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“In primo piano il Paese e il suo Risorgimento”. Pirelli e la lotta di Liberazione, 1943-1945

“In primo piano era il Paese e il suo risorgimento”: con queste parole Cesare Merzagora ricorda all’Assemblea degli Azionisti dell’11 dicembre 1945 quale fosse la priorità della Pirelli nei drammatici momenti dell’occupazione nazista dell’Italia seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943. Le autorità militari tedesche prendono il controllo dello stabilimento a Bicocca, ancora funzionante nonostante i bombardamenti. Il 16 settembre l’azienda istituisce, alle dipendenze delle Direzioni centrali Conduttori e Gomma, “l’Ufficio T”, preposto ai rapporti con i tedeschi in materia di produzione e disciplina dello stabilimento. Ma l’intera Pirelli, dai membri della famiglia, alla dirigenza, ai lavoratori, si oppone alla situazione, con una continua opera di sabotaggio all’interno dello stabilimento e con l’attivo sostegno alla Resistenza.

I documenti conservati nell’Archivio Storico della Fondazione attestano la continua opera di disturbo della produzione, in particolare quella di interesse per le esigenze militari dei tedeschi. Alcune lettere di parte tedesca dell’estate del 1944 denunciano “la mancanza di buona volontà delle persone responsabili” come causa principale dei bassi livelli di produzione dei giunti flessibili per autoveicoli. E una nota del 7 giugno 1944 sull’incontro tra l’azienda e i tedeschi in merito alla mancata consegna di guarnizioni per autorespiratori da parte della Pirelli conclude che “le autorità germaniche sono assai irritate con la Pirelli e i suoi capi perché hanno la radicata convinzione che nulla facciano per andare incontro alle loro necessità”. Anche il tentativo di inviare lavoratori in Germania per il regime nazista viene ostacolato, come attesta il “Promemoria circa l’azione svolta per impedire il trasferimento in Germania di nostri dipendenti” del 14 giugno 1945 firmato dall’ingegner Paolo Trotto: la richiesta di mettere a disposizione per il trasferimento il 20% degli operai e il 50% dei capisquadra del ramo gomma e il 10% degli operai del ramo cavi non verrà mai attuata grazie all’intervento dell’amministratore delegato Alberto Pirelli.

“L’azione di resistenza svolta dalla società Pirelli – si legge nel promemoria – finì con l’ottenere il risultato desiderato in quanto gli organi germanici, di fronte alle continue opposizioni fatte, desistettero dal fare ulteriori pressioni per il trasferimento di personale”. Contemporaneamente all’ostacolamento e all’opposizione alle richieste tedesche un cospicuo sostegno viene dato dall’azienda alla Resistenza, sottoforma di viveri, automezzi, pneumatici e di un contributo finanziario che raggiungerà i 60 milioni di lire. Per riprendere il già citato discorso di Cesare Merzagora, la Pirelli fu, fra le industrie lombarde, “uno dei più importanti centri della riscossa”. Una riscossa che passa anche attraverso gli scioperi e le lotte operaie, che vedono l’azienda milanese sempre protagonista.

Nel marzo del 1943 un’ondata di scioperi si propaga da Torino a tutta l’Italia settentrionale, ridando voce alla classe operaia dopo venti anni di regime. È il primo atto di una serie di scioperi che culminano nello sciopero generale insurrezionale del 25 aprile 1945 e che i lavoratori pagano con una repressione durissima e, soprattutto nelle fabbriche dell’area di Sesto San Giovanni e Milano Greco, con la deportazione in massa nei lager nazisti. Il 23 novembre 1944 lo sciopero proclamato dai lavoratori della Pirelli Bicocca in risposta alla fucilazione di 15 antifascisti avvenuta in piazzale Loreto il 10 agosto – tra cui due operai della Pirelli, Libero Temolo ed Eraldo Soncini – causa l’arresto di 183 persone. La Direzione aziendale e lo stesso Alberto Pirelli contattano le autorità tedesche per chiedere il rilascio dei lavoratori, ottenendo in risposta, come si legge nei documenti d’archivio, che “le SS hanno ritenuto necessario dare un esempio” e “hanno scelto operai della Pirelli piuttosto che di altre aziende in sciopero perché le maestranze Pirelli sono le meglio trattate di tutte e ciononostante sono quelle che hanno scioperato più frequentemente.” Inoltre, “a tutte le richieste rivolte per avere il nome degli agitatori la ditta si è sempre schermita dall’indicare neppure un nominativo”. Dopo aver scartato 27 persone perché fisicamente non idonee, gli altri 156 lavoratori vengono deportati nei campi di lavoro nazisti. Ne moriranno 14.

Come scrive Giuseppe Valota nel volume “Streihertransport. La deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni”, si tratta della “deportazione di massa più rilevante operata dai nazifascisti in una singola azienda, seconda solo a quella di 1.500 lavoratori, effettuata in 4 fabbriche genovesi – San Giorgio, Siac, Piaggio e Cantieri navali – il 16 giugno 1944”. Il sacrificio dei lavoratori Pirelli per la lotta di liberazione è ricordato con una targa murata il 23 novembre 1945 sul fabbricato 95, portineria dello stabilimento Bicocca, dedicata ai “compagni di lavoro che sul cammino radioso della libertà furono stroncati dalla barbarie nazifascista”, oggi ancora presente all’interno degli Headquarters della Bicocca accanto alla lapide in ricordo dei lavoratori caduti durante la Prima Guerra Mondiale.

“In primo piano era il Paese e il suo risorgimento”: con queste parole Cesare Merzagora ricorda all’Assemblea degli Azionisti dell’11 dicembre 1945 quale fosse la priorità della Pirelli nei drammatici momenti dell’occupazione nazista dell’Italia seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943. Le autorità militari tedesche prendono il controllo dello stabilimento a Bicocca, ancora funzionante nonostante i bombardamenti. Il 16 settembre l’azienda istituisce, alle dipendenze delle Direzioni centrali Conduttori e Gomma, “l’Ufficio T”, preposto ai rapporti con i tedeschi in materia di produzione e disciplina dello stabilimento. Ma l’intera Pirelli, dai membri della famiglia, alla dirigenza, ai lavoratori, si oppone alla situazione, con una continua opera di sabotaggio all’interno dello stabilimento e con l’attivo sostegno alla Resistenza.

I documenti conservati nell’Archivio Storico della Fondazione attestano la continua opera di disturbo della produzione, in particolare quella di interesse per le esigenze militari dei tedeschi. Alcune lettere di parte tedesca dell’estate del 1944 denunciano “la mancanza di buona volontà delle persone responsabili” come causa principale dei bassi livelli di produzione dei giunti flessibili per autoveicoli. E una nota del 7 giugno 1944 sull’incontro tra l’azienda e i tedeschi in merito alla mancata consegna di guarnizioni per autorespiratori da parte della Pirelli conclude che “le autorità germaniche sono assai irritate con la Pirelli e i suoi capi perché hanno la radicata convinzione che nulla facciano per andare incontro alle loro necessità”. Anche il tentativo di inviare lavoratori in Germania per il regime nazista viene ostacolato, come attesta il “Promemoria circa l’azione svolta per impedire il trasferimento in Germania di nostri dipendenti” del 14 giugno 1945 firmato dall’ingegner Paolo Trotto: la richiesta di mettere a disposizione per il trasferimento il 20% degli operai e il 50% dei capisquadra del ramo gomma e il 10% degli operai del ramo cavi non verrà mai attuata grazie all’intervento dell’amministratore delegato Alberto Pirelli.

“L’azione di resistenza svolta dalla società Pirelli – si legge nel promemoria – finì con l’ottenere il risultato desiderato in quanto gli organi germanici, di fronte alle continue opposizioni fatte, desistettero dal fare ulteriori pressioni per il trasferimento di personale”. Contemporaneamente all’ostacolamento e all’opposizione alle richieste tedesche un cospicuo sostegno viene dato dall’azienda alla Resistenza, sottoforma di viveri, automezzi, pneumatici e di un contributo finanziario che raggiungerà i 60 milioni di lire. Per riprendere il già citato discorso di Cesare Merzagora, la Pirelli fu, fra le industrie lombarde, “uno dei più importanti centri della riscossa”. Una riscossa che passa anche attraverso gli scioperi e le lotte operaie, che vedono l’azienda milanese sempre protagonista.

Nel marzo del 1943 un’ondata di scioperi si propaga da Torino a tutta l’Italia settentrionale, ridando voce alla classe operaia dopo venti anni di regime. È il primo atto di una serie di scioperi che culminano nello sciopero generale insurrezionale del 25 aprile 1945 e che i lavoratori pagano con una repressione durissima e, soprattutto nelle fabbriche dell’area di Sesto San Giovanni e Milano Greco, con la deportazione in massa nei lager nazisti. Il 23 novembre 1944 lo sciopero proclamato dai lavoratori della Pirelli Bicocca in risposta alla fucilazione di 15 antifascisti avvenuta in piazzale Loreto il 10 agosto – tra cui due operai della Pirelli, Libero Temolo ed Eraldo Soncini – causa l’arresto di 183 persone. La Direzione aziendale e lo stesso Alberto Pirelli contattano le autorità tedesche per chiedere il rilascio dei lavoratori, ottenendo in risposta, come si legge nei documenti d’archivio, che “le SS hanno ritenuto necessario dare un esempio” e “hanno scelto operai della Pirelli piuttosto che di altre aziende in sciopero perché le maestranze Pirelli sono le meglio trattate di tutte e ciononostante sono quelle che hanno scioperato più frequentemente.” Inoltre, “a tutte le richieste rivolte per avere il nome degli agitatori la ditta si è sempre schermita dall’indicare neppure un nominativo”. Dopo aver scartato 27 persone perché fisicamente non idonee, gli altri 156 lavoratori vengono deportati nei campi di lavoro nazisti. Ne moriranno 14.

Come scrive Giuseppe Valota nel volume “Streihertransport. La deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni”, si tratta della “deportazione di massa più rilevante operata dai nazifascisti in una singola azienda, seconda solo a quella di 1.500 lavoratori, effettuata in 4 fabbriche genovesi – San Giorgio, Siac, Piaggio e Cantieri navali – il 16 giugno 1944”. Il sacrificio dei lavoratori Pirelli per la lotta di liberazione è ricordato con una targa murata il 23 novembre 1945 sul fabbricato 95, portineria dello stabilimento Bicocca, dedicata ai “compagni di lavoro che sul cammino radioso della libertà furono stroncati dalla barbarie nazifascista”, oggi ancora presente all’interno degli Headquarters della Bicocca accanto alla lapide in ricordo dei lavoratori caduti durante la Prima Guerra Mondiale.

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