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L’esperienza come via per valorizzare l’impresa

Lo strumento del “marketing esperienziale” analizzato partendo da un caso concreto

Promuovere e valorizzare l’azienda attraverso “l’esperienza” che questa può offrire a chi vi si approccia. Strategia commerciale e cultura del produrre che si uniscono, per dare vita ad una modalità di sviluppo dell’impresa diversa dal passato. Il tema del cosiddetto “marketing esperienziale” è tra i più recenti e viene studiato da Omar Cavallo con il suo lavoro di ricerca che ha preso forma in “Eventi ed emozioni: come il marketing esperienziale rende memorabile un brand”, una tesi discussa presso l’Università di Padova Dipartimento di Scienze economiche ed aziendali “M. Fanno”.

Per affrontare il tema del “marketing esperienziale”, Cavallo parte non dalla teoria ma dallo studio del caso pratico di ItalyPost che, come lui stesso spiega, è una “organizzazione editoriale e culturale che ha saputo evolversi, nell’arco di oltre vent’anni, da progetto territoriale a gruppo di rilevanza nazionale, attivo nell’editoria, nella formazione e soprattutto nell’organizzazione di eventi legati alla cultura d’impresa”. Fondata sulla propria esperienza di stage presso ItalyPost, la ricerca approfondisce quindi la storia dell’azienda, la struttura organizzativa e il suo posizionamento competitivo.

Cavallo spiega come il passo successivo sia stato l’approfondimento del “marketing esperienziale” messo in pratica da ItalyPost “con particolare attenzione al potere degli eventi come strumenti di comunicazione e di branding”. Attraverso il confronto con i principali contributi teorici e con l’analisi del comportamento del consumatore, viene così mostrato come questo tipo di esperienze rappresentino oggi un punto “cruciale per la costruzione della relazione tra brand e pubblico”.

Il caso di ItalyPost raccontato da Omar Cavallo è certamente da circostanziare e non può costituire il paradigma per ogni esperienza di “marketing esperienziale”, ma costituisce un buon esempio di come teoria e pratica di gestione di una singola impresa possano essere studiate riuscendo comunque ad essere esempi interessanti.

Eventi ed emozioni: come il marketing esperienziale rende memorabile un brand

Omar Cavallo

Tesi, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Scienze economiche ed aziendali “M. Fanno”, Corso di laurea in economia, 2025

Lo strumento del “marketing esperienziale” analizzato partendo da un caso concreto

Promuovere e valorizzare l’azienda attraverso “l’esperienza” che questa può offrire a chi vi si approccia. Strategia commerciale e cultura del produrre che si uniscono, per dare vita ad una modalità di sviluppo dell’impresa diversa dal passato. Il tema del cosiddetto “marketing esperienziale” è tra i più recenti e viene studiato da Omar Cavallo con il suo lavoro di ricerca che ha preso forma in “Eventi ed emozioni: come il marketing esperienziale rende memorabile un brand”, una tesi discussa presso l’Università di Padova Dipartimento di Scienze economiche ed aziendali “M. Fanno”.

Per affrontare il tema del “marketing esperienziale”, Cavallo parte non dalla teoria ma dallo studio del caso pratico di ItalyPost che, come lui stesso spiega, è una “organizzazione editoriale e culturale che ha saputo evolversi, nell’arco di oltre vent’anni, da progetto territoriale a gruppo di rilevanza nazionale, attivo nell’editoria, nella formazione e soprattutto nell’organizzazione di eventi legati alla cultura d’impresa”. Fondata sulla propria esperienza di stage presso ItalyPost, la ricerca approfondisce quindi la storia dell’azienda, la struttura organizzativa e il suo posizionamento competitivo.

Cavallo spiega come il passo successivo sia stato l’approfondimento del “marketing esperienziale” messo in pratica da ItalyPost “con particolare attenzione al potere degli eventi come strumenti di comunicazione e di branding”. Attraverso il confronto con i principali contributi teorici e con l’analisi del comportamento del consumatore, viene così mostrato come questo tipo di esperienze rappresentino oggi un punto “cruciale per la costruzione della relazione tra brand e pubblico”.

Il caso di ItalyPost raccontato da Omar Cavallo è certamente da circostanziare e non può costituire il paradigma per ogni esperienza di “marketing esperienziale”, ma costituisce un buon esempio di come teoria e pratica di gestione di una singola impresa possano essere studiate riuscendo comunque ad essere esempi interessanti.

Eventi ed emozioni: come il marketing esperienziale rende memorabile un brand

Omar Cavallo

Tesi, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Scienze economiche ed aziendali “M. Fanno”, Corso di laurea in economia, 2025

Strade diverse per la sostenibilità d’impresa

Il caso delle aziende mantovane raccontato per mezzo di un’indagine sul campo

Interpretare la sostenibilità declinandola azienda per azienda, sulla base delle caratteristiche organizzative e dalle particolari culture del produrre. Comprendere le evoluzioni di ogni singolo caso, è cosa da affiancare alla teoria. Ed è quanto fanno Alessandro Lai, Riccardo Stacchezzini, Francesca Rossignoli e Mariella Colantoni in “Percorsi di sostenibilità”, un libro scritto a più mani che ragiona sulla base dei risultati di uno studio realizzato nel mantovano da un gruppo di ricerca del Dipartimento di Management dell’Università di Verona, nell’ambito del progetto “Mantova Sostiene il Futuro” sostenuto da una rete di studi professionali.
Attraverso oltre cento interviste, la ricerca indaga su come le imprese mantovane interpretino e attuino la sostenibilità nelle sue tre dimensioni – ambientale, sociale e di governance –, mettendo in luce sfide, progressi, perplessità e ritardi. Il libro si articola quindi in tre passaggi: il disegno della ricerca, l’approfondimento delle diverse dimensioni della sostenibilità che emergono dall’indagine, l’analisi delle imprese sulla base dei risultati e di una loro classificazione in tre gruppi: gli “apprendisti”, gli “emergenti” e i “pionieri”.

Il disegno che emerge dall’indagine è articolato: se quasi tutte le imprese attribuiscono rilievo ai temi ambientali, i profili sociali e di governance sono spesso percepiti come “già soddisfatti” o marginali. Alcune realtà hanno intrapreso percorsi strutturati e integrati, mentre altre dichiarano intenzioni ancora prive di concreta attuazione. L’analisi per gruppi rafforza questa percezione. Il libro, dopo aver scattato la fotografia lo stato dell’arte, offre però anche chiavi di lettura utili per comprendere come le imprese si stiano preparando alla rendicontazione di sostenibilità, un passaggio ormai pressoché obbligato dall’avanzare della regolamentazione e dalla necessità di legittimarsi agli occhi degli stakeholder.

Il lavoro di Lai, Stacchezzini, Rossignoli e Colantoni rappresenta una buona lettura per chi voglia conoscere la realtà dei territori d’impresa alle prese con le trasformazioni del contesto sociale ed economico.

Percorsi di sostenibilità. L’esperienza delle imprese mantovane

Alessandro Lai, Riccardo Stacchezzini, Francesca Rossignoli, Mariella Colantoni (a cura di)

Franco Angeli, 2025

Il caso delle aziende mantovane raccontato per mezzo di un’indagine sul campo

Interpretare la sostenibilità declinandola azienda per azienda, sulla base delle caratteristiche organizzative e dalle particolari culture del produrre. Comprendere le evoluzioni di ogni singolo caso, è cosa da affiancare alla teoria. Ed è quanto fanno Alessandro Lai, Riccardo Stacchezzini, Francesca Rossignoli e Mariella Colantoni in “Percorsi di sostenibilità”, un libro scritto a più mani che ragiona sulla base dei risultati di uno studio realizzato nel mantovano da un gruppo di ricerca del Dipartimento di Management dell’Università di Verona, nell’ambito del progetto “Mantova Sostiene il Futuro” sostenuto da una rete di studi professionali.
Attraverso oltre cento interviste, la ricerca indaga su come le imprese mantovane interpretino e attuino la sostenibilità nelle sue tre dimensioni – ambientale, sociale e di governance –, mettendo in luce sfide, progressi, perplessità e ritardi. Il libro si articola quindi in tre passaggi: il disegno della ricerca, l’approfondimento delle diverse dimensioni della sostenibilità che emergono dall’indagine, l’analisi delle imprese sulla base dei risultati e di una loro classificazione in tre gruppi: gli “apprendisti”, gli “emergenti” e i “pionieri”.

Il disegno che emerge dall’indagine è articolato: se quasi tutte le imprese attribuiscono rilievo ai temi ambientali, i profili sociali e di governance sono spesso percepiti come “già soddisfatti” o marginali. Alcune realtà hanno intrapreso percorsi strutturati e integrati, mentre altre dichiarano intenzioni ancora prive di concreta attuazione. L’analisi per gruppi rafforza questa percezione. Il libro, dopo aver scattato la fotografia lo stato dell’arte, offre però anche chiavi di lettura utili per comprendere come le imprese si stiano preparando alla rendicontazione di sostenibilità, un passaggio ormai pressoché obbligato dall’avanzare della regolamentazione e dalla necessità di legittimarsi agli occhi degli stakeholder.

Il lavoro di Lai, Stacchezzini, Rossignoli e Colantoni rappresenta una buona lettura per chi voglia conoscere la realtà dei territori d’impresa alle prese con le trasformazioni del contesto sociale ed economico.

Percorsi di sostenibilità. L’esperienza delle imprese mantovane

Alessandro Lai, Riccardo Stacchezzini, Francesca Rossignoli, Mariella Colantoni (a cura di)

Franco Angeli, 2025

Nell’Italia che invecchia la sfida politica è investire sul futuro e il lavoro dei giovani

L’Italia è un paese che invecchia: 48,7 anni è l’età media, di anno in anno in crescita e comunque già adesso la più alta tra i paesi della Ue (dati Eurostat). Ed è, contemporaneamente, il paese che fa meno figli, con un tasso di fertilità dell’1,18%: nel ‘24, documenta l’Istat, sono nati appena 370mila bambini, il 2,6% in meno rispetto all’anno precedente e nei primi sei mesi del ‘25 le nascite sono state 13mila in meno dello stesso periodo del ‘24.

La crisi non finisce qui: i giovani preferiscono andare a cercare altrove migliori condizioni di lavoro e di vita (“Negli ultimi dieci anni oltre 337mila giovani italiani, di cui 120mila laureati, hanno lasciato il paese”, calcola Riccardo Di Stefano, vicepresidente di Confindustria per Education e Open Innovation). E, quelli che restano, non sono affatto valorizzati né viene dato loro un orizzonte di fiducia: i cosiddetti Neet (le iniziali di Not in Education, Employment or Training) e cioè i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano sono 1,3 milioni, il 15,2% nella loro fascia d’età.

Siamo, insomma, in una condizione di allarmante “inverno demografico”, tra vecchiaia che avanza (l’aspettativa di vita è salita alla media di 83,4 anni) e nascite che crollano. E, a peggiorare le cose, teniamo fuori dal lavoro e dall’ “economia della conoscenza” una parte troppo ampia delle nuove generazioni.

Il tema, trascurato per anni, è finalmente arrivato alla ribalta del discorso pubblico. Aumenta l’attenzione per gli studi demografici e le inchieste giornalistiche. Ma, conoscenza dei dati a parte, non si vedono ancora, a livello politico, scelte conseguenti per cominciare ad affrontare le relative  questioni economiche, sociali e culturali.

Secondo l’Istat, nel 2050 i bambini saranno solo l’11,2% della popolazione. Avremo scuole vuote e professori disoccupati. E nell’arco dei prossimi anni mancheranno lavoratori e imprenditori (a meno di non costruire solide politiche per l’immigrazione). E diminuiranno le risorse per pagare il welfare, a cominciare dalle pensioni, per i tanti anziani.

La demografia è fenomeno di lunghe derive: anche se magicamente il fenomeno della bassa natalità venisse improvvisamente bloccato e cambiato di segno, ci vorrebbero almeno vent’anni prima che i neonati di oggi incidessero sul mercato del lavoro. E dunque, per affrontarne gli aspetti, sono necessarie scelte tempestive, ma anche intelligenti misure politiche per affrontare le situazioni intermedie.

Quali? La tendenza alla bassa natalità ha radici psicologiche, economiche e culturali: la crisi della famiglia tradizionale, la modifica della scala dei valori (la prevalenza dell’ “io” e dunque delle aspettative individuali, contrapposte alle responsabilità genitoriali e al “noi” della famiglia e della comunità), ma anche le strutture e le tendenze del mercato del lavoro che rendono ancora marginale la condizione di tante, troppe donne e le gravi carenze dell’offerta di abitazioni nei grandi centri urbani e dei servizi (a cominciare dagli asili nido e dalle scuole a tempo pieno). E, soprattutto, la caduta di fiducia nel futuro.

Ecco il punto: la crisi di fiducia. Il “patto generazionale” (i miei figli potranno vivere una condizione migliore della nostra, dunque vale la pena investire sulla loro formazione e la costruzione delle loro opportunità) s’è bloccato in Italia all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, con l’esplosione del debito pubblico (in sintesi, il costo del benessere dei contemporanei è stato scaricato sulle nuove generazioni) e anche in tutti gli altri paesi occidentali il mantenimento del welfare, a cominciare dalle pensioni, è stato pagato con l’indebitamento messo in conto a figli e nipoti).

Le tensioni geopolitiche internazionali, i guasti ambientali, le guerre commerciali, i disagi sociali crescenti e le difficoltà a reggere le stesse condizioni di qualità della vita dei genitori hanno aggravato tensioni e divari generazionali. Fare figli non è più una priorità.

Modificare questo ciclo è quanto mai difficile. Eppure, qualcosa di urgente e lungimirante bisogna fare, senza rassegnarsi al destino di declino e degrado, di caduta della spinta all’innovazione non solo economica ma anche sociale e culturale e dunque di crisi radicale di quanto di positivo proprio l’Europa e più in generale l’Occidente hanno costruito nel corso del Novecento, soprattutto nella seconda metà del secolo: la sintesi originale e positiva tra democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cioè tra libertà, intraprendenza, valori del cambiamento e solidarietà, tra progresso e coesione sociale.

Ripensare dunque la politica. Il lavoro. La partecipazione. E imparare finalmente a legare lo sguardo lungo dell’ambizione alle trasformazioni con il riformismo pragmatico del buon governo.

Una conciliazione difficile. Ma possibile, se si dà ascolto a uno dei migliori intellettuali del Novecento, Ernst Cassirer: “La grande missione dell’utopia è di dare adito al possibile, in opposizione alla passiva acquiescenza all’attuale stato di cose. È il pensiero simbolico che trionfa della naturale inerzia dell’uomo e lo dota di una nuova facoltà, la facoltà di riformare continuamente il suo universo”.

Tenere il pensiero di Cassirer sullo sfondo, dunque, accanto a quello di Lewis Mumford, con la distinzione (i lettori di questo blog l’hanno già sentita ripetere) tra “utopia della fuga” e cioè la velleità di costruire castelli in aria e “utopia della ricostruzione” e cioè impegno a immaginare e costruire un pur ambizioso cambiamento. Ma anche, qui e adesso, pensare concretamente alla buona politica.

Come? Ricostruire fiducia, come obiettivo generale (ne abbiamo parlato nei blog del 6 maggio e del 7 ottobre). Dare un orizzonte di senso e di cambiamento alle nuove generazioni. Ma intanto fare scelte concrete. Utilizzare meglio le risorse che abbiamo e cioè le donne e i giovani, garantendo loro un migliore accesso al mercato del lavoro, con politiche di carriera e redditi adeguati alla loro formazione e alle loro capacità di trasformare le ambizioni in intraprendenza e operosità. Modificare il ciclo dell’abbandono dell’Italia da parte delle persone più intraprendenti e attive delle nuove generazioni, offrendo opportunità di crescita e, contemporaneamente, attirando risorse umane nuove dall’estero, soprattutto dai paesi del bacino del Mediterraneo. Insistere sulla formazione, superando il gap di conoscenza e comprensione (un terzo degli italiani è “analfabeta funzionale” e cioè non capisce un testo scritto di media complessità e non sa fare un calcolo poco più che elementare). E impegnare risorse adeguate, finanziarie e intellettuali, per recuperare alla convivenza civile e dunque alla partecipazione responsabile gran parte di quei Neet di cui abbiamo parlato.

Non è un catalogo delle buone intenzioni. Ma l’indicazione di parti convergenti di un unico disegno, lo sviluppo equilibrato dell’Italia europea. Un elenco di punti da tradurre in scelte di governo, in investimenti (usando bene i fondi della Ue), in impegni che coinvolgono le responsabilità non solo dei decisori politici ma anche degli attori economici e culturali.

Una sfida difficile, naturalmente. Ma essenziale. Per la crescita economica. Ma soprattutto per gli equilibri sociali.

Una “collaborazione di cittadinanza”, sostiene Confindustria, al termine di un convegno a Ortigia sull’Open Innovation e la formazione, appunto, per “fare risaltare talento,  conoscenza, tecnologia e produttività” (Il Sole24Ore, 24 e 25 ottobre). E sono i Giovani Imprenditori di Confindustria, presieduti da Maria Anghileri, a insistere nei loro convegni sulla necessità di aprire l’impresa alle nuove generazioni, come spazio in cui realizzare progetti, idee, ambizioni, sogni. “L’impresa che cresce”, indicano come obiettivo. Impresa attore economico. E lievito sociale.

Da questo punto di vista, la scelta politica è chiara: la strategia che serve, anche dal punto di vista della politica industriale, è una politica della conoscenza, dell’innovazione e dunque della formazione.

Se abbiamo risorse scarse, i nostri giovani, è indispensabile qualificarle. Metterle in condizione di esprimere il meglio. E intanto lavorare per invertire il ciclo della chiusura impaurita nei microcosmi sociali e della caduta di natalità. Investire sulla ricostruzione di fiducia appunto. Su una buona idea di futuro.

(foto Getty Images)

L’Italia è un paese che invecchia: 48,7 anni è l’età media, di anno in anno in crescita e comunque già adesso la più alta tra i paesi della Ue (dati Eurostat). Ed è, contemporaneamente, il paese che fa meno figli, con un tasso di fertilità dell’1,18%: nel ‘24, documenta l’Istat, sono nati appena 370mila bambini, il 2,6% in meno rispetto all’anno precedente e nei primi sei mesi del ‘25 le nascite sono state 13mila in meno dello stesso periodo del ‘24.

La crisi non finisce qui: i giovani preferiscono andare a cercare altrove migliori condizioni di lavoro e di vita (“Negli ultimi dieci anni oltre 337mila giovani italiani, di cui 120mila laureati, hanno lasciato il paese”, calcola Riccardo Di Stefano, vicepresidente di Confindustria per Education e Open Innovation). E, quelli che restano, non sono affatto valorizzati né viene dato loro un orizzonte di fiducia: i cosiddetti Neet (le iniziali di Not in Education, Employment or Training) e cioè i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano sono 1,3 milioni, il 15,2% nella loro fascia d’età.

Siamo, insomma, in una condizione di allarmante “inverno demografico”, tra vecchiaia che avanza (l’aspettativa di vita è salita alla media di 83,4 anni) e nascite che crollano. E, a peggiorare le cose, teniamo fuori dal lavoro e dall’ “economia della conoscenza” una parte troppo ampia delle nuove generazioni.

Il tema, trascurato per anni, è finalmente arrivato alla ribalta del discorso pubblico. Aumenta l’attenzione per gli studi demografici e le inchieste giornalistiche. Ma, conoscenza dei dati a parte, non si vedono ancora, a livello politico, scelte conseguenti per cominciare ad affrontare le relative  questioni economiche, sociali e culturali.

Secondo l’Istat, nel 2050 i bambini saranno solo l’11,2% della popolazione. Avremo scuole vuote e professori disoccupati. E nell’arco dei prossimi anni mancheranno lavoratori e imprenditori (a meno di non costruire solide politiche per l’immigrazione). E diminuiranno le risorse per pagare il welfare, a cominciare dalle pensioni, per i tanti anziani.

La demografia è fenomeno di lunghe derive: anche se magicamente il fenomeno della bassa natalità venisse improvvisamente bloccato e cambiato di segno, ci vorrebbero almeno vent’anni prima che i neonati di oggi incidessero sul mercato del lavoro. E dunque, per affrontarne gli aspetti, sono necessarie scelte tempestive, ma anche intelligenti misure politiche per affrontare le situazioni intermedie.

Quali? La tendenza alla bassa natalità ha radici psicologiche, economiche e culturali: la crisi della famiglia tradizionale, la modifica della scala dei valori (la prevalenza dell’ “io” e dunque delle aspettative individuali, contrapposte alle responsabilità genitoriali e al “noi” della famiglia e della comunità), ma anche le strutture e le tendenze del mercato del lavoro che rendono ancora marginale la condizione di tante, troppe donne e le gravi carenze dell’offerta di abitazioni nei grandi centri urbani e dei servizi (a cominciare dagli asili nido e dalle scuole a tempo pieno). E, soprattutto, la caduta di fiducia nel futuro.

Ecco il punto: la crisi di fiducia. Il “patto generazionale” (i miei figli potranno vivere una condizione migliore della nostra, dunque vale la pena investire sulla loro formazione e la costruzione delle loro opportunità) s’è bloccato in Italia all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, con l’esplosione del debito pubblico (in sintesi, il costo del benessere dei contemporanei è stato scaricato sulle nuove generazioni) e anche in tutti gli altri paesi occidentali il mantenimento del welfare, a cominciare dalle pensioni, è stato pagato con l’indebitamento messo in conto a figli e nipoti).

Le tensioni geopolitiche internazionali, i guasti ambientali, le guerre commerciali, i disagi sociali crescenti e le difficoltà a reggere le stesse condizioni di qualità della vita dei genitori hanno aggravato tensioni e divari generazionali. Fare figli non è più una priorità.

Modificare questo ciclo è quanto mai difficile. Eppure, qualcosa di urgente e lungimirante bisogna fare, senza rassegnarsi al destino di declino e degrado, di caduta della spinta all’innovazione non solo economica ma anche sociale e culturale e dunque di crisi radicale di quanto di positivo proprio l’Europa e più in generale l’Occidente hanno costruito nel corso del Novecento, soprattutto nella seconda metà del secolo: la sintesi originale e positiva tra democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cioè tra libertà, intraprendenza, valori del cambiamento e solidarietà, tra progresso e coesione sociale.

Ripensare dunque la politica. Il lavoro. La partecipazione. E imparare finalmente a legare lo sguardo lungo dell’ambizione alle trasformazioni con il riformismo pragmatico del buon governo.

Una conciliazione difficile. Ma possibile, se si dà ascolto a uno dei migliori intellettuali del Novecento, Ernst Cassirer: “La grande missione dell’utopia è di dare adito al possibile, in opposizione alla passiva acquiescenza all’attuale stato di cose. È il pensiero simbolico che trionfa della naturale inerzia dell’uomo e lo dota di una nuova facoltà, la facoltà di riformare continuamente il suo universo”.

Tenere il pensiero di Cassirer sullo sfondo, dunque, accanto a quello di Lewis Mumford, con la distinzione (i lettori di questo blog l’hanno già sentita ripetere) tra “utopia della fuga” e cioè la velleità di costruire castelli in aria e “utopia della ricostruzione” e cioè impegno a immaginare e costruire un pur ambizioso cambiamento. Ma anche, qui e adesso, pensare concretamente alla buona politica.

Come? Ricostruire fiducia, come obiettivo generale (ne abbiamo parlato nei blog del 6 maggio e del 7 ottobre). Dare un orizzonte di senso e di cambiamento alle nuove generazioni. Ma intanto fare scelte concrete. Utilizzare meglio le risorse che abbiamo e cioè le donne e i giovani, garantendo loro un migliore accesso al mercato del lavoro, con politiche di carriera e redditi adeguati alla loro formazione e alle loro capacità di trasformare le ambizioni in intraprendenza e operosità. Modificare il ciclo dell’abbandono dell’Italia da parte delle persone più intraprendenti e attive delle nuove generazioni, offrendo opportunità di crescita e, contemporaneamente, attirando risorse umane nuove dall’estero, soprattutto dai paesi del bacino del Mediterraneo. Insistere sulla formazione, superando il gap di conoscenza e comprensione (un terzo degli italiani è “analfabeta funzionale” e cioè non capisce un testo scritto di media complessità e non sa fare un calcolo poco più che elementare). E impegnare risorse adeguate, finanziarie e intellettuali, per recuperare alla convivenza civile e dunque alla partecipazione responsabile gran parte di quei Neet di cui abbiamo parlato.

Non è un catalogo delle buone intenzioni. Ma l’indicazione di parti convergenti di un unico disegno, lo sviluppo equilibrato dell’Italia europea. Un elenco di punti da tradurre in scelte di governo, in investimenti (usando bene i fondi della Ue), in impegni che coinvolgono le responsabilità non solo dei decisori politici ma anche degli attori economici e culturali.

Una sfida difficile, naturalmente. Ma essenziale. Per la crescita economica. Ma soprattutto per gli equilibri sociali.

Una “collaborazione di cittadinanza”, sostiene Confindustria, al termine di un convegno a Ortigia sull’Open Innovation e la formazione, appunto, per “fare risaltare talento,  conoscenza, tecnologia e produttività” (Il Sole24Ore, 24 e 25 ottobre). E sono i Giovani Imprenditori di Confindustria, presieduti da Maria Anghileri, a insistere nei loro convegni sulla necessità di aprire l’impresa alle nuove generazioni, come spazio in cui realizzare progetti, idee, ambizioni, sogni. “L’impresa che cresce”, indicano come obiettivo. Impresa attore economico. E lievito sociale.

Da questo punto di vista, la scelta politica è chiara: la strategia che serve, anche dal punto di vista della politica industriale, è una politica della conoscenza, dell’innovazione e dunque della formazione.

Se abbiamo risorse scarse, i nostri giovani, è indispensabile qualificarle. Metterle in condizione di esprimere il meglio. E intanto lavorare per invertire il ciclo della chiusura impaurita nei microcosmi sociali e della caduta di natalità. Investire sulla ricostruzione di fiducia appunto. Su una buona idea di futuro.

(foto Getty Images)

Oltre il fabbricare

L’ultimo libro di Carlo Galli fornisce a chi legge gli strumenti per capire meglio le relazioni tra tecnica e umanità

 

Tecnofobia oppure tecnolatria? E poi, ancora, tecnica altro dall’umano oppure strumento che ha tutto di umano e nulla di artificiale? Il percorso della tecnica è ambiguo e accidentato, proprio perché radicalmente umano. La critica ad essa, tanto intellettuale quanto politica, è la contestazione della sua volontà di dettare l’intera agenda dell’avvenire. Temi importanti, soprattutto oggi e non solo per chi ha a cuore sapere dove si è e dove si va. Temi che per imprenditori e manager avveduti, così come per decisori attenti, devono essere all’ordine del giorno. Si fa bene quindi a leggere “Tecnica” di Carlo Galli che cerca – riuscendoci – di rispondere ad una serie di domande cruciali. È la tecnica che comanda oggi, nell’era del tecnocapitalismo? E a chi serve? A tutti o a pochi? O siamo noi a servire lei? È una sfida al dominio umano del mondo o è una risorsa indispensabile per realizzarlo?

Galli cerca e trova le risposte (o comunque fornisce a chi legge gli strumenti per arrivare da solo alle risposte corrette) partendo da una constatazione: la tecnica non è mai stata e non è mai neutra, ma è da sempre intrecciata con la storia dell’uomo. Ambigua per definizione, la tecnica si esprime nella sua duplice natura di strumento di libertà e di dominio, nella sua capacità di sollevarci dalla fatica e dal bisogno, e nel suo produrre al tempo stesso squilibri, conflitti, rotture. Non è mai e solo un “puro fabbricare” qualcosa, ma porta in sé l’elemento della decisione e di conseguenza del potere.

Galli accompagna quindi chi legge in quattro tappe: la messa a punto del concetto, la storia della tecnica “dalla selce al silicio”, le relazioni tra tecnica e filosofia, la situazione delle nuove tecniche digitali fino all’Intelligenza Artificiale.

Lontano sia da miti salvifici sia da condanne apocalittiche (lontano cioè sia dalla tecnolatria che dalla tecnofobia) questo libro analizza il fare della tecnica come intreccio di sapere e volere, come radice di disuguaglianze e di trasformazioni, come necessità che nasconde scelte e interessi. E proprio in questo nodo tra coazione e libertà si apre uno spazio decisivo: quello dell’agire politico che deve essere capace di equilibrio e di saggezza.

Tecnica

Carlo Galli

il Mulino, 2025

L’ultimo libro di Carlo Galli fornisce a chi legge gli strumenti per capire meglio le relazioni tra tecnica e umanità

 

Tecnofobia oppure tecnolatria? E poi, ancora, tecnica altro dall’umano oppure strumento che ha tutto di umano e nulla di artificiale? Il percorso della tecnica è ambiguo e accidentato, proprio perché radicalmente umano. La critica ad essa, tanto intellettuale quanto politica, è la contestazione della sua volontà di dettare l’intera agenda dell’avvenire. Temi importanti, soprattutto oggi e non solo per chi ha a cuore sapere dove si è e dove si va. Temi che per imprenditori e manager avveduti, così come per decisori attenti, devono essere all’ordine del giorno. Si fa bene quindi a leggere “Tecnica” di Carlo Galli che cerca – riuscendoci – di rispondere ad una serie di domande cruciali. È la tecnica che comanda oggi, nell’era del tecnocapitalismo? E a chi serve? A tutti o a pochi? O siamo noi a servire lei? È una sfida al dominio umano del mondo o è una risorsa indispensabile per realizzarlo?

Galli cerca e trova le risposte (o comunque fornisce a chi legge gli strumenti per arrivare da solo alle risposte corrette) partendo da una constatazione: la tecnica non è mai stata e non è mai neutra, ma è da sempre intrecciata con la storia dell’uomo. Ambigua per definizione, la tecnica si esprime nella sua duplice natura di strumento di libertà e di dominio, nella sua capacità di sollevarci dalla fatica e dal bisogno, e nel suo produrre al tempo stesso squilibri, conflitti, rotture. Non è mai e solo un “puro fabbricare” qualcosa, ma porta in sé l’elemento della decisione e di conseguenza del potere.

Galli accompagna quindi chi legge in quattro tappe: la messa a punto del concetto, la storia della tecnica “dalla selce al silicio”, le relazioni tra tecnica e filosofia, la situazione delle nuove tecniche digitali fino all’Intelligenza Artificiale.

Lontano sia da miti salvifici sia da condanne apocalittiche (lontano cioè sia dalla tecnolatria che dalla tecnofobia) questo libro analizza il fare della tecnica come intreccio di sapere e volere, come radice di disuguaglianze e di trasformazioni, come necessità che nasconde scelte e interessi. E proprio in questo nodo tra coazione e libertà si apre uno spazio decisivo: quello dell’agire politico che deve essere capace di equilibrio e di saggezza.

Tecnica

Carlo Galli

il Mulino, 2025

Lavorare al tempo del digitale e della IA

Un’analisi di ADAPT cerca di mettere ordine in un tema complesso e in continua evoluzione

 

Lavorare nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale e dopo una pandemia. Lavorare con strumenti notevolmente diversi dal passato e in continuo mutamento. Con – in altri termini – un bagaglio tecnologico differente da prima e cercando di rinnovare la cultura del lavoro e della produzione. È necessario riflettere molto per comprendere quanto il mondo del lavoro e della produzione stia cambiando. Per questo può servire leggere “I nuovi paradigmi del lavoro tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e metaverso. Riflessioni di sistema”, ricerca di Roberta Caragnano recentemente pubblicata nella serie degli ADAPT Labour studies e-Book.

Caragnano spiega che “negli ultimi anni, anche per effetto delle accelerazioni imposte dalla pandemia, il mondo del lavoro ha subito delle trasformazioni radicali (1) sotto la spinta di innovazioni tecnologiche senza precedenti, come la diffusione dei big data, l’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) (2) e l’Internet of Things (IoT), che se un verso consentono l’automatizzazione dei processi aziendali, stimolando le innovazioni di prodotto e di processo (3), dall’altro generano dei cambiamenti dei modelli di lavoro che incidono anche sulla modalità di esecuzione della prestazione lavorativa”. Da tutto questo un cambiamento diffuso e generalizzato che non cessa di evolversi ancora. La ricerca, quindi, partendo da un focus introduttivo sulla ibridazione dei modelli organizzativi, cerca di indagare sia gli elementi e le variabili, che influiscono sulla “estensione” e flessibilità delle organizzazioni e della organizzazione del lavoro, sia le sfide che interessano le regole del lavoro stesso ormai totalmente inserito in scenari “ibridi, automatizzati e dematerializzati”.

L’indagine di Roberta Caragnano inizia con un approfondimento dei modelli organizzativi, passa ad analizzare il lavoro ibrido e poi l’entrata in scena dell’IA e del metaverso per arrivare, come si è detto, a toccare la necessità di “cambio delle regole” e di un nuovo codice etico nelle relazioni industriali.

Il grande sforzo di analisi contenuto nella ricerca va apprezzato e costituisce una buona base di conoscenza per comprendere meglio il contesto nel quale il sistema della produzione si sta muovendo.

 

I nuovi paradigmi del lavoro tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e metaverso. Riflessioni di sistema

Roberta Caragnano

ADAPT Labour studies e-Book series n. 108, 2025

Un’analisi di ADAPT cerca di mettere ordine in un tema complesso e in continua evoluzione

 

Lavorare nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale e dopo una pandemia. Lavorare con strumenti notevolmente diversi dal passato e in continuo mutamento. Con – in altri termini – un bagaglio tecnologico differente da prima e cercando di rinnovare la cultura del lavoro e della produzione. È necessario riflettere molto per comprendere quanto il mondo del lavoro e della produzione stia cambiando. Per questo può servire leggere “I nuovi paradigmi del lavoro tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e metaverso. Riflessioni di sistema”, ricerca di Roberta Caragnano recentemente pubblicata nella serie degli ADAPT Labour studies e-Book.

Caragnano spiega che “negli ultimi anni, anche per effetto delle accelerazioni imposte dalla pandemia, il mondo del lavoro ha subito delle trasformazioni radicali (1) sotto la spinta di innovazioni tecnologiche senza precedenti, come la diffusione dei big data, l’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) (2) e l’Internet of Things (IoT), che se un verso consentono l’automatizzazione dei processi aziendali, stimolando le innovazioni di prodotto e di processo (3), dall’altro generano dei cambiamenti dei modelli di lavoro che incidono anche sulla modalità di esecuzione della prestazione lavorativa”. Da tutto questo un cambiamento diffuso e generalizzato che non cessa di evolversi ancora. La ricerca, quindi, partendo da un focus introduttivo sulla ibridazione dei modelli organizzativi, cerca di indagare sia gli elementi e le variabili, che influiscono sulla “estensione” e flessibilità delle organizzazioni e della organizzazione del lavoro, sia le sfide che interessano le regole del lavoro stesso ormai totalmente inserito in scenari “ibridi, automatizzati e dematerializzati”.

L’indagine di Roberta Caragnano inizia con un approfondimento dei modelli organizzativi, passa ad analizzare il lavoro ibrido e poi l’entrata in scena dell’IA e del metaverso per arrivare, come si è detto, a toccare la necessità di “cambio delle regole” e di un nuovo codice etico nelle relazioni industriali.

Il grande sforzo di analisi contenuto nella ricerca va apprezzato e costituisce una buona base di conoscenza per comprendere meglio il contesto nel quale il sistema della produzione si sta muovendo.

 

I nuovi paradigmi del lavoro tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e metaverso. Riflessioni di sistema

Roberta Caragnano

ADAPT Labour studies e-Book series n. 108, 2025

Tornare ai buoni libri, nel nostro “inverno dello spirito” per costruire nuove strade di conoscenza e libertà

“Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”. Le domande di Thomas Stearns Eliot nei versi di “The Rock” (un’opera poetica messa in scena a Londra nel 1934) risuonano di estrema attualità, proprio in una stagione difficile in cui temiamo di dover fare nuovamente i conti con lo smarrimento culturale e morale di una “waste land”, una terra desolata.

Le nostalgie per la perdita della sapienza e dunque le paure dell’ignoto sono un’ossessione costante, nel pensiero occidentale. E durante tutto il corso del Novecento abbiamo visto la messa in discussione di certezze, etiche e scientifiche, ritenute granitiche: la teoria della relatività e la fisica quantistica con il “principio di indeterminazione” sconvolgono le conoscenze, la psicanalisi mostra gli abissi dell’inconscio, le rappresentazioni della realtà attraverso la musica, le arti figurative, la letteratura e il teatro ribaltano le tradizionali forme e armonie, una tempesta di innovazioni stravolge filosofia e storia, economia e società civile. Precipitiamo nel “cuore di tenebra” che Joseph Conrad aveva intravvisto già nel 1899 (Hollywood lo avrebbe trasformato in capolavoro del cinema con “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola nel 1979).

Il Novecento è l’età delle incertezze. E però, nella seconda metà del secolo, intravvediamo la bellezza di una lunga stagione di prosperità e di progresso, nell’illusione del “migliore dei mondi possibili”, tra democrazia, mercato e welfare, innovazione dinamica e sempre migliore qualità della vita.

Restano, comunque, le incertezze e le paure (vale la pena rileggere le pagine ironiche di Giacomo Leopardi sulle “magnifiche sorti e progressive”). E oggi che, nel drammatico inizio di millennio tutte le luci del Novecento sono diventate più fioche e cedono il passo al buio dei conflitti armati e degli sconvolgimenti degli equilibri geopolitici ed economici, siamo qui a ragionare criticamente sull’errore di aver creduto alla “fine della Storia”, sui limiti della forza espansiva dell’Occidente e sulla necessità di imparare a fare i conti con i nuovi problemi dell’ambiente, delle guerre, degli interessi che mortificano la nostra così controversa umanità.

Ecco perché tornare a Eliot. E senza cedere alle nostalgie per la sapienza perduta, provare a capire cosa fare per ridare spazio e peso alla conoscenza e come difenderci dal degrado in corso dell’informazione, messa in crisi da una “marmellata mediatica” di fake news, manipolazioni di post-verità e “fattoidi” spacciati sui social media come fatti e in condizione di stravolgere e travolgere quell’opinione pubblica ben informata, indispensabile alla democrazia.

Serve più conoscenza, dunque. Una conoscenza critica sempre più sofisticata. Una relazione originale tra saperi umanistici e scientifici, anche e soprattutto per capire, guidare, governare i processi messi in moto dall’Artificial Intelligence che occupa spazio crescente in economia, nella società, nelle nostre vite, tra sconvolgenti e positive innovazioni (per la salute, le ricerca, l’industria, etc.) e inquietanti ombre (le conseguenze politiche, sociali e morali del dominio delle Big Tech, con assetti di poteri concentrati e privi di adeguato controllo democratico).

Che conoscenza? Può tornare utile proprio la cultura del Novecento, proprio quella cui abbiamo fatto cenno, la cultura del senso del limite, della necessità del pensiero critico e del dubbio metodologico, della  conseguente responsabilità. Una cultura da mettere alla prova delle nuove frontiere del pensiero e della scienza.

Serve tornare a investire sulla scuola, la formazione, la profondità dei pensieri. E dunque riprendere in mano i libri.

“Non tutti i nostri libri periranno”, si augura l’imperatore Adriano, nelle pagine luminose delle “Memorie” scritte da Marguerite Yourcenar. E si impegna a leggerli, farli scrivere, salvarli, consapevole che “fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Un inverno dello spirito che connota la nostra quotidianità.

Nei libri si concentrano i racconti dei viaggi e i pensieri critici, la cognizione del dolore e la forza delle speranze, i dubbi più profondi e le illuminazioni più intense. Come sapeva bene un “uomo di libri” come Stéphane Mallarmé: “Il mondo, alla fine, è fatto per finire in un bel libro”.

Libri, biblioteche pubbliche e private (nelle case, nelle scuole, nelle imprese, negli spazi della socialità anche dolente, come gli ospedali; ne abbiamo parlato in un blog del 12 maggio scorso), festival letterari, scientifici e filosofici, gruppi di lettura, manifestazioni come Pordenonelegge (con le sue 160mila presenze; blog del 22 settembre) e come “Ioleggoperché” (organizzato dall’Associazione degli Editori e sostenuto da Pirelli, per donare libri alle scuole) e Book City, entrambe in programma a novembre. E quant’altro si muove nel mondo del libro. Un mondo essenziale.

Conforta un parere di fonte autorevole, quello di Marina Berlusconi, presidentessa della maggiore casa editrice italiana, la Mondadori, in una “provocazione” contenuta in una lettera mandata al Corriere della Sera. “E se proprio nell’era del ‘Muoviti veloce e rompi tutto’, il motto di Zuckerberg, ci trovassimo a riscoprire la forza lenta, ma costruttiva dei cari vecchi libri? I libri sono da sempre efficaci anticorpi contro barbarie e totalitarismo, ma oggi assumono anche una funzione nuova: quella di anticorpi contro l’assottigliamento del pensiero imposto dallo smartphone, veri e propri strumenti di resistenza contro l’omologazione digitale”. Per “continuare ad ascoltare le voci della libertà e della democrazia”.

Il guaio è che in Italia si continua a leggere poco, anzi sempre meno. I “lettori forti” (coloro che leggono almeno 12libri all’anno) sono appena il 6,4% della popolazione. Diminuisce il numero di persone che hanno letto un libro nell’ultimo anno (dal 74% del ‘23 al 73% del ‘24). E si riduce anche il tempo dedicato alla lettura, appena 2 ore e 47 minuti settimanali, contro le 3 ore e 22 minuti del ‘22. Lettura, naturalmente, di qualsiasi tipo, libri dozzinali di barzellette o di ricette di cucina compresi.

È indispensabile, dunque, ricominciare a educare alla lettura, al piacere e al valore della consuetudine con i buoni libri. A cominciare dalle prime classi della scuola dell’obbligo. E se una legge ben fatta, per promuovere il libro e la lettura, è quantomai necessaria, serve molto di più: una solida e lungimirante battaglia culturale e civile, un impegno trasversale a tutta la società, che investa non solo la politica e la cultura, ma anche l’economia e le imprese, la scuola, il “terzo settore”, le organizzazioni sociali. Perché un libro è conoscenza, bellezza, fantasia. Piacere. Libertà e qualità della vita. Autonomia di pensiero e senso di responsabilità. Costruzione d’identità aperta e dialogante. Innesco e strumento d’una migliore, più compiuta condizione umana.

Tornare ai libri è fondamentale anche per recuperare e rafforzare le risorse, intellettuali e morali, necessarie a fare i conti con un altro fenomeno che cresce, in questi tempi inquieti e sfiduciati: la crisi della democrazia, lo sgretolarsi dell’opinione pubblica. La letteratura in merito è sconfinata (e qualcosa s’è sbagliato, se di fronte a tale e tanta analisi teorica, ricostruzione storica e proposta programmatica oggi parliamo, appunto, di “crisi”). E dunque possiamo provare a rileggere solo una delle pagine fondamentali. È di Hans Kelsen, uno dei maggiori giuristi liberali del Novecento, tratta dal suo saggio di “Teoria generale del diritto e dello Stato” (pubblicato in Italia nel 1952): “In una democrazia, la volontà della comunità è sempre creata attraverso una continua discussione tra maggioranza e minoranza, attraverso un libero esame di argomenti pro e contro una data regolamentazione di una materia. Questa discussione ha luogo non soltanto in parlamento ma anche, e soprattutto, in riunioni politiche, sui giornali, sui libri e in altri mezzi di diffusione dell’opinione pubblica. Una democrazia senza opinione pubblica è una contraddizione in termini. In quanto l’opinione pubblica può sorgere dove sono garantite la libertà di pensiero, la libertà di parola, di stampa e di religione, la democrazia coincide con il liberalismo politico, sebbene non coincida necessariamente con quello economico”.

Rieccoci, così, alla necessità della conoscenza. E della centralità dell’opinione pubblica. “Discorsiva”, direbbe Jurgen Habermas: capace cioè di un “discorso pubblico”. Cioè un discorso critico.

(Photo Getty Images)

“Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”. Le domande di Thomas Stearns Eliot nei versi di “The Rock” (un’opera poetica messa in scena a Londra nel 1934) risuonano di estrema attualità, proprio in una stagione difficile in cui temiamo di dover fare nuovamente i conti con lo smarrimento culturale e morale di una “waste land”, una terra desolata.

Le nostalgie per la perdita della sapienza e dunque le paure dell’ignoto sono un’ossessione costante, nel pensiero occidentale. E durante tutto il corso del Novecento abbiamo visto la messa in discussione di certezze, etiche e scientifiche, ritenute granitiche: la teoria della relatività e la fisica quantistica con il “principio di indeterminazione” sconvolgono le conoscenze, la psicanalisi mostra gli abissi dell’inconscio, le rappresentazioni della realtà attraverso la musica, le arti figurative, la letteratura e il teatro ribaltano le tradizionali forme e armonie, una tempesta di innovazioni stravolge filosofia e storia, economia e società civile. Precipitiamo nel “cuore di tenebra” che Joseph Conrad aveva intravvisto già nel 1899 (Hollywood lo avrebbe trasformato in capolavoro del cinema con “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola nel 1979).

Il Novecento è l’età delle incertezze. E però, nella seconda metà del secolo, intravvediamo la bellezza di una lunga stagione di prosperità e di progresso, nell’illusione del “migliore dei mondi possibili”, tra democrazia, mercato e welfare, innovazione dinamica e sempre migliore qualità della vita.

Restano, comunque, le incertezze e le paure (vale la pena rileggere le pagine ironiche di Giacomo Leopardi sulle “magnifiche sorti e progressive”). E oggi che, nel drammatico inizio di millennio tutte le luci del Novecento sono diventate più fioche e cedono il passo al buio dei conflitti armati e degli sconvolgimenti degli equilibri geopolitici ed economici, siamo qui a ragionare criticamente sull’errore di aver creduto alla “fine della Storia”, sui limiti della forza espansiva dell’Occidente e sulla necessità di imparare a fare i conti con i nuovi problemi dell’ambiente, delle guerre, degli interessi che mortificano la nostra così controversa umanità.

Ecco perché tornare a Eliot. E senza cedere alle nostalgie per la sapienza perduta, provare a capire cosa fare per ridare spazio e peso alla conoscenza e come difenderci dal degrado in corso dell’informazione, messa in crisi da una “marmellata mediatica” di fake news, manipolazioni di post-verità e “fattoidi” spacciati sui social media come fatti e in condizione di stravolgere e travolgere quell’opinione pubblica ben informata, indispensabile alla democrazia.

Serve più conoscenza, dunque. Una conoscenza critica sempre più sofisticata. Una relazione originale tra saperi umanistici e scientifici, anche e soprattutto per capire, guidare, governare i processi messi in moto dall’Artificial Intelligence che occupa spazio crescente in economia, nella società, nelle nostre vite, tra sconvolgenti e positive innovazioni (per la salute, le ricerca, l’industria, etc.) e inquietanti ombre (le conseguenze politiche, sociali e morali del dominio delle Big Tech, con assetti di poteri concentrati e privi di adeguato controllo democratico).

Che conoscenza? Può tornare utile proprio la cultura del Novecento, proprio quella cui abbiamo fatto cenno, la cultura del senso del limite, della necessità del pensiero critico e del dubbio metodologico, della  conseguente responsabilità. Una cultura da mettere alla prova delle nuove frontiere del pensiero e della scienza.

Serve tornare a investire sulla scuola, la formazione, la profondità dei pensieri. E dunque riprendere in mano i libri.

“Non tutti i nostri libri periranno”, si augura l’imperatore Adriano, nelle pagine luminose delle “Memorie” scritte da Marguerite Yourcenar. E si impegna a leggerli, farli scrivere, salvarli, consapevole che “fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Un inverno dello spirito che connota la nostra quotidianità.

Nei libri si concentrano i racconti dei viaggi e i pensieri critici, la cognizione del dolore e la forza delle speranze, i dubbi più profondi e le illuminazioni più intense. Come sapeva bene un “uomo di libri” come Stéphane Mallarmé: “Il mondo, alla fine, è fatto per finire in un bel libro”.

Libri, biblioteche pubbliche e private (nelle case, nelle scuole, nelle imprese, negli spazi della socialità anche dolente, come gli ospedali; ne abbiamo parlato in un blog del 12 maggio scorso), festival letterari, scientifici e filosofici, gruppi di lettura, manifestazioni come Pordenonelegge (con le sue 160mila presenze; blog del 22 settembre) e come “Ioleggoperché” (organizzato dall’Associazione degli Editori e sostenuto da Pirelli, per donare libri alle scuole) e Book City, entrambe in programma a novembre. E quant’altro si muove nel mondo del libro. Un mondo essenziale.

Conforta un parere di fonte autorevole, quello di Marina Berlusconi, presidentessa della maggiore casa editrice italiana, la Mondadori, in una “provocazione” contenuta in una lettera mandata al Corriere della Sera. “E se proprio nell’era del ‘Muoviti veloce e rompi tutto’, il motto di Zuckerberg, ci trovassimo a riscoprire la forza lenta, ma costruttiva dei cari vecchi libri? I libri sono da sempre efficaci anticorpi contro barbarie e totalitarismo, ma oggi assumono anche una funzione nuova: quella di anticorpi contro l’assottigliamento del pensiero imposto dallo smartphone, veri e propri strumenti di resistenza contro l’omologazione digitale”. Per “continuare ad ascoltare le voci della libertà e della democrazia”.

Il guaio è che in Italia si continua a leggere poco, anzi sempre meno. I “lettori forti” (coloro che leggono almeno 12libri all’anno) sono appena il 6,4% della popolazione. Diminuisce il numero di persone che hanno letto un libro nell’ultimo anno (dal 74% del ‘23 al 73% del ‘24). E si riduce anche il tempo dedicato alla lettura, appena 2 ore e 47 minuti settimanali, contro le 3 ore e 22 minuti del ‘22. Lettura, naturalmente, di qualsiasi tipo, libri dozzinali di barzellette o di ricette di cucina compresi.

È indispensabile, dunque, ricominciare a educare alla lettura, al piacere e al valore della consuetudine con i buoni libri. A cominciare dalle prime classi della scuola dell’obbligo. E se una legge ben fatta, per promuovere il libro e la lettura, è quantomai necessaria, serve molto di più: una solida e lungimirante battaglia culturale e civile, un impegno trasversale a tutta la società, che investa non solo la politica e la cultura, ma anche l’economia e le imprese, la scuola, il “terzo settore”, le organizzazioni sociali. Perché un libro è conoscenza, bellezza, fantasia. Piacere. Libertà e qualità della vita. Autonomia di pensiero e senso di responsabilità. Costruzione d’identità aperta e dialogante. Innesco e strumento d’una migliore, più compiuta condizione umana.

Tornare ai libri è fondamentale anche per recuperare e rafforzare le risorse, intellettuali e morali, necessarie a fare i conti con un altro fenomeno che cresce, in questi tempi inquieti e sfiduciati: la crisi della democrazia, lo sgretolarsi dell’opinione pubblica. La letteratura in merito è sconfinata (e qualcosa s’è sbagliato, se di fronte a tale e tanta analisi teorica, ricostruzione storica e proposta programmatica oggi parliamo, appunto, di “crisi”). E dunque possiamo provare a rileggere solo una delle pagine fondamentali. È di Hans Kelsen, uno dei maggiori giuristi liberali del Novecento, tratta dal suo saggio di “Teoria generale del diritto e dello Stato” (pubblicato in Italia nel 1952): “In una democrazia, la volontà della comunità è sempre creata attraverso una continua discussione tra maggioranza e minoranza, attraverso un libero esame di argomenti pro e contro una data regolamentazione di una materia. Questa discussione ha luogo non soltanto in parlamento ma anche, e soprattutto, in riunioni politiche, sui giornali, sui libri e in altri mezzi di diffusione dell’opinione pubblica. Una democrazia senza opinione pubblica è una contraddizione in termini. In quanto l’opinione pubblica può sorgere dove sono garantite la libertà di pensiero, la libertà di parola, di stampa e di religione, la democrazia coincide con il liberalismo politico, sebbene non coincida necessariamente con quello economico”.

Rieccoci, così, alla necessità della conoscenza. E della centralità dell’opinione pubblica. “Discorsiva”, direbbe Jurgen Habermas: capace cioè di un “discorso pubblico”. Cioè un discorso critico.

(Photo Getty Images)

Fondazione Pirelli: la cultura come patrimonio dell’impresa

Intelligenza culturale per trasformare la diversità in competitività

La capacità di affrontare culture diverse negli ambiti di lavoro come risorse d’impresa

 

 

Intelligenza culturale (CQ) come strumento per fare crescere l’impresa in contesti nuovi e complessi come quelli attuali, contesti in cui la diversità costituisce quasi la normalità e può diventare per davvero l’elemento che fa la differenza. E’ attorno a queste idee che ragiona la tesi di Doctorat en sciences de l’administration che Said Toumi ha recentemente discusso presso l’Università del Québec.

“The impact of cultural intelligence on work performance: Evidence from the Arab world” prende le mosse da una constatazione: la letteratura sull’intelligenza culturale (CQ) e i suoi effetti sulla gestione interculturale in contesti professionali internazionali ha suscitato un crescente interesse sia nella comunità accademica che negli ambienti professionali. Ma cos’è l’intelligenza culturale? La CQ può essere intesa come la capacità di un individuo di lavorare efficacemente in contesti culturali differenti tra di loro. Fare della diversità – in altri termini – un punto di forza per crescere e non un ostacolo.

La ricerca di Said Toumi ha l’obiettivo di arricchire le conoscenze attorno a questo concetto studiando l’impatto della CQ e delle reti informali all’interno di organizzazioni multinazionali. Con un caso particolare da prendere in considerazione: gli espatriati e le relazioni interorganizzative nel mondo arabo.

Il lavoro si compone di tre capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto diverso di questo complesso argomento. Il primo capitolo fornisce una panoramica degli studi sull’impatto dell’intelligenza culturale sugli espatriati fino a dicembre 2024, individuando al contempo le principali direzioni per la ricerca futura. Il secondo capitolo esamina “Wasta”, una rete interorganizzativa informale diffusa nel mondo arabo, e il suo impatto sulla soddisfazione e sulle performance nelle relazioni B2B nella regione del Maghreb. Infine, il terzo capitolo esplora l’impatto del CQ sulle reti informali, in particolare le dinamiche della relazione supervisore-subordinato in contesti organizzativi interculturali.

Il lavoro di Toumi ha il grande pregio di aprire una finestra su un tema tutto sommato ancora poco conosciuto e, soprattutto, poco applicato in buona parte delle imprese.

The impact of cultural intelligence on work performance: Evidence from the Arab world

Said Toumi

Tesi, Doctorat en sciences de l’administration, Université Lava, Quebec, 2025

 

La capacità di affrontare culture diverse negli ambiti di lavoro come risorse d’impresa

 

 

Intelligenza culturale (CQ) come strumento per fare crescere l’impresa in contesti nuovi e complessi come quelli attuali, contesti in cui la diversità costituisce quasi la normalità e può diventare per davvero l’elemento che fa la differenza. E’ attorno a queste idee che ragiona la tesi di Doctorat en sciences de l’administration che Said Toumi ha recentemente discusso presso l’Università del Québec.

“The impact of cultural intelligence on work performance: Evidence from the Arab world” prende le mosse da una constatazione: la letteratura sull’intelligenza culturale (CQ) e i suoi effetti sulla gestione interculturale in contesti professionali internazionali ha suscitato un crescente interesse sia nella comunità accademica che negli ambienti professionali. Ma cos’è l’intelligenza culturale? La CQ può essere intesa come la capacità di un individuo di lavorare efficacemente in contesti culturali differenti tra di loro. Fare della diversità – in altri termini – un punto di forza per crescere e non un ostacolo.

La ricerca di Said Toumi ha l’obiettivo di arricchire le conoscenze attorno a questo concetto studiando l’impatto della CQ e delle reti informali all’interno di organizzazioni multinazionali. Con un caso particolare da prendere in considerazione: gli espatriati e le relazioni interorganizzative nel mondo arabo.

Il lavoro si compone di tre capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto diverso di questo complesso argomento. Il primo capitolo fornisce una panoramica degli studi sull’impatto dell’intelligenza culturale sugli espatriati fino a dicembre 2024, individuando al contempo le principali direzioni per la ricerca futura. Il secondo capitolo esamina “Wasta”, una rete interorganizzativa informale diffusa nel mondo arabo, e il suo impatto sulla soddisfazione e sulle performance nelle relazioni B2B nella regione del Maghreb. Infine, il terzo capitolo esplora l’impatto del CQ sulle reti informali, in particolare le dinamiche della relazione supervisore-subordinato in contesti organizzativi interculturali.

Il lavoro di Toumi ha il grande pregio di aprire una finestra su un tema tutto sommato ancora poco conosciuto e, soprattutto, poco applicato in buona parte delle imprese.

The impact of cultural intelligence on work performance: Evidence from the Arab world

Said Toumi

Tesi, Doctorat en sciences de l’administration, Université Lava, Quebec, 2025

 

Il giornalismo alla prova dell’AI: stimolare la conoscenza contro le fake news che stravolgono democrazia e società

“Se la foto non è venuta bene, significa che non eri abbastanza vicino”. Sono parole di Robert Capa, uno dei migliori fotoreporter del Novecento. Per fare il suo lavoro, non aveva mai evitato i rischi. Durante la guerra civile spagnola. E nel D Day dello sbarco in Normandia, nel giugno del 1944. Nella guerra arabo-israeliana del 1948. E in Indocina, nel 1954. Lì, nella provincia di Thai Bin, andò troppo vicino. A una mina. Aveva 41 anni.

Ne aveva 26 Gerda Taro, la sua compagna di lavoro e di vita. Travolta da un carro armato, nel luglio del ‘37, alle porte di Madrid.

Vivere per raccontare. Testimoniare. Fare capire. Con un’immagine, una serie di parole, una ripresa Tv. Il giornalismo è un lavoro. Ma anche una scelta di vita. Che talvolta ha un prezzo terribile: la morte.

Essere “abbastanza vicino”, appunto, diceva Capa. Vicino a quella dimensione della verità dei fatti che il lavoro di cronaca, analisi e inchiesta consente di vedere e di rappresentare.

Queste parole sono risuonate, alla fine di settembre, in apertura della cerimonia di premiazione dei vincitori de “Il Premiolino” (uno dei più antichi premi giornalistici italiani, fondato nel 1960 da Enzo Biagi, Indro Montanelli, Orio Vergani e altre “grandi firme” dei quotidiani), al Piccolo Teatro di Milano, mentre la voce di un’attrice, fuori campo, ricordava tanti altri nomi, Mauro De Mauro e Mario Francese, Mauro Rostagno, Pippo Fava e Giancarlo Siani, che scrivevano sugli intrecci mafiosi tra crimini, affari e potere. E Carlo Casalegno e Walter Tobagi, impegnati a disvelare i nodi dell’orrore del terrorismo negli anni Settanta. E, ancora, Maria Grazia Cutuli in Afghanistan e Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio. Anna Politkovskaja in Russia. E tanti altri, in Europa e nel mondo.

A loro è stata dedicare la serata, in cui si è “premiato il buon giornalismo, serio e severo interprete di verità e civiltà, di umanità e senso della democrazia”. Ricordando, ancora, i reporter morti a Gaza, sino a pochissimi giorni fa. E un’altra donna, esemplare e coraggiosa, Victoria Roshchyna, in Ucraina.

Tutti questi nomi, “pronunciati con solidarietà e con rispetto, dicono, drammaticamente, il senso e il valore del mestiere di giornalista”. Un mestiere con una forte connotazione morale e civile, “adatto alle donne e agli uomini che amano libertà e responsabilità. Inadatto, invece, ‘ai cinici’, come ha insegnato quello straordinario maestro che si chiamava Ryszard Kapuścinski”.

Memoria dei morti che va oltre il pur doveroso ricordo. Perché una cerimonia che, anno dopo anno, dà valore alle parole dette e scritte sui giornali, in rete, in radio e in Tv, racconta contemporaneità e futuro, insistendo sulla buona informazione come pilastro della nostra convivenza civile e democratica e dell’impegno per le nuove generazioni.

La giuria del Premiolino (presieduto da Chiara Beria di Argentine e sostenuto da Pirelli), quest’anno ha premiato Paolo Giordano (Corriere della Sera), Anna Zafesova (La Stampa), Luigi Manconi (la Repubblica), Siegmund Ginzberg (Il Foglio), Thomas Mackinson (Il Fatto Quotidiano), Sabrina Giannini (Rai3) e Gianna Fregonara e Orsola Riva (Corriere della Sera) per il Premio Pirelli per l’informazione sulla scuola: un panorama ampio dei temi su cui l’informazione, proprio in una stagione così difficile e controversa, offre prove costanti di valore culturale e sociale.

Ecco il punto: questi non sono tempi facili, per i giornalisti. Sono messi in crisi dal generale discredito che da troppo tempo oramai colpisce le élite, gli intellettuali, gli scienziati, le persone competenti (l’espansione prepotente dei sociali media sul web ha aiutato la diffusione del pregiudizio secondo cui “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”). Colpiti dalle radicali trasformazioni tecnologiche e culturali che investono il sistema mediatico, senza che ci siano ancora risposte editoriali e politiche all’altezza della sfida. Maltollerati da poteri politici ed economici che detestano le critiche e preferiscono coltivare fake news e post-verità. E considerati marginali da un’opinione pubblica diffusa che non ritiene l’informazione un patrimonio fondamentale della comunità e si affida ai fattoidi invece di fare i conti con i fatti, i dati, le verità, anche quando sono scomode e non convenienti per un gruppo sociale, una congrega di interessi, una corporazione.

Come in tutte le crisi, anche i mondi della cultura, della scienza e dell’informazione hanno le loro dosi di responsabilità. Ma un fatto è comunque chiaro: senza l’informazione di qualità avremmo comunque un mondo peggiore, più ingiusto e squilibrato. E ne soffrirebbero la democrazia, l’economia di mercato, i sistemi di welfare e solidarietà sociale e, in generale, tutti i meccanismi di conoscenza che incidono sulla qualità della vita, del lavoro, delle relazioni.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da sempre attento ai temi della democrazia e delle relazioni tra poteri e culture che costruiscono la trama della partecipazione e della cittadinanza, nel giorni scorsi, durante un discorso a Tallin, in Estonia, ha ricordato che “le sfide poste dall’Intelligenza Artificiale sono complesse, ma le democrazie non possono permettersi di rimanere indietro… Sta a noi realizzare una IA che protegga i nostri cittadini e i nostri valori, senza insidiarli”.

Ecco un punto chiave: l’insidia al sistema dell’informazione: “La tecnologia e la sicurezza – insiste Mattarella – sono tematiche strettamente interconnesse e sempre più centrali per le nostre comunità democratiche. Assistiamo a un crescente uso dell’IA per fini di disinformazione e per condizionare le pubbliche opinioni, attraverso un uso spregiudicato della profilazione degli utenti sui social media e della diffusione, altrettanto spregiudicata, di notizie false”.

Servono dunque “standard globali vincolanti” per governare i processi messi in moto dall’IA. E una consapevolezza diffusa non solo delle opportunità legate alle nuove tecnologie, ma pure, lucidamente, dei loro rischi.

L’antidoto? Investire sulla conoscenza, sui saperi umanistici e scientifici, su un più profondo senso di responsabilità delle opinioni pubbliche. Sarà difficile farcela. Ma è indispensabile provare, con convinzione.

Sono temi essenziali, al centro anche della riflessione di Papa Leone. “L’informazione libera è un pilastro che sorregge la costruzione delle nostre società e, per questo, siamo chiamati a difenderla e garantirla”, ha detto nei giorni scorsi in un messaggio a Minds, l’associazione delle principali agenzie di stampa. Contro “l’informazione spazzatura” servono “competenza, coraggio e senso etico”: i giornalisti possono “essere un argine a chi, attraverso l’arte antica della menzogna, punta a creare contrapposizioni per comandare dividendo; un baluardo di civiltà rispetto alle sabbie mobili dell’approssimazione e della post-verità”.

Il giornalismo – insiste Papa Leone – “non è un crimine”. E bisogna ringraziare “i reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose”.

Il Papa ha chiesto ai giornalisti di “liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait”. Insomma, “non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione”. Secondo il Papa, “gli algoritmi generano contenuti e dati in una dimensione e con una velocità che non si era mai vista prima. Ma chi li governa? L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo con cui ci informiamo e comunichiamo, ma chi la guida e a quali fini?”. In sintesi: “Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.

Sono temi su cui, per fortuna, cresce l’attenzione del mondo giornalistico ed editoriale. Come conferma anche il dibattito dei giorni scorsi al convegno de “Il Sole24Ore” sull’evoluzione dei media. Lo testimoniano due degli interventi principali. Innanzitutto quello di Agnese Pini, direttrice di QN/ La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno: “L’informazione è il canale terzo tra il potere e il cittadino: se viene meno questo filtro, il potere parla direttamente con i cittadini in maniera verticale e si perde una garanzia fondamentale per la democrazia”. C’è infatti una relazione perversa tra la diffusione dei social media e il crollo degli indici di lettura, dal biennio 2011-2012 a oggi. E bisogna affrontare la sfida di un miglioramento dei processi di conoscenza e di buona informazione.

Aggiunge Giuseppe De Bellis, direttore editoriale di SkyTg24: “Nel grande panorama dell’informazione, spesso approssimativa, eccessivamente urlata e spinta ai limiti della disinformazione tutte le testate figlie di un’eredità storica che vivono nell’ecosistema digitale con siti internet e profili social devono spingere i consumatori e i lettori a frequentare le proprie piattaforme puntando su autorevolezza e credibilità”.

La sfida della conoscenza e della buona informazione, insomma, è difficile ma non è persa.

C’è una interessante opportunità di riflessione, nell’anno che verrà. Un anno di anniversari simbolici, proprio per il mondo dei giornali. I 159 anni dalla fondazione del “Corriere della Sera”. E i 70 anni de “Il Giorno”. Ma anche i 50 anni de “la Repubblica”. E una ricorrenza meno fausta, quella della chiusura, l’8 marzo del 1966, de “Il Mondo”, il settimanale diretto da Mario Pannunzio, scuola di formazione d’un solido giornalismo di qualità ma soprattutto d’un intenso sentire civile, laico, liberale e sensibile ai temi sociali.

Le ricorrenze sono talvolta a rischio di retorica celebrativa e di nostalgico amarcord. Stavolta varrebbe la pena che il mondo dell’informazione, ma anche quello della politica, dell’economia e della cultura approfittassero dell’occasione per ragionare seriamente, approfonditamente, spregiudicatamente, delle relazioni imprescindibili tra giornalismo e democrazia, del bisogno di fare crescere i livelli di informazione e di conoscenza, di una svolta dell’editoria come impresa economica, sì, ma con una forte, radicata connotazione civile.

Le parole sono pietre”, ha insegnato Carlo Levi. Indispensabili, per rafforzare gli edifici delle nostre libertà.

(photo Ippi Studio)

“Se la foto non è venuta bene, significa che non eri abbastanza vicino”. Sono parole di Robert Capa, uno dei migliori fotoreporter del Novecento. Per fare il suo lavoro, non aveva mai evitato i rischi. Durante la guerra civile spagnola. E nel D Day dello sbarco in Normandia, nel giugno del 1944. Nella guerra arabo-israeliana del 1948. E in Indocina, nel 1954. Lì, nella provincia di Thai Bin, andò troppo vicino. A una mina. Aveva 41 anni.

Ne aveva 26 Gerda Taro, la sua compagna di lavoro e di vita. Travolta da un carro armato, nel luglio del ‘37, alle porte di Madrid.

Vivere per raccontare. Testimoniare. Fare capire. Con un’immagine, una serie di parole, una ripresa Tv. Il giornalismo è un lavoro. Ma anche una scelta di vita. Che talvolta ha un prezzo terribile: la morte.

Essere “abbastanza vicino”, appunto, diceva Capa. Vicino a quella dimensione della verità dei fatti che il lavoro di cronaca, analisi e inchiesta consente di vedere e di rappresentare.

Queste parole sono risuonate, alla fine di settembre, in apertura della cerimonia di premiazione dei vincitori de “Il Premiolino” (uno dei più antichi premi giornalistici italiani, fondato nel 1960 da Enzo Biagi, Indro Montanelli, Orio Vergani e altre “grandi firme” dei quotidiani), al Piccolo Teatro di Milano, mentre la voce di un’attrice, fuori campo, ricordava tanti altri nomi, Mauro De Mauro e Mario Francese, Mauro Rostagno, Pippo Fava e Giancarlo Siani, che scrivevano sugli intrecci mafiosi tra crimini, affari e potere. E Carlo Casalegno e Walter Tobagi, impegnati a disvelare i nodi dell’orrore del terrorismo negli anni Settanta. E, ancora, Maria Grazia Cutuli in Afghanistan e Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio. Anna Politkovskaja in Russia. E tanti altri, in Europa e nel mondo.

A loro è stata dedicare la serata, in cui si è “premiato il buon giornalismo, serio e severo interprete di verità e civiltà, di umanità e senso della democrazia”. Ricordando, ancora, i reporter morti a Gaza, sino a pochissimi giorni fa. E un’altra donna, esemplare e coraggiosa, Victoria Roshchyna, in Ucraina.

Tutti questi nomi, “pronunciati con solidarietà e con rispetto, dicono, drammaticamente, il senso e il valore del mestiere di giornalista”. Un mestiere con una forte connotazione morale e civile, “adatto alle donne e agli uomini che amano libertà e responsabilità. Inadatto, invece, ‘ai cinici’, come ha insegnato quello straordinario maestro che si chiamava Ryszard Kapuścinski”.

Memoria dei morti che va oltre il pur doveroso ricordo. Perché una cerimonia che, anno dopo anno, dà valore alle parole dette e scritte sui giornali, in rete, in radio e in Tv, racconta contemporaneità e futuro, insistendo sulla buona informazione come pilastro della nostra convivenza civile e democratica e dell’impegno per le nuove generazioni.

La giuria del Premiolino (presieduto da Chiara Beria di Argentine e sostenuto da Pirelli), quest’anno ha premiato Paolo Giordano (Corriere della Sera), Anna Zafesova (La Stampa), Luigi Manconi (la Repubblica), Siegmund Ginzberg (Il Foglio), Thomas Mackinson (Il Fatto Quotidiano), Sabrina Giannini (Rai3) e Gianna Fregonara e Orsola Riva (Corriere della Sera) per il Premio Pirelli per l’informazione sulla scuola: un panorama ampio dei temi su cui l’informazione, proprio in una stagione così difficile e controversa, offre prove costanti di valore culturale e sociale.

Ecco il punto: questi non sono tempi facili, per i giornalisti. Sono messi in crisi dal generale discredito che da troppo tempo oramai colpisce le élite, gli intellettuali, gli scienziati, le persone competenti (l’espansione prepotente dei sociali media sul web ha aiutato la diffusione del pregiudizio secondo cui “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”). Colpiti dalle radicali trasformazioni tecnologiche e culturali che investono il sistema mediatico, senza che ci siano ancora risposte editoriali e politiche all’altezza della sfida. Maltollerati da poteri politici ed economici che detestano le critiche e preferiscono coltivare fake news e post-verità. E considerati marginali da un’opinione pubblica diffusa che non ritiene l’informazione un patrimonio fondamentale della comunità e si affida ai fattoidi invece di fare i conti con i fatti, i dati, le verità, anche quando sono scomode e non convenienti per un gruppo sociale, una congrega di interessi, una corporazione.

Come in tutte le crisi, anche i mondi della cultura, della scienza e dell’informazione hanno le loro dosi di responsabilità. Ma un fatto è comunque chiaro: senza l’informazione di qualità avremmo comunque un mondo peggiore, più ingiusto e squilibrato. E ne soffrirebbero la democrazia, l’economia di mercato, i sistemi di welfare e solidarietà sociale e, in generale, tutti i meccanismi di conoscenza che incidono sulla qualità della vita, del lavoro, delle relazioni.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da sempre attento ai temi della democrazia e delle relazioni tra poteri e culture che costruiscono la trama della partecipazione e della cittadinanza, nel giorni scorsi, durante un discorso a Tallin, in Estonia, ha ricordato che “le sfide poste dall’Intelligenza Artificiale sono complesse, ma le democrazie non possono permettersi di rimanere indietro… Sta a noi realizzare una IA che protegga i nostri cittadini e i nostri valori, senza insidiarli”.

Ecco un punto chiave: l’insidia al sistema dell’informazione: “La tecnologia e la sicurezza – insiste Mattarella – sono tematiche strettamente interconnesse e sempre più centrali per le nostre comunità democratiche. Assistiamo a un crescente uso dell’IA per fini di disinformazione e per condizionare le pubbliche opinioni, attraverso un uso spregiudicato della profilazione degli utenti sui social media e della diffusione, altrettanto spregiudicata, di notizie false”.

Servono dunque “standard globali vincolanti” per governare i processi messi in moto dall’IA. E una consapevolezza diffusa non solo delle opportunità legate alle nuove tecnologie, ma pure, lucidamente, dei loro rischi.

L’antidoto? Investire sulla conoscenza, sui saperi umanistici e scientifici, su un più profondo senso di responsabilità delle opinioni pubbliche. Sarà difficile farcela. Ma è indispensabile provare, con convinzione.

Sono temi essenziali, al centro anche della riflessione di Papa Leone. “L’informazione libera è un pilastro che sorregge la costruzione delle nostre società e, per questo, siamo chiamati a difenderla e garantirla”, ha detto nei giorni scorsi in un messaggio a Minds, l’associazione delle principali agenzie di stampa. Contro “l’informazione spazzatura” servono “competenza, coraggio e senso etico”: i giornalisti possono “essere un argine a chi, attraverso l’arte antica della menzogna, punta a creare contrapposizioni per comandare dividendo; un baluardo di civiltà rispetto alle sabbie mobili dell’approssimazione e della post-verità”.

Il giornalismo – insiste Papa Leone – “non è un crimine”. E bisogna ringraziare “i reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose”.

Il Papa ha chiesto ai giornalisti di “liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait”. Insomma, “non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione”. Secondo il Papa, “gli algoritmi generano contenuti e dati in una dimensione e con una velocità che non si era mai vista prima. Ma chi li governa? L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo con cui ci informiamo e comunichiamo, ma chi la guida e a quali fini?”. In sintesi: “Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.

Sono temi su cui, per fortuna, cresce l’attenzione del mondo giornalistico ed editoriale. Come conferma anche il dibattito dei giorni scorsi al convegno de “Il Sole24Ore” sull’evoluzione dei media. Lo testimoniano due degli interventi principali. Innanzitutto quello di Agnese Pini, direttrice di QN/ La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno: “L’informazione è il canale terzo tra il potere e il cittadino: se viene meno questo filtro, il potere parla direttamente con i cittadini in maniera verticale e si perde una garanzia fondamentale per la democrazia”. C’è infatti una relazione perversa tra la diffusione dei social media e il crollo degli indici di lettura, dal biennio 2011-2012 a oggi. E bisogna affrontare la sfida di un miglioramento dei processi di conoscenza e di buona informazione.

Aggiunge Giuseppe De Bellis, direttore editoriale di SkyTg24: “Nel grande panorama dell’informazione, spesso approssimativa, eccessivamente urlata e spinta ai limiti della disinformazione tutte le testate figlie di un’eredità storica che vivono nell’ecosistema digitale con siti internet e profili social devono spingere i consumatori e i lettori a frequentare le proprie piattaforme puntando su autorevolezza e credibilità”.

La sfida della conoscenza e della buona informazione, insomma, è difficile ma non è persa.

C’è una interessante opportunità di riflessione, nell’anno che verrà. Un anno di anniversari simbolici, proprio per il mondo dei giornali. I 159 anni dalla fondazione del “Corriere della Sera”. E i 70 anni de “Il Giorno”. Ma anche i 50 anni de “la Repubblica”. E una ricorrenza meno fausta, quella della chiusura, l’8 marzo del 1966, de “Il Mondo”, il settimanale diretto da Mario Pannunzio, scuola di formazione d’un solido giornalismo di qualità ma soprattutto d’un intenso sentire civile, laico, liberale e sensibile ai temi sociali.

Le ricorrenze sono talvolta a rischio di retorica celebrativa e di nostalgico amarcord. Stavolta varrebbe la pena che il mondo dell’informazione, ma anche quello della politica, dell’economia e della cultura approfittassero dell’occasione per ragionare seriamente, approfonditamente, spregiudicatamente, delle relazioni imprescindibili tra giornalismo e democrazia, del bisogno di fare crescere i livelli di informazione e di conoscenza, di una svolta dell’editoria come impresa economica, sì, ma con una forte, radicata connotazione civile.

Le parole sono pietre”, ha insegnato Carlo Levi. Indispensabili, per rafforzare gli edifici delle nostre libertà.

(photo Ippi Studio)

Tra alti e bassi, la storia economica italiana

Una guida aggiornata per orientarsi meglio nelle vicende che il Paese ha attraversato e attraversa

Il consiglio è sempre lo stesso: conoscere il passato per vivere meglio il presente e prepararsi bene per il futuro. Indicazione vale anche in tempi complessi e liquidi come questi. Per tutti e per le imprese. Consiglio che si può mettere in pratica leggendo l’ultima impresa letteraria di Emanuele Felice (che insegna Storia economica nell’Università IULM di Milano).

La riedizione aggiornata, dopo dieci anni dalla prima, di “Ascesa e declino. Una storia dell’economia italiana” è l’occasione per mettere in ordine i passi fondamentali della storia remota e recente del Paese. Una vicenda che alterna fasi alterne di splendore e decadenza come a pochi altri paesi al mondo è accaduto. Dopo i successi economici e sociali del secondo dopoguerra, oggi l’Italia sembra intrappolata in una stagnazione che dura da decenni. Felice cerca di rispondere ad una sola domanda. Com’è stato possibile un simile declino? Le risposte sono numerose e vanno ricercate nel sistema politico e istituzionale, nel ruolo delle élite e nelle decisioni – oppure nelle non-decisioni – che hanno influenzato in profondità le traiettorie dello sviluppo.

Nella nuova edizione aggiornata e ampliata del suo libro, Emanuele Felice offre una lettura critica delle dinamiche che hanno segnato la storia italiana. E lo fa riuscendo a fornire il dettaglio che serve pur collocando tutta la narrazione in “una prospettiva millenaria” (come dice il primo capitolo) per passare poi a delineare l’Italia liberale e quindi quella del ventennio e della guerra, per arrivare quindi “all’età dell’oro” (come indica un altro capitolo) e finire con l’epoca della globalizzazione e del declino odierni.

Il libro di Emanuele Felice è una bella lettura per chiunque voglia comprendere le radici dei successi e dei fallimenti italiani e voglia interrogarsi sulle prospettive future.

Ascesa e declino. Una storia dell’economia italiana

Emanuele Felice

il Mulino, 2025

Una guida aggiornata per orientarsi meglio nelle vicende che il Paese ha attraversato e attraversa

Il consiglio è sempre lo stesso: conoscere il passato per vivere meglio il presente e prepararsi bene per il futuro. Indicazione vale anche in tempi complessi e liquidi come questi. Per tutti e per le imprese. Consiglio che si può mettere in pratica leggendo l’ultima impresa letteraria di Emanuele Felice (che insegna Storia economica nell’Università IULM di Milano).

La riedizione aggiornata, dopo dieci anni dalla prima, di “Ascesa e declino. Una storia dell’economia italiana” è l’occasione per mettere in ordine i passi fondamentali della storia remota e recente del Paese. Una vicenda che alterna fasi alterne di splendore e decadenza come a pochi altri paesi al mondo è accaduto. Dopo i successi economici e sociali del secondo dopoguerra, oggi l’Italia sembra intrappolata in una stagnazione che dura da decenni. Felice cerca di rispondere ad una sola domanda. Com’è stato possibile un simile declino? Le risposte sono numerose e vanno ricercate nel sistema politico e istituzionale, nel ruolo delle élite e nelle decisioni – oppure nelle non-decisioni – che hanno influenzato in profondità le traiettorie dello sviluppo.

Nella nuova edizione aggiornata e ampliata del suo libro, Emanuele Felice offre una lettura critica delle dinamiche che hanno segnato la storia italiana. E lo fa riuscendo a fornire il dettaglio che serve pur collocando tutta la narrazione in “una prospettiva millenaria” (come dice il primo capitolo) per passare poi a delineare l’Italia liberale e quindi quella del ventennio e della guerra, per arrivare quindi “all’età dell’oro” (come indica un altro capitolo) e finire con l’epoca della globalizzazione e del declino odierni.

Il libro di Emanuele Felice è una bella lettura per chiunque voglia comprendere le radici dei successi e dei fallimenti italiani e voglia interrogarsi sulle prospettive future.

Ascesa e declino. Una storia dell’economia italiana

Emanuele Felice

il Mulino, 2025

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