Assistenza alla consultazione

Per richiedere la consultazione del materiale conservato nell'Archivio Storico e nelle Biblioteche della Fondazione Pirelli al fine di studi e ricerche e conoscere le modalità di utilizzo dei materiali per prestiti e mostre, compila il seguente modulo.
Riceverai una mail di conferma dell'avvenuta ricezione della richiesta e sarai ricontattato.

Percorsi Fondazione Pirelli Educational

Seleziona il grado di istruzione della scuola di appartenenza

Visita la Fondazione

Per informazioni sulle attività della Fondazione, visite guidate e l'accessibilità agli spazi contattare il numero 0264423971 o compilare il form qui sotto anticipando nel campo note i dettagli nella richiesta.

Governare l’informazione per essere più competitivi

Una ricerca condotta nell’ambito di Banca d’Italia approfondisce il ruolo e l’importanza della buona gestione dei dati

 

L’informazione come elemento di competitività, anzi come grande strumento per essere più efficienti sui mercati. La dottrina lo dice da tempo, la pratica lo dimostra. Leggere lo studio di Francesco Zollino (del servizio Gestione dell’informazione di Banca d’Italia) apparso nei quaderni che l’istituto dedica alle “Tematiche istituzionali” serve a comprendere meglio.

“L’efficiente governo delle informazioni nell’esperienza delle imprese italiane” si basa sull’evidenza dei dati raccolti presso un campione di grandi imprese non finanziarie italiane e in particolare, guardando gli assetti organizzativi e manageriali per l’attuazione della Data Governance (DG), mostrano numerosi tratti comuni tra settori di attività e aree geografiche.

Zollino ha riscontrato una serie di elementi che possono essere riassunti in alcuni punti cruciali. Prima di tutto la diffusa consapevolezza dell’elevato valore strategico del patrimonio informativo di fronte alle incertezze del contesto in cui l’impresa opera. Poi la necessità di realizzare ingenti investimenti in comunicazione e capillare formazione di chi in azienda lavora per contenere i costi di adattamento ai cambiamenti indotti dalla DG. E quindi il ruolo cruciale di una trasparente assegnazione di ruoli e responsabilità nelle strategie di DG. Tutto senza dimenticare il continuo mutamento del ruolo e dell’importanza della Data Governance per le imprese. Ma soprattutto, “l’inseparabilità – come spiega lo stesso Zollino – tra le opportunità di valorizzazione del patrimonio informativo, anche con il ricorso a metodi avanzati di analisi, e l’ineludibile rispetto di adeguati presidi per la sua integrità, riservatezza e sicurezza”.

La ricerca di Zollino delinea un aspetto nuovo della cultura e dell’organizzazione del produrre che non va trascurato. L’indagine va però anche oltre: i suoi risultati, infatti, servono per delineare una agenda di buone pratiche per la DG potenzialmente utile anche al di fuori del mondo imprenditoriale.

L’efficiente governo delle informazioni nell’esperienza delle imprese italiane

Francesco Zollino

Banca d’Italia, Tematiche istituzionali, gennaio 2026

Governare l’informazione per essere più competitivi
Governare l’informazione per essere più competitivi

Una ricerca condotta nell’ambito di Banca d’Italia approfondisce il ruolo e l’importanza della buona gestione dei dati

 

L’informazione come elemento di competitività, anzi come grande strumento per essere più efficienti sui mercati. La dottrina lo dice da tempo, la pratica lo dimostra. Leggere lo studio di Francesco Zollino (del servizio Gestione dell’informazione di Banca d’Italia) apparso nei quaderni che l’istituto dedica alle “Tematiche istituzionali” serve a comprendere meglio.

“L’efficiente governo delle informazioni nell’esperienza delle imprese italiane” si basa sull’evidenza dei dati raccolti presso un campione di grandi imprese non finanziarie italiane e in particolare, guardando gli assetti organizzativi e manageriali per l’attuazione della Data Governance (DG), mostrano numerosi tratti comuni tra settori di attività e aree geografiche.

Zollino ha riscontrato una serie di elementi che possono essere riassunti in alcuni punti cruciali. Prima di tutto la diffusa consapevolezza dell’elevato valore strategico del patrimonio informativo di fronte alle incertezze del contesto in cui l’impresa opera. Poi la necessità di realizzare ingenti investimenti in comunicazione e capillare formazione di chi in azienda lavora per contenere i costi di adattamento ai cambiamenti indotti dalla DG. E quindi il ruolo cruciale di una trasparente assegnazione di ruoli e responsabilità nelle strategie di DG. Tutto senza dimenticare il continuo mutamento del ruolo e dell’importanza della Data Governance per le imprese. Ma soprattutto, “l’inseparabilità – come spiega lo stesso Zollino – tra le opportunità di valorizzazione del patrimonio informativo, anche con il ricorso a metodi avanzati di analisi, e l’ineludibile rispetto di adeguati presidi per la sua integrità, riservatezza e sicurezza”.

La ricerca di Zollino delinea un aspetto nuovo della cultura e dell’organizzazione del produrre che non va trascurato. L’indagine va però anche oltre: i suoi risultati, infatti, servono per delineare una agenda di buone pratiche per la DG potenzialmente utile anche al di fuori del mondo imprenditoriale.

L’efficiente governo delle informazioni nell’esperienza delle imprese italiane

Francesco Zollino

Banca d’Italia, Tematiche istituzionali, gennaio 2026

10 anni di biblioteche Pirelli

Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. (Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”)

Sono già trascorsi dieci anni dall’apertura della biblioteca aziendale dell’Headquarters Pirelli di Milano Bicocca, inaugurata nel novembre del 2016 insieme a quella dello stabilimento di Bollate, affiancate a quella già attiva del Polo Industriale di Settimo Torinese.

La storia delle biblioteche Pirelli parte però molto tempo prima. Già alla fine dell’Ottocento, Giovanni Battista Pirelli inizia a raccogliere libri e riviste di carattere tecnico, una collezione che è cresciuta negli anni fino a confluire nella biblioteca tecnico-scientifica Pirelli – circa 16.000 volumi dedicati alla tecnologia della gomma e dei cavi – conservata presso la Fondazione Pirelli, che ospita anche la Biblioteca della Fondazione, con oltre 2.000 volumi su un’ampia gamma di tematiche quali la storia dell’azienda, la comunicazione d’impresa, l’arte, il design e lo sport. In questo contesto nascono, nel corso del Novecento, anche le biblioteche aziendali. La prima biblioteca dedicata ai dipendenti è una biblioteca circolante di 800 volumi a disposizione del personale iscritto al “Dopolavoro Aziende Pirelli”, attiva già nel 1928, alla quale segue, nel 1957, quella di viale Sarca 183, che arriva a ospitare un patrimonio di circa 11.000 volumi.

Anche oggi Pirelli continua a portare avanti questa lunga tradizione di “costruzione” di biblioteche come luoghi vivi e dinamici, veri e propri asset aziendali di welfare, confermando una costante attenzione all’arricchimento personale e professionale di chi vi lavora. Dopo dieci anni, la biblioteca Bicocca dispone oggi di un catalogo di oltre 8.500 libri, più di 700 colleghi iscritti e una movimentazione di quasi 3.000 volumi all’anno, tra prestiti e proroghe. Pirelli è, inoltre, la prima azienda ad aver avviato una collaborazione con il Comune per l’integrazione della biblioteca di Bicocca nel circuito del Sistema Bibliotecario Milanese, dando la possibilità ai propri dipendenti di attingere a un ulteriore ampio catalogo di libri, audiolibri, e-book, giornali e riviste.

Nel 2026 la Fondazione Pirelli organizzerà una serie di iniziative per celebrare questo anniversario, sia rivolte alla comunità dei dipendenti sia al pubblico esterno. Incontri con gli autori, eventi dedicati ai ragazzi, convegni istituzionali e iniziative di comunicazione digitale. Per rimanere aggiornati continuate a seguire fondazionepirelli.org e i canali social di Fondazione Pirelli.

E se volete approfondire la storia delle biblioteche Pirelli, troverete racconti e video nella sezione Le Biblioteche.

10 anni di biblioteche Pirelli
10 anni di biblioteche Pirelli

Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. (Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”)

Sono già trascorsi dieci anni dall’apertura della biblioteca aziendale dell’Headquarters Pirelli di Milano Bicocca, inaugurata nel novembre del 2016 insieme a quella dello stabilimento di Bollate, affiancate a quella già attiva del Polo Industriale di Settimo Torinese.

La storia delle biblioteche Pirelli parte però molto tempo prima. Già alla fine dell’Ottocento, Giovanni Battista Pirelli inizia a raccogliere libri e riviste di carattere tecnico, una collezione che è cresciuta negli anni fino a confluire nella biblioteca tecnico-scientifica Pirelli – circa 16.000 volumi dedicati alla tecnologia della gomma e dei cavi – conservata presso la Fondazione Pirelli, che ospita anche la Biblioteca della Fondazione, con oltre 2.000 volumi su un’ampia gamma di tematiche quali la storia dell’azienda, la comunicazione d’impresa, l’arte, il design e lo sport. In questo contesto nascono, nel corso del Novecento, anche le biblioteche aziendali. La prima biblioteca dedicata ai dipendenti è una biblioteca circolante di 800 volumi a disposizione del personale iscritto al “Dopolavoro Aziende Pirelli”, attiva già nel 1928, alla quale segue, nel 1957, quella di viale Sarca 183, che arriva a ospitare un patrimonio di circa 11.000 volumi.

Anche oggi Pirelli continua a portare avanti questa lunga tradizione di “costruzione” di biblioteche come luoghi vivi e dinamici, veri e propri asset aziendali di welfare, confermando una costante attenzione all’arricchimento personale e professionale di chi vi lavora. Dopo dieci anni, la biblioteca Bicocca dispone oggi di un catalogo di oltre 8.500 libri, più di 700 colleghi iscritti e una movimentazione di quasi 3.000 volumi all’anno, tra prestiti e proroghe. Pirelli è, inoltre, la prima azienda ad aver avviato una collaborazione con il Comune per l’integrazione della biblioteca di Bicocca nel circuito del Sistema Bibliotecario Milanese, dando la possibilità ai propri dipendenti di attingere a un ulteriore ampio catalogo di libri, audiolibri, e-book, giornali e riviste.

Nel 2026 la Fondazione Pirelli organizzerà una serie di iniziative per celebrare questo anniversario, sia rivolte alla comunità dei dipendenti sia al pubblico esterno. Incontri con gli autori, eventi dedicati ai ragazzi, convegni istituzionali e iniziative di comunicazione digitale. Per rimanere aggiornati continuate a seguire fondazionepirelli.org e i canali social di Fondazione Pirelli.

E se volete approfondire la storia delle biblioteche Pirelli, troverete racconti e video nella sezione Le Biblioteche.

“Grand Control”, la nuova serie podcast talk di Fondazione Pirelli e Chora Media

“Power is nothing without control”. Potenza e controllo: un binomio che attraversa la storia, la tecnica e la cultura d’impresa Pirelli e che oggi si propone come chiave di lettura del presente. Da questa relazione, dopo l’esperienza di Risuona, la prima serie di podcast che attraversa Milano raccontando risonanze tra passato e presente, tra lavoro e cultura d’impresa (2023), nasce Grand Control, prodotta da Chora Media e promossa da Fondazione Pirelli, da oggi disponibile con un episodio a settimana sulle principali piattaforme audio free (Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Google Podcast, YouTube Music).

Lo slogan che nel 1994 ha accompagnato una celebre campagna pubblicitaria Pirelli, con Carl Lewis – straordinario campione mondiale di velocità – ritratto da Annie Leibovitz con un paio di scarpe rosse dai tacchi a spillo, è diventato nel tempo molto più di una brillante intuizione creativa. È una riflessione sull’equilibrio, sulla consapevolezza del limite, sulla capacità di governare la forza per trasformarla in eccellenza.

Dalla pallavolo al tennis, fino al mondo delle competizioni su due e quattro ruote, “Grand Control” mostra come il controllo dei momenti decisivi sia ciò che permette agli atleti di migliorare le performance, allenarsi meglio, crescere e vincere. Ma il controllo non è solo una regola tecnica. È un valore che supera l’ambito sportivo e attraversa mondi come la televisione, lo spettacolo e la musica, diventando una chiave di lettura del presente e uno strumento per affrontare il futuro.

Nel corso di sei episodi Angelo Carotenuto, giornalista e scrittore, dialoga con Francesca Michielin, Giuseppe Lupo, Francesca Fialdini, Mario Isola, Tathiana Garbin e Andrea Zorzi, esplorando come il controllo sia un elemento essenziale in ogni ambito dello sport e, più in generale, dell’esperienza umana. Un percorso scandito da concetti chiave, tangibili e misurabili – reattività, velocità, distanza, tempo, concentrazione, potenza – in cui il controllo emerge come fattore comune.

A fare da filo conduttore, episodio dopo episodio, tornano le scarpe rosse di Carl Lewis e quello slogan Pirelli che, generazione dopo generazione, continua a parlare con sorprendente attualità del rapporto essenziale tra potenza e controllo.

“Grand Control”, la nuova serie podcast talk di Fondazione Pirelli e Chora Media
“Grand Control”, la nuova serie podcast talk di Fondazione Pirelli e Chora Media

“Power is nothing without control”. Potenza e controllo: un binomio che attraversa la storia, la tecnica e la cultura d’impresa Pirelli e che oggi si propone come chiave di lettura del presente. Da questa relazione, dopo l’esperienza di Risuona, la prima serie di podcast che attraversa Milano raccontando risonanze tra passato e presente, tra lavoro e cultura d’impresa (2023), nasce Grand Control, prodotta da Chora Media e promossa da Fondazione Pirelli, da oggi disponibile con un episodio a settimana sulle principali piattaforme audio free (Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Google Podcast, YouTube Music).

Lo slogan che nel 1994 ha accompagnato una celebre campagna pubblicitaria Pirelli, con Carl Lewis – straordinario campione mondiale di velocità – ritratto da Annie Leibovitz con un paio di scarpe rosse dai tacchi a spillo, è diventato nel tempo molto più di una brillante intuizione creativa. È una riflessione sull’equilibrio, sulla consapevolezza del limite, sulla capacità di governare la forza per trasformarla in eccellenza.

Dalla pallavolo al tennis, fino al mondo delle competizioni su due e quattro ruote, “Grand Control” mostra come il controllo dei momenti decisivi sia ciò che permette agli atleti di migliorare le performance, allenarsi meglio, crescere e vincere. Ma il controllo non è solo una regola tecnica. È un valore che supera l’ambito sportivo e attraversa mondi come la televisione, lo spettacolo e la musica, diventando una chiave di lettura del presente e uno strumento per affrontare il futuro.

Nel corso di sei episodi Angelo Carotenuto, giornalista e scrittore, dialoga con Francesca Michielin, Giuseppe Lupo, Francesca Fialdini, Mario Isola, Tathiana Garbin e Andrea Zorzi, esplorando come il controllo sia un elemento essenziale in ogni ambito dello sport e, più in generale, dell’esperienza umana. Un percorso scandito da concetti chiave, tangibili e misurabili – reattività, velocità, distanza, tempo, concentrazione, potenza – in cui il controllo emerge come fattore comune.

A fare da filo conduttore, episodio dopo episodio, tornano le scarpe rosse di Carl Lewis e quello slogan Pirelli che, generazione dopo generazione, continua a parlare con sorprendente attualità del rapporto essenziale tra potenza e controllo.

L’umanità di Industria 5.0

Pubblicato un libro a più mani che racconta lo scenario attuale tra tecnologia e necessità di porre l’uomo al centro

Non solo tecnologia. Anzi, di più: tecnologia affiancata obbligatoriamente da altri elementi innovativi complessi che vanno correttamente intesi per non rimanere sopraffatti. Condizione comune a tutti da quanto lo scenario di Industria 5.0 s’è fatto realtà basandosi su un’affermazione: superare il tecno-centrismo e porre al centro la persona, coniugando innovazione con sostenibilità, resilienza e giustizia sociale. Ma cosa significa porre l’uomo al “centro” nell’era digitale? Quale è davvero il paradigma emergente dell’Industria 5.0?
Leggere “L’Europa e le sfide dell’industria 5.0. Per governare e non subire le rivoluzioni del nostro tempo”, curato da Massimo Adinolfi, Pietro Maffettone e Massimiliano Scarpetta, può essere un buon modo per capire di più.

Il libro raccoglie una serie di contributi che offrono una lettura multidisciplinare – dalla filosofia al diritto, dall’economia alla geografia – delle implicazioni etiche, politiche e culturali della trasformazione digitale, indagando l’impatto dell’automazione sul lavoro, sulla democrazia e sui diritti. Hanno partecipato alla composizione del volume oltre ai curatori anche Paolo Benanti, Roger Abravanel, Barbara Carfagna, Sabino Cassese, Danila De Stefano, Lorenzo Mariani, Raffaele Mauro, Stefano Quintarelli, Paola Severino e Laura Sposato: ognuno ha portato la sua personale visione e interpretazione di Industria 5.0 contribuendo a costruire un’analisi multidisciplinare della stessa: quello che serve per capire meglio.

Dopo aver raccontato come è nato il progetto che ha condotto al libro, viene quindi affrontato il passaggio da Industria 4.0 a Industria 5.0e poi l’evoluzione della politica industriale che ha accompagnato questo percorso. Il libro passa quindi ad approfondire alcuni aspetti fondamentali di Industria 5.0: l’automazione e il mercato, la sua organizzazione spaziale e sociale, ma anche temi come le relazioni con il lavoro e la giustizia distributiva. Chiude il volume una serie di interviste ognuna delle quali porta una particolare visione del tema. Il testo sottolinea quindi la necessità di politiche pubbliche inclusive, capaci di governare l’innovazione senza soffocarne il potenziale, sostenendo un modello di sviluppo europeo umano-centrico. Soprattutto, il libro di Adinolfi, Maffettone e Scarpetta invita ad un dialogo informato che permetta di governare, anziché subire, le rivoluzioni del nostro tempo.

 

L’Europa e le sfide dell’industria 5.0. Per governare e non subire le rivoluzioni del nostro tempo

Massimo Adinolfi, Pietro Maffettone, Massimiliano Scarpetta

Franco Angeli, 2026

L’umanità di Industria 5.0
L’umanità di Industria 5.0

Pubblicato un libro a più mani che racconta lo scenario attuale tra tecnologia e necessità di porre l’uomo al centro

Non solo tecnologia. Anzi, di più: tecnologia affiancata obbligatoriamente da altri elementi innovativi complessi che vanno correttamente intesi per non rimanere sopraffatti. Condizione comune a tutti da quanto lo scenario di Industria 5.0 s’è fatto realtà basandosi su un’affermazione: superare il tecno-centrismo e porre al centro la persona, coniugando innovazione con sostenibilità, resilienza e giustizia sociale. Ma cosa significa porre l’uomo al “centro” nell’era digitale? Quale è davvero il paradigma emergente dell’Industria 5.0?
Leggere “L’Europa e le sfide dell’industria 5.0. Per governare e non subire le rivoluzioni del nostro tempo”, curato da Massimo Adinolfi, Pietro Maffettone e Massimiliano Scarpetta, può essere un buon modo per capire di più.

Il libro raccoglie una serie di contributi che offrono una lettura multidisciplinare – dalla filosofia al diritto, dall’economia alla geografia – delle implicazioni etiche, politiche e culturali della trasformazione digitale, indagando l’impatto dell’automazione sul lavoro, sulla democrazia e sui diritti. Hanno partecipato alla composizione del volume oltre ai curatori anche Paolo Benanti, Roger Abravanel, Barbara Carfagna, Sabino Cassese, Danila De Stefano, Lorenzo Mariani, Raffaele Mauro, Stefano Quintarelli, Paola Severino e Laura Sposato: ognuno ha portato la sua personale visione e interpretazione di Industria 5.0 contribuendo a costruire un’analisi multidisciplinare della stessa: quello che serve per capire meglio.

Dopo aver raccontato come è nato il progetto che ha condotto al libro, viene quindi affrontato il passaggio da Industria 4.0 a Industria 5.0e poi l’evoluzione della politica industriale che ha accompagnato questo percorso. Il libro passa quindi ad approfondire alcuni aspetti fondamentali di Industria 5.0: l’automazione e il mercato, la sua organizzazione spaziale e sociale, ma anche temi come le relazioni con il lavoro e la giustizia distributiva. Chiude il volume una serie di interviste ognuna delle quali porta una particolare visione del tema. Il testo sottolinea quindi la necessità di politiche pubbliche inclusive, capaci di governare l’innovazione senza soffocarne il potenziale, sostenendo un modello di sviluppo europeo umano-centrico. Soprattutto, il libro di Adinolfi, Maffettone e Scarpetta invita ad un dialogo informato che permetta di governare, anziché subire, le rivoluzioni del nostro tempo.

 

L’Europa e le sfide dell’industria 5.0. Per governare e non subire le rivoluzioni del nostro tempo

Massimo Adinolfi, Pietro Maffettone, Massimiliano Scarpetta

Franco Angeli, 2026

L’impresa a tutto tondo

Pubblicata una ricerca che ha l’obiettivo di raccontare le organizzazioni della produzione in modo più completo ed esaustivo partendo dal design

Contenuto e immagine, manifattura e intangibilità d’impresa, concretezza del fabbricare e immaginazione che si fa progetto e poi prodotto. La cultura del produrre non passa mai solo da un manufatto, ma da molto altro. Per questo comprendere relazioni e storia complessa delle imprese che insistono su un territorio è qualcosa che comporta più contributi. Come quanto portato da Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William De Denaro e Marco Scotti con “Il patrimonio intangibile d’impresa. Una mappatura design-driven” contributo di ricerca contenuto in una raccolta più ampia dedicata al “Design Plurale. Casi e modelli alternativi per l’innovazione”.

La ricerca ha l’obiettivo di dare forma ad una metodologia che possa aiutare a creare una mappa più completa degli ecosistemi imprenditoriali partendo dal caso studio del Nord-Est. Traguardo finale: individuare il corpus di conoscenze intangibili espresse dalle imprese locali nelle loro interazioni con la cultura del design, cioè, di fatto, con quegli aspetti immateriali che contribuiscono a raccontare l’impresa con strumenti diversi da quelli consueti più strettamente collegati alla produzione.

Gli studi sugli asset intangibili – spiegano gli autori – tendono spesso a concentrarsi sui valori da cui l’azienda trae un beneficio economico diretto, mentre le culture e le pratiche del design sono raramente studiate in quanto tali e nelle loro connessioni più ampie con la società e la cultura. La “mappa” che si cerca di costruire è quindi composta con più contributi che possono arrivare da diversi ambiti disciplinari: dalla teoria e storia del design agli studi territoriali, all’economia, alla semiotica, ai beni culturali.

Il risultato di questo metodo – applicato appunto al Nord-Est – è un quadro di riferimento delle imprese alternativo a quelli della contabilità e del reporting finanziario tradizionale. Qualcosa che più si avvicina a delineare l’impresa nel suo complesso, come espressione di una cultura produttiva che non è solo tecnica oppure economica, ma anche umana e sociale.

Il patrimonio intangibile d’impresa. Una mappatura design-driven

Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William De Denaro, Marco Scotti

in Design Plurale. casi e modelli alternativi per l’innovazione / Plural Design. Cases and Alternative Models for Innovation, Federico II University Press, 2025

L’impresa a tutto tondo
L’impresa a tutto tondo

Pubblicata una ricerca che ha l’obiettivo di raccontare le organizzazioni della produzione in modo più completo ed esaustivo partendo dal design

Contenuto e immagine, manifattura e intangibilità d’impresa, concretezza del fabbricare e immaginazione che si fa progetto e poi prodotto. La cultura del produrre non passa mai solo da un manufatto, ma da molto altro. Per questo comprendere relazioni e storia complessa delle imprese che insistono su un territorio è qualcosa che comporta più contributi. Come quanto portato da Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William De Denaro e Marco Scotti con “Il patrimonio intangibile d’impresa. Una mappatura design-driven” contributo di ricerca contenuto in una raccolta più ampia dedicata al “Design Plurale. Casi e modelli alternativi per l’innovazione”.

La ricerca ha l’obiettivo di dare forma ad una metodologia che possa aiutare a creare una mappa più completa degli ecosistemi imprenditoriali partendo dal caso studio del Nord-Est. Traguardo finale: individuare il corpus di conoscenze intangibili espresse dalle imprese locali nelle loro interazioni con la cultura del design, cioè, di fatto, con quegli aspetti immateriali che contribuiscono a raccontare l’impresa con strumenti diversi da quelli consueti più strettamente collegati alla produzione.

Gli studi sugli asset intangibili – spiegano gli autori – tendono spesso a concentrarsi sui valori da cui l’azienda trae un beneficio economico diretto, mentre le culture e le pratiche del design sono raramente studiate in quanto tali e nelle loro connessioni più ampie con la società e la cultura. La “mappa” che si cerca di costruire è quindi composta con più contributi che possono arrivare da diversi ambiti disciplinari: dalla teoria e storia del design agli studi territoriali, all’economia, alla semiotica, ai beni culturali.

Il risultato di questo metodo – applicato appunto al Nord-Est – è un quadro di riferimento delle imprese alternativo a quelli della contabilità e del reporting finanziario tradizionale. Qualcosa che più si avvicina a delineare l’impresa nel suo complesso, come espressione di una cultura produttiva che non è solo tecnica oppure economica, ma anche umana e sociale.

Il patrimonio intangibile d’impresa. Una mappatura design-driven

Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William De Denaro, Marco Scotti

in Design Plurale. casi e modelli alternativi per l’innovazione / Plural Design. Cases and Alternative Models for Innovation, Federico II University Press, 2025

L’Europa ha un potere da usare meglio verso Usa e Cina: la forza della libertà e della cultura umanistica e scientifica

“Di tutto restano tre cose:/ la certezza/ che stiamo sempre iniziando,/ la certezza/ che abbiamo bisogno di continuare,/ la certezza/ che saremo interrotti prima di finire./ Pertanto dobbiamo fare/ dell’interruzione,/ un nuovo cammino/ della caduta,/ un passo di danza/ della paura,/ una scala/ del sogno,/ un ponte/ del bisogno,/ un incontro”.

Diciotto versi, essenziali. Attribuiti comunemente, per errore, a Fernando Pessoa. E invece scritti da Fernando Sabino, poeta brasiliano, una vena malinconica (eccolo, forse, l’equivoco con Pessoa) e una solida reputazione nel mondo novecentesco delle lettere di Rio de Janeiro.

Sono versi utili da rileggere, in questi tempi così incerti e controversi, per non smarrirsi tra dichiarazioni prepotenti e contraddittorie, minacce arroganti, false notizie e veri e propri atti di violenza. E rivalutare invece l’importanza del lavoro intellettuale di dubbio e ricerca, del “fare della caduta, un passo di danza”, “dell’interruzione, un nuovo cammino” e soprattutto seguire l’idea che “il corso delle cose è sinuoso” (questa è di Maurice Merleau-Ponty) e che dunque la storia possa avere dei repentini cambi di indirizzo, uno scarto, una mossa del cavallo, rivelare perfino un’eterogenesi dei fini, in grado di ridare un ordine diverso e spesso migliore alle cose.

Siamo, noi europei anziani, persone cresciute secondo i valori del primato delle idee (della legge, delle regole, delle Costituzioni e della Ragione, della filosofia e della letteratura, dunque) e adesso profondamente a disagio di fronte alla prepotente affermazione del primato della forza. In tanti, convinti della bontà della democrazia, abbiamo scelto il “primato della norma impersonale e astratta” (dunque non soggetta ai capricci del Principe) teorizzata dal giurista liberale Hans Kelsen, detestato dai nazisti. E abbiamo invece rifiutato il principio che “Sovrano è chi decide in Stato di eccezione” teorizzato da Carl Schmitt, che al pensiero autoritario nazista piaceva moltissimo.

Adesso gli anni che ci restano corriamo il rischio di non viverli “con l’anima aperta, il cuore in pace… e un abbraccio con amore per quelli che ci restano da vivere”, come saggiamente si augurava e ci augurava il vecchio Pablo Neruda (da rileggere, comunque, ogni giorno, come un breviario gioioso e sapiente). Ma di subirli con l’angoscia di abitare in un mondo violento e prepotente, dominato dal bullismo macho che scrive regole e comportamenti come conviene al più forte e da tecno-feudatari sottratti a ogni controllo e incuranti delle conseguenze di algoritmi manipolatori e privi di responsabilità sulla sostenibilità della vita per milioni di persone (leggere due romanzi profetici e densi di verità come “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan, Einaudi e “Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia, Guanda, per averne un’idea).

L’Europa è dunque perduta, marginale, in declino, come si affrettano quasi quotidianamente a spiegarci i potenti di Washington e Pechino e gli azionisti delle Big Tech, americani o cinesi che siano?

Probabilmente no. A condizione che quest’Europa vilipesa e intimidita non rinunci a mettere sul tavolo del confronto, geopolitico e geoeconomico, le carte di tutti i suoi punti di forza, compresi quei valori irrisi come irrilevanti perché non accompagnati dalla forza militare e high tech (è ciò che proviamo a scrivere, testardamente, negli ultimi blog, “fare della paura una scala, del sogno un ponte”, per ripetere il falso Pessoa vero Sabino).

Azzardiamo a giocare, allora, con un mazzo di carte diverse da quelle del Risiko, illustrate da carri armati, soldati e cannoni. E proviamo a misurare la forza dell’Europa in un altro modo. Per esempio, mettendo sul tavolo la forza della nostra cultura.

Il grande dipinto di Raffaello sulla Scuola di Atene, per esempio, ospitato ai Musei Vaticani (il cartone preparatorio è alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano e merita di essere guardato attentamente): ci sono i grandi filosofi, guidati da Platone e Aristotele, ma anche i matematici e gli astronomi, gli artisti (Raffaello stesso, pensoso, in un angolo) e persino un ragazzetto, l’unico i cui capelli sono scompigliati da un vento impetuoso, probabilmente il soffio forte dell’innovazione che anima quel dipinto altrimenti così ieratico e composto.

In quella “Scuola di Atene” c’è tutta la forza dell’Europa: la conoscenza e le idee in movimento, la “cultura politecnica” dei filosofi e dei matematici (proprio quella cultura che oggi è indispensabile a progettare, dare senso, controllare e guidare l’Artificial Intelligence), la bellezza dell’arte ma anche l’equilibrio della scienza.

Eccola, la forza dell’Europa che noi abbiamo e altre parti del mondo no o almeno non nella stessa equilibrata misura: la profondità critica della conoscenza, che si traduce in operatività di scienza, ricerca, tecnologia, impresa, produttività, lavoro e convivenza civile: un prezioso capitale sociale e civile, una ricchezza molto più solida e duratura di quella della pura tecnica militare. Un capitale sociale che rigidità burocratiche e schematismi ideologici della Ue possono indebolire, ma non certo bloccare. Un capitale da saper investire, con sapienza politica e robusto orgoglio da “patriottismo dolce” europeo.

Ecco allora la libertà affermata contro ogni costrizione da Baruch Spinoza e i pensieri spirituali di Pascal e Montaigne, il testardo spirito scientifico di Galileo e Newton, l’ingegno del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci che raffigura oggetti tecnici che ancora non esistono e la misura architettonica di Leon Battista Alberti. E ancora la profonda conoscenza delle dinamiche infernali del potere e della hybris di Shakespeare (da studiare in tutte le buone scuole di management, oltre che da godere a teatro), il senso del divino di Bach, l’intelligenza critica di Voltaire e il senso filosofico ed etico di Kant. E, ancora, la sapienza economica di Antonio Genovesi e Adam Smith (senza dimenticare John M. Keynes), l’acutezza scientifica e morale di Hans Bohr e Marie Curie e la lucida capacità critica e narrativa di Alessandro Manzoni e Thomas Mann. E, guardando a tempi più vicini a noi, il senso della creazione alchemica come antidoto artistico alle violenze del mondo, storiche e attuali, di Anselm Kiefer, quel sapiente Primo Levi di “Se questo è un uomo” e quella  straordinaria Hannah Arendt che ci mette ancora in guardia contro la presunta “banalità del male” proprio quando quella orrenda e violenta “banalità” ce la ritroviamo ancora nei giorni scorsi nelle immagini dei bambini usati a Minneapolis per “stanare” i genitori forse illegalmente immigrati (ma cosa sono mai un uomo o una donna, animali da “stanare”? Per capire, leggere le cronache e l’editoriale del Quotidiano Nazionale/Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino del 28 gennaio). E così via continuando di pagina in pagina, di intellettuale in intellettuale (bella parola, “intellettuale”, come ci ha insegnato Tullio De Mauro), sino a finire di sfogliare la monumentale Enciclopedia Treccani ma anche la Britannica, con tutti i loro volumi di aggiornamento.

I nostri valori di cultura, democrazia, libertà, tolleranza, i valori dell’Occidente democratico e liberale sono gli stessi che oggi scuotono gli Usa, da Minneapolis a New York e a tante altre città americane, nel timore che vengano compromessi, limitati, aboliti.

Abbiamo la conoscenza e la “civiltà della conversazione” da cui è nato l’Illuminismo, caposaldo della civiltà contemporanea e argine anche rispetto ai nostri contemporanei eversori, la capacità del pensiero critico che, applicato alla scienza, ha segnato tutto il Novecento e l’intelligenza pragmatica di aver definito meccanismi e valori della democrazia liberale che sa far convivere libertà, intraprendenza, mercato e welfare come in nessun altro posto del mondo.

I libri valgono un esercito? Le idee battono i missili e i mitra delle milizie mercenarie o fanatiche? La sfida è aperta. Quanto meno nel medio periodo. L’Iran, proprio in queste settimane, ci offre esemplari testimonianze della forza dirompente delle idee contro le armi dei pasdaran: “Leggere Lolita a Teheran” da decenni è uno strumento potente di libertà e civiltà.

Proprio a un grande libro europeo, d’altronde, ha fatto ricorso il leader canadese, Mark Karney, per rafforzare il suo ragionamento che metteva limiti alle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia: a quel “Potere dei senza poteri” con cui Vaclav Havel contrastava l’autoritarismo comunista sovietico prima che la storia cambiasse verso e quel padre intellettuale dell’Europa libera diventasse presidente della Repubblica Ceca.

“Il potere dei senza poteri”, per prendere finalmente atto che le idee hanno un grande potere che va fatto valere, anche davanti alle armi e ai più arditi congegni high tech (che peraltro, senza idee, non funzionano). Per la cronaca, nello scontro tra Carney e Trump, nei giorni scorsi, ha avuto la meglio Carney e Trump ha, almeno momentaneamente, rinunciato a comprare o a esercitare la forza militare per prendersi la Groenlandia.

Serve, naturalmente, il realismo politico, per non ritrovarsi tra le pagine di don Miguel de Cervantes. Ma senza abdicare alla forza dei valori e dei principi, a quel “tirare a campare per non tirare le cuoia” così caro al cinismo di Giulio Andreotti (e oggi, comunque, tutt’altro che sicuramente vincente nel confronto tra i valori sostenuti da progetti, come i piani di Draghi e Letta per l’Europa, per esempio e le prepotenze sostenute da avidità privatissima di spropositate ricchezze. Tra una “deterrenza credibile” che l’Europa deve mettere in piedi, con una “industria della guerra, anche economica e forte di “leadership tecnologica” che renda la guerra non conveniente” e la minacciosità dei piani aggressivi di chi pretenda di ricondurre il mondo a due o tre imperio dominanti (i concetti sono contenuti in “Il prezzo della guerra” di Paolo Balduzzi e Andrea Bignami, Paesi Edizioni).

Alla fine di tanti e tali ragionamenti, viene naturale dare pienamente ragione a chi, come la Magnifica Rettrice dell’Università Statale di Milano, Marina Brambilla, inaugurando pochi giorni fa l’Anno Accademico, ha fatto un discorso di principio, in cui ha affermato che “la libertà accademica non è negoziabile” (Il Giorno, 20 gennaio), soprattutto in un contesto in cui “l’antiscientismo dilaga”.

Libertà accademica come “libertà di ricerca e di insegnamento, come autonomia della scienza, come stimolo alla ricerca i cui effetti positivi ricadono poi sulle imprese, sul lavoro, sulla vita civile e sulla società”. L’autonomia della ricerca scientifica, d’altronde, è uno dei valori fondanti dell’ordine liberale delle cose. Ribadirlo, in questi tempi così controversi, è assolutamente indispensabile.

Bene ha fatto, dunque, Marina Brambilla, a ricordare quanto i fondamenti della ricerca, in Italia, siano previsti e tutelati dalla Costituzione. E a chiedere, semmai, che chi governa sia più sapiente nell’orientare, verso la ricerca, risorse ben maggiori di quelle messe sino ad adesso a disposizione.

Quella “libertà accademica non negoziabile” è d’altronde, proprio oggi, quanto mai indispensabile anche perché l’Europa possa fare valere le proprie capacità attrattive nei confronti di decine di migliaia di studenti, ricercatori, professori, seriamente in difficoltà in quello che una volta era il paradiso della ricerca scientifica e cioè gli Usa, con i principali atenei messi sotto stress dal taglio massiccio dei fondi federali perché poco rispettoso delle direttive politiche della Casa Bianca (ne abbiamo parlato nel blog della settimana scorsa).

L’Europa non potrà mai, ragionevolmente, fare da alternativa globale agli Usa. Ma certo, ribadire la sua forza, la sua solidità e creatività scientifica e culturale può essere un grande obiettivo europeo, anche per rafforzare alcuni valori e alcuni interessi Ue di grande portata: l’autonomia, la sicurezza strategica ed energetica, la politica industriale, il rafforzamento di una voce autorevole al di là della potenza di Usa e Cina.

Altre buone notizie, in questo senso, vengono proprio in questi giorni delle università italiane. Come l’accordo appena firmato dal Politecnico e dall’Università Bocconi di Milano per istituire “la gigafactory delle start up” (Il Sole24Ore,  21 gennaio): gli hub delle due università Polihub e B4i vengono conferiti alla Fondazione Tef (presieduta da Ferruccio Resta), con l’obiettivo di generare un migliaio di realtà innovative all’anno. Un importante passo avanti per la ricerca, l’innovazione, le imprese più dinamiche.

L’Europa, in cerca di forza e identità, ringrazia.

(Foto Getty Images)

L’Europa ha un potere da usare meglio verso Usa e Cina: la forza della libertà e della cultura umanistica e scientifica
L’Europa ha un potere da usare meglio verso Usa e Cina: la forza della libertà e della cultura umanistica e scientifica

“Di tutto restano tre cose:/ la certezza/ che stiamo sempre iniziando,/ la certezza/ che abbiamo bisogno di continuare,/ la certezza/ che saremo interrotti prima di finire./ Pertanto dobbiamo fare/ dell’interruzione,/ un nuovo cammino/ della caduta,/ un passo di danza/ della paura,/ una scala/ del sogno,/ un ponte/ del bisogno,/ un incontro”.

Diciotto versi, essenziali. Attribuiti comunemente, per errore, a Fernando Pessoa. E invece scritti da Fernando Sabino, poeta brasiliano, una vena malinconica (eccolo, forse, l’equivoco con Pessoa) e una solida reputazione nel mondo novecentesco delle lettere di Rio de Janeiro.

Sono versi utili da rileggere, in questi tempi così incerti e controversi, per non smarrirsi tra dichiarazioni prepotenti e contraddittorie, minacce arroganti, false notizie e veri e propri atti di violenza. E rivalutare invece l’importanza del lavoro intellettuale di dubbio e ricerca, del “fare della caduta, un passo di danza”, “dell’interruzione, un nuovo cammino” e soprattutto seguire l’idea che “il corso delle cose è sinuoso” (questa è di Maurice Merleau-Ponty) e che dunque la storia possa avere dei repentini cambi di indirizzo, uno scarto, una mossa del cavallo, rivelare perfino un’eterogenesi dei fini, in grado di ridare un ordine diverso e spesso migliore alle cose.

Siamo, noi europei anziani, persone cresciute secondo i valori del primato delle idee (della legge, delle regole, delle Costituzioni e della Ragione, della filosofia e della letteratura, dunque) e adesso profondamente a disagio di fronte alla prepotente affermazione del primato della forza. In tanti, convinti della bontà della democrazia, abbiamo scelto il “primato della norma impersonale e astratta” (dunque non soggetta ai capricci del Principe) teorizzata dal giurista liberale Hans Kelsen, detestato dai nazisti. E abbiamo invece rifiutato il principio che “Sovrano è chi decide in Stato di eccezione” teorizzato da Carl Schmitt, che al pensiero autoritario nazista piaceva moltissimo.

Adesso gli anni che ci restano corriamo il rischio di non viverli “con l’anima aperta, il cuore in pace… e un abbraccio con amore per quelli che ci restano da vivere”, come saggiamente si augurava e ci augurava il vecchio Pablo Neruda (da rileggere, comunque, ogni giorno, come un breviario gioioso e sapiente). Ma di subirli con l’angoscia di abitare in un mondo violento e prepotente, dominato dal bullismo macho che scrive regole e comportamenti come conviene al più forte e da tecno-feudatari sottratti a ogni controllo e incuranti delle conseguenze di algoritmi manipolatori e privi di responsabilità sulla sostenibilità della vita per milioni di persone (leggere due romanzi profetici e densi di verità come “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan, Einaudi e “Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia, Guanda, per averne un’idea).

L’Europa è dunque perduta, marginale, in declino, come si affrettano quasi quotidianamente a spiegarci i potenti di Washington e Pechino e gli azionisti delle Big Tech, americani o cinesi che siano?

Probabilmente no. A condizione che quest’Europa vilipesa e intimidita non rinunci a mettere sul tavolo del confronto, geopolitico e geoeconomico, le carte di tutti i suoi punti di forza, compresi quei valori irrisi come irrilevanti perché non accompagnati dalla forza militare e high tech (è ciò che proviamo a scrivere, testardamente, negli ultimi blog, “fare della paura una scala, del sogno un ponte”, per ripetere il falso Pessoa vero Sabino).

Azzardiamo a giocare, allora, con un mazzo di carte diverse da quelle del Risiko, illustrate da carri armati, soldati e cannoni. E proviamo a misurare la forza dell’Europa in un altro modo. Per esempio, mettendo sul tavolo la forza della nostra cultura.

Il grande dipinto di Raffaello sulla Scuola di Atene, per esempio, ospitato ai Musei Vaticani (il cartone preparatorio è alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano e merita di essere guardato attentamente): ci sono i grandi filosofi, guidati da Platone e Aristotele, ma anche i matematici e gli astronomi, gli artisti (Raffaello stesso, pensoso, in un angolo) e persino un ragazzetto, l’unico i cui capelli sono scompigliati da un vento impetuoso, probabilmente il soffio forte dell’innovazione che anima quel dipinto altrimenti così ieratico e composto.

In quella “Scuola di Atene” c’è tutta la forza dell’Europa: la conoscenza e le idee in movimento, la “cultura politecnica” dei filosofi e dei matematici (proprio quella cultura che oggi è indispensabile a progettare, dare senso, controllare e guidare l’Artificial Intelligence), la bellezza dell’arte ma anche l’equilibrio della scienza.

Eccola, la forza dell’Europa che noi abbiamo e altre parti del mondo no o almeno non nella stessa equilibrata misura: la profondità critica della conoscenza, che si traduce in operatività di scienza, ricerca, tecnologia, impresa, produttività, lavoro e convivenza civile: un prezioso capitale sociale e civile, una ricchezza molto più solida e duratura di quella della pura tecnica militare. Un capitale sociale che rigidità burocratiche e schematismi ideologici della Ue possono indebolire, ma non certo bloccare. Un capitale da saper investire, con sapienza politica e robusto orgoglio da “patriottismo dolce” europeo.

Ecco allora la libertà affermata contro ogni costrizione da Baruch Spinoza e i pensieri spirituali di Pascal e Montaigne, il testardo spirito scientifico di Galileo e Newton, l’ingegno del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci che raffigura oggetti tecnici che ancora non esistono e la misura architettonica di Leon Battista Alberti. E ancora la profonda conoscenza delle dinamiche infernali del potere e della hybris di Shakespeare (da studiare in tutte le buone scuole di management, oltre che da godere a teatro), il senso del divino di Bach, l’intelligenza critica di Voltaire e il senso filosofico ed etico di Kant. E, ancora, la sapienza economica di Antonio Genovesi e Adam Smith (senza dimenticare John M. Keynes), l’acutezza scientifica e morale di Hans Bohr e Marie Curie e la lucida capacità critica e narrativa di Alessandro Manzoni e Thomas Mann. E, guardando a tempi più vicini a noi, il senso della creazione alchemica come antidoto artistico alle violenze del mondo, storiche e attuali, di Anselm Kiefer, quel sapiente Primo Levi di “Se questo è un uomo” e quella  straordinaria Hannah Arendt che ci mette ancora in guardia contro la presunta “banalità del male” proprio quando quella orrenda e violenta “banalità” ce la ritroviamo ancora nei giorni scorsi nelle immagini dei bambini usati a Minneapolis per “stanare” i genitori forse illegalmente immigrati (ma cosa sono mai un uomo o una donna, animali da “stanare”? Per capire, leggere le cronache e l’editoriale del Quotidiano Nazionale/Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino del 28 gennaio). E così via continuando di pagina in pagina, di intellettuale in intellettuale (bella parola, “intellettuale”, come ci ha insegnato Tullio De Mauro), sino a finire di sfogliare la monumentale Enciclopedia Treccani ma anche la Britannica, con tutti i loro volumi di aggiornamento.

I nostri valori di cultura, democrazia, libertà, tolleranza, i valori dell’Occidente democratico e liberale sono gli stessi che oggi scuotono gli Usa, da Minneapolis a New York e a tante altre città americane, nel timore che vengano compromessi, limitati, aboliti.

Abbiamo la conoscenza e la “civiltà della conversazione” da cui è nato l’Illuminismo, caposaldo della civiltà contemporanea e argine anche rispetto ai nostri contemporanei eversori, la capacità del pensiero critico che, applicato alla scienza, ha segnato tutto il Novecento e l’intelligenza pragmatica di aver definito meccanismi e valori della democrazia liberale che sa far convivere libertà, intraprendenza, mercato e welfare come in nessun altro posto del mondo.

I libri valgono un esercito? Le idee battono i missili e i mitra delle milizie mercenarie o fanatiche? La sfida è aperta. Quanto meno nel medio periodo. L’Iran, proprio in queste settimane, ci offre esemplari testimonianze della forza dirompente delle idee contro le armi dei pasdaran: “Leggere Lolita a Teheran” da decenni è uno strumento potente di libertà e civiltà.

Proprio a un grande libro europeo, d’altronde, ha fatto ricorso il leader canadese, Mark Karney, per rafforzare il suo ragionamento che metteva limiti alle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia: a quel “Potere dei senza poteri” con cui Vaclav Havel contrastava l’autoritarismo comunista sovietico prima che la storia cambiasse verso e quel padre intellettuale dell’Europa libera diventasse presidente della Repubblica Ceca.

“Il potere dei senza poteri”, per prendere finalmente atto che le idee hanno un grande potere che va fatto valere, anche davanti alle armi e ai più arditi congegni high tech (che peraltro, senza idee, non funzionano). Per la cronaca, nello scontro tra Carney e Trump, nei giorni scorsi, ha avuto la meglio Carney e Trump ha, almeno momentaneamente, rinunciato a comprare o a esercitare la forza militare per prendersi la Groenlandia.

Serve, naturalmente, il realismo politico, per non ritrovarsi tra le pagine di don Miguel de Cervantes. Ma senza abdicare alla forza dei valori e dei principi, a quel “tirare a campare per non tirare le cuoia” così caro al cinismo di Giulio Andreotti (e oggi, comunque, tutt’altro che sicuramente vincente nel confronto tra i valori sostenuti da progetti, come i piani di Draghi e Letta per l’Europa, per esempio e le prepotenze sostenute da avidità privatissima di spropositate ricchezze. Tra una “deterrenza credibile” che l’Europa deve mettere in piedi, con una “industria della guerra, anche economica e forte di “leadership tecnologica” che renda la guerra non conveniente” e la minacciosità dei piani aggressivi di chi pretenda di ricondurre il mondo a due o tre imperio dominanti (i concetti sono contenuti in “Il prezzo della guerra” di Paolo Balduzzi e Andrea Bignami, Paesi Edizioni).

Alla fine di tanti e tali ragionamenti, viene naturale dare pienamente ragione a chi, come la Magnifica Rettrice dell’Università Statale di Milano, Marina Brambilla, inaugurando pochi giorni fa l’Anno Accademico, ha fatto un discorso di principio, in cui ha affermato che “la libertà accademica non è negoziabile” (Il Giorno, 20 gennaio), soprattutto in un contesto in cui “l’antiscientismo dilaga”.

Libertà accademica come “libertà di ricerca e di insegnamento, come autonomia della scienza, come stimolo alla ricerca i cui effetti positivi ricadono poi sulle imprese, sul lavoro, sulla vita civile e sulla società”. L’autonomia della ricerca scientifica, d’altronde, è uno dei valori fondanti dell’ordine liberale delle cose. Ribadirlo, in questi tempi così controversi, è assolutamente indispensabile.

Bene ha fatto, dunque, Marina Brambilla, a ricordare quanto i fondamenti della ricerca, in Italia, siano previsti e tutelati dalla Costituzione. E a chiedere, semmai, che chi governa sia più sapiente nell’orientare, verso la ricerca, risorse ben maggiori di quelle messe sino ad adesso a disposizione.

Quella “libertà accademica non negoziabile” è d’altronde, proprio oggi, quanto mai indispensabile anche perché l’Europa possa fare valere le proprie capacità attrattive nei confronti di decine di migliaia di studenti, ricercatori, professori, seriamente in difficoltà in quello che una volta era il paradiso della ricerca scientifica e cioè gli Usa, con i principali atenei messi sotto stress dal taglio massiccio dei fondi federali perché poco rispettoso delle direttive politiche della Casa Bianca (ne abbiamo parlato nel blog della settimana scorsa).

L’Europa non potrà mai, ragionevolmente, fare da alternativa globale agli Usa. Ma certo, ribadire la sua forza, la sua solidità e creatività scientifica e culturale può essere un grande obiettivo europeo, anche per rafforzare alcuni valori e alcuni interessi Ue di grande portata: l’autonomia, la sicurezza strategica ed energetica, la politica industriale, il rafforzamento di una voce autorevole al di là della potenza di Usa e Cina.

Altre buone notizie, in questo senso, vengono proprio in questi giorni delle università italiane. Come l’accordo appena firmato dal Politecnico e dall’Università Bocconi di Milano per istituire “la gigafactory delle start up” (Il Sole24Ore,  21 gennaio): gli hub delle due università Polihub e B4i vengono conferiti alla Fondazione Tef (presieduta da Ferruccio Resta), con l’obiettivo di generare un migliaio di realtà innovative all’anno. Un importante passo avanti per la ricerca, l’innovazione, le imprese più dinamiche.

L’Europa, in cerca di forza e identità, ringrazia.

(Foto Getty Images)

MuseoCity 2026
“Storie d’inverno. Le imprese Pirelli che hanno lasciato il segno”

Fondazione Pirelli, in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, partecipa alla nuova edizione di MuseoCity dal tema Le imprese della Cultura con percorsi guidati che hanno come protagonisti l’inverno, gli sport su neve e ghiaccio e le “imprese” che hanno lasciato un segno nella storia, nei prodotti e nella comunicazione di Pirelli.

Attori e attrici accompagneranno il pubblico con brevi performance e daranno voce a documenti d’archivio, testimonianze e immagini: dalle campagne pubblicitarie che hanno trasformato il freddo in linguaggio visivo alle collaborazioni sportive che hanno reso l’inverno protagonista nel campo dell’innovazione.

Si intrecciano così diversi racconti di prodotti e di scoperte: dalle prime suole in gomma del 1890, pensate per proteggere dalla neve e dalla pioggia, fino alla rivoluzionaria suola alpina Vibram degli anni Trenta consacrata dalla spedizione italiana sul K2 nel 1954.

E ancora l’invenzione dei primi pneumatici invernali, come Artiglio e Nuovo Inverno, e la nascita del celebre BS3, protagonista di imprese sportive sulle strade ghiacciate e nei rally.

Non mancano le storie di innovazione e design: dalle collaborazioni con artisti come Riccardo Manzi, Alessandro Mendini, Ilio Negri e Bob Noorda, che hanno saputo trasformare il battistrada in simbolo grafico, alle campagne pubblicitarie che hanno reso la gomma Pirelli sinonimo di sicurezza, stile e modernità in pista e sulle strade innevate.

Dove:
Headquarters Pirelli, ingresso da via Bicocca degli Arcimboldi 3

Come partecipare:
Attività gratuita su prenotazione tramite link

Partenza tour ore: 14.30, 16, 17.30

MuseoCity 2026 <br>“Storie d’inverno. Le imprese Pirelli che hanno lasciato il segno”
MuseoCity 2026 <br>“Storie d’inverno. Le imprese Pirelli che hanno lasciato il segno”

Fondazione Pirelli, in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, partecipa alla nuova edizione di MuseoCity dal tema Le imprese della Cultura con percorsi guidati che hanno come protagonisti l’inverno, gli sport su neve e ghiaccio e le “imprese” che hanno lasciato un segno nella storia, nei prodotti e nella comunicazione di Pirelli.

Attori e attrici accompagneranno il pubblico con brevi performance e daranno voce a documenti d’archivio, testimonianze e immagini: dalle campagne pubblicitarie che hanno trasformato il freddo in linguaggio visivo alle collaborazioni sportive che hanno reso l’inverno protagonista nel campo dell’innovazione.

Si intrecciano così diversi racconti di prodotti e di scoperte: dalle prime suole in gomma del 1890, pensate per proteggere dalla neve e dalla pioggia, fino alla rivoluzionaria suola alpina Vibram degli anni Trenta consacrata dalla spedizione italiana sul K2 nel 1954.

E ancora l’invenzione dei primi pneumatici invernali, come Artiglio e Nuovo Inverno, e la nascita del celebre BS3, protagonista di imprese sportive sulle strade ghiacciate e nei rally.

Non mancano le storie di innovazione e design: dalle collaborazioni con artisti come Riccardo Manzi, Alessandro Mendini, Ilio Negri e Bob Noorda, che hanno saputo trasformare il battistrada in simbolo grafico, alle campagne pubblicitarie che hanno reso la gomma Pirelli sinonimo di sicurezza, stile e modernità in pista e sulle strade innevate.

Dove:
Headquarters Pirelli, ingresso da via Bicocca degli Arcimboldi 3

Come partecipare:
Attività gratuita su prenotazione tramite link

Partenza tour ore: 14.30, 16, 17.30

La voce delle donne nella storia d’Italia per Cinema & Storia 2026

Anche nel 2026 Fondazione ISEC e Fondazione Pirelli promuovono il corso di formazione e aggiornamento per i docenti delle scuole secondarie Cinema & Storia, giunto alla XIV edizione e realizzato in collaborazione con la Cineteca di Bologna. Se la cittadinanza è il fitto intreccio di diritti e doveri che lega ciascuno/a alla propria comunità, “Cittadine!” non affronterà solo alcuni temi di storia delle donne, ma racconterà, a partire da specifici angoli visuali, la storia di tutto il popolo italiano.

In occasione dell’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente, data nella quale tutte le italiane per la prima volta hanno potuto esercitare i diritti elettorali, il corso di quest’anno intende riflettere su temi che continuano ad avere caratteri di grande attualità. Con quale peso e con quale riconoscimento le donne hanno contribuito alla ri/definizione delle istituzioni del Paese? Con quale ruolo e visibilità hanno condotto attività nel mondo imprenditoriale? Con quali linguaggi e quali accenti hanno fatto risuonare la loro voce nello sviluppo dell’editoria italiana? E ancora, dialogheremo su come la trasformazione del lavoro domestico abbia aperto spazi di rielaborazione dell’identità femminile e su come anche la guerra, pur con il suo immenso portato di dolore, abbia rappresentato un’occasione di presa di coscienza e protagonismo.

Il corso si articolerà in sei appuntamenti online e una visita in presenza presso la Fondazione Pirelli. Alle cinque lezioni storiche si affiancherà un incontro tenuto dalla Cineteca di Bologna e una selezione di film da loro curata.
Le lezioni si terranno dalle ore 16 alle ore 18, nelle seguenti date:

Lunedì 23 febbraio – 1° lezione online
Lunedì 2 marzo – 2° lezione online
Giovedì 12 marzo – 3° lezione online
Lunedì 16 marzo – 4° lezione online
Lunedì 23 marzo – 5° lezione online
Giovedì 26 marzo – Visita presso la Fondazione Pirelli
Lunedì 30 marzo – 6° lezione online

Clicca qui scopri il programma.
L’iscrizione al corso è gratuita ma obbligatoria, scrivendo a didattica2@fondazioneisec.it entro lunedì 16 febbraio 2026. Il corso è a numero chiuso e le iscrizioni saranno accettate in ordine di arrivo.
Gli incontri si terranno in diretta sulla piattaforma Microsoft Teams.

Appuntamento al 23 febbraio ore 16!

La voce delle donne nella storia d’Italia per Cinema & Storia 2026
La voce delle donne nella storia d’Italia per Cinema & Storia 2026

Anche nel 2026 Fondazione ISEC e Fondazione Pirelli promuovono il corso di formazione e aggiornamento per i docenti delle scuole secondarie Cinema & Storia, giunto alla XIV edizione e realizzato in collaborazione con la Cineteca di Bologna. Se la cittadinanza è il fitto intreccio di diritti e doveri che lega ciascuno/a alla propria comunità, “Cittadine!” non affronterà solo alcuni temi di storia delle donne, ma racconterà, a partire da specifici angoli visuali, la storia di tutto il popolo italiano.

In occasione dell’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente, data nella quale tutte le italiane per la prima volta hanno potuto esercitare i diritti elettorali, il corso di quest’anno intende riflettere su temi che continuano ad avere caratteri di grande attualità. Con quale peso e con quale riconoscimento le donne hanno contribuito alla ri/definizione delle istituzioni del Paese? Con quale ruolo e visibilità hanno condotto attività nel mondo imprenditoriale? Con quali linguaggi e quali accenti hanno fatto risuonare la loro voce nello sviluppo dell’editoria italiana? E ancora, dialogheremo su come la trasformazione del lavoro domestico abbia aperto spazi di rielaborazione dell’identità femminile e su come anche la guerra, pur con il suo immenso portato di dolore, abbia rappresentato un’occasione di presa di coscienza e protagonismo.

Il corso si articolerà in sei appuntamenti online e una visita in presenza presso la Fondazione Pirelli. Alle cinque lezioni storiche si affiancherà un incontro tenuto dalla Cineteca di Bologna e una selezione di film da loro curata.
Le lezioni si terranno dalle ore 16 alle ore 18, nelle seguenti date:

Lunedì 23 febbraio – 1° lezione online
Lunedì 2 marzo – 2° lezione online
Giovedì 12 marzo – 3° lezione online
Lunedì 16 marzo – 4° lezione online
Lunedì 23 marzo – 5° lezione online
Giovedì 26 marzo – Visita presso la Fondazione Pirelli
Lunedì 30 marzo – 6° lezione online

Clicca qui scopri il programma.
L’iscrizione al corso è gratuita ma obbligatoria, scrivendo a didattica2@fondazioneisec.it entro lunedì 16 febbraio 2026. Il corso è a numero chiuso e le iscrizioni saranno accettate in ordine di arrivo.
Gli incontri si terranno in diretta sulla piattaforma Microsoft Teams.

Appuntamento al 23 febbraio ore 16!

Il ruolo dell’Europa: attrarre talenti da tutto il mondo per ricerca, innovazione, tecnologie e formazione

Andare alla ricerca del senso e del ruolo dell’Europa, nella stagione della sua radicale, drammatica crisi, quando persino i suoi ex tradizionali amici si impegnano, con sarcasmo e talvolta con disprezzo, a ribadirne l’irrilevanza. E non rassegnarsi alla previsione pessimista del “Financial Times” che la vede ridotta a un Grand Hotel, per vacanze lussuose dei nuovi ricchi e potenti del mondo.

Mario Draghi, commentando il Premio Carlo Magno, appena ricevuto per il suo impegno per l’unità europea, è costretto a commentare: “L’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente, politicamente”. Una nuova scossa, perché l’Europa si rimetta orgogliosamente ed efficacemente in piedi, come l’attore politico che ancora non è ma che è indispensabile diventi rapidamente.

Dunque, innanzitutto, serve individuare, pur nella crisi, i punti di forza, resistenza e ripresa e cioè “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, seguendo la lezione di Italo Calvino ne “Le città invisibili”.

Cosa non è inferno? Leggere la storia dal punto di vista delle “madri dell’Europa”, per esempio, valorizzando il soft power femminile, quella cultura delle relazioni e del governo della complessità tutta all’opposto dell’esibizione della potenza e prepotenza “maschile” oggi tanto di moda (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana). Un radicale cambio di cultura politica, un “nuovo senso del dovere” e del futuro da perseguire.

Oppure seguire “il filo infinito” – un filo culturale e spirituale, un percorso di idee e valori – che porta Paolo Rumiz, nel viaggio tra le abbazie benedettine (proprio quelle in cui, seguendo la regola di San Benedetto dell’ora et labora, sono nate le radici dell’Europa) a cercare di capire come muoversi nel tempo del “disfacimento” e dell’attacco “all’Europa dei diritti”, verificando pure come costruire “un argine alla sua dissoluzione”, una ragione spirituale, culturale, civile e dunque anche politica. E trovandone un’ipotesi: “Nel mio vagabondare ho scoperto di pensare cristiano, ma cristiano in quanto greco, appartenente alla civiltà della parola libera, dell’ascolto paziente, della perpetua ricerca del vero e della supremazia del dia logos sulle tentazioni veterotestamentarie della spada e della vendetta”, “il cristianesimo sinodale e democratico delle origini” (de “Il filo infinito” è appena uscita una nuova edizione Feltrinelli, da leggere con appassionata attenzione). Una radicale rilettura di metodi e culture dello stare insieme, una “spiritualità” cui informare scelte e relazioni, una dimensione di valori civili (la polis, la civitas…) che non potranno non ispirare una nuova buona politica e una religiosità dialogante, i cui valori non siano ispirati al Gott mit uns dei nuovi e vecchi oltranzisti della fede e tengano invece conto della lezione ancora viva di Papa Francesco sul bisogno di costruire ponti e non muri.

C’è anche una terza direzione verso cui muoversi, ben sapendo che le strade dense di ipotesi di buon futuro finiscono per convergere (anche questa è una lezione benedettina, sul dove fare sorgere le abbazie): quella del maggiore e migliore coinvolgimento delle nuove generazioni.

La sfida per l’Europa è chiara: investire massicciamente per diventare un polo attrattivo non solo per i suoi giovani, che sono cresciuti come “generazione Erasmus” e dunque abituati a muoversi per lavorare nei vari paesi europei considerati come un “unico mercato” (un obiettivo che sta da tempo nelle indicazioni del Rapporto curato da Enrico Letta per la Commissione Ue, accanto agli altri “mercati unici” di beni, capitali e servizi) ma anche per le ragazze e i ragazzi che guardano all’Europa, alla vastità e varietà della sua cultura, alle sue libertà e alle tante opportunità, partendo dal grande bacino del Mediterraneo, dai paesi del Golfo Arabo, dall’Africa ma adesso anche dagli stessi Usa, man mano che le scelte politiche della Casa Bianca limitano le libertà di ricerca, di sperimentazione e di studio in quelli che sono sempre stati i principali attrattori universitari e scientifici internazionali (da Harvard alla Columbia, da Stanford a Berkeley).

Servono scelte politiche Ue, per andare in questa direzione. Contro i protezionismi. E sulla ricerca scientifica e sulla formazione, innanzitutto. Investire risorse consistenti sui laboratori e le imprese high tech. E favorire le riforme sulla mobilità del mercato del lavoro. Ma anche fare crescere i salari, in Italia in particolare troppo bassi rispetto al resto dell’Europa (un laureato tedesco guadagna l’80% in più di un laureato italiano a parità di livelli formativi e professionali).

Eccola, la sfida: un grande piano Ue, analogo al Next Generation Eu, per fare dell’Europa una straordinaria piattaforma economica, scientifica e tecnologica in cui convivono, in modo originale, manifattura d’avanguardia, sofisticati processi di conoscenza e strumenti dell’Artificial Intelligence ben diversi da quelli dominanti finora negli Usa (un grande mercato con poche regole e grandi capitali) e in Cina (un dirigismo statuale e politico con massicci supporti pubblici). L’Europa, insomma, ha a disposizione uno straordinario capitale sociale e culturale. Deve saperne fare rapidamente un elemento di forza economica e politica nel confronto sia con i grandi Stati che con la stesse Big Tech.

“Tra i colossi di Cina e Usa la via italiana all’intelligenza artificiale”, ha documentato, con una lunga inchiesta, Stefano Cingolani su “Il Foglio” (17 gennaio), scrivendo su “come umanizzare l’algoritmo” e notando che “il modello europeo si fa strada e l’Italia ha un posto tutto suo. Tra università, laboratori e imprese c’è un brulicare di nuove idee e menti brillanti” e facendo esempi concreti di aziende, anche piccole ma molto innovative, in cui i nuovi prodotti di una sofisticata robotica si legano a un uso accorto dell’AI nel processare dati e costruire algoritmi utilissimi per la ricerca, il controllo dei processi produttivi, la manutenzione predittiva, la sicurezza (anche rispetto al cybercrime), la logistica, etc.

Analogo il racconto che fa La Stampa nella lunga inchiesta a puntate su “Il bosco del futuro”. Una testimonianza tra tante, è quella di Andrea Bellini, professore al Max Plank Institute di Berlino: “Lavoriamo per creare le cellule del futuro. Artificiali ma intelligenti” (18 gennaio).

L’Europa, da questo punto di vista, è in movimento, tra scienza, tecnologia e impresa. Frenata da una tendenza regolatrice burocratica e inefficiente (come molti processi del mondo Ue). Ma anche forte di una straordinaria diversità di culture, da una forza manifatturiera ancora rilevante e dalla consapevolezza della necessità di costruire rapidamente un suo ruolo autonomo, nel contesto dell’alleanza privilegiata con gli Usa, ma pure con altre dinamiche aree del mondo (l’accordo con il Mercosur, appena firmato, ne è conferma: abbattere barriere commerciali, costruire ponti per scambi migliori).

Se questo è il contesto, l’Italia ha molto da fare per stare al passo con il resto della Ue. E deve sapere ascoltatore con grande attenzione le indicazioni che pochi giorni fa proprio il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha dato con grande chiarezza nel discorso di inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università di Messina (con un omaggio a un insegnante d’eccezione di quell’Ateneo, Gaetano Salvemini): spendere di più in istruzione e fare crescere la produttività delle nostre imprese e soprattutto del Sistema Italia nel suo complesso, a cominciare dalla Pubblica amministrazione e dai servizi pubblici, in modo da poter fare crescere anche salari e stipendi, attualmente tra i peggiori d’Europa (d’altronde in Italia la produttività è ferma da un quarto di secolo).

Eccola, allora la strada dell’Europa e quella dell’Italia nel contesto europeo: investire sulla conoscenza. E di questo fare leva per l’attrattività dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze (fermare la “fuga dei cervelli e favorirne il ritorno) ma anche per arruolare nuovi talenti internazionali e allargare e stimolare il mercato del lavoro, l’innovazione, la crescita economica.

Sfida difficile, naturalmente. Ma tutt’altro che persa. C’è bisogno, semmai, di chiarezza e lungimiranza politica: meno soldi per pensioni e sussidi di favore a categorie elettoralmente rilevanti, maggiori risorse su istruzione, formazione, innovazione.

“Adesso che abbiamo i conti pubblici a posto, dobbiamo investire sui giovani”, sostiene Elsa Fornero, economista, ex ministro del Lavoro nel governo Monti (La Stampa, 17 gennaio). Ha proprio ragione.

(foto Getty Images)

Il ruolo dell’Europa: attrarre talenti da tutto il mondo per ricerca, innovazione, tecnologie e formazione
Il ruolo dell’Europa: attrarre talenti da tutto il mondo per ricerca, innovazione, tecnologie e formazione

Andare alla ricerca del senso e del ruolo dell’Europa, nella stagione della sua radicale, drammatica crisi, quando persino i suoi ex tradizionali amici si impegnano, con sarcasmo e talvolta con disprezzo, a ribadirne l’irrilevanza. E non rassegnarsi alla previsione pessimista del “Financial Times” che la vede ridotta a un Grand Hotel, per vacanze lussuose dei nuovi ricchi e potenti del mondo.

Mario Draghi, commentando il Premio Carlo Magno, appena ricevuto per il suo impegno per l’unità europea, è costretto a commentare: “L’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente, politicamente”. Una nuova scossa, perché l’Europa si rimetta orgogliosamente ed efficacemente in piedi, come l’attore politico che ancora non è ma che è indispensabile diventi rapidamente.

Dunque, innanzitutto, serve individuare, pur nella crisi, i punti di forza, resistenza e ripresa e cioè “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, seguendo la lezione di Italo Calvino ne “Le città invisibili”.

Cosa non è inferno? Leggere la storia dal punto di vista delle “madri dell’Europa”, per esempio, valorizzando il soft power femminile, quella cultura delle relazioni e del governo della complessità tutta all’opposto dell’esibizione della potenza e prepotenza “maschile” oggi tanto di moda (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana). Un radicale cambio di cultura politica, un “nuovo senso del dovere” e del futuro da perseguire.

Oppure seguire “il filo infinito” – un filo culturale e spirituale, un percorso di idee e valori – che porta Paolo Rumiz, nel viaggio tra le abbazie benedettine (proprio quelle in cui, seguendo la regola di San Benedetto dell’ora et labora, sono nate le radici dell’Europa) a cercare di capire come muoversi nel tempo del “disfacimento” e dell’attacco “all’Europa dei diritti”, verificando pure come costruire “un argine alla sua dissoluzione”, una ragione spirituale, culturale, civile e dunque anche politica. E trovandone un’ipotesi: “Nel mio vagabondare ho scoperto di pensare cristiano, ma cristiano in quanto greco, appartenente alla civiltà della parola libera, dell’ascolto paziente, della perpetua ricerca del vero e della supremazia del dia logos sulle tentazioni veterotestamentarie della spada e della vendetta”, “il cristianesimo sinodale e democratico delle origini” (de “Il filo infinito” è appena uscita una nuova edizione Feltrinelli, da leggere con appassionata attenzione). Una radicale rilettura di metodi e culture dello stare insieme, una “spiritualità” cui informare scelte e relazioni, una dimensione di valori civili (la polis, la civitas…) che non potranno non ispirare una nuova buona politica e una religiosità dialogante, i cui valori non siano ispirati al Gott mit uns dei nuovi e vecchi oltranzisti della fede e tengano invece conto della lezione ancora viva di Papa Francesco sul bisogno di costruire ponti e non muri.

C’è anche una terza direzione verso cui muoversi, ben sapendo che le strade dense di ipotesi di buon futuro finiscono per convergere (anche questa è una lezione benedettina, sul dove fare sorgere le abbazie): quella del maggiore e migliore coinvolgimento delle nuove generazioni.

La sfida per l’Europa è chiara: investire massicciamente per diventare un polo attrattivo non solo per i suoi giovani, che sono cresciuti come “generazione Erasmus” e dunque abituati a muoversi per lavorare nei vari paesi europei considerati come un “unico mercato” (un obiettivo che sta da tempo nelle indicazioni del Rapporto curato da Enrico Letta per la Commissione Ue, accanto agli altri “mercati unici” di beni, capitali e servizi) ma anche per le ragazze e i ragazzi che guardano all’Europa, alla vastità e varietà della sua cultura, alle sue libertà e alle tante opportunità, partendo dal grande bacino del Mediterraneo, dai paesi del Golfo Arabo, dall’Africa ma adesso anche dagli stessi Usa, man mano che le scelte politiche della Casa Bianca limitano le libertà di ricerca, di sperimentazione e di studio in quelli che sono sempre stati i principali attrattori universitari e scientifici internazionali (da Harvard alla Columbia, da Stanford a Berkeley).

Servono scelte politiche Ue, per andare in questa direzione. Contro i protezionismi. E sulla ricerca scientifica e sulla formazione, innanzitutto. Investire risorse consistenti sui laboratori e le imprese high tech. E favorire le riforme sulla mobilità del mercato del lavoro. Ma anche fare crescere i salari, in Italia in particolare troppo bassi rispetto al resto dell’Europa (un laureato tedesco guadagna l’80% in più di un laureato italiano a parità di livelli formativi e professionali).

Eccola, la sfida: un grande piano Ue, analogo al Next Generation Eu, per fare dell’Europa una straordinaria piattaforma economica, scientifica e tecnologica in cui convivono, in modo originale, manifattura d’avanguardia, sofisticati processi di conoscenza e strumenti dell’Artificial Intelligence ben diversi da quelli dominanti finora negli Usa (un grande mercato con poche regole e grandi capitali) e in Cina (un dirigismo statuale e politico con massicci supporti pubblici). L’Europa, insomma, ha a disposizione uno straordinario capitale sociale e culturale. Deve saperne fare rapidamente un elemento di forza economica e politica nel confronto sia con i grandi Stati che con la stesse Big Tech.

“Tra i colossi di Cina e Usa la via italiana all’intelligenza artificiale”, ha documentato, con una lunga inchiesta, Stefano Cingolani su “Il Foglio” (17 gennaio), scrivendo su “come umanizzare l’algoritmo” e notando che “il modello europeo si fa strada e l’Italia ha un posto tutto suo. Tra università, laboratori e imprese c’è un brulicare di nuove idee e menti brillanti” e facendo esempi concreti di aziende, anche piccole ma molto innovative, in cui i nuovi prodotti di una sofisticata robotica si legano a un uso accorto dell’AI nel processare dati e costruire algoritmi utilissimi per la ricerca, il controllo dei processi produttivi, la manutenzione predittiva, la sicurezza (anche rispetto al cybercrime), la logistica, etc.

Analogo il racconto che fa La Stampa nella lunga inchiesta a puntate su “Il bosco del futuro”. Una testimonianza tra tante, è quella di Andrea Bellini, professore al Max Plank Institute di Berlino: “Lavoriamo per creare le cellule del futuro. Artificiali ma intelligenti” (18 gennaio).

L’Europa, da questo punto di vista, è in movimento, tra scienza, tecnologia e impresa. Frenata da una tendenza regolatrice burocratica e inefficiente (come molti processi del mondo Ue). Ma anche forte di una straordinaria diversità di culture, da una forza manifatturiera ancora rilevante e dalla consapevolezza della necessità di costruire rapidamente un suo ruolo autonomo, nel contesto dell’alleanza privilegiata con gli Usa, ma pure con altre dinamiche aree del mondo (l’accordo con il Mercosur, appena firmato, ne è conferma: abbattere barriere commerciali, costruire ponti per scambi migliori).

Se questo è il contesto, l’Italia ha molto da fare per stare al passo con il resto della Ue. E deve sapere ascoltatore con grande attenzione le indicazioni che pochi giorni fa proprio il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha dato con grande chiarezza nel discorso di inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università di Messina (con un omaggio a un insegnante d’eccezione di quell’Ateneo, Gaetano Salvemini): spendere di più in istruzione e fare crescere la produttività delle nostre imprese e soprattutto del Sistema Italia nel suo complesso, a cominciare dalla Pubblica amministrazione e dai servizi pubblici, in modo da poter fare crescere anche salari e stipendi, attualmente tra i peggiori d’Europa (d’altronde in Italia la produttività è ferma da un quarto di secolo).

Eccola, allora la strada dell’Europa e quella dell’Italia nel contesto europeo: investire sulla conoscenza. E di questo fare leva per l’attrattività dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze (fermare la “fuga dei cervelli e favorirne il ritorno) ma anche per arruolare nuovi talenti internazionali e allargare e stimolare il mercato del lavoro, l’innovazione, la crescita economica.

Sfida difficile, naturalmente. Ma tutt’altro che persa. C’è bisogno, semmai, di chiarezza e lungimiranza politica: meno soldi per pensioni e sussidi di favore a categorie elettoralmente rilevanti, maggiori risorse su istruzione, formazione, innovazione.

“Adesso che abbiamo i conti pubblici a posto, dobbiamo investire sui giovani”, sostiene Elsa Fornero, economista, ex ministro del Lavoro nel governo Monti (La Stampa, 17 gennaio). Ha proprio ragione.

(foto Getty Images)

Com’è cambiato il mondo dal 1945 ad oggi?

Pubblicata una buona guida per comprendere meglio il presente anche attraverso il racconto del passato

Avere buone guide per percorrere più agevolmente il presente. Anche rifacendosi al passato. Letture importanti, da fare. E aggiornare. Per questo vale la fatica leggere “Storia internazionale. Dal 1919 a oggi” di Antonio Varsori da poco pubblicato.

Il libro ha un’origine duplice: da un lato essere “manuale” per apprendere la storia del Novecento, dall’altro, essere “una riflessione intorno” alla materia. Libro di apprendimento, dunque, ma anche di analisi. Ma accessibile pure a chi – cittadino come imprenditore oppure impegnato nel governo della cosa pubblica – deve avere informazione corretta di quanto accaduto per comprendere meglio l’attualità.

Il libro di Varsori racconta delle vicende internazionali dalla ridefinizione degli assetti europei e internazionali tentata a Versailles al termine della Prima Guerra Mondiale fino al “nuovo disordine internazionale” scaturito dalla fine del bipolarismo della Guerra Fredda. Il racconto quindi si dipana dal 1919 all’epoca del fallimento dell’ordine internazionale presago di un nuovo conflitto mondiale, viene quindi affrontata la Seconda Guerra Mondiale e quindi la Guerra Fredda e la nascita di due sistemi contrapposti. Il testo, quindi, prosegue a raccontare la creazione di un nuovo ordine mondiale tra il 1945 e il 1960 per continuare con le vicende degli anni Sessanta a Settanta e arrivare a quella che viene indicata come “nuova guerra fredda” e all’illusione di un nuovo ordine internazionale e quindi all’apparire sulla scena di un “disordine internazionale” quale quello che si sta vivendo adesso con gli sviluppi recenti nel sistema internazionale, tra cui la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, le elezioni americane e l’impatto che la rivincita di Trump ha avuto sul panorama globale.

Varsori offre una visione innovativa della storia delle relazioni internazionali contemporanee: non più in una prospettiva esclusivamente diplomatica, ma un approccio più inclusivo che integra gli aspetti economici, sociali e culturali, i processi transnazionali e i forti legami tra politica interna e politica estera. Libro da leggere, quello di Antonio Varsori, e da tenere davvero come guida di percorso.

Storia internazionale. Dal 1919 a oggi

Antonio Varsori

Mulino, 2026

Com’è cambiato il mondo dal 1945 ad oggi?
Com’è cambiato il mondo dal 1945 ad oggi?

Pubblicata una buona guida per comprendere meglio il presente anche attraverso il racconto del passato

Avere buone guide per percorrere più agevolmente il presente. Anche rifacendosi al passato. Letture importanti, da fare. E aggiornare. Per questo vale la fatica leggere “Storia internazionale. Dal 1919 a oggi” di Antonio Varsori da poco pubblicato.

Il libro ha un’origine duplice: da un lato essere “manuale” per apprendere la storia del Novecento, dall’altro, essere “una riflessione intorno” alla materia. Libro di apprendimento, dunque, ma anche di analisi. Ma accessibile pure a chi – cittadino come imprenditore oppure impegnato nel governo della cosa pubblica – deve avere informazione corretta di quanto accaduto per comprendere meglio l’attualità.

Il libro di Varsori racconta delle vicende internazionali dalla ridefinizione degli assetti europei e internazionali tentata a Versailles al termine della Prima Guerra Mondiale fino al “nuovo disordine internazionale” scaturito dalla fine del bipolarismo della Guerra Fredda. Il racconto quindi si dipana dal 1919 all’epoca del fallimento dell’ordine internazionale presago di un nuovo conflitto mondiale, viene quindi affrontata la Seconda Guerra Mondiale e quindi la Guerra Fredda e la nascita di due sistemi contrapposti. Il testo, quindi, prosegue a raccontare la creazione di un nuovo ordine mondiale tra il 1945 e il 1960 per continuare con le vicende degli anni Sessanta a Settanta e arrivare a quella che viene indicata come “nuova guerra fredda” e all’illusione di un nuovo ordine internazionale e quindi all’apparire sulla scena di un “disordine internazionale” quale quello che si sta vivendo adesso con gli sviluppi recenti nel sistema internazionale, tra cui la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, le elezioni americane e l’impatto che la rivincita di Trump ha avuto sul panorama globale.

Varsori offre una visione innovativa della storia delle relazioni internazionali contemporanee: non più in una prospettiva esclusivamente diplomatica, ma un approccio più inclusivo che integra gli aspetti economici, sociali e culturali, i processi transnazionali e i forti legami tra politica interna e politica estera. Libro da leggere, quello di Antonio Varsori, e da tenere davvero come guida di percorso.

Storia internazionale. Dal 1919 a oggi

Antonio Varsori

Mulino, 2026

Iscriviti alla newsletter