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Università: più risorse e formazione migliore per rispondere alle sfide dell’industria digitale

Sta nell’industria, il futuro dell’Italia. In quella dimensione che ibrida manifattura e “digital“, insiste sull’innovazione “hi tech” e “medium tech” e sulle sintesi originali tra produzione e servizi tecnologicamente sofisticati e si definisce come “Industry 4.0”, in una formula oramai entrata nel linguaggio economico comune. Lo abbiamo scritto molte volte, su questo blog. Vale la pena ripeterlo, insistendo sulle responsabilità di governo (scelte politiche adeguate) e degli imprenditori (investimenti) per poter fare crescere il Paese.

Per reggere le nuove sfide competitive, le risorse principali, com’è noto, sono legate al “capitale umano”: conoscenze, competenze, cultura critica, capacità di avere idee originali e poi tradurle in prodotti e servizi. Giocando sempre su innovazione e cambiamento. Una sfida dell’intelligenza, insomma. E sta proprio qui la crisi dell’Italia. Siamo un paese d’antica e robusta cultura politecnica, con una solida capacità di mettere insieme conoscenze umanistiche, creatività e attitudini scientifiche. Ma usiamo poco e male la nostra storia culturale. E formiamo in modo insufficiente, in quantità e qualità, le nostre persone.

Alcuni dati, per capire meglio. Si laureano ogni anno circa 300mila persone. Un numero costante da anni. E diminuisce, da un decennio, il numero di iscritti all’università: erano 1,8 milioni nel 2008, oggi sono 1,65 (più marcata la crisi di iscrizioni nel Mezzogiorno). Pochi, comunque. Secondo le statistiche dell’Ocse, i laureati in Italia, nella fascia d’età 25-34 anni, sono solo il 25% della popolazione, contro una media Ue del 40% e del 43% per l’Ocse. Se si guarda alla fascia d’età di tutta la vita lavorativa (25-64 anni) in Italia siamo appena al 17%, contro il 32% Ue e il 35% Ocse. Migliora, insomma, la nostra media, ma sempre con un forte divario con gli altri paesi economicamente più sviluppati.

D’altronde, per l’università investiamo molto poco: l’1% appena del Pil, contro l’1,4% della media Ue e l’1,6% dell’Ocse. Pochi soldi. E nemmeno spesi bene. Scarso premio alla buona ricerca, alla qualità dell’insegnamento, al merito di docenti e ricercatori (anche se qualcosa sta cambiando, almeno nelle università meglio amministrate). Eccesso di rispetto per corporazioni accademiche e “clientele e parentele” (le cronache sono piene di storie di buoni “cervelli in fuga” e di scadenti figli e familiari di potenti professori protetti in immeritate carriere).

Anche dal punto di vista delle imprese, ci sono gravi lacune. Evidenziate proprio dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia nella relazione alla recente assemblea dell’organizzazione degli imprenditori (24 maggio): la quota di imprese che non impiegano laureati è del 41%, contro il 18% della Spagna e il 20% della Germania. E anche tra le imprese che innovano, solo il 20% impiega quote di laureati superiore al 10% della mano d’opera, contro il 60% in Spagna e il 50% in Germania. Pochi laureati, lavorazioni a basso valore aggiunto. E limitata competitività. Scarse conoscenze, bassa produttività. E’ il problema dell’industria italiana. Cui da troppo tempo non si pone rimedio.

Un altro dato, per riflettere meglio: ci sono in Italia 4 milioni di posti di lavoro (industria e servizi) che non si riesce a coprire, perché mancano le competenze adeguate (“La Stampa”, 19 maggio). Servirebbero laureati e diplomati in grado di fronteggiare le esigenze di produzione e innovazione legate soprattutto all’economia digitale. Ma non li abbiamo. Anche per questo, l’Italia cresce poco (lo stentato 1% del Pil, quota peggiore in tutta la Ue).

La “questione universitaria” è dunque cardine di ogni discorso di sviluppo. Lo ha ribadito l’Associazione TreeLLLe (una delle più autorevoli think tanks italiane sulle questioni della formazione) in un recente convegno a Milano (23 maggio) dal titolo: “Dopo la riforma: università italiana, università europea?”, illustrando una serie di proposte sensate sul miglioramento della formazione terziaria. Più laureati, maggiore spessore e integrazione europea, maggiori fondi (portando in un triennio la spesa per l’università almeno dall’1% attuale all’1,1% del Pil e poi puntando a raggiungere rapidamente la media Ue dell’1,4%), maggiore autonomia universitaria e premio agli atenei migliori per ricerca e formazione (secondo le certificazioni dell’Anvur, da rafforzare e tenere sempre più come riferimento). Oltre che naturalmente rapporto più stretto tra formazione ed evoluzione del mercato del lavoro.

Ci sono, infatti, nuove competenze da formare, legate all’economia digitale e alla gestione dei “big data“, con nuovi corsi e specializzazione da avviare. Ma c’è anche l’esigenza di una  formazione trasversale: di fronte alle crescenti complessità delle relazioni internazionali, politiche ed economiche e alla rapida e continua innovazione dei meccanismi produttivi, occorre definire nuove formule di formazione che tengano insieme, in modo originale, attitudini critiche e competenze specialistiche. Per dirla con formula di sintesi: ingegneri-filosofi capaci di decrittare e governare inedite complessità.

Non basta una laurea né una formazione una volta per sempre. Cambiano conoscenze e competenze. E vale dunque la pena insistere su accordi tra università e imprese per sistemi di “long life learning”, sia per tenere testa alle innovative trasformazione digitali di industria e servizi sia per riqualificare quote crescenti di mano d’opera espulsa dalla crescente digitalizzazione dei sistemi produttivi.

C’è un paradigma positivo in questa prospettiva: il recente contratto dei metalmeccanici, firmato da Federmeccanica/Confindustria e sindacati (sottoscritto da tutti e tre: Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil) con ampi stanziamenti per la formazione e l’aggiornamento aziendale. E’ un contratto importante, che può fare da riferimento di lungo periodo: imprese e sindacati parlano sì di salario, orario e condizioni di lavoro, ma si impegnano soprattutto sul tema cardine della formazione. Proprio il tema di cui stiamo discutendo: maggiori e migliori competenze, maggiore competitività, migliore futuro delle aziende e del sistema Paese. Una scelta strategica di grande spessore.

C’è un altro punto, emerso dal convegno TreeLLLe, da sottolineare: l’insistenza sulla formazione d’eccellenza con respiro europeo: accordi formativi e di ricerca tra le migliori università italiane (Politecnici di Milano e Torino, Bocconi, Cattolica, Normale di Pisa, Sant’Anna, Luiss) e le Grandes Écoles francesi e gli atenei economici inglesi per un “modello universitario europeo” come paradigma per accordi in Cina, in Brasile, nelle aree internazionali più dinamiche, anche con scambi di docenti, ricercatori, studenti nell’ambito di programmi comuni di formazione e ricerca.

Per le università italiana: ambiziosi programmi di attrazione di talenti, sia tra i docenti che tra gli studenti. I paradigmi positivi di Milano (200mila studenti, 15mila circa internazionali), le opportunità offerte a Milano da Human Technopole come centro di riferimento per le “life sciences” e la genomica, le relazioni virtuose con l’IIT (Istituto italiano di tecnologia di Genova) sono puniti di riferimento importanti. Altrettante chiavi di sviluppo.

Sta nell’industria, il futuro dell’Italia. In quella dimensione che ibrida manifattura e “digital“, insiste sull’innovazione “hi tech” e “medium tech” e sulle sintesi originali tra produzione e servizi tecnologicamente sofisticati e si definisce come “Industry 4.0”, in una formula oramai entrata nel linguaggio economico comune. Lo abbiamo scritto molte volte, su questo blog. Vale la pena ripeterlo, insistendo sulle responsabilità di governo (scelte politiche adeguate) e degli imprenditori (investimenti) per poter fare crescere il Paese.

Per reggere le nuove sfide competitive, le risorse principali, com’è noto, sono legate al “capitale umano”: conoscenze, competenze, cultura critica, capacità di avere idee originali e poi tradurle in prodotti e servizi. Giocando sempre su innovazione e cambiamento. Una sfida dell’intelligenza, insomma. E sta proprio qui la crisi dell’Italia. Siamo un paese d’antica e robusta cultura politecnica, con una solida capacità di mettere insieme conoscenze umanistiche, creatività e attitudini scientifiche. Ma usiamo poco e male la nostra storia culturale. E formiamo in modo insufficiente, in quantità e qualità, le nostre persone.

Alcuni dati, per capire meglio. Si laureano ogni anno circa 300mila persone. Un numero costante da anni. E diminuisce, da un decennio, il numero di iscritti all’università: erano 1,8 milioni nel 2008, oggi sono 1,65 (più marcata la crisi di iscrizioni nel Mezzogiorno). Pochi, comunque. Secondo le statistiche dell’Ocse, i laureati in Italia, nella fascia d’età 25-34 anni, sono solo il 25% della popolazione, contro una media Ue del 40% e del 43% per l’Ocse. Se si guarda alla fascia d’età di tutta la vita lavorativa (25-64 anni) in Italia siamo appena al 17%, contro il 32% Ue e il 35% Ocse. Migliora, insomma, la nostra media, ma sempre con un forte divario con gli altri paesi economicamente più sviluppati.

D’altronde, per l’università investiamo molto poco: l’1% appena del Pil, contro l’1,4% della media Ue e l’1,6% dell’Ocse. Pochi soldi. E nemmeno spesi bene. Scarso premio alla buona ricerca, alla qualità dell’insegnamento, al merito di docenti e ricercatori (anche se qualcosa sta cambiando, almeno nelle università meglio amministrate). Eccesso di rispetto per corporazioni accademiche e “clientele e parentele” (le cronache sono piene di storie di buoni “cervelli in fuga” e di scadenti figli e familiari di potenti professori protetti in immeritate carriere).

Anche dal punto di vista delle imprese, ci sono gravi lacune. Evidenziate proprio dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia nella relazione alla recente assemblea dell’organizzazione degli imprenditori (24 maggio): la quota di imprese che non impiegano laureati è del 41%, contro il 18% della Spagna e il 20% della Germania. E anche tra le imprese che innovano, solo il 20% impiega quote di laureati superiore al 10% della mano d’opera, contro il 60% in Spagna e il 50% in Germania. Pochi laureati, lavorazioni a basso valore aggiunto. E limitata competitività. Scarse conoscenze, bassa produttività. E’ il problema dell’industria italiana. Cui da troppo tempo non si pone rimedio.

Un altro dato, per riflettere meglio: ci sono in Italia 4 milioni di posti di lavoro (industria e servizi) che non si riesce a coprire, perché mancano le competenze adeguate (“La Stampa”, 19 maggio). Servirebbero laureati e diplomati in grado di fronteggiare le esigenze di produzione e innovazione legate soprattutto all’economia digitale. Ma non li abbiamo. Anche per questo, l’Italia cresce poco (lo stentato 1% del Pil, quota peggiore in tutta la Ue).

La “questione universitaria” è dunque cardine di ogni discorso di sviluppo. Lo ha ribadito l’Associazione TreeLLLe (una delle più autorevoli think tanks italiane sulle questioni della formazione) in un recente convegno a Milano (23 maggio) dal titolo: “Dopo la riforma: università italiana, università europea?”, illustrando una serie di proposte sensate sul miglioramento della formazione terziaria. Più laureati, maggiore spessore e integrazione europea, maggiori fondi (portando in un triennio la spesa per l’università almeno dall’1% attuale all’1,1% del Pil e poi puntando a raggiungere rapidamente la media Ue dell’1,4%), maggiore autonomia universitaria e premio agli atenei migliori per ricerca e formazione (secondo le certificazioni dell’Anvur, da rafforzare e tenere sempre più come riferimento). Oltre che naturalmente rapporto più stretto tra formazione ed evoluzione del mercato del lavoro.

Ci sono, infatti, nuove competenze da formare, legate all’economia digitale e alla gestione dei “big data“, con nuovi corsi e specializzazione da avviare. Ma c’è anche l’esigenza di una  formazione trasversale: di fronte alle crescenti complessità delle relazioni internazionali, politiche ed economiche e alla rapida e continua innovazione dei meccanismi produttivi, occorre definire nuove formule di formazione che tengano insieme, in modo originale, attitudini critiche e competenze specialistiche. Per dirla con formula di sintesi: ingegneri-filosofi capaci di decrittare e governare inedite complessità.

Non basta una laurea né una formazione una volta per sempre. Cambiano conoscenze e competenze. E vale dunque la pena insistere su accordi tra università e imprese per sistemi di “long life learning”, sia per tenere testa alle innovative trasformazione digitali di industria e servizi sia per riqualificare quote crescenti di mano d’opera espulsa dalla crescente digitalizzazione dei sistemi produttivi.

C’è un paradigma positivo in questa prospettiva: il recente contratto dei metalmeccanici, firmato da Federmeccanica/Confindustria e sindacati (sottoscritto da tutti e tre: Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil) con ampi stanziamenti per la formazione e l’aggiornamento aziendale. E’ un contratto importante, che può fare da riferimento di lungo periodo: imprese e sindacati parlano sì di salario, orario e condizioni di lavoro, ma si impegnano soprattutto sul tema cardine della formazione. Proprio il tema di cui stiamo discutendo: maggiori e migliori competenze, maggiore competitività, migliore futuro delle aziende e del sistema Paese. Una scelta strategica di grande spessore.

C’è un altro punto, emerso dal convegno TreeLLLe, da sottolineare: l’insistenza sulla formazione d’eccellenza con respiro europeo: accordi formativi e di ricerca tra le migliori università italiane (Politecnici di Milano e Torino, Bocconi, Cattolica, Normale di Pisa, Sant’Anna, Luiss) e le Grandes Écoles francesi e gli atenei economici inglesi per un “modello universitario europeo” come paradigma per accordi in Cina, in Brasile, nelle aree internazionali più dinamiche, anche con scambi di docenti, ricercatori, studenti nell’ambito di programmi comuni di formazione e ricerca.

Per le università italiana: ambiziosi programmi di attrazione di talenti, sia tra i docenti che tra gli studenti. I paradigmi positivi di Milano (200mila studenti, 15mila circa internazionali), le opportunità offerte a Milano da Human Technopole come centro di riferimento per le “life sciences” e la genomica, le relazioni virtuose con l’IIT (Istituto italiano di tecnologia di Genova) sono puniti di riferimento importanti. Altrettante chiavi di sviluppo.