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Imprese globali e lavoro globale

La mobilità internazionale delle risorse umane come strumento per far crescere le aziende

Cultura internazionale d’impresa. Che viaggia con la mobilità delle persone. Perché in un mondo del lavoro sempre più interconnesso, accade di frequente che un’azienda abbia la necessità, magari con urgenza, di inviare all’estero o di attrarre dall’estero un manager o un tecnico. Lavoro che si trasforma in occasione d’incontro. E viceversa. È attorno a questo tema che ragiona “Talenti internazionali. Strategie e strumenti di global mobility” scritto da Andrea Benigni e destinato alle imprese che, per vari motivi, si trovano ad aver a che fare con la mobilità internazionale delle risorse che, a ben vedere, rappresenta una leva strategica per la competitività delle organizzazioni della produzione.

Ma come fare? Benigni cerca di rispondere a questa domanda tra cultura del produrre e organizzazione d’impresa. Perché a fianco delle formule di ingaggio più tradizionali, si sono aggiunte nuove soluzioni come ad esempio lo smart working internazionale che rendono la cosiddetta global mobility adatta anche a realtà di dimensioni inferiori. Ma non tutto è così semplice come appare. Perché, viene spiegato nel libro, la gestione degli “espatriati”, soprattutto manager e profili tecnici, è ancora oggi un ambito spesso sottovalutato o affrontato con approcci frammentari, nonostante i rilevanti impatti che comporta in termini economici, organizzativi e gestionali.

Il libro è stato quindi scritto, nelle intenzioni dell’autore, per colmare un vuoto di consapevolezza e fornire a chi si occupa di risorse umane e di internazionalizzazione d’impresa una guida chiara, pratica e accessibile per legare la scelta della forma da adottare con gli obiettivi dell’azienda. Chi legge viene quindi accompagnato lungo un percorso strutturato che tocca tutti i principali aspetti della mobilità delle persone in azienda: dai modelli organizzativi alle politiche retributive per l’estero, dalla neutralità fiscale alla pianificazione previdenziale e legale, fino alla valutazione delle performance degli “espatriati”. Tutto viene spiegato con un linguaggio che si sforza di essere diretto e con una serie di esempi che affiancano la teoria.

Il libro di Andrea Benigni non è un manuale globale di organizzazione delle imprese, ma mette a fuoco – con efficacia – un punto che può diventare cruciale per molte di queste.

Talenti internazionali. Strategie e strumenti di global mobility

Andrea Benigni

Franco Angeli, 2025

La mobilità internazionale delle risorse umane come strumento per far crescere le aziende

Cultura internazionale d’impresa. Che viaggia con la mobilità delle persone. Perché in un mondo del lavoro sempre più interconnesso, accade di frequente che un’azienda abbia la necessità, magari con urgenza, di inviare all’estero o di attrarre dall’estero un manager o un tecnico. Lavoro che si trasforma in occasione d’incontro. E viceversa. È attorno a questo tema che ragiona “Talenti internazionali. Strategie e strumenti di global mobility” scritto da Andrea Benigni e destinato alle imprese che, per vari motivi, si trovano ad aver a che fare con la mobilità internazionale delle risorse che, a ben vedere, rappresenta una leva strategica per la competitività delle organizzazioni della produzione.

Ma come fare? Benigni cerca di rispondere a questa domanda tra cultura del produrre e organizzazione d’impresa. Perché a fianco delle formule di ingaggio più tradizionali, si sono aggiunte nuove soluzioni come ad esempio lo smart working internazionale che rendono la cosiddetta global mobility adatta anche a realtà di dimensioni inferiori. Ma non tutto è così semplice come appare. Perché, viene spiegato nel libro, la gestione degli “espatriati”, soprattutto manager e profili tecnici, è ancora oggi un ambito spesso sottovalutato o affrontato con approcci frammentari, nonostante i rilevanti impatti che comporta in termini economici, organizzativi e gestionali.

Il libro è stato quindi scritto, nelle intenzioni dell’autore, per colmare un vuoto di consapevolezza e fornire a chi si occupa di risorse umane e di internazionalizzazione d’impresa una guida chiara, pratica e accessibile per legare la scelta della forma da adottare con gli obiettivi dell’azienda. Chi legge viene quindi accompagnato lungo un percorso strutturato che tocca tutti i principali aspetti della mobilità delle persone in azienda: dai modelli organizzativi alle politiche retributive per l’estero, dalla neutralità fiscale alla pianificazione previdenziale e legale, fino alla valutazione delle performance degli “espatriati”. Tutto viene spiegato con un linguaggio che si sforza di essere diretto e con una serie di esempi che affiancano la teoria.

Il libro di Andrea Benigni non è un manuale globale di organizzazione delle imprese, ma mette a fuoco – con efficacia – un punto che può diventare cruciale per molte di queste.

Talenti internazionali. Strategie e strumenti di global mobility

Andrea Benigni

Franco Angeli, 2025

“Intelligenza spirituale” per far crescere la cultura d’impresa

Guardare ai conti e all’etica come strumenti per affrontare il presente complesso e volatile  

Etica e gestione d’impresa. “Antico” – ormai – binomio che non cessa certo di essere d’interesse e della necessità di essere studiato e messo in pratica. Etica che, è necessario ricordarlo sempre, non deve essere confusa con un buonismo d’impresa dannoso per tutti. Etica che, comunque, passa per le persone che dell’impresa sono il vero motore. Per questo può essere interessante leggere “Ethical Leadership and Spiritual Intelligence in Corporate Communication: A Strategic Imperative for Sustainable Business Culture” di Odunayo Kolawole Kayode (Department of Information Technology Services, Gateway ICT Polytechnic, Nigeria) appena pubblicato.

La ricerca prende le mosse da una constatazione: esiste ormai un ambiente aziendale complesso, caratterizzato da rapidi progressi tecnologici, globalizzazione, instabilità socio-politica e una rinnovata enfasi sull’etica e sui valori umani. Volatilità, appare essere sempre di più la “parola d’ordine” di quest’epoca. Un contesto nel quale la comunicazione aziendale può svolgere un ruolo cruciale nel plasmare, ma prima ancora raccontare, l’identità organizzativa, la fiducia degli stakeholder e le pratiche aziendali sostenibili. Questione però, come si diceva, di persone al comando.

L’indagine si propone quindi di esplorare l’intersezione tra leadership etica e quella che viene indicata come “intelligenza spirituale” come strumenti fondamentali per migliorare la comunicazione aziendale nell’affrontare queste sfide contemporanee. Ma cos’è la leadership etica? Per Odunayo Kolawole Kayode è quell’approccio alla gestione d’impresa fondato sui principi di integrità, equità e responsabilità, capace di promuovere una cultura organizzativa trasparente che dà priorità al comportamento etico e al coinvolgimento. La ricerca arriva quindi a delineare una sorta di “intelligenza spirituale” che non ha nulla di trascendentale, ma consiste nella capacità di navigare in scenari morali complessi, dimostrare empatia e allineare le pratiche aziendali a valori umani più profondi. Oltre alla teoria, vengono quindi messi a fuoco tre casi aziendali – Microsoft, The Body Shop e Unilever – attraverso l’approfondimento dei comportamenti di altrettanti manager.

I risultati, viene spiegato nelle conclusioni, evidenziano come i leader che incarnano sia qualità etiche che spirituali siano meglio attrezzati per promuovere una comunicazione aperta, risolvere i conflitti, gestire la diversità e guidare un processo decisionale etico. È una preziosa e quasi impalpabile sinergia tra leadership etica e “intelligenza spirituale”, quella che contribuisce alla creazione di un sistema virtuoso tra organizzazione aziendale, comunicazione e risultati d’impresa sul mercato.

Ethical Leadership and Spiritual Intelligence in Corporate Communication: A Strategic Imperative for Sustainable Business Culture

Odunayo Kolawole Kayode

Edumania-An International Multidisciplinary Journal, 2025, Vol. 03, Issue 03, 145-149

Guardare ai conti e all’etica come strumenti per affrontare il presente complesso e volatile  

Etica e gestione d’impresa. “Antico” – ormai – binomio che non cessa certo di essere d’interesse e della necessità di essere studiato e messo in pratica. Etica che, è necessario ricordarlo sempre, non deve essere confusa con un buonismo d’impresa dannoso per tutti. Etica che, comunque, passa per le persone che dell’impresa sono il vero motore. Per questo può essere interessante leggere “Ethical Leadership and Spiritual Intelligence in Corporate Communication: A Strategic Imperative for Sustainable Business Culture” di Odunayo Kolawole Kayode (Department of Information Technology Services, Gateway ICT Polytechnic, Nigeria) appena pubblicato.

La ricerca prende le mosse da una constatazione: esiste ormai un ambiente aziendale complesso, caratterizzato da rapidi progressi tecnologici, globalizzazione, instabilità socio-politica e una rinnovata enfasi sull’etica e sui valori umani. Volatilità, appare essere sempre di più la “parola d’ordine” di quest’epoca. Un contesto nel quale la comunicazione aziendale può svolgere un ruolo cruciale nel plasmare, ma prima ancora raccontare, l’identità organizzativa, la fiducia degli stakeholder e le pratiche aziendali sostenibili. Questione però, come si diceva, di persone al comando.

L’indagine si propone quindi di esplorare l’intersezione tra leadership etica e quella che viene indicata come “intelligenza spirituale” come strumenti fondamentali per migliorare la comunicazione aziendale nell’affrontare queste sfide contemporanee. Ma cos’è la leadership etica? Per Odunayo Kolawole Kayode è quell’approccio alla gestione d’impresa fondato sui principi di integrità, equità e responsabilità, capace di promuovere una cultura organizzativa trasparente che dà priorità al comportamento etico e al coinvolgimento. La ricerca arriva quindi a delineare una sorta di “intelligenza spirituale” che non ha nulla di trascendentale, ma consiste nella capacità di navigare in scenari morali complessi, dimostrare empatia e allineare le pratiche aziendali a valori umani più profondi. Oltre alla teoria, vengono quindi messi a fuoco tre casi aziendali – Microsoft, The Body Shop e Unilever – attraverso l’approfondimento dei comportamenti di altrettanti manager.

I risultati, viene spiegato nelle conclusioni, evidenziano come i leader che incarnano sia qualità etiche che spirituali siano meglio attrezzati per promuovere una comunicazione aperta, risolvere i conflitti, gestire la diversità e guidare un processo decisionale etico. È una preziosa e quasi impalpabile sinergia tra leadership etica e “intelligenza spirituale”, quella che contribuisce alla creazione di un sistema virtuoso tra organizzazione aziendale, comunicazione e risultati d’impresa sul mercato.

Ethical Leadership and Spiritual Intelligence in Corporate Communication: A Strategic Imperative for Sustainable Business Culture

Odunayo Kolawole Kayode

Edumania-An International Multidisciplinary Journal, 2025, Vol. 03, Issue 03, 145-149

L’Italia è in crisi di fiducia, tra astensione elettorale, squilibri fiscali e scarsi livelli di formazione e cultura

Proviamo a guardare dentro la società italiana, in questa stagione controversa di ruvide incertezze e scarsa fiducia diffusa, fra timori crescenti di crisi e di guerre e taglienti disagi economici e sociali. E facciamolo sulla scorta di alcuni dati esemplari: quelli di chi vota e chi no, di chi paga le tasse e chi invece, in un modo o nell’altro, ne scansa il peso (colpevolmente e irresponsabilmente, spesso), tra chi ha prospettive sicure di trovare e mantenere un lavoro e di chi, invece (tra i giovani soprattutto) se ne va via, “vota con i piedi”, cioè e sceglie di cercare altrove migliori condizioni di vita e professione (quasi 200mila gli italiani emigrati nel ‘24, il 20% in più dell’anno precedente e molti di loro con una laurea in tasca).

“La disaffezione per la politica”, titola “Il Foglio” (3 ottobre) per una pagina intera, firmata autorevolmente da Sabino Cassese (uno dei nostri migliori studiosi di istituzioni e movimenti politici) e attenta a ragionare su “sfiducia e disinteresse” manifestate dai comportamenti del corpo elettorale: “In Italia non è in calo soltanto l’affluenza alle urne, ma è diminuita anche la ‘partecipazione invisibile’ fatta di informazione e discussione”, la partecipazione cioè ai processi politici e sociali di un’opinione pubblica capace di un discorso critico e dunque di un giudizio ben informato (secondo la lezione di Jurgen Habermas sulla costruzione del consenso nella democrazia liberale).

I recenti dati sull’affluenza alle urne per le elezioni regionali nelle Marche (50,01% degli elettori) la settimana scorsa e in Calabria, ieri (43%) confermano una tendenza oramai ripetuta nel tempo secondo cui va a votare mediamente appena un elettore su due: una percentuale già diffusa da tempo in altre democrazie occidentali ma comunque segno di una grande fragilità nel rapporto tra politica e  persone che si sentono sempre meno “cittadini”, nel senso di cives, responsabili partecipi della civitas, comunità coesa e consapevole.

Dove nasce la sfiducia rispetto alla politica, il disincanto sulle possibilità che le forze politiche, sia al governo (che comunque ha la maggioranza dei votanti) che all’opposizione possano fare cose concrete per migliorare la qualità della vita e affrontare i grandi temi del lavoro, dei redditi, della sicurezza, della sanità e della scuola, insomma di un migliore futuro?

Sarebbe utilissimo, un “cantiere” di riflessioni critiche e autocritiche, in grado di suggerire azioni per riportare al voto almeno una parte dei così tanti, troppi astenuti. La speranza è che qualcuno avvii un serio, sincero dibattito e soprattutto sia pronto all’ascolto dei cittadini.

C’è una seconda serie di dati, su cui fermare l’attenzione. E riguardano il fisco. Il 43% degli italiani non paga l’Irpef (non ha redditi o non li dichiara). E il 12% versa appena 26 euro all’anno. L’effetto è che il carico fiscale grava sul 45% degli italiani. A guardare meglio all’interno dei numeri, si scopre un ulteriore elemento di squilibrio: il 76,8% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti (sui 42 milioni che fanno la dichiarazione dei redditi e i 33,5 milioni di contribuenti effettivi e cioè che versano almeno 1 euro).

I dati (dichiarazione dei redditi 2024 e dunque relativi al 2023) sono forniti da Itinerari Previdenziali, con il sostegno del Cida (l’associazione dei dirigenti d’azienda). E confermano anche stavolta una situazione già nota da anni e, con il passare del tempo, sempre più intollerabile: tutto il peso delle tasse sul reddito (con cui si pagano scuola, sicurezza, sanità, servizi pubblici, etc. di tutti i cittadini) grava sul ceto medio e soprattutto medio-alto, sui lavoratori dipendenti e su quella parte, minoritaria, di ceti produttivi e professionali autonomi che sono in regola con il fisco. “Pensionati, dipendenti e grandi imprese, ecco chi paga le tasse”, sintetizza La Stampa (6 ottobre).

Il fisco, nella sua complessità di entrate e uscite (tasse e spesa pubblica), è parte fondamentale del patto di cittadinanza, del legame tra le persone e lo Stato. Il permanere e anzi il peggiorare degli squilibri, tra chi paga e chi no, chi rispetta la legge e che evade, incrina quel patto. Mette in crisi la fiducia. Mina le basi della convivenza civile e dunque della democrazia. Un altro tema di riflessione, essenziale, dunque, soprattutto in una stagione di “democrazia stanca” (il titolo dell’ottimo libro di Michael J. Sandel, professore ad Harvard, che avevamo citato nel blog della scorsa settimana) e di necessità di dare nuova energia alla politica democratica, sotto attacco da parte di tentazioni autoritarie e populiste.

La terza serie di dati riguarda lo spessore culturale. Un italiano su tre (dati della Survey of Adult Skills elaborata dall’Ocse) è un “analfabeta funzionale”: non capisce un testo scritto di pur minima complessità, non sa affrontare operazioni matematiche semplici. Siamo da un decennio in coda alle classifiche dei paesi più industrializzati. E abbiamo pessimi punteggi anche in altre classifiche che riguardano gli investimenti in istruzione e ricerca scientifica, il numero dei laureati, la lettura di libri, etc.

L’ignoranza, la scarsa comprensione dei problemi generali ma anche professionali, la distanza dai fattori culturali generali sono cause di altre fratture nello spirito di comunità e nella percezione di sé come cittadini.

C’è un nesso, insomma, tra crollo della partecipazione politica, disagio per gli squilibri fiscali e analfabetismo funzionale e bassa qualità culturale. Tutto concorre alla caduta dello spirito civile. E dunque anche alla crisi della capacità di affrontare consapevolmente i grandi temi della vita pubblica, a cominciare dalla costruzione delle possibilità di un più equilibrato sviluppo economico e sociale e di un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita.

Una risposta possibile? Investire massicciamente, con risorse pubbliche e private, sulla conoscenza. Sulla scuola, cioè. Sulla diffusione e la lettura dei libri. Sulla partecipazione attiva e critica alle attività culturali. Sull’idea forte del legame tra libertà responsabile e comprensione dei fenomeni che ci riguardano nella vita quotidiana e nella costruzione del futuro.

“Più libri più liberi” era lo slogan, quanto mai efficace, di una fortunata iniziativa sulla lettura di qualche anno fa, una fiera della piccola e media editoria. Libro come metafora di conoscenza, naturalmente. Di conoscenza critica. E dunque di migliore condizione umana in grado di pensare bene al futuro.

Foto Getty Images

Proviamo a guardare dentro la società italiana, in questa stagione controversa di ruvide incertezze e scarsa fiducia diffusa, fra timori crescenti di crisi e di guerre e taglienti disagi economici e sociali. E facciamolo sulla scorta di alcuni dati esemplari: quelli di chi vota e chi no, di chi paga le tasse e chi invece, in un modo o nell’altro, ne scansa il peso (colpevolmente e irresponsabilmente, spesso), tra chi ha prospettive sicure di trovare e mantenere un lavoro e di chi, invece (tra i giovani soprattutto) se ne va via, “vota con i piedi”, cioè e sceglie di cercare altrove migliori condizioni di vita e professione (quasi 200mila gli italiani emigrati nel ‘24, il 20% in più dell’anno precedente e molti di loro con una laurea in tasca).

“La disaffezione per la politica”, titola “Il Foglio” (3 ottobre) per una pagina intera, firmata autorevolmente da Sabino Cassese (uno dei nostri migliori studiosi di istituzioni e movimenti politici) e attenta a ragionare su “sfiducia e disinteresse” manifestate dai comportamenti del corpo elettorale: “In Italia non è in calo soltanto l’affluenza alle urne, ma è diminuita anche la ‘partecipazione invisibile’ fatta di informazione e discussione”, la partecipazione cioè ai processi politici e sociali di un’opinione pubblica capace di un discorso critico e dunque di un giudizio ben informato (secondo la lezione di Jurgen Habermas sulla costruzione del consenso nella democrazia liberale).

I recenti dati sull’affluenza alle urne per le elezioni regionali nelle Marche (50,01% degli elettori) la settimana scorsa e in Calabria, ieri (43%) confermano una tendenza oramai ripetuta nel tempo secondo cui va a votare mediamente appena un elettore su due: una percentuale già diffusa da tempo in altre democrazie occidentali ma comunque segno di una grande fragilità nel rapporto tra politica e  persone che si sentono sempre meno “cittadini”, nel senso di cives, responsabili partecipi della civitas, comunità coesa e consapevole.

Dove nasce la sfiducia rispetto alla politica, il disincanto sulle possibilità che le forze politiche, sia al governo (che comunque ha la maggioranza dei votanti) che all’opposizione possano fare cose concrete per migliorare la qualità della vita e affrontare i grandi temi del lavoro, dei redditi, della sicurezza, della sanità e della scuola, insomma di un migliore futuro?

Sarebbe utilissimo, un “cantiere” di riflessioni critiche e autocritiche, in grado di suggerire azioni per riportare al voto almeno una parte dei così tanti, troppi astenuti. La speranza è che qualcuno avvii un serio, sincero dibattito e soprattutto sia pronto all’ascolto dei cittadini.

C’è una seconda serie di dati, su cui fermare l’attenzione. E riguardano il fisco. Il 43% degli italiani non paga l’Irpef (non ha redditi o non li dichiara). E il 12% versa appena 26 euro all’anno. L’effetto è che il carico fiscale grava sul 45% degli italiani. A guardare meglio all’interno dei numeri, si scopre un ulteriore elemento di squilibrio: il 76,8% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti (sui 42 milioni che fanno la dichiarazione dei redditi e i 33,5 milioni di contribuenti effettivi e cioè che versano almeno 1 euro).

I dati (dichiarazione dei redditi 2024 e dunque relativi al 2023) sono forniti da Itinerari Previdenziali, con il sostegno del Cida (l’associazione dei dirigenti d’azienda). E confermano anche stavolta una situazione già nota da anni e, con il passare del tempo, sempre più intollerabile: tutto il peso delle tasse sul reddito (con cui si pagano scuola, sicurezza, sanità, servizi pubblici, etc. di tutti i cittadini) grava sul ceto medio e soprattutto medio-alto, sui lavoratori dipendenti e su quella parte, minoritaria, di ceti produttivi e professionali autonomi che sono in regola con il fisco. “Pensionati, dipendenti e grandi imprese, ecco chi paga le tasse”, sintetizza La Stampa (6 ottobre).

Il fisco, nella sua complessità di entrate e uscite (tasse e spesa pubblica), è parte fondamentale del patto di cittadinanza, del legame tra le persone e lo Stato. Il permanere e anzi il peggiorare degli squilibri, tra chi paga e chi no, chi rispetta la legge e che evade, incrina quel patto. Mette in crisi la fiducia. Mina le basi della convivenza civile e dunque della democrazia. Un altro tema di riflessione, essenziale, dunque, soprattutto in una stagione di “democrazia stanca” (il titolo dell’ottimo libro di Michael J. Sandel, professore ad Harvard, che avevamo citato nel blog della scorsa settimana) e di necessità di dare nuova energia alla politica democratica, sotto attacco da parte di tentazioni autoritarie e populiste.

La terza serie di dati riguarda lo spessore culturale. Un italiano su tre (dati della Survey of Adult Skills elaborata dall’Ocse) è un “analfabeta funzionale”: non capisce un testo scritto di pur minima complessità, non sa affrontare operazioni matematiche semplici. Siamo da un decennio in coda alle classifiche dei paesi più industrializzati. E abbiamo pessimi punteggi anche in altre classifiche che riguardano gli investimenti in istruzione e ricerca scientifica, il numero dei laureati, la lettura di libri, etc.

L’ignoranza, la scarsa comprensione dei problemi generali ma anche professionali, la distanza dai fattori culturali generali sono cause di altre fratture nello spirito di comunità e nella percezione di sé come cittadini.

C’è un nesso, insomma, tra crollo della partecipazione politica, disagio per gli squilibri fiscali e analfabetismo funzionale e bassa qualità culturale. Tutto concorre alla caduta dello spirito civile. E dunque anche alla crisi della capacità di affrontare consapevolmente i grandi temi della vita pubblica, a cominciare dalla costruzione delle possibilità di un più equilibrato sviluppo economico e sociale e di un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita.

Una risposta possibile? Investire massicciamente, con risorse pubbliche e private, sulla conoscenza. Sulla scuola, cioè. Sulla diffusione e la lettura dei libri. Sulla partecipazione attiva e critica alle attività culturali. Sull’idea forte del legame tra libertà responsabile e comprensione dei fenomeni che ci riguardano nella vita quotidiana e nella costruzione del futuro.

“Più libri più liberi” era lo slogan, quanto mai efficace, di una fortunata iniziativa sulla lettura di qualche anno fa, una fiera della piccola e media editoria. Libro come metafora di conoscenza, naturalmente. Di conoscenza critica. E dunque di migliore condizione umana in grado di pensare bene al futuro.

Foto Getty Images

Questa è la nostra città

Dall’Archivio Storico Pirelli alle librerie. L’ultima tappa del nostro approfondimento “Pirelli, la città, la visione” è dedicata alla sceneggiatura scritta da Alberto Moravia nel 1947 in occasione del 75° anniversario di Pirelli, edita per la prima volta nel 2025 da Bompiani. È qui che la corrispondenza fra l’azienda e la metropoli raggiunge la massima intensità narrativa.

Celebrare con un film il rapporto tra Milano e Pirelli, raccontando il ruolo centrale dell’azienda produttrice di pneumatici e materiali in gomma dal 1872 nel processo di affermazione della città quale polo industriale efficiente e produttivo, nell’immediato Dopoguerra.

“Questa è la nostra città” è il titolo della sceneggiatura scritta da Alberto Moravia per Pirelli con la collaborazione di Alfredo Guarini, Massimo Mida e Gianni Puccini, e consegnata nell’agosto del 1947, sotto forma di dattiloscritto composto da centonove cartelle, conservate oggi nel nostro Archivio Storico. Era stata l’azienda a commissionargliela direttamente, qualche mese dopo aver confermato Roberto Rossellini alla regia. Il film doveva parlare di industria, operai, lavoro, macchine e città, nella Milano del Secondo Dopoguerra, senza retorica né abbellimenti. Lo si immaginava da proiettare al Velodromo Vigorelli, davanti a 12.000 persone.

L’idea di realizzare una pellicola ambientata alla Bicocca era nata in seno all’azienda, come atto celebrativo del 75° compleanno di Pirelli, che proprio in quegli anni stava forgiando la propria identità intorno al dialogo fra cultura tecnico-scientifica e valori umanistici. Guidava il progetto Giuseppe Luraghi, personalità di spicco della leadership Pirelli di quegli anni, scrittore e poi editore, uomo d’azienda e di lettere, consapevole del fatto che si sarebbe trattato di un progetto ambizioso che poteva trasformarsi in un’esperienza irripetibile fra cinema, letteratura e industria.

Per questo lavoro Moravia inventò la storia dei Riva, famiglia operaia – di provenienza contadina – alle dipendenze della Pirelli da tre generazioni: nonno, figlio e i nipoti Carlo, Angela e Ida, i tre uomini addetti ai laminatoi del rame, le due ragazze rispettivamente al reparto trecciatrici e al reparto pneumatici biciclette. Attraverso i loro specifici caratteri, le loro diverse aspirazioni e tormenti esistenziali e i loro personali legami con i colleghi, si ricostruisce uno spaccato autentico dell’epoca che ha segnato l’identità di Milano – il periodo della ricostruzione postbellica – sempre restando lontano dalla retorica del progresso.

La trama risulta avvincente nel suo progredire vorticosamente verso il dramma, attraverso le parole e i gesti dei protagonisti e dei personaggi secondari, ma c’è una narrazione parallela che cattura il lettore fino alla XLIII scena, ed è il manifestarsi dei luoghi – dentro e fuori dalla fabbrica, in città. Entriamo nei reparti, portinerie, sotterranei, cortili, usciamo per le strade buie e umide della città, i quartieri operai, gli edifici danneggiati dai bombardamenti. Nelle strade, nella nebbia, nelle case attraverso le finestre. Impressioni e sensazioni si mescolano nella stessa tavolozza fino a far confondere i confini fra Pirelli fabbrica e la città. “Ecco la fabbrica Pirelli” scrive Moravia, presentandoci la città degli operai, città nella città: un legame qui al quadrato fra l’azienda e Milano.

Scritta da Moravia in soli due mesi, “Questa è la nostra città” non convinse il management della Pirelli per via di quei “loschi intrighi” che si consumavano fra gli operai, e per il fatto che alla fabbrica non venisse assegnato un ruolo di centralità. Anche i costi di realizzazione disincentivarono l’azienda dal procedere con il ciak, così il soggetto cinematografico restò, oltre che non girato, inedito. Fino a oggi.

Dall’Archivio Storico Pirelli alle librerie. L’ultima tappa del nostro approfondimento “Pirelli, la città, la visione” è dedicata alla sceneggiatura scritta da Alberto Moravia nel 1947 in occasione del 75° anniversario di Pirelli, edita per la prima volta nel 2025 da Bompiani. È qui che la corrispondenza fra l’azienda e la metropoli raggiunge la massima intensità narrativa.

Celebrare con un film il rapporto tra Milano e Pirelli, raccontando il ruolo centrale dell’azienda produttrice di pneumatici e materiali in gomma dal 1872 nel processo di affermazione della città quale polo industriale efficiente e produttivo, nell’immediato Dopoguerra.

“Questa è la nostra città” è il titolo della sceneggiatura scritta da Alberto Moravia per Pirelli con la collaborazione di Alfredo Guarini, Massimo Mida e Gianni Puccini, e consegnata nell’agosto del 1947, sotto forma di dattiloscritto composto da centonove cartelle, conservate oggi nel nostro Archivio Storico. Era stata l’azienda a commissionargliela direttamente, qualche mese dopo aver confermato Roberto Rossellini alla regia. Il film doveva parlare di industria, operai, lavoro, macchine e città, nella Milano del Secondo Dopoguerra, senza retorica né abbellimenti. Lo si immaginava da proiettare al Velodromo Vigorelli, davanti a 12.000 persone.

L’idea di realizzare una pellicola ambientata alla Bicocca era nata in seno all’azienda, come atto celebrativo del 75° compleanno di Pirelli, che proprio in quegli anni stava forgiando la propria identità intorno al dialogo fra cultura tecnico-scientifica e valori umanistici. Guidava il progetto Giuseppe Luraghi, personalità di spicco della leadership Pirelli di quegli anni, scrittore e poi editore, uomo d’azienda e di lettere, consapevole del fatto che si sarebbe trattato di un progetto ambizioso che poteva trasformarsi in un’esperienza irripetibile fra cinema, letteratura e industria.

Per questo lavoro Moravia inventò la storia dei Riva, famiglia operaia – di provenienza contadina – alle dipendenze della Pirelli da tre generazioni: nonno, figlio e i nipoti Carlo, Angela e Ida, i tre uomini addetti ai laminatoi del rame, le due ragazze rispettivamente al reparto trecciatrici e al reparto pneumatici biciclette. Attraverso i loro specifici caratteri, le loro diverse aspirazioni e tormenti esistenziali e i loro personali legami con i colleghi, si ricostruisce uno spaccato autentico dell’epoca che ha segnato l’identità di Milano – il periodo della ricostruzione postbellica – sempre restando lontano dalla retorica del progresso.

La trama risulta avvincente nel suo progredire vorticosamente verso il dramma, attraverso le parole e i gesti dei protagonisti e dei personaggi secondari, ma c’è una narrazione parallela che cattura il lettore fino alla XLIII scena, ed è il manifestarsi dei luoghi – dentro e fuori dalla fabbrica, in città. Entriamo nei reparti, portinerie, sotterranei, cortili, usciamo per le strade buie e umide della città, i quartieri operai, gli edifici danneggiati dai bombardamenti. Nelle strade, nella nebbia, nelle case attraverso le finestre. Impressioni e sensazioni si mescolano nella stessa tavolozza fino a far confondere i confini fra Pirelli fabbrica e la città. “Ecco la fabbrica Pirelli” scrive Moravia, presentandoci la città degli operai, città nella città: un legame qui al quadrato fra l’azienda e Milano.

Scritta da Moravia in soli due mesi, “Questa è la nostra città” non convinse il management della Pirelli per via di quei “loschi intrighi” che si consumavano fra gli operai, e per il fatto che alla fabbrica non venisse assegnato un ruolo di centralità. Anche i costi di realizzazione disincentivarono l’azienda dal procedere con il ciak, così il soggetto cinematografico restò, oltre che non girato, inedito. Fino a oggi.

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“Tazio Nuvolari el conductor de la emoción” in mostra a Barcellona

“Tazio Nuvolari el conductor de la emoción” è il titolo della mostra allestita da oggi al 18 ottobre presso la Casa degli italiani di Barcellona in collaborazione con la Scuderia Nuvolari Italia. “Campionissimo” dell’auto e della moto, Nuvolari ha trionfato sulle strade e sui circuiti di tre continenti nell’arco di una carriera che ha attraversato tre decenni – dagli anni Venti agli anni Quaranta – entrando nella storia delle competizioni e nell’immaginario collettivo. La mostra di Barcellona ne celebra un aspetto poco noto, quello di appassionato di fotografia, riproponendo una selezione di 300 immagini tratte da un archivio di oltre 2.500 scatti realizzati dallo stesso Nuvolari, catalogate, digitalizzate ed esposte per la prima volta a Mantova nel 2009.

Le fotografie, realizzate principalmente tra il 1936 e i primi anni della Seconda Guerra Mondiale con una macchina Zeiss Contax II 24×36 mm, rivelano l’ottima padronanza tecnica e la grande curiosità del pilota mantovano, in un percorso tra pubblico e privato: famiglia, amici, viaggi, e naturalmente il mondo delle corse, documentato però da reporter e non da protagonista. Accanto al Nuvolari fotografo, la mostra di Barcellona celebra anche il Nuvolari pilota, con fotografie che testimoniano le sue imprese sui circuiti automobilistici e motociclistici, con particolare riferimento al suo rapporto con Barcellona e la Catalogna. Il Gran Premio organizzato dalla Penya Rhin a Vilafranca nel 1923 vede infatti il debutto internazionale di Nuvolari su Chiribiri, quando, ancora sconosciuto e nonostante nessun risultato di rilievo, lascia una forte impressione sui barcellonesi. Dieci anni dopo Nuvolari torna da campione ai Gran Premi Penya Rhin a Montjuic tra 1933 e 1936, anno in cui firma una delle sue più belle vittorie con Alfa Romeo Scuderia Ferrari, gommata Pirelli Stella Bianca.

Proprio un pneumatico Stella Bianca originale degli anni Trenta è esposto al centro di questa sezione della mostra, a testimoniare, insieme ad alcuni materiali del nostro Archivio Storico, il legame tra Nuvolari e Pirelli: il pilota mantovano immortalato da Federico Patellani è scelto per la copertina del primo numero della rivista “Pirelli”, che gli dedica anche un articolo interno a firma di Orio Vergani. Lo stesso Vergani ne scrive un ricordo sulle pagine della rivista nel 1954, a un anno dalla scomparsa. Una bella fotografia tratta dai “Documenti per la storia delle Industrie Pirelli” ritrae molti anni prima la scuderia Ferrari ai Campionati Europei della Montagna, il 29 giugno 1930: in primo piano Luigi Arcangeli, Tazio Nuvolari ed Enzo Ferrari seduti su una Alfa Romeo P2, sempre gommata Stella Bianca.

Il binomio Alfa Romeo-Pirelli, istituito sin dalla nascita del “Quadrifoglio”, vede negli anni Trenta, grazie anche alla creazione della Scuderia Ferrari, una stagione di grandi vittorie messe a segno soprattutto da Nuvolari: dalla Mille Miglia (1930) alla Targa Florio (1930 e 1932), ai Gran Premi di Monaco, Francia, Italia (1932) e Germania (1935). Un connubio, quello con Ferrari, testimoniato anche da altre fotografie del nostro Archivio: come quella del  pranzo della Scuderia Ferrari nel 1930, la foto di gruppo insieme al ciclista Costante Girardengo, o quella in cui  Nuvolari, Ferrari e Mario Umberto Borzacchini avvicinano le loro mani in segno di fedeltà alla Scuderia Ferrari il 22 gennaio del 1933. Un “album dei ricordi” che ripercorre l’intensa storia personale e sportiva di uno dei più grandi campioni di sempre.

“Tazio Nuvolari el conductor de la emoción” è il titolo della mostra allestita da oggi al 18 ottobre presso la Casa degli italiani di Barcellona in collaborazione con la Scuderia Nuvolari Italia. “Campionissimo” dell’auto e della moto, Nuvolari ha trionfato sulle strade e sui circuiti di tre continenti nell’arco di una carriera che ha attraversato tre decenni – dagli anni Venti agli anni Quaranta – entrando nella storia delle competizioni e nell’immaginario collettivo. La mostra di Barcellona ne celebra un aspetto poco noto, quello di appassionato di fotografia, riproponendo una selezione di 300 immagini tratte da un archivio di oltre 2.500 scatti realizzati dallo stesso Nuvolari, catalogate, digitalizzate ed esposte per la prima volta a Mantova nel 2009.

Le fotografie, realizzate principalmente tra il 1936 e i primi anni della Seconda Guerra Mondiale con una macchina Zeiss Contax II 24×36 mm, rivelano l’ottima padronanza tecnica e la grande curiosità del pilota mantovano, in un percorso tra pubblico e privato: famiglia, amici, viaggi, e naturalmente il mondo delle corse, documentato però da reporter e non da protagonista. Accanto al Nuvolari fotografo, la mostra di Barcellona celebra anche il Nuvolari pilota, con fotografie che testimoniano le sue imprese sui circuiti automobilistici e motociclistici, con particolare riferimento al suo rapporto con Barcellona e la Catalogna. Il Gran Premio organizzato dalla Penya Rhin a Vilafranca nel 1923 vede infatti il debutto internazionale di Nuvolari su Chiribiri, quando, ancora sconosciuto e nonostante nessun risultato di rilievo, lascia una forte impressione sui barcellonesi. Dieci anni dopo Nuvolari torna da campione ai Gran Premi Penya Rhin a Montjuic tra 1933 e 1936, anno in cui firma una delle sue più belle vittorie con Alfa Romeo Scuderia Ferrari, gommata Pirelli Stella Bianca.

Proprio un pneumatico Stella Bianca originale degli anni Trenta è esposto al centro di questa sezione della mostra, a testimoniare, insieme ad alcuni materiali del nostro Archivio Storico, il legame tra Nuvolari e Pirelli: il pilota mantovano immortalato da Federico Patellani è scelto per la copertina del primo numero della rivista “Pirelli”, che gli dedica anche un articolo interno a firma di Orio Vergani. Lo stesso Vergani ne scrive un ricordo sulle pagine della rivista nel 1954, a un anno dalla scomparsa. Una bella fotografia tratta dai “Documenti per la storia delle Industrie Pirelli” ritrae molti anni prima la scuderia Ferrari ai Campionati Europei della Montagna, il 29 giugno 1930: in primo piano Luigi Arcangeli, Tazio Nuvolari ed Enzo Ferrari seduti su una Alfa Romeo P2, sempre gommata Stella Bianca.

Il binomio Alfa Romeo-Pirelli, istituito sin dalla nascita del “Quadrifoglio”, vede negli anni Trenta, grazie anche alla creazione della Scuderia Ferrari, una stagione di grandi vittorie messe a segno soprattutto da Nuvolari: dalla Mille Miglia (1930) alla Targa Florio (1930 e 1932), ai Gran Premi di Monaco, Francia, Italia (1932) e Germania (1935). Un connubio, quello con Ferrari, testimoniato anche da altre fotografie del nostro Archivio: come quella del  pranzo della Scuderia Ferrari nel 1930, la foto di gruppo insieme al ciclista Costante Girardengo, o quella in cui  Nuvolari, Ferrari e Mario Umberto Borzacchini avvicinano le loro mani in segno di fedeltà alla Scuderia Ferrari il 22 gennaio del 1933. Un “album dei ricordi” che ripercorre l’intensa storia personale e sportiva di uno dei più grandi campioni di sempre.

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Fondazione Pirelli per Archivi Aperti 2025: un laboratorio didattico di storia e creatività per raccontare la Milano del Dopoguerra

In occasione della XI edizione di Archivi Aperti, la rassegna promossa da Rete Fotografia per la valorizzazione del patrimonio fotografico, la Fondazione Pirelli organizza per il 23 ottobre 2025 un laboratorio didattico rivolto agli studenti delle scuole secondarie di II grado. Questa iniziativa aderisce alla proposta tematica dell’edizione 2025 “Fotografia resistente: il ruolo delle immagini nella narrazione storica”. Attraverso un convegno nazionale, visite guidate, incontri e laboratori per la cittadinanza e per le scuole, si esplorerà come la fotografia sia un potente strumento nel processo di costruzione, ricostruzione e sedimentazione della memoria.

Il laboratorio offre un percorso di approfondimento storico e visivo, mettendo in dialogo le fotografie d’archivio con altre fonti documentali. Gli studenti saranno guidati in un viaggio simbolico dentro una grande fabbrica del Secondo Dopoguerra, per osservare e interpretare le trasformazioni del mondo industriale: i ruoli, i volti, le dinamiche del lavoro. Allo stesso tempo, potranno “muoversi” idealmente tra le strade di una città – Milano – che in quegli anni vive profondi mutamenti, animata da una forte spinta verso la modernità e il progresso.

La Fondazione Pirelli custodisce un patrimonio fotografico che raccoglie migliaia di immagini dall’Ottocento a oggi e documenta, non solo l’evoluzione di una grande azienda, ma anche i profondi mutamenti sociali, economici e culturali dell’Italia, in particolare nel periodo cruciale dell’immediato Dopoguerra, della ricostruzione e del boom economico. Le fotografie conservate testimoniano le trasformazioni del Paese attraverso scene di vita quotidiana, luoghi di lavoro, infrastrutture in costruzione e paesaggi urbani in mutamento. Dalle fabbriche agli edifici civili, dai volti degli operai e delle operaie alle macchine in funzione, dai movimenti sulle strade con biciclette e automobili alle insegne pubblicitarie.

Partendo dalle immagini dell’archivio e ispirandosi alla sceneggiatura “Questa è la nostra città” – soggetto per un film dedicato al 75° anniversario e commissionato nel 1947 dalla Pirelli ad Alberto Moravia e Roberto Rossellini – gli studenti saranno coinvolti nell’ideazione e nella scrittura di una scena originale ambientata nella Milano del Dopoguerra. Un esercizio creativo che, intrecciando fonti visive e letterarie, darà forma a una narrazione inedita capace di raccontare, con occhi nuovi, la vita in fabbrica nel tempo della ricostruzione.

Le scuole interessate a partecipare possono scrivere a scuole@fondazionepirelli.org

In occasione della XI edizione di Archivi Aperti, la rassegna promossa da Rete Fotografia per la valorizzazione del patrimonio fotografico, la Fondazione Pirelli organizza per il 23 ottobre 2025 un laboratorio didattico rivolto agli studenti delle scuole secondarie di II grado. Questa iniziativa aderisce alla proposta tematica dell’edizione 2025 “Fotografia resistente: il ruolo delle immagini nella narrazione storica”. Attraverso un convegno nazionale, visite guidate, incontri e laboratori per la cittadinanza e per le scuole, si esplorerà come la fotografia sia un potente strumento nel processo di costruzione, ricostruzione e sedimentazione della memoria.

Il laboratorio offre un percorso di approfondimento storico e visivo, mettendo in dialogo le fotografie d’archivio con altre fonti documentali. Gli studenti saranno guidati in un viaggio simbolico dentro una grande fabbrica del Secondo Dopoguerra, per osservare e interpretare le trasformazioni del mondo industriale: i ruoli, i volti, le dinamiche del lavoro. Allo stesso tempo, potranno “muoversi” idealmente tra le strade di una città – Milano – che in quegli anni vive profondi mutamenti, animata da una forte spinta verso la modernità e il progresso.

La Fondazione Pirelli custodisce un patrimonio fotografico che raccoglie migliaia di immagini dall’Ottocento a oggi e documenta, non solo l’evoluzione di una grande azienda, ma anche i profondi mutamenti sociali, economici e culturali dell’Italia, in particolare nel periodo cruciale dell’immediato Dopoguerra, della ricostruzione e del boom economico. Le fotografie conservate testimoniano le trasformazioni del Paese attraverso scene di vita quotidiana, luoghi di lavoro, infrastrutture in costruzione e paesaggi urbani in mutamento. Dalle fabbriche agli edifici civili, dai volti degli operai e delle operaie alle macchine in funzione, dai movimenti sulle strade con biciclette e automobili alle insegne pubblicitarie.

Partendo dalle immagini dell’archivio e ispirandosi alla sceneggiatura “Questa è la nostra città” – soggetto per un film dedicato al 75° anniversario e commissionato nel 1947 dalla Pirelli ad Alberto Moravia e Roberto Rossellini – gli studenti saranno coinvolti nell’ideazione e nella scrittura di una scena originale ambientata nella Milano del Dopoguerra. Un esercizio creativo che, intrecciando fonti visive e letterarie, darà forma a una narrazione inedita capace di raccontare, con occhi nuovi, la vita in fabbrica nel tempo della ricostruzione.

Le scuole interessate a partecipare possono scrivere a scuole@fondazionepirelli.org

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Etica come elemento imprescindibile dell’economia

Un intervento del Presidente di ABI sintetizza lucidamente alcuni principi cardine da seguire

 

Etica ed economia come due parti di uno stesso ragionamento. E come elementi di cui tenere conto anche nelle imprese. Per una cultura del produrre che sia attenta, ad un tempo, sia al profitto che alla modalità con cui questo si ottiene. Su questi temi ha ragionato recentemente Antonio Patuelli, Presidente di Associazione Bancaria Italiana (ABI) in un suo intervento. “Etica ed Economia” è una lucida sintesi dei principi che dovrebbero sorreggere ogni buona impresa, così come, d’altra parte, guidare ogni attore di un sistema economico moderno.

Profitto non opposto alla morale, dunque. Patuelli spiega come “la dimensione morale dell’economia e della finanza consente di cogliere come finalità inscindibili l’efficienza economica e la promozione di sviluppo solidale e sostenibile”. Una “base” che sostiene l’economia e la finanza nell’essere “fonti di creazione di ricchezze non fini a sé stesse, ma mezzi, strumenti per l’incremento dello sviluppo, del progresso, dei più alti gradi di civilizzazione”. Non solo principi, tuttavia. Patuelli, infatti, prosegue sottolineando che “in economia e finanza tutto ciò che è moralmente corretto, è finalizzato allo sviluppo globale e solidale della persona e della società che si può realizzare solo in una economia di mercato con sensibilità sociali, dove l’iniziativa privata goda di uno spazio ampio costituzionalmente garantito, con regole di mercato libero, concorrenziale e vigilato da Autorità indipendenti”.

Poi l’impresa, l’organizzazione della produzione per eccellenza. Il Presidente di ABI riprende la “Centesimus annus” e sottolinea: “L’impresa non può essere considerata solo come una società di capitali; essa è al tempo stesso una comunità di persone”. E quindi come sia doveroso valutare il benessere “con criteri più ampi del Pil, tenendo conto anche di altri parametri quali la sicurezza, la salute, la crescita del ‘capitale umano’, la qualità della vita sociale e del lavoro”.

E accanto all’impresa, il “precetto” per eccellenza dell’oggi: la sostenibilità vista come “alternativa all’attualismo, a tutto ciò che non valuta le conseguenze prospettiche. Sostenibilità – sottolinea Patuelli – è visione lunga e alternativa alle scelte basate anche sulla sondaggistica che analizza principalmente le conseguenze dei fenomeni”. Tutto da leggere l’intervento del Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana.

Etica ed Economia

Antonio Patuelli

Associazione Bancaria Italiana – Università LINK, 24 settembre 2025

Un intervento del Presidente di ABI sintetizza lucidamente alcuni principi cardine da seguire

 

Etica ed economia come due parti di uno stesso ragionamento. E come elementi di cui tenere conto anche nelle imprese. Per una cultura del produrre che sia attenta, ad un tempo, sia al profitto che alla modalità con cui questo si ottiene. Su questi temi ha ragionato recentemente Antonio Patuelli, Presidente di Associazione Bancaria Italiana (ABI) in un suo intervento. “Etica ed Economia” è una lucida sintesi dei principi che dovrebbero sorreggere ogni buona impresa, così come, d’altra parte, guidare ogni attore di un sistema economico moderno.

Profitto non opposto alla morale, dunque. Patuelli spiega come “la dimensione morale dell’economia e della finanza consente di cogliere come finalità inscindibili l’efficienza economica e la promozione di sviluppo solidale e sostenibile”. Una “base” che sostiene l’economia e la finanza nell’essere “fonti di creazione di ricchezze non fini a sé stesse, ma mezzi, strumenti per l’incremento dello sviluppo, del progresso, dei più alti gradi di civilizzazione”. Non solo principi, tuttavia. Patuelli, infatti, prosegue sottolineando che “in economia e finanza tutto ciò che è moralmente corretto, è finalizzato allo sviluppo globale e solidale della persona e della società che si può realizzare solo in una economia di mercato con sensibilità sociali, dove l’iniziativa privata goda di uno spazio ampio costituzionalmente garantito, con regole di mercato libero, concorrenziale e vigilato da Autorità indipendenti”.

Poi l’impresa, l’organizzazione della produzione per eccellenza. Il Presidente di ABI riprende la “Centesimus annus” e sottolinea: “L’impresa non può essere considerata solo come una società di capitali; essa è al tempo stesso una comunità di persone”. E quindi come sia doveroso valutare il benessere “con criteri più ampi del Pil, tenendo conto anche di altri parametri quali la sicurezza, la salute, la crescita del ‘capitale umano’, la qualità della vita sociale e del lavoro”.

E accanto all’impresa, il “precetto” per eccellenza dell’oggi: la sostenibilità vista come “alternativa all’attualismo, a tutto ciò che non valuta le conseguenze prospettiche. Sostenibilità – sottolinea Patuelli – è visione lunga e alternativa alle scelte basate anche sulla sondaggistica che analizza principalmente le conseguenze dei fenomeni”. Tutto da leggere l’intervento del Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana.

Etica ed Economia

Antonio Patuelli

Associazione Bancaria Italiana – Università LINK, 24 settembre 2025

A scuola da Alessandro Magno

Un libro dedicato alla figura del condottiero, delinea un metodo di gestione delle organizzazioni che parte dalla storia e arriva alla modernità

 

Imparare dagli antichi per essere più moderni. L’indicazione vale, spesso, un po’ per tutto e tutti, ma anche per la gestione avveduta d’impresa. Non, si badi bene, un ritorno al passato senza attenzione, ma il recupero di esperienze e metodi che in qualche possono essere utili e attuali anche oggi. E’ quanto hanno fatto Gianfranco Di Pietro e Andrea Lipparini (filosofo il primo ed esperto di strategia d’impresa il secondo), con il loro “Il coraggio e la visione. Alessandro Magno e la leadership generativa”, libro appena pubblicato sull’esperienza, come lo stesso titolo sintetizza, di Alessandro Magno.

I due autori partono da un interrogativo. Che cosa può insegnare Alessandro Magno ai leader di oggi? L’ovvia risposta affermativa deve però essere declinata in modo attento. Da un lato, infatti, c’è l’esempio fatto di coraggio, carisma, abilità strategiche e una straordinaria capacità di spingere gli altri a compiere imprese memorabili. Dall’altro, tuttavia, c’è, ad un certo punto della vicenda, l’incrinarsi del successo, la consapevolezza delle difficoltà e la capacità di fermarsi (e tornare indietro per non perdere tutto). Il libro racconta tutto questo ed effettua una trasposizione dell’esperienza di Alessandro Magno ad oggi.

Dopo una prima parte dedicata ai tratti generali dell’essere leader (e con un esempio reale indicato nella Ferrari ai tempi di Enzo Ferrari), il libro si sposta sul racconto della vicenda di Alessandro Magno vista dal punto di vista storico che da quello gestionale. Tutto, infine, trova sintesi in un ultimo capitolo – “Leader delle nostre brame. Tracce di leadership generativa” – che in nove passi delinea la figura e il contenuto di un nuovo modo di essere leader ispirato, appunto, da quanto vissuto da Alessandro Magno.

Letto con gli occhi all’oggi, il libro di Di Pietro e di Lipparini cerca di offrire spunti pratici a chi oggi guida le organizzazioni. Cerca cioè di rispondere a domande su come si costruisce fiducia, si alimenta il consenso, si tiene accesa una visione comune nei momenti di trasformazione profonda. E evidenzia anche gli errori più comuni: la leadership che mette al centro l’eroe e non la causa collettiva, la mancanza di riconoscimento in un ideale sentito da tutti. Il vero “andare oltre”, anche per chi gestisce un’impresa, fanno capire i due autori, sta nel saper riconoscere i propri limiti non per accettarli, ma per superarli.

Il coraggio e la visione. Alessandro Magno e la leadership generativa

Gianfranco Di Pietro, Andrea Lipparini

il Mulino, 2025

Un libro dedicato alla figura del condottiero, delinea un metodo di gestione delle organizzazioni che parte dalla storia e arriva alla modernità

 

Imparare dagli antichi per essere più moderni. L’indicazione vale, spesso, un po’ per tutto e tutti, ma anche per la gestione avveduta d’impresa. Non, si badi bene, un ritorno al passato senza attenzione, ma il recupero di esperienze e metodi che in qualche possono essere utili e attuali anche oggi. E’ quanto hanno fatto Gianfranco Di Pietro e Andrea Lipparini (filosofo il primo ed esperto di strategia d’impresa il secondo), con il loro “Il coraggio e la visione. Alessandro Magno e la leadership generativa”, libro appena pubblicato sull’esperienza, come lo stesso titolo sintetizza, di Alessandro Magno.

I due autori partono da un interrogativo. Che cosa può insegnare Alessandro Magno ai leader di oggi? L’ovvia risposta affermativa deve però essere declinata in modo attento. Da un lato, infatti, c’è l’esempio fatto di coraggio, carisma, abilità strategiche e una straordinaria capacità di spingere gli altri a compiere imprese memorabili. Dall’altro, tuttavia, c’è, ad un certo punto della vicenda, l’incrinarsi del successo, la consapevolezza delle difficoltà e la capacità di fermarsi (e tornare indietro per non perdere tutto). Il libro racconta tutto questo ed effettua una trasposizione dell’esperienza di Alessandro Magno ad oggi.

Dopo una prima parte dedicata ai tratti generali dell’essere leader (e con un esempio reale indicato nella Ferrari ai tempi di Enzo Ferrari), il libro si sposta sul racconto della vicenda di Alessandro Magno vista dal punto di vista storico che da quello gestionale. Tutto, infine, trova sintesi in un ultimo capitolo – “Leader delle nostre brame. Tracce di leadership generativa” – che in nove passi delinea la figura e il contenuto di un nuovo modo di essere leader ispirato, appunto, da quanto vissuto da Alessandro Magno.

Letto con gli occhi all’oggi, il libro di Di Pietro e di Lipparini cerca di offrire spunti pratici a chi oggi guida le organizzazioni. Cerca cioè di rispondere a domande su come si costruisce fiducia, si alimenta il consenso, si tiene accesa una visione comune nei momenti di trasformazione profonda. E evidenzia anche gli errori più comuni: la leadership che mette al centro l’eroe e non la causa collettiva, la mancanza di riconoscimento in un ideale sentito da tutti. Il vero “andare oltre”, anche per chi gestisce un’impresa, fanno capire i due autori, sta nel saper riconoscere i propri limiti non per accettarli, ma per superarli.

Il coraggio e la visione. Alessandro Magno e la leadership generativa

Gianfranco Di Pietro, Andrea Lipparini

il Mulino, 2025

L’Europa ha bisogno di investire sulla sicurezza ma anche di rileggere Mann, Unamuno e Balzac

Questa Europa così fragile, schiacciata tra gli Usa di Trump che la umiliano, la Russia di Putin che la tiene sotto minaccia di guerra e la Cina di XI JinPing che la lusinga come partner commerciale ma di serie B… Questa Europa così carica di cultura e tradizioni eppur incerta e smarrita sull’attualità dei suoi valori… Questa Europa, che ha nutrito un vocabolario di parole solenni ma troppo spesso parla con la lingua di legno di una mediocre burocrazia… Come fare rivivere questa Europa che si dispera e non sa più fare sognare?

È necessario tornare alle radici. E, forti della memoria, ripensare l’attualità della nostra democrazia e progettarne un migliore, più solido futuro. Con il coraggio e l’accortezza di chi si muove e ingaggia battaglie, politiche e culturali, anche in partibus infidelium.

Avevano poco più di trent’anni, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni e poco più di quaranta Ernesto Rossi quando, nella durezza del confino su un’isola, nella stagione più buia del dominio violento del fascismo e del nazismo sull’Europa, scrissero quel “Manifesto di Ventotene” che avrebbe fatto da cardine della rinascita europea. Ed era appena finita la Seconda Guerra Mondiale, con il suo carico di orrori, quando Thomas Mann diede alle stampe “Moniti all’Europa”, un’antologia di saggi politici e civili in cui provava a ricostruire il senso di una civiltà che aveva il dovere di ispirare una nuova e migliore stagione di convivenza e democrazia.

Ecco, proprio in questo nostro tempo così incerto e drammatico, mentre camminiamo sull’orlo di un precipizio, lungo lo stretto e scivoloso crinale che separa la pace dalla guerra (ha ragione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando evoca, come pericolo da evitare, lo spettro del 1914) bisogna ritornare alle fondamenta del nostro essere “Europa nonostante tutto”, rileggere buoni libri come quel “Manifesto” e le pagine di Mann e pronunciare “parole che fanno vivere” (l’ispirazione di Paul Eluard, nel 1944; ne abbiamo parlato nel blog dell’8 settembre).

Parole come queste: “Vincerete perché avete forza bruta in abbondanza, ma non convincerete. Per convincere bisogna persuadere e per persuadere avreste bisogno di qualcosa che vi manca: ragione e diritto nella lotta”. Le aveva pronunciate Miguel de Unamuno, filosofo e scrittore, rettore dell’università di Salamanca, nel 1936, davanti a una platea ostile di falangisti, i seguaci di estrema destra del generale Francisco Franco, oramai quasi vincitore della guerra civile spagnola.

L’Europa oggi è convincente? Persuade innanzitutto i suoi cittadini sull’importanza e la necessità di difendere e rilanciare i suoi valori, di fronte alle insidie dei suoi potenti e prepotenti avversari?

La frattura dell’idea forte di “Occidente” e di “democrazia”, con il nuovo corso di governo alla Casa Bianca, incrina profondamente il senso di fiducia sulla solidità e le prospettive di un’alleanza che ha segnato, anche sulla comunanza dei valori di democrazia e libertà e sulla sintonia degli interessi, tutto il corso della storia contemporanea, dal 1945 a oggi. E i sistemi autoritari e le “democrazie illiberali” trovano facili consensi (grazie anche alle capacità di inquinamento dei social media e alla disinformazione come atto di “guerra ibrida”) in settori crescenti delle opinioni pubbliche europee, nell’illusione delle scorciatoie facili e irresponsabili. Una situazione difficile, pericolosa. “Trump divide, Putin minaccia: la doppia trappola per l’Europa”, sintetizza La Stampa (23 settembre).

La crisi ha purtroppo radici profonde. Oramai da tempo, siamo di fronte a “La democrazia stanca”, come recita il titolo di un interessante libro di Michael J. Sandel, Feltrinelli. Sandel insegna Teoria del governo ad Harvard. E sostiene che viviamo “un pericoloso momento politico” anche per gli errori fatti proprio dalle democrazie occidentali nello sposare acriticamente “una globalizzazione guidata dalla finanza” e carica di conseguenze negative per lavoratori e ceti medi e cioè per i gruppi sociali e culturali che della democrazia liberale sono assi portanti. Non tutto, però, è perduto: “Per dare nuova vita alla democrazia dobbiamo riconfigurare l’economia e dare potere ai cittadini come protagonisti di una vita pubblica condivisa”.

Una economia “giusta”, ma anche circolare, sostenibile, coesiva, capace di coniugare produttività e inclusione sociale, competitività e solidarietà (torna d’attualità la lezione di John M. Keynes e dei suoi più recenti studiosi e rielaboratori: in Italia Federico Caffè, il maestro universitario di Mario Draghi, che oggi auspica un’Europa non rinunciataria e marginale ma “protagonista” della storia). Una economia “civile”, riprendendo in mano anche le indicazioni di chi, nella stagione più fertile e lungimirante dell’Illuminismo, da Napoli (Antonio Genovesi, teorico appunto dell’economia civile) a Milano (il “buon governo” analizzato e proposto dai fratelli Verri) aveva provato a indicare originali sintesi di riforme politiche e sviluppo economico.

Ecco, l’Illuminismo: uno dei frutti migliori della grande cultura europea, una straordinaria e attualissima lezione di civiltà. Da non dimenticare. Come ammonisce il cardinale di Torino Roberto Repole: “Oggi l’Europa conosce una certa secolarizzazione spirituale, ma ha tradito anche l’Illuminismo nella sua intuizione di fondo: che la libertà comporti l’assunzione di una responsabilità etica” (La Stampa, 24 settembre). Insiste Repole: “Abbiamo dato per scontate le acquisizioni del Novecento: la pace, il welfare, la salute. Abbiamo tramandato la memoria delle guerre ma non abbiamo più sentito il bisogno di riflettere sulle radici della pace che nasceva dalla coscienza etica delle generazioni che ci hanno preceduto. Rischiamo di perdere quello che abbiamo perché non abbiamo fatto manutenzione, non abbiamo considerato che la pace e il benessere non sono definitivi. Sono un processo dinamico”.

Gli illuministi ne erano consapevoli. Il primato della ragione. E la sua possibile crisi. Cui dare risposte. Lo sapeva bene pure Leonardo Sciascia, il nostro scrittore contemporaneo più sensibile alla loro lezione, aggiornata ai tempi: “A futura memoria”, era il titolo del suo ultimo libro (Bompiani, 1989), sintesi dei doveri della letteratura come lavoro creativo e responsabilità civile. Aggiungendo, però, come monito: “Se la memoria ha un futuro”.

L’illuminismo è la cultura di ieri che si riflette sull’oggi. E oggi, guardando al futuro, cosa è necessario che dica l’Europa?

Siamo l’unico territorio, nel mondo, ancora capace di tenere insieme, in una straordinaria e originale sintesi, la democrazia liberale, l’economia di mercato e il welfare e cioè le libertà, l’innovazione economica e sociale e la solidarietà. Un complesso sistema di valori forti, una sofisticata pratica di governo e di convivenza civica tra diversità. Ed è qui che bisogna insistere, anche con riforme coraggiose, sia istituzionali (la fine dell’unanimità per le decisioni dei 27 paesi della Ue, una tendenza comunque già in corso) sia politiche: gli investimenti comuni e la spesa pubblica efficiente ed efficace sui temi della sicurezza, dello sviluppo sostenibile, della conoscenza.

Fare rapidamente e bene. E anche far sapere, rendere gli europei consapevoli delle scelte da fare (e delle conseguenze) e memori dei valori di riferimento.

Ricostruire un convincente, persuasivo racconto dei valori, della forza e della necessità dell’Europa. Come democrazia. Paradigma di sviluppo equilibrato. Destino. Persuadere, appunto, come diceva Unamuno e come i migliori politici europei (dai “padri fondatori” a Kohl, Delors e Mitterrand) hanno fatto sino a ieri. E rilanciare culture e regole, come altra strada rispetto al primato della forza che nega civiltà e relazioni ispirate allo Stato di diritto.

Come? Ecco un altro punto di riflessione sulla crisi: la lingua dell’Europa. Certo non quella burocratica, fredda, distante e complicata di verbosi trattati e astrusi regolamenti. Né quella prolissa, formale e gelida di una Costituzione Ue (approvata dal Parlamento europeo nel 2004 ma mai entrata in vigore perché non ratificata da alcuni Stati membri) che conta 448 articoli, un’enormità, anche a confronto con i 139 articoli (più 18 articoli di “disposizioni transitorie e finali”) della Costituzione italiana, i 146 della Costituzione tedesca e gli 89 (più un Preambolo) della Costituzione francese.

La lingua della letteratura e dell’arte, semmai. Come spiega Antonio Spadaro su la Repubblica (24 settembre): “L’Europa è un grande romanzo. Al di là dei trattati, che non bastano, serve viverla come una narrazione epica, seguendo Mann e Musil, Balzac e Flaubert, Cervantes e, nell’attualità, Javier Cercas” e tutti gli altri, romanzieri e poeti, filosofi e storici, che ne hanno rappresentato, nel corso del tempo, controversie e legami. Perché “raccontarla così, come un romanzo, significa anche attraversarne i conflitti e farceli vivere, non negarli. Abitare le contraddizioni, non eluderle. Ricordare le ferite, non occultarle e dunque cominciare a farle guarire. Non cancellare lo scontro, ma attraversarlo”.

L’Europa come vita e destino, consapevolezza di radici e di visione di futuro, appunto. Non come territorio cui imporre un pensiero autoritario, troppo violento e infinitamente povero, rispetto alla ricca complessità della nostra storia, che merita di avere un domani.

Una dimensione così, declinata in coraggiose scelte politiche e in fermezza nel confrontarsi con il nostro alleato necessario, gli Usa e nel fare fronte efficacemente alle pressioni di chi detesta l’Europa e la sua ricchezza, non solo economica ma soprattutto spirituale, culturale e morale, può provare a far riappassionare all’Europa non solo i suoi cittadini ma anche e soprattutto le nuove generazioni.

Un’Europa in cui avere fiducia. Rafforzando quella che comunque già c’è. Come conferma lo European Sentiment Compass del 2025, elaborato in collaborazione con lo European Council on Foreign Relations e citato da due studiosi europei, Andre Wilkens e Pawel Zerka su Il Foglio (26 settembre). Il sentimento europeo – sostiene lo studio – si è rafforzato, plasmato dalla pandemia (l’Europa ha affrontato la crisi e il dopo crisi con spirito di collaborazione per i vaccini e le risposte sanitarie e con intelligenza economica e progettuale, con i finanziamenti Next Generation Europe) e poi dalla solidarietà concreta e attiva con l’Ucraina aggredita dalla Russia. E la fiducia nella Ue è al massimo dal 2007: “In quasi tutti gli Stati membri la maggioranza dei cittadini si sente legata all’Europa, si identifica come cittadino dell’Ue ed è ottimista sul futuro dell’Unione. E sempre più persone vedono l’Europa non solo come un progetto economico ma come una comunità di sicurezza e di destino comune”.

A leggere le cronache dei media e i resoconti delle posizioni politiche diffuse, non sembra proprio così. È necessario indagare e capire meglio. Ma di sicuro, sulla costruzione o ricostruzione o rafforzamento della fiducia bisogna muoversi con decisione. La sfida è politica, soprattutto oggi sul tema della sicurezza. Ma anche e soprattutto culturale, etica, civile. E su questi terreni l’Europa ha ancora buone carte da giocare.

(Photo Getty Images)

Questa Europa così fragile, schiacciata tra gli Usa di Trump che la umiliano, la Russia di Putin che la tiene sotto minaccia di guerra e la Cina di XI JinPing che la lusinga come partner commerciale ma di serie B… Questa Europa così carica di cultura e tradizioni eppur incerta e smarrita sull’attualità dei suoi valori… Questa Europa, che ha nutrito un vocabolario di parole solenni ma troppo spesso parla con la lingua di legno di una mediocre burocrazia… Come fare rivivere questa Europa che si dispera e non sa più fare sognare?

È necessario tornare alle radici. E, forti della memoria, ripensare l’attualità della nostra democrazia e progettarne un migliore, più solido futuro. Con il coraggio e l’accortezza di chi si muove e ingaggia battaglie, politiche e culturali, anche in partibus infidelium.

Avevano poco più di trent’anni, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni e poco più di quaranta Ernesto Rossi quando, nella durezza del confino su un’isola, nella stagione più buia del dominio violento del fascismo e del nazismo sull’Europa, scrissero quel “Manifesto di Ventotene” che avrebbe fatto da cardine della rinascita europea. Ed era appena finita la Seconda Guerra Mondiale, con il suo carico di orrori, quando Thomas Mann diede alle stampe “Moniti all’Europa”, un’antologia di saggi politici e civili in cui provava a ricostruire il senso di una civiltà che aveva il dovere di ispirare una nuova e migliore stagione di convivenza e democrazia.

Ecco, proprio in questo nostro tempo così incerto e drammatico, mentre camminiamo sull’orlo di un precipizio, lungo lo stretto e scivoloso crinale che separa la pace dalla guerra (ha ragione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando evoca, come pericolo da evitare, lo spettro del 1914) bisogna ritornare alle fondamenta del nostro essere “Europa nonostante tutto”, rileggere buoni libri come quel “Manifesto” e le pagine di Mann e pronunciare “parole che fanno vivere” (l’ispirazione di Paul Eluard, nel 1944; ne abbiamo parlato nel blog dell’8 settembre).

Parole come queste: “Vincerete perché avete forza bruta in abbondanza, ma non convincerete. Per convincere bisogna persuadere e per persuadere avreste bisogno di qualcosa che vi manca: ragione e diritto nella lotta”. Le aveva pronunciate Miguel de Unamuno, filosofo e scrittore, rettore dell’università di Salamanca, nel 1936, davanti a una platea ostile di falangisti, i seguaci di estrema destra del generale Francisco Franco, oramai quasi vincitore della guerra civile spagnola.

L’Europa oggi è convincente? Persuade innanzitutto i suoi cittadini sull’importanza e la necessità di difendere e rilanciare i suoi valori, di fronte alle insidie dei suoi potenti e prepotenti avversari?

La frattura dell’idea forte di “Occidente” e di “democrazia”, con il nuovo corso di governo alla Casa Bianca, incrina profondamente il senso di fiducia sulla solidità e le prospettive di un’alleanza che ha segnato, anche sulla comunanza dei valori di democrazia e libertà e sulla sintonia degli interessi, tutto il corso della storia contemporanea, dal 1945 a oggi. E i sistemi autoritari e le “democrazie illiberali” trovano facili consensi (grazie anche alle capacità di inquinamento dei social media e alla disinformazione come atto di “guerra ibrida”) in settori crescenti delle opinioni pubbliche europee, nell’illusione delle scorciatoie facili e irresponsabili. Una situazione difficile, pericolosa. “Trump divide, Putin minaccia: la doppia trappola per l’Europa”, sintetizza La Stampa (23 settembre).

La crisi ha purtroppo radici profonde. Oramai da tempo, siamo di fronte a “La democrazia stanca”, come recita il titolo di un interessante libro di Michael J. Sandel, Feltrinelli. Sandel insegna Teoria del governo ad Harvard. E sostiene che viviamo “un pericoloso momento politico” anche per gli errori fatti proprio dalle democrazie occidentali nello sposare acriticamente “una globalizzazione guidata dalla finanza” e carica di conseguenze negative per lavoratori e ceti medi e cioè per i gruppi sociali e culturali che della democrazia liberale sono assi portanti. Non tutto, però, è perduto: “Per dare nuova vita alla democrazia dobbiamo riconfigurare l’economia e dare potere ai cittadini come protagonisti di una vita pubblica condivisa”.

Una economia “giusta”, ma anche circolare, sostenibile, coesiva, capace di coniugare produttività e inclusione sociale, competitività e solidarietà (torna d’attualità la lezione di John M. Keynes e dei suoi più recenti studiosi e rielaboratori: in Italia Federico Caffè, il maestro universitario di Mario Draghi, che oggi auspica un’Europa non rinunciataria e marginale ma “protagonista” della storia). Una economia “civile”, riprendendo in mano anche le indicazioni di chi, nella stagione più fertile e lungimirante dell’Illuminismo, da Napoli (Antonio Genovesi, teorico appunto dell’economia civile) a Milano (il “buon governo” analizzato e proposto dai fratelli Verri) aveva provato a indicare originali sintesi di riforme politiche e sviluppo economico.

Ecco, l’Illuminismo: uno dei frutti migliori della grande cultura europea, una straordinaria e attualissima lezione di civiltà. Da non dimenticare. Come ammonisce il cardinale di Torino Roberto Repole: “Oggi l’Europa conosce una certa secolarizzazione spirituale, ma ha tradito anche l’Illuminismo nella sua intuizione di fondo: che la libertà comporti l’assunzione di una responsabilità etica” (La Stampa, 24 settembre). Insiste Repole: “Abbiamo dato per scontate le acquisizioni del Novecento: la pace, il welfare, la salute. Abbiamo tramandato la memoria delle guerre ma non abbiamo più sentito il bisogno di riflettere sulle radici della pace che nasceva dalla coscienza etica delle generazioni che ci hanno preceduto. Rischiamo di perdere quello che abbiamo perché non abbiamo fatto manutenzione, non abbiamo considerato che la pace e il benessere non sono definitivi. Sono un processo dinamico”.

Gli illuministi ne erano consapevoli. Il primato della ragione. E la sua possibile crisi. Cui dare risposte. Lo sapeva bene pure Leonardo Sciascia, il nostro scrittore contemporaneo più sensibile alla loro lezione, aggiornata ai tempi: “A futura memoria”, era il titolo del suo ultimo libro (Bompiani, 1989), sintesi dei doveri della letteratura come lavoro creativo e responsabilità civile. Aggiungendo, però, come monito: “Se la memoria ha un futuro”.

L’illuminismo è la cultura di ieri che si riflette sull’oggi. E oggi, guardando al futuro, cosa è necessario che dica l’Europa?

Siamo l’unico territorio, nel mondo, ancora capace di tenere insieme, in una straordinaria e originale sintesi, la democrazia liberale, l’economia di mercato e il welfare e cioè le libertà, l’innovazione economica e sociale e la solidarietà. Un complesso sistema di valori forti, una sofisticata pratica di governo e di convivenza civica tra diversità. Ed è qui che bisogna insistere, anche con riforme coraggiose, sia istituzionali (la fine dell’unanimità per le decisioni dei 27 paesi della Ue, una tendenza comunque già in corso) sia politiche: gli investimenti comuni e la spesa pubblica efficiente ed efficace sui temi della sicurezza, dello sviluppo sostenibile, della conoscenza.

Fare rapidamente e bene. E anche far sapere, rendere gli europei consapevoli delle scelte da fare (e delle conseguenze) e memori dei valori di riferimento.

Ricostruire un convincente, persuasivo racconto dei valori, della forza e della necessità dell’Europa. Come democrazia. Paradigma di sviluppo equilibrato. Destino. Persuadere, appunto, come diceva Unamuno e come i migliori politici europei (dai “padri fondatori” a Kohl, Delors e Mitterrand) hanno fatto sino a ieri. E rilanciare culture e regole, come altra strada rispetto al primato della forza che nega civiltà e relazioni ispirate allo Stato di diritto.

Come? Ecco un altro punto di riflessione sulla crisi: la lingua dell’Europa. Certo non quella burocratica, fredda, distante e complicata di verbosi trattati e astrusi regolamenti. Né quella prolissa, formale e gelida di una Costituzione Ue (approvata dal Parlamento europeo nel 2004 ma mai entrata in vigore perché non ratificata da alcuni Stati membri) che conta 448 articoli, un’enormità, anche a confronto con i 139 articoli (più 18 articoli di “disposizioni transitorie e finali”) della Costituzione italiana, i 146 della Costituzione tedesca e gli 89 (più un Preambolo) della Costituzione francese.

La lingua della letteratura e dell’arte, semmai. Come spiega Antonio Spadaro su la Repubblica (24 settembre): “L’Europa è un grande romanzo. Al di là dei trattati, che non bastano, serve viverla come una narrazione epica, seguendo Mann e Musil, Balzac e Flaubert, Cervantes e, nell’attualità, Javier Cercas” e tutti gli altri, romanzieri e poeti, filosofi e storici, che ne hanno rappresentato, nel corso del tempo, controversie e legami. Perché “raccontarla così, come un romanzo, significa anche attraversarne i conflitti e farceli vivere, non negarli. Abitare le contraddizioni, non eluderle. Ricordare le ferite, non occultarle e dunque cominciare a farle guarire. Non cancellare lo scontro, ma attraversarlo”.

L’Europa come vita e destino, consapevolezza di radici e di visione di futuro, appunto. Non come territorio cui imporre un pensiero autoritario, troppo violento e infinitamente povero, rispetto alla ricca complessità della nostra storia, che merita di avere un domani.

Una dimensione così, declinata in coraggiose scelte politiche e in fermezza nel confrontarsi con il nostro alleato necessario, gli Usa e nel fare fronte efficacemente alle pressioni di chi detesta l’Europa e la sua ricchezza, non solo economica ma soprattutto spirituale, culturale e morale, può provare a far riappassionare all’Europa non solo i suoi cittadini ma anche e soprattutto le nuove generazioni.

Un’Europa in cui avere fiducia. Rafforzando quella che comunque già c’è. Come conferma lo European Sentiment Compass del 2025, elaborato in collaborazione con lo European Council on Foreign Relations e citato da due studiosi europei, Andre Wilkens e Pawel Zerka su Il Foglio (26 settembre). Il sentimento europeo – sostiene lo studio – si è rafforzato, plasmato dalla pandemia (l’Europa ha affrontato la crisi e il dopo crisi con spirito di collaborazione per i vaccini e le risposte sanitarie e con intelligenza economica e progettuale, con i finanziamenti Next Generation Europe) e poi dalla solidarietà concreta e attiva con l’Ucraina aggredita dalla Russia. E la fiducia nella Ue è al massimo dal 2007: “In quasi tutti gli Stati membri la maggioranza dei cittadini si sente legata all’Europa, si identifica come cittadino dell’Ue ed è ottimista sul futuro dell’Unione. E sempre più persone vedono l’Europa non solo come un progetto economico ma come una comunità di sicurezza e di destino comune”.

A leggere le cronache dei media e i resoconti delle posizioni politiche diffuse, non sembra proprio così. È necessario indagare e capire meglio. Ma di sicuro, sulla costruzione o ricostruzione o rafforzamento della fiducia bisogna muoversi con decisione. La sfida è politica, soprattutto oggi sul tema della sicurezza. Ma anche e soprattutto culturale, etica, civile. E su questi terreni l’Europa ha ancora buone carte da giocare.

(Photo Getty Images)

Pirelli e il made in Italy a Venezia: M9 – Museo del 900 ospita i grandi brand di “Identitalia”

“Identitalia – The Iconic Italian brands”, l’esposizione dedicata ai grandi marchi italiani a cura del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, approda a Venezia. È stata inaugurata il 26 settembre 2025 presso la FONDAZIONE M9 – MUSEO DEL 900 di Venezia Mestre, la riedizione della mostra allestita nel 2024 presso Palazzo Piacentini a Roma in occasione dei 140 anni dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

Pirelli è stata nuovamente chiamata a contribuire all’iniziativa con una selezione di documenti, oggetti, fotografie e materiali audiovisivi che ripercorrono passato e presente dell’impresa. Le evoluzioni del logo, dalle prime versioni di fine Ottocento all’iconica P lunga; il mondo delle corse, documentato attraverso le fotografie dei successi sportivi su due e quattro ruote, dall’avventura della Pechino-Parigi alle piste della Formula 1, passando per le fabbriche e i laboratori di Ricerca e Sviluppo. E ancora: la comunicazione visiva nelle campagne pubblicitarie, dalle visioni futuriste degli anni Trenta all’immaginario dei designer internazionali negli anni del boom, fino all’indimenticabile scatto di Annie Leibovitz, che nel 1994 immortala Carl Lewis sui tacchi a spillo, primo testimonial olimpico per il celebre claim “Power is Nothing without Control”.

In mostra ci sarà anche il Calendario Pirelli 2007 firmato dal duo olandese Inez van Lamsweerde e Vinoodh Matadin, con una modella d’eccezione in copertina: Sophia Loren, diva e divina in bianco e nero.

Consolidando il legame con il MIMIT, l’esposizione conferma il ruolo dell’azienda tra i grandi brand simbolo del Made in Italy: una “P lunga” che, partendo da Milano oltre un secolo e mezzo fa, è oggi riconosciuta in tutto il mondo.

“Identitalia – The Iconic Italian brands”, l’esposizione dedicata ai grandi marchi italiani a cura del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, approda a Venezia. È stata inaugurata il 26 settembre 2025 presso la FONDAZIONE M9 – MUSEO DEL 900 di Venezia Mestre, la riedizione della mostra allestita nel 2024 presso Palazzo Piacentini a Roma in occasione dei 140 anni dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

Pirelli è stata nuovamente chiamata a contribuire all’iniziativa con una selezione di documenti, oggetti, fotografie e materiali audiovisivi che ripercorrono passato e presente dell’impresa. Le evoluzioni del logo, dalle prime versioni di fine Ottocento all’iconica P lunga; il mondo delle corse, documentato attraverso le fotografie dei successi sportivi su due e quattro ruote, dall’avventura della Pechino-Parigi alle piste della Formula 1, passando per le fabbriche e i laboratori di Ricerca e Sviluppo. E ancora: la comunicazione visiva nelle campagne pubblicitarie, dalle visioni futuriste degli anni Trenta all’immaginario dei designer internazionali negli anni del boom, fino all’indimenticabile scatto di Annie Leibovitz, che nel 1994 immortala Carl Lewis sui tacchi a spillo, primo testimonial olimpico per il celebre claim “Power is Nothing without Control”.

In mostra ci sarà anche il Calendario Pirelli 2007 firmato dal duo olandese Inez van Lamsweerde e Vinoodh Matadin, con una modella d’eccezione in copertina: Sophia Loren, diva e divina in bianco e nero.

Consolidando il legame con il MIMIT, l’esposizione conferma il ruolo dell’azienda tra i grandi brand simbolo del Made in Italy: una “P lunga” che, partendo da Milano oltre un secolo e mezzo fa, è oggi riconosciuta in tutto il mondo.

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