meloni”, titola Il Foglio, 6 gennaio). Come se il privilegio e il supporto con bonus e sostegni per categorie e corporazioni della microeconomia possano garantire una solida crescita del Pil e il superamento degli squilibri sociali.

E’ necessario invece prendere atto che il futuro dell’economia italiana ha come pilastro portante proprio una moderna e competitiva industria manifatturiera, attorno a cui fare girare gran parte del resto dell’economia nazionale, finanza d’impresa e servizi high tech compresi. Lo dicono proprio tutti i dati che abbiamo esaminato, a partire dalla leva fondamentale dell’export.

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