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Guardare “dentro e oltre” la realtà

Leggere l’intervento del vicedirettore di Banca d’Italia per comprendere meglio quanto sta accadendo

Guardare oltre la superficie delle cose, oltre le apparenze. Guardare “dentro” la realtà. È quanto occorrerebbe fare sempre, soprattutto in periodi complessi come quelli che la società e l’economia stanno vivendo. Operazione necessaria, soprattutto se si hanno in capo doveri e compiti da svolgere. Come quelli d’impresa. Leggere allora “Squilibri globali e i loro rischi in un’economia mondiale più frammentata” – l’intervento di Sergio Nicoletti Altimari (vicedirettore di Banca d’Italia) al 32° Congresso Annuale ASSIOM FOREX di Venezia dello scorso 20 febbraio 2026 -, può essere un buon passo verso la migliore comprensione proprio di quanto sta sotto la superficie della cronaca economica mondiale.

Altimari precisa subito: “Se si giudicasse lo stato dell’economia mondiale esclusivamente dai risultati del 2025, non si ravviserebbero particolari problemi. Gli sconvolgimenti geopolitici e le tensioni commerciali tra paesi sembrerebbero aver inciso solo marginalmente”. A confermare quanto appena accennato bastano poche considerazioni: la crescita globale si è mantenuta al di sopra del 3% nel 2025 e rimarrà su livelli analoghi anche nel 2026; il commercio mondiale ha mostrato una notevole tenuta nonostante l’introduzione dei dazi statunitensi; l’inflazione ha continuato a ridursi, avvicinandosi agli obiettivi delle banche centrali; i mercati finanziari, pur con episodi di volatilità, hanno registrato ottimi risultati, con rialzi azionari a doppia cifra nelle principali piazze. Senza dire degli effetti – certo ancora tutti da precisare e governare – delle nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale. Soprattutto, scrive l’autore, “le imprese hanno dimostrato capacità di adattamento, riorientando gli scambi con rapidità e attenuando l’impatto dei dazi”.

Fin qui tutto bene, anzi meglio del previsto. Eppure “sotto la superficie di questi risultati favorevoli si stanno accumulando squilibri che potrebbero rivelarsi destabilizzanti, se non affrontati per tempo”. Ecco la chiave che apre all’importanza del guardare oltre. Esercizio non solo utile in economia ma in generale nell’osservazione della realtà. Altimari precisa: “Non si tratta di fenomeni nuovi, ma di problemi che hanno afflitto molte economie in passato”. Questioni note, quindi, ma che si tende a trascurare. Sbagliando. Il vicedirettore di Banca d’Italia si concentra su tre aspetti: la crescita del debito pubblico globale, gli squilibri commerciali tra paesi e le vulnerabilità in specifici segmenti dei mercati finanziari. Tutti temi che “possono amplificare i rischi” e generare problemi inaspettati e pesanti. Per porre rimedio a quest’orizzonte, l’autore ricorda la necessità di un’Europa più forte e di “un drastico ripensamento del modo di operare, prendere decisioni e agire”.

L’intervento di Altimari non è solo un esempio di limpidezza nell’affrontare temi complessi, ma anche buon strumento di crescita di quella cultura attenta del vedere la realtà che è utile a tutti.

Squilibri globali e i loro rischi in un’economia mondiale più frammentata

Sergio Nicoletti Altimari

Intervento al 32° Congresso Annuale ASSIOM FOREX, Venezia, 20 febbraio 2026, Banca d’Italia, 2026

Guardare “dentro e oltre” la realtà
Guardare “dentro e oltre” la realtà

Leggere l’intervento del vicedirettore di Banca d’Italia per comprendere meglio quanto sta accadendo

Guardare oltre la superficie delle cose, oltre le apparenze. Guardare “dentro” la realtà. È quanto occorrerebbe fare sempre, soprattutto in periodi complessi come quelli che la società e l’economia stanno vivendo. Operazione necessaria, soprattutto se si hanno in capo doveri e compiti da svolgere. Come quelli d’impresa. Leggere allora “Squilibri globali e i loro rischi in un’economia mondiale più frammentata” – l’intervento di Sergio Nicoletti Altimari (vicedirettore di Banca d’Italia) al 32° Congresso Annuale ASSIOM FOREX di Venezia dello scorso 20 febbraio 2026 -, può essere un buon passo verso la migliore comprensione proprio di quanto sta sotto la superficie della cronaca economica mondiale.

Altimari precisa subito: “Se si giudicasse lo stato dell’economia mondiale esclusivamente dai risultati del 2025, non si ravviserebbero particolari problemi. Gli sconvolgimenti geopolitici e le tensioni commerciali tra paesi sembrerebbero aver inciso solo marginalmente”. A confermare quanto appena accennato bastano poche considerazioni: la crescita globale si è mantenuta al di sopra del 3% nel 2025 e rimarrà su livelli analoghi anche nel 2026; il commercio mondiale ha mostrato una notevole tenuta nonostante l’introduzione dei dazi statunitensi; l’inflazione ha continuato a ridursi, avvicinandosi agli obiettivi delle banche centrali; i mercati finanziari, pur con episodi di volatilità, hanno registrato ottimi risultati, con rialzi azionari a doppia cifra nelle principali piazze. Senza dire degli effetti – certo ancora tutti da precisare e governare – delle nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale. Soprattutto, scrive l’autore, “le imprese hanno dimostrato capacità di adattamento, riorientando gli scambi con rapidità e attenuando l’impatto dei dazi”.

Fin qui tutto bene, anzi meglio del previsto. Eppure “sotto la superficie di questi risultati favorevoli si stanno accumulando squilibri che potrebbero rivelarsi destabilizzanti, se non affrontati per tempo”. Ecco la chiave che apre all’importanza del guardare oltre. Esercizio non solo utile in economia ma in generale nell’osservazione della realtà. Altimari precisa: “Non si tratta di fenomeni nuovi, ma di problemi che hanno afflitto molte economie in passato”. Questioni note, quindi, ma che si tende a trascurare. Sbagliando. Il vicedirettore di Banca d’Italia si concentra su tre aspetti: la crescita del debito pubblico globale, gli squilibri commerciali tra paesi e le vulnerabilità in specifici segmenti dei mercati finanziari. Tutti temi che “possono amplificare i rischi” e generare problemi inaspettati e pesanti. Per porre rimedio a quest’orizzonte, l’autore ricorda la necessità di un’Europa più forte e di “un drastico ripensamento del modo di operare, prendere decisioni e agire”.

L’intervento di Altimari non è solo un esempio di limpidezza nell’affrontare temi complessi, ma anche buon strumento di crescita di quella cultura attenta del vedere la realtà che è utile a tutti.

Squilibri globali e i loro rischi in un’economia mondiale più frammentata

Sergio Nicoletti Altimari

Intervento al 32° Congresso Annuale ASSIOM FOREX, Venezia, 20 febbraio 2026, Banca d’Italia, 2026

Campiello Junior 2026: i libri finalisti raccontati dai loro autori

Sei curioso di conoscere i libri finalisti della quinta edizione del Campiello Junior?

Fondazione Pirelli ha chiesto agli autori delle due terne, che sono stati scelti dalla Giuria di Selezione, di leggere ai giovani lettori un passaggio dal loro libro e dare loro un motivo per votarlo.

Saranno infatti proprio le ragazze e i ragazzi della Giuria dei lettori – 240 da tutta Italia e anche dall’estero – a decretare i vincitori delle due categorie, esprimendo le loro preferenze. I due autori che si aggiudicheranno il prestigioso riconoscimento letterario ideato da Fondazione Pirelli e Fondazione Il Campiello verranno proclamati giovedì 16 aprile 2026, presso il Teatro Comunale di Vicenza, durante l’evento presentato da Armando Traverso di RAI Radio Kids.

Le interviste saranno pubblicate su questa pagina e sui canali social di Fondazione Pirelli e del Premio Campiello:

26 febbraio: Mariangela GualtieriAlbum per pensare e non pensare, Bompiani Editore (Terna 7-10 anni)
5 marzo: Matteo BussolaIl talento della rondine, Adriano Salani Editore (Terna 11-14 anni)
12 marzo: Michela GuidiIl seminatore di storie e altri strani mestieri, Feltrinelli Editore (Terna 7-10 anni)
19 marzo: Luisa MattiaSegui la tigre, Il Battello a Vapore (Terna 11-14 anni)
26 marzo: Rosella PostorinoUn fratellino. Storia di Nanni e Mario, Adriano Salani Editore (Terna 7-10 anni)
2 aprile: Daniele MencarelliAdelmo che voleva essere Settimo, Mondadori Editore (Terna 11-14 anni)

Inoltre, l’8 e il 9 aprile conosceremo i sei autori in due interviste multiple, in cui ci parleranno dei loro libri e ci racconteranno i ricordi più belli delle loro letture d’infanzia.

Per rimanere aggiornati sulle iniziative del Premio Campiello Junior visitate i siti: www.fondazionepirelli.org www.premiocampiello.org.

Campiello Junior 2026: i libri finalisti raccontati dai loro autori
Campiello Junior 2026: i libri finalisti raccontati dai loro autori

Sei curioso di conoscere i libri finalisti della quinta edizione del Campiello Junior?

Fondazione Pirelli ha chiesto agli autori delle due terne, che sono stati scelti dalla Giuria di Selezione, di leggere ai giovani lettori un passaggio dal loro libro e dare loro un motivo per votarlo.

Saranno infatti proprio le ragazze e i ragazzi della Giuria dei lettori – 240 da tutta Italia e anche dall’estero – a decretare i vincitori delle due categorie, esprimendo le loro preferenze. I due autori che si aggiudicheranno il prestigioso riconoscimento letterario ideato da Fondazione Pirelli e Fondazione Il Campiello verranno proclamati giovedì 16 aprile 2026, presso il Teatro Comunale di Vicenza, durante l’evento presentato da Armando Traverso di RAI Radio Kids.

Le interviste saranno pubblicate su questa pagina e sui canali social di Fondazione Pirelli e del Premio Campiello:

26 febbraio: Mariangela GualtieriAlbum per pensare e non pensare, Bompiani Editore (Terna 7-10 anni)
5 marzo: Matteo BussolaIl talento della rondine, Adriano Salani Editore (Terna 11-14 anni)
12 marzo: Michela GuidiIl seminatore di storie e altri strani mestieri, Feltrinelli Editore (Terna 7-10 anni)
19 marzo: Luisa MattiaSegui la tigre, Il Battello a Vapore (Terna 11-14 anni)
26 marzo: Rosella PostorinoUn fratellino. Storia di Nanni e Mario, Adriano Salani Editore (Terna 7-10 anni)
2 aprile: Daniele MencarelliAdelmo che voleva essere Settimo, Mondadori Editore (Terna 11-14 anni)

Inoltre, l’8 e il 9 aprile conosceremo i sei autori in due interviste multiple, in cui ci parleranno dei loro libri e ci racconteranno i ricordi più belli delle loro letture d’infanzia.

Per rimanere aggiornati sulle iniziative del Premio Campiello Junior visitate i siti: www.fondazionepirelli.org www.premiocampiello.org.

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Nuove e innovative imprese

Una raccolta di ricerche mette a punto teoria e pratica delle startup

Questione di cultura, prima che di imprenditorialità. Questione, comunque, da approfondire con attenzione, per mezzo di analisi puntuali e concrete. È il fenomeno delle imprese startup che – appunto – è denso di suggestioni ma non va frainteso come il toccasana per lo sviluppo dell’economia. Per questo serve leggere la raccolta di ricerca e analisi curata da Martha Friel e Angelo Miglietta (entrambi professori di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università IULM di Milano).

“Fare startup. Strumenti, visioni e competenze per creare imprenditorialità innovativa in Italia”, questo il titolo della raccolta, chiarisce prima di tutto l’idea di base – creare una startup non è solo una scelta imprenditoriale, ma una sfida culturale – e sviluppa questo assunto attraverso l’esperienza del progetto BOOSTER (Business, Communication and Strategic Analysis Training for Entrepreneurship) dell’Università IULM creato per rafforzare le capacità imprenditoriali delle startup selezionate nell’ambito del programma di accelerazione Berkeley SkyDeck Europe.
Il volume si compone di due parti. La prima raccoglie le analisi che approfondiscono le dinamiche dell’ecosistema startup, mettendo a fuoco i principali andamenti che stanno emergendo, i fabbisogni formativi degli startupper, le peculiarità del contesto italiano e le prospettive di investimento. Un percorso di analisi che integra approcci teorici ed esperienze maturate nell’ambito del programma.
La seconda parte è una raccolta di strumenti e “attrezzi” operativi pensati per accompagnare le diverse fasi di sviluppo di una startup. Sei esperti affrontano temi chiave come il posizionamento strategico, il lancio, la crescita, la pianificazione finanziaria e la comunicazione. Ogni contributo si articola in una serie di indicazioni che hanno l’obiettivo di fornire agli imprenditori strumenti immediatamente utilizzabili.
La raccolta di indagini e analisi coordinata da Martha Friel e Angelo Miglietta ha il gran pregio di essere ad un tempo approfondimento di ricerca e strumento di lavoro.

Fare startup. Strumenti, visioni e competenze per creare imprenditorialità innovativa in Italia

Martha Friel, Angelo Miglietta (a cura di)

Franco Angeli, 2026

Nuove e innovative imprese
Nuove e innovative imprese

Una raccolta di ricerche mette a punto teoria e pratica delle startup

Questione di cultura, prima che di imprenditorialità. Questione, comunque, da approfondire con attenzione, per mezzo di analisi puntuali e concrete. È il fenomeno delle imprese startup che – appunto – è denso di suggestioni ma non va frainteso come il toccasana per lo sviluppo dell’economia. Per questo serve leggere la raccolta di ricerca e analisi curata da Martha Friel e Angelo Miglietta (entrambi professori di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università IULM di Milano).

“Fare startup. Strumenti, visioni e competenze per creare imprenditorialità innovativa in Italia”, questo il titolo della raccolta, chiarisce prima di tutto l’idea di base – creare una startup non è solo una scelta imprenditoriale, ma una sfida culturale – e sviluppa questo assunto attraverso l’esperienza del progetto BOOSTER (Business, Communication and Strategic Analysis Training for Entrepreneurship) dell’Università IULM creato per rafforzare le capacità imprenditoriali delle startup selezionate nell’ambito del programma di accelerazione Berkeley SkyDeck Europe.
Il volume si compone di due parti. La prima raccoglie le analisi che approfondiscono le dinamiche dell’ecosistema startup, mettendo a fuoco i principali andamenti che stanno emergendo, i fabbisogni formativi degli startupper, le peculiarità del contesto italiano e le prospettive di investimento. Un percorso di analisi che integra approcci teorici ed esperienze maturate nell’ambito del programma.
La seconda parte è una raccolta di strumenti e “attrezzi” operativi pensati per accompagnare le diverse fasi di sviluppo di una startup. Sei esperti affrontano temi chiave come il posizionamento strategico, il lancio, la crescita, la pianificazione finanziaria e la comunicazione. Ogni contributo si articola in una serie di indicazioni che hanno l’obiettivo di fornire agli imprenditori strumenti immediatamente utilizzabili.
La raccolta di indagini e analisi coordinata da Martha Friel e Angelo Miglietta ha il gran pregio di essere ad un tempo approfondimento di ricerca e strumento di lavoro.

Fare startup. Strumenti, visioni e competenze per creare imprenditorialità innovativa in Italia

Martha Friel, Angelo Miglietta (a cura di)

Franco Angeli, 2026

Moderno oppure antico?

L’ultimo libro di Vanni Codeluppi affronta in 10 “passi” il tema del presente

 

Modernità, forse in eccesso. Comunque da comprendere, anche per non farsi travolgere. Perché il nostro mondo corre sempre più veloce, tra schermi, social media e una realtà che sembra svanire dematerializzandosi. Ma è un mondo davvero nuovo o l’intensificazione di quello precedente? E come possiamo interpretare questo flusso apparentemente inarrestabile? Si tratta di interrogativi importanti – per tutti – e per i quali trovare le risposta è cosa tutt’altro che semplice. Ci ha provato Vanni Codeluppi con il suo “Megamodernità. Capire la società”.

Punto di partenza delle circa 150 pagine del libro è la constatazione delle molte etichette con le quali viene caratterizzato il nostro presente. Etichette che, tuttavia, non riescono mai ad essere pienamente in grado di sintetizzare la complessità nella quale persone, istituzioni e imprese si muovono. Quel che appare, però, evidente a tutti è che viviamo in una “società sovreccitata”  nella quale, spiega l’autore, i media digitali producono una successione accelerata di “choc” informativi che si riversano su una struttura sociale composta da individui sempre più vulnerabili.

Codeluppi cerca allora di fornire non altre etichette, ma una serie di strumenti per comprendere e vivere meglio quanto sta accadendo declinati in 10 concetti chiave: dal “capitalismo estetico” al “iperconsumo”, al “iperdivismo” al “corpo-flusso” e al “biocapitalismo”.

In questo modo, chi legge viene condotto lungo un percorso che porta a chiedersi se ci si trovi a vivere in un mondo completamente nuovo oppure semplicemente “più intenso” in termini di contenuti e di velocità di diffusione degli stessi.

Il libro di Codeluppi non ha la pretesa (assurda) di fornire interpretazioni assolute della realtà, vuole solo aiutare a comprendere meglio, ad essere più consapevoli e avveduti di fronte a quanto sta accadendo. Ed è una lettura utile a farsi.

 

Megamodernità. Capire la società

Vanni Codeluppi

Laterza, 2026

Moderno oppure antico?
Moderno oppure antico?

L’ultimo libro di Vanni Codeluppi affronta in 10 “passi” il tema del presente

 

Modernità, forse in eccesso. Comunque da comprendere, anche per non farsi travolgere. Perché il nostro mondo corre sempre più veloce, tra schermi, social media e una realtà che sembra svanire dematerializzandosi. Ma è un mondo davvero nuovo o l’intensificazione di quello precedente? E come possiamo interpretare questo flusso apparentemente inarrestabile? Si tratta di interrogativi importanti – per tutti – e per i quali trovare le risposta è cosa tutt’altro che semplice. Ci ha provato Vanni Codeluppi con il suo “Megamodernità. Capire la società”.

Punto di partenza delle circa 150 pagine del libro è la constatazione delle molte etichette con le quali viene caratterizzato il nostro presente. Etichette che, tuttavia, non riescono mai ad essere pienamente in grado di sintetizzare la complessità nella quale persone, istituzioni e imprese si muovono. Quel che appare, però, evidente a tutti è che viviamo in una “società sovreccitata”  nella quale, spiega l’autore, i media digitali producono una successione accelerata di “choc” informativi che si riversano su una struttura sociale composta da individui sempre più vulnerabili.

Codeluppi cerca allora di fornire non altre etichette, ma una serie di strumenti per comprendere e vivere meglio quanto sta accadendo declinati in 10 concetti chiave: dal “capitalismo estetico” al “iperconsumo”, al “iperdivismo” al “corpo-flusso” e al “biocapitalismo”.

In questo modo, chi legge viene condotto lungo un percorso che porta a chiedersi se ci si trovi a vivere in un mondo completamente nuovo oppure semplicemente “più intenso” in termini di contenuti e di velocità di diffusione degli stessi.

Il libro di Codeluppi non ha la pretesa (assurda) di fornire interpretazioni assolute della realtà, vuole solo aiutare a comprendere meglio, ad essere più consapevoli e avveduti di fronte a quanto sta accadendo. Ed è una lettura utile a farsi.

 

Megamodernità. Capire la società

Vanni Codeluppi

Laterza, 2026

Dal potere neofeudale ai rapporti di servitù, ecco l’anima nera d’un capitalismo inaccettabile

“Capitalismo feudale” è l’efficace titolo del nuovo libro di Roberto Seghetti, giornalista economico di solida esperienza (Agi, Panorama, Paese Sera, etc), per raccontare “come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia”. L’ha appena pubblicato Laterza. I diritti, un tempo uguali per tutti (ah, il nobile lascito della Rivoluzione Francese e di quella americana, dopo il “Secolo dei Lumi”, una delle stagioni migliori della nostra storia politica e civile, ispirata dalla Ragione: rileggere Leonardo Sciascia e Voltaire, per averne subito acuta nostalgia), adesso sembrano scomparsi dalle Costituzioni delle liberaldemocrazie per essere invece affidati alle capricciose protezioni dei “vincenti del capitalismo”, i politici populisti e i padroni della Big Tech (Monsters, li aveva ben definiti già otto anni fa un’efficace copertina di “The Economist”, settimanale liberale della business community, mica una rivista della sinistra radicale anglosassone).

I deboli, come nuovi servi della gleba, vanno in cerca di un padrone, che decide, autoritariamente “chi ha le carte e chi invece no” per il Nuovo grande gioco globale del potere, una sorta di Risiko cattivo in cui il più forte (già avvantaggiato in partenza dal numero di cannoni, soldati e carri armati), prende subito tutto, perfino la gelida Groenlandia, se gli va.

Quel “capitalismo feudale”, naturalmente, è l’esatto contrario del capitalismo “democratico” su cui in tanti abbiamo fatto affidamento, quello delle regole di mercato, delle norme che limitano la prepotenza dei monopoli e tutelano la simmetria dell’informazione (sempre relativa, non illudiamoci), delle leggi che puniscono gli spregiudicati “leoni di Wall Street” e i veri e propri truffatori finanziari.

Abbiamo apprezzato, insomma, il capitalismo della “economia civile” teorizzata da Antonio Genovesi, maestro del padre del liberalismo Adam Smith e della “economia giusta”, “sostenibile” e “circolare” cara sia a Papa Francesco (contro cui abbiamo appena saputo tramassero Epstein e Bannon, perché troppo amico dei deboli; la Repubblica, 15 febbraio) sia alla parte migliore della letteratura economica americana ed europea, quella che prova a conciliare democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cioè intraprendenza, libertà, innovazione e progresso. Quella che costruisce ricchezza, insomma, ma senza bloccare la “scala sociale”.

I giornali, anche negli ultimi giorni, di questo “feudalesimo’’ offrono ottimi esempi.

Le nuove dimensioni dei misteriosi e criminali legami di sesso e d’affari tessuti da Jeffrey Epstein, il finanziere che amava dipingersi anche come un filantropo (Il Foglio, 14 febbraio), aveva una fitta rete di “intimi” (Corriere della Sera, 14 febbraio) e “teneva nella rete i manager da Wall Street agli Emirati” (Il Sole24Ore, 14 febbraio), ma anche personaggi di spicco “del mondo progressista” (Corriere della Sera, 15 febbraio: la trasversalità politica e di potere fa sempre bene agli affari, no?).

Ma c’è pure chi rifiuta il neofeudalesimo di marca Usa ma anche della Cina: “Europa Usa, lo scossone di Merz” (Corriere della Sera, 14 febbraio), a proposito di un’Europa che all’ultimo vertice in Belgio prende atto della frattura dell’Occidente e prova a organizzare un proprio progetto di sicurezza e autonomia. E ancora “Nasce la nuova alleanza atlantica: autonomia europea e divisione del fronti” ( La Stampa, 14 febbraio).

Si rimescolano poteri e alleanze. E finalmente l’Europa, facendo leva anche sui progetti sulla competitività di Mario Draghi e su quello del Mercato Unico di Enrico Letta, pur non rinnegando il legame speciale con gli Usa, prova a costruire un proprio autonomo e migliore destino: non fa da vassallo Maga ma si muove da soggetto di primo piani sullo scenario globale. Investendo, innovando, costruendo in tempi rapidi un suo schema di difesa e tessendo alleanze (l’India, il Mercosur, etc.) che le garantiscano un gioco più ampio e favorevole di quello dettato da Washington. “Non condivido le critiche di Merz ai Maga”, tiene a dire la premier italiana Giorgia Meloni, aggiungendo che “Usa e Ue devono andare insieme” (Corriere della Sera, 15 febbraio). E Jack Rubio, segretario di Stato Usa con ruolo di “colomba”, prova a mettere tutti d’accordo: “Siamo pronti a un futuro insieme”. Tanto che il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno) ha gioco facile a titolare “Rubio tende la mano alla Ue”, anche se tutti sanno bene che le tensioni Usa-Ue, continueranno. Le tradizioni del capitalismo feudale, d’altronde, si fondano soprattutto sull’obbedienza. Anche se, naturalmente, toccherebbe alla buona politica trovare intese che non premino la prepotenza dei feudatari né umilino gli alleati malamente trattati da vassalli.

È un mondo che cambia, naturalmente. Tutto è più fragile e incerto, Ma probabilmente difendere e rilanciare culture e valori democratici della vecchia Europa (o del vecchio democratico Occidente trans Atlantico) vale più della riproposizione del neofeudalesimo, assicura maggiore stabilità, migliori equilibri economici e sociali, una compatibilità più accettabile dei divari di ricchezza, limitandone gli eccessi.

Se dall’alto della politica si scende “dappertutto e rasoterra” (per usare un’affascinante immagine del Censis) e si scava nei rapporti sociali, vengono in mente altre considerazioni per rifiutare lo schema neofeudale. Anche qui, vale la pena leggere le cronache e andare per esempi.

Gli esempi offerti da Milano proprio in questi giorni, per esempio, splendidi splendenti di medaglie d’oro e d’argento delle Olimpiadi sulla neve e di prezzi alle stelle per il bel pubblico internazionale dello sport e dello shopping condiviso tra via Montenapoleone e Cortina.

Il contraltare delle medaglie della metropoli delle “mille luci del lusso” sono i barboni che muoiono di freddo, otto vittime dall’inizio del 2026, mentre il “Corriere della Sera” e “Il Giorno” fanno campagna sulle “vittime invisibili del gelo” e il presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, Giorgio Gualzetti, assistenza garantita dalla Chiesa ambrosiana, parla di 700 ricoveri quotidiani offerti e di servizi che non bastano a dare ospitalità a tutti: “L’inverno tragico della strada… (Il Giorno, 14 febbraio).

Al di là dei senza tetto, c’è un altro dramma sociale che occupa in questi giorni le pagine milanesi dei quotidiani. Ed è quello dei rider, le persone che portano giorno e notte cibo e altri beni a chiunque telefoni a una delle tante cooperative di servizio: oltre 5mila persone impegnate, nei casi di punta anche 9mila.

La Procura della Repubblica di Milano ha aperto un’inchiesta, per capire se si tratti di lavoro autonomo (come sostengono le società di servizio) o di lavoro subordinato, per cui servirebbero contratti, garanzie di lavoro, sicurezza, etc. Una delle società, Just Eat, ha dichiarato di essersi messa in regola, ma spesso le paghe sono inferiori a quelle contrattuali.

I dati della CGIL (Il Giorno, 12 febbraio), documentano che il 55% dei rider lavora per più piattaforme, il 72,9% lavora tra sei e sette giorni alla settimana , il 50% lavora da 7 a 10 ore al giorno, il 66% fa oltre 40 chilometri quotidiani. Il 39,8% si è infortunato almeno una volta, il 67,4&% non ha avuto alcun risarcimento. Un inferno.

Nella maggior parte dei casi i giri sono definiti da un algoritmo, chi lavora di più ha i servizi migliori.

E i contratti di lavoro? “La flessibilità è compatibile con il lavoro subordinato. E il modello Milano sta esplodendo. Si colma un vuoto di servizio, ci rimettono i lavoratori”, commenta Orsola Razzolini, docente all’Università Statale di Milano, che da anni indaga sui fenomeno (Il Giorno, 12 gennaio).

Servi della gleba, appunto. Una delle pagine più nere d’un capitalismo che assicura servizi che soddisfano esigenze reali, ma anche capricci personali (una pizza a mezzanotte) per 2,5 euro a corsa. Spesso senza neppure una mancia. Va bene così?

Prima o poi tutto salterà. E le pagine oscure di questo diffuso “capitalismo feudale” provocherà rivolte, proteste, quanto meno movimenti di coscienza.

Varrà la pena, allora, ricordarsi dell’ammonimento di chi le regole del buon capitalismo le conosce davvero. Come Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock, la maggiore società d’investimento globale con sede a New York: “Capitalisti, attenti. Così rischiate di perdere la legittimità politica e morale. E nello schema virtuoso degli stakeholders values, la legittimità, anche solo quella etica, è fondamentale per rendere tollerabili gli squilibri del capitalismo”.

Larry Fink, parlava a Davos, alla fine di gennaio, al convegno annuale degli uomini e delle donne più potenti della finanza e dell’impresa mondiale (La Stampa, 21 gennaio). E non è nuovo Larry Fink agli avvertimenti sul degrado degli eccessi speculativi. A Davos non parlava esattamente dei rider. Ma di tutto ciò che rende inaccettabile un capitalismo che viola o aggira le regole e ne scarica i costi sui più poveri e deboli. Parla, in fin dei conti, del “capitalismo globale”. E delle sue distorsioni, adesso anche feudali. Vale la pena dedicare il massimo di attenzione alle sue parole.

(foto: Getty Images)

Dal potere neofeudale ai rapporti di servitù, ecco l’anima nera d’un capitalismo inaccettabile
Dal potere neofeudale ai rapporti di servitù, ecco l’anima nera d’un capitalismo inaccettabile

“Capitalismo feudale” è l’efficace titolo del nuovo libro di Roberto Seghetti, giornalista economico di solida esperienza (Agi, Panorama, Paese Sera, etc), per raccontare “come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia”. L’ha appena pubblicato Laterza. I diritti, un tempo uguali per tutti (ah, il nobile lascito della Rivoluzione Francese e di quella americana, dopo il “Secolo dei Lumi”, una delle stagioni migliori della nostra storia politica e civile, ispirata dalla Ragione: rileggere Leonardo Sciascia e Voltaire, per averne subito acuta nostalgia), adesso sembrano scomparsi dalle Costituzioni delle liberaldemocrazie per essere invece affidati alle capricciose protezioni dei “vincenti del capitalismo”, i politici populisti e i padroni della Big Tech (Monsters, li aveva ben definiti già otto anni fa un’efficace copertina di “The Economist”, settimanale liberale della business community, mica una rivista della sinistra radicale anglosassone).

I deboli, come nuovi servi della gleba, vanno in cerca di un padrone, che decide, autoritariamente “chi ha le carte e chi invece no” per il Nuovo grande gioco globale del potere, una sorta di Risiko cattivo in cui il più forte (già avvantaggiato in partenza dal numero di cannoni, soldati e carri armati), prende subito tutto, perfino la gelida Groenlandia, se gli va.

Quel “capitalismo feudale”, naturalmente, è l’esatto contrario del capitalismo “democratico” su cui in tanti abbiamo fatto affidamento, quello delle regole di mercato, delle norme che limitano la prepotenza dei monopoli e tutelano la simmetria dell’informazione (sempre relativa, non illudiamoci), delle leggi che puniscono gli spregiudicati “leoni di Wall Street” e i veri e propri truffatori finanziari.

Abbiamo apprezzato, insomma, il capitalismo della “economia civile” teorizzata da Antonio Genovesi, maestro del padre del liberalismo Adam Smith e della “economia giusta”, “sostenibile” e “circolare” cara sia a Papa Francesco (contro cui abbiamo appena saputo tramassero Epstein e Bannon, perché troppo amico dei deboli; la Repubblica, 15 febbraio) sia alla parte migliore della letteratura economica americana ed europea, quella che prova a conciliare democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cioè intraprendenza, libertà, innovazione e progresso. Quella che costruisce ricchezza, insomma, ma senza bloccare la “scala sociale”.

I giornali, anche negli ultimi giorni, di questo “feudalesimo’’ offrono ottimi esempi.

Le nuove dimensioni dei misteriosi e criminali legami di sesso e d’affari tessuti da Jeffrey Epstein, il finanziere che amava dipingersi anche come un filantropo (Il Foglio, 14 febbraio), aveva una fitta rete di “intimi” (Corriere della Sera, 14 febbraio) e “teneva nella rete i manager da Wall Street agli Emirati” (Il Sole24Ore, 14 febbraio), ma anche personaggi di spicco “del mondo progressista” (Corriere della Sera, 15 febbraio: la trasversalità politica e di potere fa sempre bene agli affari, no?).

Ma c’è pure chi rifiuta il neofeudalesimo di marca Usa ma anche della Cina: “Europa Usa, lo scossone di Merz” (Corriere della Sera, 14 febbraio), a proposito di un’Europa che all’ultimo vertice in Belgio prende atto della frattura dell’Occidente e prova a organizzare un proprio progetto di sicurezza e autonomia. E ancora “Nasce la nuova alleanza atlantica: autonomia europea e divisione del fronti” ( La Stampa, 14 febbraio).

Si rimescolano poteri e alleanze. E finalmente l’Europa, facendo leva anche sui progetti sulla competitività di Mario Draghi e su quello del Mercato Unico di Enrico Letta, pur non rinnegando il legame speciale con gli Usa, prova a costruire un proprio autonomo e migliore destino: non fa da vassallo Maga ma si muove da soggetto di primo piani sullo scenario globale. Investendo, innovando, costruendo in tempi rapidi un suo schema di difesa e tessendo alleanze (l’India, il Mercosur, etc.) che le garantiscano un gioco più ampio e favorevole di quello dettato da Washington. “Non condivido le critiche di Merz ai Maga”, tiene a dire la premier italiana Giorgia Meloni, aggiungendo che “Usa e Ue devono andare insieme” (Corriere della Sera, 15 febbraio). E Jack Rubio, segretario di Stato Usa con ruolo di “colomba”, prova a mettere tutti d’accordo: “Siamo pronti a un futuro insieme”. Tanto che il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno) ha gioco facile a titolare “Rubio tende la mano alla Ue”, anche se tutti sanno bene che le tensioni Usa-Ue, continueranno. Le tradizioni del capitalismo feudale, d’altronde, si fondano soprattutto sull’obbedienza. Anche se, naturalmente, toccherebbe alla buona politica trovare intese che non premino la prepotenza dei feudatari né umilino gli alleati malamente trattati da vassalli.

È un mondo che cambia, naturalmente. Tutto è più fragile e incerto, Ma probabilmente difendere e rilanciare culture e valori democratici della vecchia Europa (o del vecchio democratico Occidente trans Atlantico) vale più della riproposizione del neofeudalesimo, assicura maggiore stabilità, migliori equilibri economici e sociali, una compatibilità più accettabile dei divari di ricchezza, limitandone gli eccessi.

Se dall’alto della politica si scende “dappertutto e rasoterra” (per usare un’affascinante immagine del Censis) e si scava nei rapporti sociali, vengono in mente altre considerazioni per rifiutare lo schema neofeudale. Anche qui, vale la pena leggere le cronache e andare per esempi.

Gli esempi offerti da Milano proprio in questi giorni, per esempio, splendidi splendenti di medaglie d’oro e d’argento delle Olimpiadi sulla neve e di prezzi alle stelle per il bel pubblico internazionale dello sport e dello shopping condiviso tra via Montenapoleone e Cortina.

Il contraltare delle medaglie della metropoli delle “mille luci del lusso” sono i barboni che muoiono di freddo, otto vittime dall’inizio del 2026, mentre il “Corriere della Sera” e “Il Giorno” fanno campagna sulle “vittime invisibili del gelo” e il presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, Giorgio Gualzetti, assistenza garantita dalla Chiesa ambrosiana, parla di 700 ricoveri quotidiani offerti e di servizi che non bastano a dare ospitalità a tutti: “L’inverno tragico della strada… (Il Giorno, 14 febbraio).

Al di là dei senza tetto, c’è un altro dramma sociale che occupa in questi giorni le pagine milanesi dei quotidiani. Ed è quello dei rider, le persone che portano giorno e notte cibo e altri beni a chiunque telefoni a una delle tante cooperative di servizio: oltre 5mila persone impegnate, nei casi di punta anche 9mila.

La Procura della Repubblica di Milano ha aperto un’inchiesta, per capire se si tratti di lavoro autonomo (come sostengono le società di servizio) o di lavoro subordinato, per cui servirebbero contratti, garanzie di lavoro, sicurezza, etc. Una delle società, Just Eat, ha dichiarato di essersi messa in regola, ma spesso le paghe sono inferiori a quelle contrattuali.

I dati della CGIL (Il Giorno, 12 febbraio), documentano che il 55% dei rider lavora per più piattaforme, il 72,9% lavora tra sei e sette giorni alla settimana , il 50% lavora da 7 a 10 ore al giorno, il 66% fa oltre 40 chilometri quotidiani. Il 39,8% si è infortunato almeno una volta, il 67,4&% non ha avuto alcun risarcimento. Un inferno.

Nella maggior parte dei casi i giri sono definiti da un algoritmo, chi lavora di più ha i servizi migliori.

E i contratti di lavoro? “La flessibilità è compatibile con il lavoro subordinato. E il modello Milano sta esplodendo. Si colma un vuoto di servizio, ci rimettono i lavoratori”, commenta Orsola Razzolini, docente all’Università Statale di Milano, che da anni indaga sui fenomeno (Il Giorno, 12 gennaio).

Servi della gleba, appunto. Una delle pagine più nere d’un capitalismo che assicura servizi che soddisfano esigenze reali, ma anche capricci personali (una pizza a mezzanotte) per 2,5 euro a corsa. Spesso senza neppure una mancia. Va bene così?

Prima o poi tutto salterà. E le pagine oscure di questo diffuso “capitalismo feudale” provocherà rivolte, proteste, quanto meno movimenti di coscienza.

Varrà la pena, allora, ricordarsi dell’ammonimento di chi le regole del buon capitalismo le conosce davvero. Come Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock, la maggiore società d’investimento globale con sede a New York: “Capitalisti, attenti. Così rischiate di perdere la legittimità politica e morale. E nello schema virtuoso degli stakeholders values, la legittimità, anche solo quella etica, è fondamentale per rendere tollerabili gli squilibri del capitalismo”.

Larry Fink, parlava a Davos, alla fine di gennaio, al convegno annuale degli uomini e delle donne più potenti della finanza e dell’impresa mondiale (La Stampa, 21 gennaio). E non è nuovo Larry Fink agli avvertimenti sul degrado degli eccessi speculativi. A Davos non parlava esattamente dei rider. Ma di tutto ciò che rende inaccettabile un capitalismo che viola o aggira le regole e ne scarica i costi sui più poveri e deboli. Parla, in fin dei conti, del “capitalismo globale”. E delle sue distorsioni, adesso anche feudali. Vale la pena dedicare il massimo di attenzione alle sue parole.

(foto: Getty Images)

IA e umani, l’alleanza e le sue condizioni

L’ultimo libro di Guido Saracco racconta le relazioni tra uomo e tecnologia tra dieci anni

Aperti al progresso, ma attenti a rimanere esseri umani. Indicazione importante, che vale dal punto di vista sociale ed economico. Vale per tutti. E vale ancora di più in quest’epoca in cui la tecnologia e la sua innovazione paiono superare l’ingegno umano (dal quale tra l’altro sono nate). Questione, come sempre, di cultura che non è nozionismo ma pensiero critico e attento. Per affinare proprio questo tipo di cultura, è bello e interessante leggere “Alleati digitali. La nostra IA personale” scritto da Guido Saracco e da poco pubblicato.

L’autore parte da una considerazione: l’intelligenza artificiale è ormai parte della nostra vita quotidiana, è caratterizzata da sviluppi rapidissimi e comporta un cambiamento senza precedenti, necessario e urgente, del modo di intendere e di svolgere molti compiti di vita quotidiana e di attività produttiva. Saracco puntualizza: se riusciremo a progettarlo bene, a partire da un alleato digitale personale che sia di aiuto per ciascuno di noi, il futuro potrà essere migliore.

Il libro quindi accompagna chi legge in un viaggio nel futuro e prova a immaginare come studieremo, lavoreremo, vivremo tra dieci anni, con a fianco un nostro alleato digitale personale basato sull’IA.
Condivise le caratteristiche più rilevanti dei meccanismi della nostra mente e le più recenti scoperte delle neuroscienze e delle neurotecnologie sulle interfacce umano-macchina, Guido Saracco analizza quindi gli sviluppi dell’intelligenza artificiale già raggiunti e quelli attesi. L’autore, prefigura poi come l’alleanza tra umano e intelligenza artificiale potrà consolidarsi sotto due aspetti: nuovi apparecchi e funzioni condivise e, contemporaneamente, la definizione di un nuovo quadro normativo che dovrà dettare i confini di applicabilità della tecnologia, e probabilmente anche ridefinire gli stessi diritti dell’umanità.

Il libro di Guido Saracco è scritto bene e si fa leggere d’un fiato anche se necessita di attenzione e cura nella lettura. E, in tema di IA e alleati digitali,  precisa un punto cruciale che dovrebbe essere chiaro a tutti: “L’alleato digitale – scrive l’autore – sarà innanzitutto un congegno, fondato sull’intelligenza artificiale generativa, che ci accompagnerà nella formazione avanzata, dopo che il nostro cervello avrà avuto un adeguato sviluppo nell’adolescenza, per poi rimanere al nostro fianco per la vita intera, con un hardware e un software che fatalmente miglioreranno nel tempo nelle prestazioni, nelle architetture, nelle funzioni, con un unico vincolo: riservare sempre alla persona il controllo, la valutazione e la presa di decisione finale”.

 

Alleati digitali. La nostra IA personale

Guido Saracco

Laterza, 2026

IA e umani, l’alleanza e le sue condizioni
IA e umani, l’alleanza e le sue condizioni

L’ultimo libro di Guido Saracco racconta le relazioni tra uomo e tecnologia tra dieci anni

Aperti al progresso, ma attenti a rimanere esseri umani. Indicazione importante, che vale dal punto di vista sociale ed economico. Vale per tutti. E vale ancora di più in quest’epoca in cui la tecnologia e la sua innovazione paiono superare l’ingegno umano (dal quale tra l’altro sono nate). Questione, come sempre, di cultura che non è nozionismo ma pensiero critico e attento. Per affinare proprio questo tipo di cultura, è bello e interessante leggere “Alleati digitali. La nostra IA personale” scritto da Guido Saracco e da poco pubblicato.

L’autore parte da una considerazione: l’intelligenza artificiale è ormai parte della nostra vita quotidiana, è caratterizzata da sviluppi rapidissimi e comporta un cambiamento senza precedenti, necessario e urgente, del modo di intendere e di svolgere molti compiti di vita quotidiana e di attività produttiva. Saracco puntualizza: se riusciremo a progettarlo bene, a partire da un alleato digitale personale che sia di aiuto per ciascuno di noi, il futuro potrà essere migliore.

Il libro quindi accompagna chi legge in un viaggio nel futuro e prova a immaginare come studieremo, lavoreremo, vivremo tra dieci anni, con a fianco un nostro alleato digitale personale basato sull’IA.
Condivise le caratteristiche più rilevanti dei meccanismi della nostra mente e le più recenti scoperte delle neuroscienze e delle neurotecnologie sulle interfacce umano-macchina, Guido Saracco analizza quindi gli sviluppi dell’intelligenza artificiale già raggiunti e quelli attesi. L’autore, prefigura poi come l’alleanza tra umano e intelligenza artificiale potrà consolidarsi sotto due aspetti: nuovi apparecchi e funzioni condivise e, contemporaneamente, la definizione di un nuovo quadro normativo che dovrà dettare i confini di applicabilità della tecnologia, e probabilmente anche ridefinire gli stessi diritti dell’umanità.

Il libro di Guido Saracco è scritto bene e si fa leggere d’un fiato anche se necessita di attenzione e cura nella lettura. E, in tema di IA e alleati digitali,  precisa un punto cruciale che dovrebbe essere chiaro a tutti: “L’alleato digitale – scrive l’autore – sarà innanzitutto un congegno, fondato sull’intelligenza artificiale generativa, che ci accompagnerà nella formazione avanzata, dopo che il nostro cervello avrà avuto un adeguato sviluppo nell’adolescenza, per poi rimanere al nostro fianco per la vita intera, con un hardware e un software che fatalmente miglioreranno nel tempo nelle prestazioni, nelle architetture, nelle funzioni, con un unico vincolo: riservare sempre alla persona il controllo, la valutazione e la presa di decisione finale”.

 

Alleati digitali. La nostra IA personale

Guido Saracco

Laterza, 2026

Le reazioni dell’Europa: dagli accordi Mercosur e India alla proposta di Draghi per un “federalismo pragmatico”

“Il vecchio mondo sta morendo. E il mondo nuovo lotta per nascere. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Questa frase di Antonio Gramsci, tratta dai “Quaderni dal carcere” fa da epigrafe di uno dei più bei film degli ultimi anni Settanta del Novecento, il “Don Giovanni “ di Wolfgang Mozart, diretto da Joseph Losey (magnifici il tenore Ruggero Raimondi e la soprano Kiri Te Kanawa, ottima la direzione d’orchestra di Loris Maazel). E quell’epigrafe è perfetta, non solo per il film quanto per il riferimento politico più generale cui rimanda e che, proprio oggi, rivela una straordinaria attualità.

Il “nuovo mondo” auspicato da Gramsci generò una Rivoluzione d’Ottobre capace di nutrire grande speranze e ambiziosi sogni di riscatto e di progresso sociale, ma alimentò soprattutto a Mosca l’incubo della dittatura sovietica (vale la pena rileggere, tra i tanti, Vladimir Majakovskij e Osip Mandel’štam, oltre che proprio Gramsci, per averne vivide testimonianze).

La citazione di Losey, invece, con un’acrobazia poetica, sposta tempi e aspettative. E pone al centro della scena quella stagione straordinaria che va dall’inizio del Secolo dei Lumi (con gli stimoli della “Civiltà della conversazione”, così ben raccontata da Benedetta Craveri, un mondo connotato da donne volitive, colte e intelligenti) alla Rivoluzione Francese e alla nascita di quell’Europa dei diritti e delle libertà che ancora oggi segna la nostra coscienza politica e civile.

Don Giovanni, il protagonista dell’opera di Mozart, è un libertino, più che un libertario o un liberale, un uomo incline al piacere senza timori morali. Ma in quel Settecento, liberalismo, libertinismo, ansie libertarie, passione per le idee nuove e inconsuete convivono in una straordinaria e a tratti insopportabile miscela (guardare attentamente la mostra organizzata su Casanova alla Fondazione Cini a Venezia per averne conferme).

E il modo con cui Don Giovanni apre le porte del palazzo per una sontuosa festa è accompagnato da un possente coro ripetuto due volte, “Viva la libertà”, che riguarda tanto le passioni della Ragione e niente affatto la mancanza di scrupoli etici e civili. Mozart, d’altronde, è un convinto massone, un liberale. Don Giovanni, privo di scrupoli, finirà all’inferno. E “il Mondo nuovo” che versi e musica evocano sarà davvero nuovo: le libertà, i diritti dell’uomo, la ricerca, i prodromi della democrazia, la nostra civiltà.

Vale la pena ricordarsene, di quel motto gramsciano riletto alla Losey-Mozart, anche per ragionare sulla difficilissima stagione che stiamo vivendo. L’Europa dei saloni scintillanti d’arguzia negli Hôtel Particulier del Marais, con le dispute di Voltaire e Diderot e dei loro amati ospiti napoletani come l’abate Galliani e l’economista Antonio Genovesi. non segnano più il tempo delle nuove idee. E le “conversazioni” brillanti e colte, anche nel palazzi del potere di Bruxelles e delle altre capitali europee hanno lasciato il posto alle chiacchiere sciatte del peggior populismo.

Adieu Europe, allora? Tutt’altro. È sempre tempo di intonare il coro “Viva la Libertà”. L’Europa liberale ha ancora oggi, nonostante tutto, uno spazio di vita. Una cultura. Un potere. Una Ragione. “Contro gli imperi l’Europa è sola con la sua libertà”, nota giustamente Antonio Scurati su la Repubblica (4 febbraio), definendo la solitudine come un’ottima occasione per fare da “ponte tra civiltà”, memore della lezione culturale e civile di Peter Burke della “esplosione del sapere”.

Ecco il punto. Dopo la recente stagione intimidita degli insulti all’Europa da parte degli Imperi Usa, Cina e Russia e delle Big Tech (intolleranti di regole, limiti e ragionamenti critici, su cui sapientemente la Ue e la Gran Bretagna si stanno muovendo. Corriere della Sera, 6 febbraio), da qualche tempo a questa parte l’Europa o almeno certi protagonisti della vita di Bruxelles e di alcuni circoli politici di paesi europei hanno deciso di fare mosse sensate, intelligenti, accorte per evitare di continuare a subire aggressioni e insulti.

La firma del Trattato con il Mercosur, per reciproci consistenti vantaggi economici, per esempio. E poi quello sulle buone relazioni commerciali con l’India, che ha subito spinto Trump a muoversi sulla strada di accordi con New Delhi che fino a ieri negava. E – piccolo capolavoro politico – il no netto pronunciato da Mark Carney, premier del Canada (un politico che Trump e i suoi hanno sempre visto come il fumo negli occhi) contro la doppia opzione proposta dagli Usa sulla Groenlandia: o la compriamo o la invadiamo.

Carney gli ha sventolato sotto il naso un piccolo libro denso di intelligenza e moralità, “Il potere dei senza potere”, un dialogo con Vàclav Havel, ex intellettuale di punta del dissenso anticomunista e poi saggio presidente della Federazione Cecoslovacca, un ragionamento sapiente sulla forza delle buone idee contro la prepotenza della forza priva di ideali e di valori morali. Trump fa un passo indietro, le buone ragioni della difesa della spazio europeo, facendo leva sulla Groenlandia, restano salde nelle mani della Nato.

Troppo poco per parlare di un’Europa che si riprende d’animo? No. Perché da Lovanio, in occasione della cerimonia per la laurea Honoris Causa dell’ateneo belga, Mario Draghi ha rilanciato l’idea di una “federazione europea: così diventerà una potenza”. Infatti “L’ordine globale è morto, gli Usa stanno cercando il predominio. Ora serve pragmatismo: avanti con i partner disponibili nei settori dove si può progredire” (La Stampa, 3 febbraio). “Federalismo pragmatico”, titola IlSole24Ore (3 febbraio); “Nuovi equilibri in Europa. L’Italia ora può contare”, commenta con sagacia Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera, sottolineando “un cambio di passo a Berlino” (6 febbraio).

Da tempo, Draghi insiste sulla necessità che l’Europa si doti di una sua politica sui temi della sicurezza (e dunque della difesa), delle tecnologie, della ricerca scientifica e dell’innovazione, della politica industriale e della formazione (tutti temi collegati per un’Europa che voglia continuare a difendere i suoi primati industriali e produttivi e dunque anche i suoi valori politici, sociali e civili). Adesso alza la voce. E si prepara a rilanciare nei prossimi giorni il suo programma sulla Competitività davanti al Consiglio Europeo, insieme ad Enrico Letta sul mercato comune. E proprio da Letta viene un’importante anticipazione: “La Ue deve rompere gli schemi con decisioni rapide e cooperazione” (IlSole24Ore, 6 febbraio).

Il tempo dei piccoli passi prudenti, degli staterelli che frenano, dei micronazionalismi forti di paralizzanti diritti di veto (o di vere e proprie complicità con i nemici dell’Europa, come le sintonie tra Orban e Putin) sembra proprio finito. Pena il degrado stesso dell’Europa come colonia o come mercato di consumo da saccheggiare e umiliare a piacimento.

Commenta Patrizio Bianchi (IlSole24Ore, 5 febbraio): “L’”Europa deve passare da quest’unione poco più che confederale a essere una vera federazione che, pur lasciando spazio ai governi nazionali e locali, metta insieme coerentemente le proprie scelte unitarie in materia di politica estera, difesa ed economia, uscendo dalla duplice trappola dell’unanimismo interno e della sottomissione negli Usa”.

Si può fare? Con difficoltà. Ma si può fare. Anche l’Euro, se ce ne ricordiamo bene, nacque per volontà di un piccolo gruppo di paesi, una dozzina (e l’Italia fece giustamente di tutto per essere in prima linea). Gli altri seguirono. E la moneta unica è stata uno dei più grandi successi di politica (non solo di politica monetaria), che la storia contemporanea ricordi.

Il rapporto con gli Usa resta naturalmente fondamentale. Così come il dialogo con la Cina. E un sistema di buone relazioni multilaterali con l’America Latina, i Paesi del Golfo, l’Africa e, perché no? la Russia una volta che sarà stata capace di uscire dall’inferno ucraino in cui si è cacciata,. L’obiettivo è evidente: una politica estera, una politica della sicurezza, una politica economica e commerciale dell’Europa. Partendo da chi ci sta.

La lezione di Draghi e Letta è chiara (così com’era chiaro il federalismo europeo del Manifesto di Ventotene scritto da Eugenio Colorni, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e sostenuto dalle “madri dell’Europa” Ursula Hirshmann e Ada Rossi, oltre che da Simone Weil e Hannah Arendt).

Federalismo pragmatico e ambiziosa intelligenza politica. Di certo, non si può restare imprigionati tra mondo vecchio e mondo nuovo. Perché lì, davvero, tra ombre, miserie politiche e paure, cresce il sonno della ragione e genera mostri.

(foto Getty Images)

Le reazioni dell’Europa: dagli accordi Mercosur e India alla proposta di Draghi per un “federalismo pragmatico”
Le reazioni dell’Europa: dagli accordi Mercosur e India alla proposta di Draghi per un “federalismo pragmatico”

“Il vecchio mondo sta morendo. E il mondo nuovo lotta per nascere. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Questa frase di Antonio Gramsci, tratta dai “Quaderni dal carcere” fa da epigrafe di uno dei più bei film degli ultimi anni Settanta del Novecento, il “Don Giovanni “ di Wolfgang Mozart, diretto da Joseph Losey (magnifici il tenore Ruggero Raimondi e la soprano Kiri Te Kanawa, ottima la direzione d’orchestra di Loris Maazel). E quell’epigrafe è perfetta, non solo per il film quanto per il riferimento politico più generale cui rimanda e che, proprio oggi, rivela una straordinaria attualità.

Il “nuovo mondo” auspicato da Gramsci generò una Rivoluzione d’Ottobre capace di nutrire grande speranze e ambiziosi sogni di riscatto e di progresso sociale, ma alimentò soprattutto a Mosca l’incubo della dittatura sovietica (vale la pena rileggere, tra i tanti, Vladimir Majakovskij e Osip Mandel’štam, oltre che proprio Gramsci, per averne vivide testimonianze).

La citazione di Losey, invece, con un’acrobazia poetica, sposta tempi e aspettative. E pone al centro della scena quella stagione straordinaria che va dall’inizio del Secolo dei Lumi (con gli stimoli della “Civiltà della conversazione”, così ben raccontata da Benedetta Craveri, un mondo connotato da donne volitive, colte e intelligenti) alla Rivoluzione Francese e alla nascita di quell’Europa dei diritti e delle libertà che ancora oggi segna la nostra coscienza politica e civile.

Don Giovanni, il protagonista dell’opera di Mozart, è un libertino, più che un libertario o un liberale, un uomo incline al piacere senza timori morali. Ma in quel Settecento, liberalismo, libertinismo, ansie libertarie, passione per le idee nuove e inconsuete convivono in una straordinaria e a tratti insopportabile miscela (guardare attentamente la mostra organizzata su Casanova alla Fondazione Cini a Venezia per averne conferme).

E il modo con cui Don Giovanni apre le porte del palazzo per una sontuosa festa è accompagnato da un possente coro ripetuto due volte, “Viva la libertà”, che riguarda tanto le passioni della Ragione e niente affatto la mancanza di scrupoli etici e civili. Mozart, d’altronde, è un convinto massone, un liberale. Don Giovanni, privo di scrupoli, finirà all’inferno. E “il Mondo nuovo” che versi e musica evocano sarà davvero nuovo: le libertà, i diritti dell’uomo, la ricerca, i prodromi della democrazia, la nostra civiltà.

Vale la pena ricordarsene, di quel motto gramsciano riletto alla Losey-Mozart, anche per ragionare sulla difficilissima stagione che stiamo vivendo. L’Europa dei saloni scintillanti d’arguzia negli Hôtel Particulier del Marais, con le dispute di Voltaire e Diderot e dei loro amati ospiti napoletani come l’abate Galliani e l’economista Antonio Genovesi. non segnano più il tempo delle nuove idee. E le “conversazioni” brillanti e colte, anche nel palazzi del potere di Bruxelles e delle altre capitali europee hanno lasciato il posto alle chiacchiere sciatte del peggior populismo.

Adieu Europe, allora? Tutt’altro. È sempre tempo di intonare il coro “Viva la Libertà”. L’Europa liberale ha ancora oggi, nonostante tutto, uno spazio di vita. Una cultura. Un potere. Una Ragione. “Contro gli imperi l’Europa è sola con la sua libertà”, nota giustamente Antonio Scurati su la Repubblica (4 febbraio), definendo la solitudine come un’ottima occasione per fare da “ponte tra civiltà”, memore della lezione culturale e civile di Peter Burke della “esplosione del sapere”.

Ecco il punto. Dopo la recente stagione intimidita degli insulti all’Europa da parte degli Imperi Usa, Cina e Russia e delle Big Tech (intolleranti di regole, limiti e ragionamenti critici, su cui sapientemente la Ue e la Gran Bretagna si stanno muovendo. Corriere della Sera, 6 febbraio), da qualche tempo a questa parte l’Europa o almeno certi protagonisti della vita di Bruxelles e di alcuni circoli politici di paesi europei hanno deciso di fare mosse sensate, intelligenti, accorte per evitare di continuare a subire aggressioni e insulti.

La firma del Trattato con il Mercosur, per reciproci consistenti vantaggi economici, per esempio. E poi quello sulle buone relazioni commerciali con l’India, che ha subito spinto Trump a muoversi sulla strada di accordi con New Delhi che fino a ieri negava. E – piccolo capolavoro politico – il no netto pronunciato da Mark Carney, premier del Canada (un politico che Trump e i suoi hanno sempre visto come il fumo negli occhi) contro la doppia opzione proposta dagli Usa sulla Groenlandia: o la compriamo o la invadiamo.

Carney gli ha sventolato sotto il naso un piccolo libro denso di intelligenza e moralità, “Il potere dei senza potere”, un dialogo con Vàclav Havel, ex intellettuale di punta del dissenso anticomunista e poi saggio presidente della Federazione Cecoslovacca, un ragionamento sapiente sulla forza delle buone idee contro la prepotenza della forza priva di ideali e di valori morali. Trump fa un passo indietro, le buone ragioni della difesa della spazio europeo, facendo leva sulla Groenlandia, restano salde nelle mani della Nato.

Troppo poco per parlare di un’Europa che si riprende d’animo? No. Perché da Lovanio, in occasione della cerimonia per la laurea Honoris Causa dell’ateneo belga, Mario Draghi ha rilanciato l’idea di una “federazione europea: così diventerà una potenza”. Infatti “L’ordine globale è morto, gli Usa stanno cercando il predominio. Ora serve pragmatismo: avanti con i partner disponibili nei settori dove si può progredire” (La Stampa, 3 febbraio). “Federalismo pragmatico”, titola IlSole24Ore (3 febbraio); “Nuovi equilibri in Europa. L’Italia ora può contare”, commenta con sagacia Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera, sottolineando “un cambio di passo a Berlino” (6 febbraio).

Da tempo, Draghi insiste sulla necessità che l’Europa si doti di una sua politica sui temi della sicurezza (e dunque della difesa), delle tecnologie, della ricerca scientifica e dell’innovazione, della politica industriale e della formazione (tutti temi collegati per un’Europa che voglia continuare a difendere i suoi primati industriali e produttivi e dunque anche i suoi valori politici, sociali e civili). Adesso alza la voce. E si prepara a rilanciare nei prossimi giorni il suo programma sulla Competitività davanti al Consiglio Europeo, insieme ad Enrico Letta sul mercato comune. E proprio da Letta viene un’importante anticipazione: “La Ue deve rompere gli schemi con decisioni rapide e cooperazione” (IlSole24Ore, 6 febbraio).

Il tempo dei piccoli passi prudenti, degli staterelli che frenano, dei micronazionalismi forti di paralizzanti diritti di veto (o di vere e proprie complicità con i nemici dell’Europa, come le sintonie tra Orban e Putin) sembra proprio finito. Pena il degrado stesso dell’Europa come colonia o come mercato di consumo da saccheggiare e umiliare a piacimento.

Commenta Patrizio Bianchi (IlSole24Ore, 5 febbraio): “L’”Europa deve passare da quest’unione poco più che confederale a essere una vera federazione che, pur lasciando spazio ai governi nazionali e locali, metta insieme coerentemente le proprie scelte unitarie in materia di politica estera, difesa ed economia, uscendo dalla duplice trappola dell’unanimismo interno e della sottomissione negli Usa”.

Si può fare? Con difficoltà. Ma si può fare. Anche l’Euro, se ce ne ricordiamo bene, nacque per volontà di un piccolo gruppo di paesi, una dozzina (e l’Italia fece giustamente di tutto per essere in prima linea). Gli altri seguirono. E la moneta unica è stata uno dei più grandi successi di politica (non solo di politica monetaria), che la storia contemporanea ricordi.

Il rapporto con gli Usa resta naturalmente fondamentale. Così come il dialogo con la Cina. E un sistema di buone relazioni multilaterali con l’America Latina, i Paesi del Golfo, l’Africa e, perché no? la Russia una volta che sarà stata capace di uscire dall’inferno ucraino in cui si è cacciata,. L’obiettivo è evidente: una politica estera, una politica della sicurezza, una politica economica e commerciale dell’Europa. Partendo da chi ci sta.

La lezione di Draghi e Letta è chiara (così com’era chiaro il federalismo europeo del Manifesto di Ventotene scritto da Eugenio Colorni, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e sostenuto dalle “madri dell’Europa” Ursula Hirshmann e Ada Rossi, oltre che da Simone Weil e Hannah Arendt).

Federalismo pragmatico e ambiziosa intelligenza politica. Di certo, non si può restare imprigionati tra mondo vecchio e mondo nuovo. Perché lì, davvero, tra ombre, miserie politiche e paure, cresce il sonno della ragione e genera mostri.

(foto Getty Images)

La crisi che genera sviluppo

Una ricerca pubblicata da poco mette in relazione la pandemia da COVID-19 con la nascita di nuove imprese femminili

Crisi come occasione di sviluppo, spesso di rinascita. Accade nelle società e nelle economie. Processi, certo, traumatici per molti aspetti, ma che devono essere colti e osservati con attenzione. È il caso di quanto avvenuto con la pandemia da COVID-19 che ha rappresentato uno shock senza precedenti per i sistemi economici e sociali e ha inciso in modo profondo e differenziato anche sui percorsi imprenditoriali. A studiare il tema, dal particolare punto di vista dell’imprenditoria femminile, ci si è messo un gruppo di ricerca, coordinato da Alessandra Micozzi, le cui indagini sono state raccolte in “Donne e impresa al tempo del COVID-19: il ruolo dell’ecosistema aziendale” recentemente pubblicato.

Nello scenario del COVID-19, è l’idea che sottende a tutte le indagini, l’imprenditoria femminile si è trovata ad affrontare una crisi che ha amplificato fragilità strutturali già esistenti – accesso al credito, reti professionali, conciliazione tra lavoro e responsabilità di cura – ma che ha anche messo in luce capacità di adattamento, innovazione e resilienza spesso sottovalutate.
Le ricerche, quindi, hanno analizzato in modo sistematico l’impatto della crisi pandemica sulla nascita e sullo sviluppo delle imprese femminili in Italia, adottando una prospettiva interdisciplinare che integra profili giuridici, economici e territoriali.

Il metodo adottato è stato quello dell’analisi di dati amministrativi, indicatori di resilienza e di risultati con una indagine rivolta a imprenditrici che hanno avviato l’attività tra il 2020 e il 2021. I risultati permettono di ricostruire come i sistemi imprenditoriali siano riusciti a modulare gli effetti della crisi, evidenziando differenze settoriali e territoriali.
L’insieme delle ricerche coordinate da Micozzi, tuttavia, aggiunge anche dell’altro e cioè la dimostrazione di come le crisi possano agire da “stress test” per i sistemi locali, rivelando vulnerabilità ma anche aprendo spazi di trasformazione.

Donne e impresa al tempo del COVID-19. Il ruolo dell’ecosistema imprenditoriale

Alessandra Micozzi (a cura di)

Franco Angeli, 2026

La crisi che genera sviluppo
La crisi che genera sviluppo

Una ricerca pubblicata da poco mette in relazione la pandemia da COVID-19 con la nascita di nuove imprese femminili

Crisi come occasione di sviluppo, spesso di rinascita. Accade nelle società e nelle economie. Processi, certo, traumatici per molti aspetti, ma che devono essere colti e osservati con attenzione. È il caso di quanto avvenuto con la pandemia da COVID-19 che ha rappresentato uno shock senza precedenti per i sistemi economici e sociali e ha inciso in modo profondo e differenziato anche sui percorsi imprenditoriali. A studiare il tema, dal particolare punto di vista dell’imprenditoria femminile, ci si è messo un gruppo di ricerca, coordinato da Alessandra Micozzi, le cui indagini sono state raccolte in “Donne e impresa al tempo del COVID-19: il ruolo dell’ecosistema aziendale” recentemente pubblicato.

Nello scenario del COVID-19, è l’idea che sottende a tutte le indagini, l’imprenditoria femminile si è trovata ad affrontare una crisi che ha amplificato fragilità strutturali già esistenti – accesso al credito, reti professionali, conciliazione tra lavoro e responsabilità di cura – ma che ha anche messo in luce capacità di adattamento, innovazione e resilienza spesso sottovalutate.
Le ricerche, quindi, hanno analizzato in modo sistematico l’impatto della crisi pandemica sulla nascita e sullo sviluppo delle imprese femminili in Italia, adottando una prospettiva interdisciplinare che integra profili giuridici, economici e territoriali.

Il metodo adottato è stato quello dell’analisi di dati amministrativi, indicatori di resilienza e di risultati con una indagine rivolta a imprenditrici che hanno avviato l’attività tra il 2020 e il 2021. I risultati permettono di ricostruire come i sistemi imprenditoriali siano riusciti a modulare gli effetti della crisi, evidenziando differenze settoriali e territoriali.
L’insieme delle ricerche coordinate da Micozzi, tuttavia, aggiunge anche dell’altro e cioè la dimostrazione di come le crisi possano agire da “stress test” per i sistemi locali, rivelando vulnerabilità ma anche aprendo spazi di trasformazione.

Donne e impresa al tempo del COVID-19. Il ruolo dell’ecosistema imprenditoriale

Alessandra Micozzi (a cura di)

Franco Angeli, 2026

Milano Cortina 2026: ci siamo

Pirelli e l’inverno, una storia che continua, nei prodotti e nello sport, oggi al culmine con la collaborazione con i XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 come “Olympic and Paralympic Partner”. Al centro di questo articolo del nostro approfondimento “Pirelli, l’inverno, lo sport” l’esperienza e la passione per le sfide sulla neve e sul ghiaccio che vedono Pirelli equipaggiare l’intera flotta olimpica con pneumatici della gamma invernale e all season

 

Negli articoli “L’inverno, una stagione da vivere”,  “Tre storie d’inverno” e Inverno, per sport e per passione – Fondazione Pirelli abbiamo visto come l’inverno abbia rappresentato per Pirelli un territorio fertile per lo sviluppo di invenzioni di prodotto e campagne di comunicazione innovative, oltre che di un sistema di valori legati alla “nuova” stagione, da vivere più liberamente, potendosi spostare in sicurezza, inseguire il divertimento, praticare gli sport dell’inverno. Un mondo da condividere anche con i dipendenti dell’azienda, nel tempo del dopolavoro, con la nascita dello Sport Club Pirelli nel 1922, dotato di campi e impianti sportivi costruiti proprio di fronte alla fabbrica di Milano Bicocca, in collaborazione con la storica società sportiva Pro Patria 1883, che propone sin da subito sci e alpinismo. Ma anche un mondo da raccontare, attraverso la creatività dei soggetti pubblicitari e i piani editoriali degli house organ Pirelli.

La passione per la montagna entra nell’immaginario di una società protesa verso la conquista di nuovi traguardi, luoghi e stili di vita, a partire dal Secondo Dopoguerra, grazie al miglioramento delle condizioni economiche e al progresso della tecnologia, dove Pirelli ha un ruolo attivo. La Rivista Pirelli in primis dedica diversi articoli all’accessibilità della montagna, resa appunto possibile dalle evoluzioni tecnologiche. Fra tutti, sul n. 6 del 1949 “Le funivie hanno aperto le porte della montagna”, con la firma di Nino Nutrizio; sul n. 6 del 1951 “Salire comodi per scendere veloci” di Federico Patellani, autore di articolo e reportage fotografico; sul n. 2 del 1954 “Scavalcheremo in funivia la catena del Bianco” di Franco Pellini, sul n. 4 del 1957 “Andiamo sul Bianco con moglie e bambini” di Enzo Gibelli. In realtà, quello che si dispiega sulla Rivista Pirelli intorno alla montagna è un vero e proprio dibattito, che prova e interrogare i diversi aspetti dell’argomento, fra sviluppo delle località turistiche (“Le capitali della neve” di Maria Grazia Marchelli sul  n. 2 del 1959, “La montagna non dorme” di Roberto Guiducci sul n. 1 del 1967), promozione dei territori (“I rustici Tabià dell’Ampezzano” di Giorgio Soave sul n. 6 del 1952) e, naturalmente, escursionismo e sport invernali, fra campioni, impianti e competizioni.

È in questo campo del dibattito che incontriamo le Olimpiadi invernali, con le imprese da record e le emozioni, e Cortina d’Ampezzo, con le VII Olimpiadi invernali del 1956, le prime a essere ospitate dall’Italia e le prime a essere trasmesse in diretta, in eurovisione, con la lunga coda di articoli fra cronaca e riflessioni (“Trentacinque bandiere a Cortina” di Giorgio Fattori su Rivista Pirelli n. 6, 1954, “Le Olimpiadi di Toni Sailer” di Rolando Marchi su Rivista Pirelli n. 1, 1956, “Bob a Cortina: quasi un’Olimpiade” di Giorgio Bellani su Rivista Pirelli n. 6, 1959 e “Non ci sono pattinatori” di Guido Otto su Rivista Pirelli n. 1, 1962).

Nei decenni successivi l’impegno di Pirelli per lo sport continua a crescere, andando sempre più nella dimensione “globale”, attraverso le collaborazioni con il mondo degli sport agonistici invernali – da FISI, con l’accordo quinquennale siglato nel 2017 per i Campionati del Mondo di sci alpino organizzati dalla FIS (Federazione Internazionale Sci) e i Campionati del Mondo di hockey su ghiaccio dell’IIHF (International Ice Hockey Federation) – ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, al via oggi, 6 febbraio 2026.

Pirelli, Olympic and Paralympic Partner, equipaggerà il 100% della flotta olimpica ufficiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, in programma tra febbraio e marzo nei territori di Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Circa 3.000 veicoli forniti da Abarth, Alfa Romeo, FIAT, Fiat Professional, Lancia e Maserati viaggeranno esclusivamente con pneumatici invernali e all season Pirelli: il Cinturato Winter 3, lo Scorpion Winter 2, il P Zero Winter 2 e il Cinturato All Season SF3, tutti vincitori dei test più autorevoli nelle comparative del 2025.

Dal primo pneumatico Inverno dal battistrada a spina di pesce del 1951 al Nuovo Inverno del 1957, dal Pirelli BS3 dal battistrada separato del 1959 alla nascita del Pirelli Winter, che dal 1979 arriva ai nostri giorni con un’ampia gamma per auto, suv e van, le condizioni dell’inverno hanno sempre sfidato Pirelli. Dal nostro Archivio Storico, l’articolo “La tua macchina sulla neve” di Giovanni Canestrini sulla Rivista Pirelli n. 1 del 1956 racconta delle “prove più severe” cui sono stati sottoposti i nuovi pneumatici Inverno in occasione del convegno della viabilità al Sestriere del 1956. Dominare la guida sul bagnato e per le strade di montagna, le pendenze e i fondi innevati, le temperature minime e il ghiaccio, regalando al viaggio la bellezza dell’inverno, è l’orgoglio di essere oggi a Milano Cortina 2026, per affidabilità, con la forza della storia.

Milano Cortina 2026: ci siamo
Milano Cortina 2026: ci siamo

Pirelli e l’inverno, una storia che continua, nei prodotti e nello sport, oggi al culmine con la collaborazione con i XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 come “Olympic and Paralympic Partner”. Al centro di questo articolo del nostro approfondimento “Pirelli, l’inverno, lo sport” l’esperienza e la passione per le sfide sulla neve e sul ghiaccio che vedono Pirelli equipaggiare l’intera flotta olimpica con pneumatici della gamma invernale e all season

 

Negli articoli “L’inverno, una stagione da vivere”,  “Tre storie d’inverno” e Inverno, per sport e per passione – Fondazione Pirelli abbiamo visto come l’inverno abbia rappresentato per Pirelli un territorio fertile per lo sviluppo di invenzioni di prodotto e campagne di comunicazione innovative, oltre che di un sistema di valori legati alla “nuova” stagione, da vivere più liberamente, potendosi spostare in sicurezza, inseguire il divertimento, praticare gli sport dell’inverno. Un mondo da condividere anche con i dipendenti dell’azienda, nel tempo del dopolavoro, con la nascita dello Sport Club Pirelli nel 1922, dotato di campi e impianti sportivi costruiti proprio di fronte alla fabbrica di Milano Bicocca, in collaborazione con la storica società sportiva Pro Patria 1883, che propone sin da subito sci e alpinismo. Ma anche un mondo da raccontare, attraverso la creatività dei soggetti pubblicitari e i piani editoriali degli house organ Pirelli.

La passione per la montagna entra nell’immaginario di una società protesa verso la conquista di nuovi traguardi, luoghi e stili di vita, a partire dal Secondo Dopoguerra, grazie al miglioramento delle condizioni economiche e al progresso della tecnologia, dove Pirelli ha un ruolo attivo. La Rivista Pirelli in primis dedica diversi articoli all’accessibilità della montagna, resa appunto possibile dalle evoluzioni tecnologiche. Fra tutti, sul n. 6 del 1949 “Le funivie hanno aperto le porte della montagna”, con la firma di Nino Nutrizio; sul n. 6 del 1951 “Salire comodi per scendere veloci” di Federico Patellani, autore di articolo e reportage fotografico; sul n. 2 del 1954 “Scavalcheremo in funivia la catena del Bianco” di Franco Pellini, sul n. 4 del 1957 “Andiamo sul Bianco con moglie e bambini” di Enzo Gibelli. In realtà, quello che si dispiega sulla Rivista Pirelli intorno alla montagna è un vero e proprio dibattito, che prova e interrogare i diversi aspetti dell’argomento, fra sviluppo delle località turistiche (“Le capitali della neve” di Maria Grazia Marchelli sul  n. 2 del 1959, “La montagna non dorme” di Roberto Guiducci sul n. 1 del 1967), promozione dei territori (“I rustici Tabià dell’Ampezzano” di Giorgio Soave sul n. 6 del 1952) e, naturalmente, escursionismo e sport invernali, fra campioni, impianti e competizioni.

È in questo campo del dibattito che incontriamo le Olimpiadi invernali, con le imprese da record e le emozioni, e Cortina d’Ampezzo, con le VII Olimpiadi invernali del 1956, le prime a essere ospitate dall’Italia e le prime a essere trasmesse in diretta, in eurovisione, con la lunga coda di articoli fra cronaca e riflessioni (“Trentacinque bandiere a Cortina” di Giorgio Fattori su Rivista Pirelli n. 6, 1954, “Le Olimpiadi di Toni Sailer” di Rolando Marchi su Rivista Pirelli n. 1, 1956, “Bob a Cortina: quasi un’Olimpiade” di Giorgio Bellani su Rivista Pirelli n. 6, 1959 e “Non ci sono pattinatori” di Guido Otto su Rivista Pirelli n. 1, 1962).

Nei decenni successivi l’impegno di Pirelli per lo sport continua a crescere, andando sempre più nella dimensione “globale”, attraverso le collaborazioni con il mondo degli sport agonistici invernali – da FISI, con l’accordo quinquennale siglato nel 2017 per i Campionati del Mondo di sci alpino organizzati dalla FIS (Federazione Internazionale Sci) e i Campionati del Mondo di hockey su ghiaccio dell’IIHF (International Ice Hockey Federation) – ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, al via oggi, 6 febbraio 2026.

Pirelli, Olympic and Paralympic Partner, equipaggerà il 100% della flotta olimpica ufficiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, in programma tra febbraio e marzo nei territori di Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Circa 3.000 veicoli forniti da Abarth, Alfa Romeo, FIAT, Fiat Professional, Lancia e Maserati viaggeranno esclusivamente con pneumatici invernali e all season Pirelli: il Cinturato Winter 3, lo Scorpion Winter 2, il P Zero Winter 2 e il Cinturato All Season SF3, tutti vincitori dei test più autorevoli nelle comparative del 2025.

Dal primo pneumatico Inverno dal battistrada a spina di pesce del 1951 al Nuovo Inverno del 1957, dal Pirelli BS3 dal battistrada separato del 1959 alla nascita del Pirelli Winter, che dal 1979 arriva ai nostri giorni con un’ampia gamma per auto, suv e van, le condizioni dell’inverno hanno sempre sfidato Pirelli. Dal nostro Archivio Storico, l’articolo “La tua macchina sulla neve” di Giovanni Canestrini sulla Rivista Pirelli n. 1 del 1956 racconta delle “prove più severe” cui sono stati sottoposti i nuovi pneumatici Inverno in occasione del convegno della viabilità al Sestriere del 1956. Dominare la guida sul bagnato e per le strade di montagna, le pendenze e i fondi innevati, le temperature minime e il ghiaccio, regalando al viaggio la bellezza dell’inverno, è l’orgoglio di essere oggi a Milano Cortina 2026, per affidabilità, con la forza della storia.

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Le 50mila parole da saper usare per limitare i rischi dell’Artificial Intelligence

“Tutti gli usi della parole a tutti… Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. Questa frase di Gianni Rodari, tratta da “La grammatica della fantasia” (Einaudi, 1973) torna in mente, con prepotenza, man mano che va avanti il dibattito sull’AI (l’Artificial Intelligence), sui suoi rischi e sulla possibilità che, di creatività in creatività, ChatGpt e gli altri sistemi “generativi” inventino in assoluta autonomia un mondo stravolto, fuori dalla dialettica umana, che crea un suo vocabolario, una sua lingua, un suo mondo, insomma una sua astratta e dunque falsa e manipolatrice versione di quell’antica idea per cui nomina sunt consequentia rerum, capovolgendone ed alterandone drammaticamente valori e senso.

Tutti gli usi delle parole a tutti, dunque. Partiamo da qui. Da come educare l’AI, dei limiti e delle competenze che è necessario mettere in campo per cercare di governarne e indirizzarne le evoluzioni. Senza timori. Già nel 1966 Umberto Eco, di fronte alle sorprendenti evoluzioni della Tv, ci aveva messi in guardia dal rischio di dividerci, fittiziamente, tra “apocalittici” e “integrati” e ci aveva consigliato quel che va fatto di fronte a ogni pur stravolgente innovazione tecnologica: cercare di analizzarla, capirla, inserirla nell’ordine delle conoscenze umane: dai caratteri mobili di Gutenberg alla fisica quantistica, da Internet all’AI (ammettiamo subito, comunque, che è sempre più difficile).

Di quali parole da usare come nutrimento stiamo parlando? Facciamo un paio di calcoli. La lingua italiana, una delle più ricche e articolate, va da 215mila a 280mila parole di base (inclusi tecnicismi, termini letterati e regionali), che arrivano a 2milioni di forme con tutte le loro declinazioni. Un buon vocabolario (Treccani, Zanichelli) ne include da 100mila a 160mila. Il vocabolario di una persona mediamente colta è di 50mila parole. De Mauro parla di 7,500 “parole di base”, Quelle di uso quotidiano sono appena 2mila. Una miseria: comprensione schematica, prima di sfumature, dunque ingannevole.

Nasce proprio da questi numeri la prima esigenza: capire, sapere usare correttamente e distinguere almeno alcune decine di migliaia di parole, non solo per non ricadere nella categoria  (purtroppo sempre più ampia) degli “analfabeti funzionali” (chi non è in grado di comprendere un testo di media complessità o fare un calcolo poco più che elementare: un buon terzo della popolazione italiana) ma anche per sapere porre con precisione e pertinenza domande in grado di affrontare il funzionamento dell’AI (che va appunto avanti per domande sempre più precise e penetranti).

Potremmo, in altri termini, aggiornare la giusta esigenza di una “educazione democratica” di Rodari (un’educazione cioè vasta e diffusa, quella cui fa riferimento la Costituzione quando indica la responsabilità della formazione scolastica di qualità) quando concentriamo “tutti gli usi delle parole a tutti” in almeno 50mila parole o poco più. Certo, molto di più delle 2mila di uso quotidiano: un numero così basso che ci rende “schiavi” di manipolazioni, propaganda, semplificazioni strumentali, fattoidi e fake news e rende impossibile l’esercizio della democrazia: la partecipazione responsabile a “un discorso pubblico ben informato” e dunque “critico” (la lezione sempre attuale di Jurgen Habermas in Europa ma anche di Antonio Gramsci, don Lorenzo Milani e Benedetto Croce per l’Italia).

La domanda è, adesso, se mai l’AI generativa sarà davvero tanto capace di creatività da arrivare, da sola, a coniare versi come “m’illumino d’immenso”, oppure “meriggiare pallido e assorto”, dirci che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, ricordare “il rosmarino per i ricordi e le viole per i pensieri”, porre compiutamente i termini della “scommessa su Dio”, raccontare di “essere in preda ad astratti furori”, approfondire la sfera del dubbio sulla responsabilità dello scienziato di fronte all’arma atomica, citare “l’inverno del nostro scontento” e farci sapere che “pure il rovo ebbe le sue piegature di dolcezza, anche il pruno il suo candore”, senza ripescare dalla memoria quello che già sa di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale, William Shakespeare, Elio Vittorini e Lucio Piccolo, Blaise Pascal e i padri della fisica Niels Bohr e Werner Karl Heisemberg. E citare quel “mare colore del vino” così definito per indicarne la cupezza e l’oscurità degli abissi.

L’AI sa ripetere poesia e certamente anche accostare versi diversi e simili. Fors’anche avventurosamente inventarne di simili a rime di poemi inesistenti ma plausibili. Sinora però non è capace di costruire pensiero originale, sorprendente, innovativo, carico di senso poetico e letterario.

Lo saprà fare in futuro? Il pericolo c’è. E forse non è neanche il pericolo maggiore, anche se tutti sappiamo quanto importanti siano poesia e letteratura nel costruire l’animo umano, definire comportamenti, ispirare grandi scelte culturali e civili che poi hanno una radicale incidenza sui movimenti di massa e i gusti, le inclinazioni e le passioni di milioni di persone (leggere o rileggere “Massa e potere” e “Auto da fé” di Elias Canetti, oltre che “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud per farsene una più chiara idea).

I rischi legati all’AI sono allarmanti, sostiene Dario Amodei, Ceo di Anthropic, uno dei “padri” di OpenAI insieme a Sam Altman, da cui ha “divorziato” proprio per le preoccupazioni sull’uso distorto di uno strumento così potente e fuori controllo. In un saggio recente, infatti (IlSole24Ore, 28 gennaio), Amodei elenca i rischi (disoccupazione di massa, frodi, controllo dittatoriale sull’opinione pubblica, manipolazioni dei mercati, etc.) e sollecita una “Costituzione” che “fissi principi di sviluppo etico”. Una posizione minoritaria, in un mondo di entusiasti per tutte le opportunità offerte dall’AI soprattutto per la ricerca scientifica e tecnologica e per la produttività delle imprese più innovative.

Resta comunque aperto il tema di come capirne sempre meglio il funzionamento e governarne l’evoluzione. E imparare, da parte degli utenti, a interagire.

Un buon esempio viene dall’Università Bocconi di Milano, dove il Rettore Francesco Billari ha appena annunciato l’introduzione di un nuovo corso, di “Scienze Cognitive e comportamento umano” che sarà introdotto nel ‘27 e dovrà essere seguito da tutti gli studenti bocconiani, per “studiare, con l’AI, l’intelligenza umana e mettere l’uomo al centro” (QN/ Il Giorno, 27 gennaio). Aggiunge Billari: “Apriremo centri scientifici di ricerca, anche per elaborare criteri di valutazione scientifica di impatto delle politiche sociali e verificare le conseguenze dell’applicazione dell’AI nelle scienze sociali”.

Anche questo, a pensarci bene, è una buona applicazione dei consigli di Rodari: costruire “una buona educazione” e lavorare su parole consapevoli. Ricordando anche la lezione civile di Robert Putnam: la democrazia richiede deliberazione e interazione diretta tra cittadini, senza la quale “lo spazio pubblico si riduce a una comodità tecnologica che ci rende, paradossalmente, più connessi ma profondamente soli e politicamente inerti” (Paolo Benanti, Il Sole24Ore, 28 gennaio).

L’erosione silenziosa delle istituzioni è il rischio che abbiamo davanti. Una AI nutrita con tutto il vocabolario legato alla Costituzione può essere un’ancora, ancorché fragile, di salvezza.

(foto Getty Images)

Le 50mila parole da saper usare per limitare i rischi dell’Artificial Intelligence
Le 50mila parole da saper usare per limitare i rischi dell’Artificial Intelligence

“Tutti gli usi della parole a tutti… Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. Questa frase di Gianni Rodari, tratta da “La grammatica della fantasia” (Einaudi, 1973) torna in mente, con prepotenza, man mano che va avanti il dibattito sull’AI (l’Artificial Intelligence), sui suoi rischi e sulla possibilità che, di creatività in creatività, ChatGpt e gli altri sistemi “generativi” inventino in assoluta autonomia un mondo stravolto, fuori dalla dialettica umana, che crea un suo vocabolario, una sua lingua, un suo mondo, insomma una sua astratta e dunque falsa e manipolatrice versione di quell’antica idea per cui nomina sunt consequentia rerum, capovolgendone ed alterandone drammaticamente valori e senso.

Tutti gli usi delle parole a tutti, dunque. Partiamo da qui. Da come educare l’AI, dei limiti e delle competenze che è necessario mettere in campo per cercare di governarne e indirizzarne le evoluzioni. Senza timori. Già nel 1966 Umberto Eco, di fronte alle sorprendenti evoluzioni della Tv, ci aveva messi in guardia dal rischio di dividerci, fittiziamente, tra “apocalittici” e “integrati” e ci aveva consigliato quel che va fatto di fronte a ogni pur stravolgente innovazione tecnologica: cercare di analizzarla, capirla, inserirla nell’ordine delle conoscenze umane: dai caratteri mobili di Gutenberg alla fisica quantistica, da Internet all’AI (ammettiamo subito, comunque, che è sempre più difficile).

Di quali parole da usare come nutrimento stiamo parlando? Facciamo un paio di calcoli. La lingua italiana, una delle più ricche e articolate, va da 215mila a 280mila parole di base (inclusi tecnicismi, termini letterati e regionali), che arrivano a 2milioni di forme con tutte le loro declinazioni. Un buon vocabolario (Treccani, Zanichelli) ne include da 100mila a 160mila. Il vocabolario di una persona mediamente colta è di 50mila parole. De Mauro parla di 7,500 “parole di base”, Quelle di uso quotidiano sono appena 2mila. Una miseria: comprensione schematica, prima di sfumature, dunque ingannevole.

Nasce proprio da questi numeri la prima esigenza: capire, sapere usare correttamente e distinguere almeno alcune decine di migliaia di parole, non solo per non ricadere nella categoria  (purtroppo sempre più ampia) degli “analfabeti funzionali” (chi non è in grado di comprendere un testo di media complessità o fare un calcolo poco più che elementare: un buon terzo della popolazione italiana) ma anche per sapere porre con precisione e pertinenza domande in grado di affrontare il funzionamento dell’AI (che va appunto avanti per domande sempre più precise e penetranti).

Potremmo, in altri termini, aggiornare la giusta esigenza di una “educazione democratica” di Rodari (un’educazione cioè vasta e diffusa, quella cui fa riferimento la Costituzione quando indica la responsabilità della formazione scolastica di qualità) quando concentriamo “tutti gli usi delle parole a tutti” in almeno 50mila parole o poco più. Certo, molto di più delle 2mila di uso quotidiano: un numero così basso che ci rende “schiavi” di manipolazioni, propaganda, semplificazioni strumentali, fattoidi e fake news e rende impossibile l’esercizio della democrazia: la partecipazione responsabile a “un discorso pubblico ben informato” e dunque “critico” (la lezione sempre attuale di Jurgen Habermas in Europa ma anche di Antonio Gramsci, don Lorenzo Milani e Benedetto Croce per l’Italia).

La domanda è, adesso, se mai l’AI generativa sarà davvero tanto capace di creatività da arrivare, da sola, a coniare versi come “m’illumino d’immenso”, oppure “meriggiare pallido e assorto”, dirci che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, ricordare “il rosmarino per i ricordi e le viole per i pensieri”, porre compiutamente i termini della “scommessa su Dio”, raccontare di “essere in preda ad astratti furori”, approfondire la sfera del dubbio sulla responsabilità dello scienziato di fronte all’arma atomica, citare “l’inverno del nostro scontento” e farci sapere che “pure il rovo ebbe le sue piegature di dolcezza, anche il pruno il suo candore”, senza ripescare dalla memoria quello che già sa di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale, William Shakespeare, Elio Vittorini e Lucio Piccolo, Blaise Pascal e i padri della fisica Niels Bohr e Werner Karl Heisemberg. E citare quel “mare colore del vino” così definito per indicarne la cupezza e l’oscurità degli abissi.

L’AI sa ripetere poesia e certamente anche accostare versi diversi e simili. Fors’anche avventurosamente inventarne di simili a rime di poemi inesistenti ma plausibili. Sinora però non è capace di costruire pensiero originale, sorprendente, innovativo, carico di senso poetico e letterario.

Lo saprà fare in futuro? Il pericolo c’è. E forse non è neanche il pericolo maggiore, anche se tutti sappiamo quanto importanti siano poesia e letteratura nel costruire l’animo umano, definire comportamenti, ispirare grandi scelte culturali e civili che poi hanno una radicale incidenza sui movimenti di massa e i gusti, le inclinazioni e le passioni di milioni di persone (leggere o rileggere “Massa e potere” e “Auto da fé” di Elias Canetti, oltre che “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud per farsene una più chiara idea).

I rischi legati all’AI sono allarmanti, sostiene Dario Amodei, Ceo di Anthropic, uno dei “padri” di OpenAI insieme a Sam Altman, da cui ha “divorziato” proprio per le preoccupazioni sull’uso distorto di uno strumento così potente e fuori controllo. In un saggio recente, infatti (IlSole24Ore, 28 gennaio), Amodei elenca i rischi (disoccupazione di massa, frodi, controllo dittatoriale sull’opinione pubblica, manipolazioni dei mercati, etc.) e sollecita una “Costituzione” che “fissi principi di sviluppo etico”. Una posizione minoritaria, in un mondo di entusiasti per tutte le opportunità offerte dall’AI soprattutto per la ricerca scientifica e tecnologica e per la produttività delle imprese più innovative.

Resta comunque aperto il tema di come capirne sempre meglio il funzionamento e governarne l’evoluzione. E imparare, da parte degli utenti, a interagire.

Un buon esempio viene dall’Università Bocconi di Milano, dove il Rettore Francesco Billari ha appena annunciato l’introduzione di un nuovo corso, di “Scienze Cognitive e comportamento umano” che sarà introdotto nel ‘27 e dovrà essere seguito da tutti gli studenti bocconiani, per “studiare, con l’AI, l’intelligenza umana e mettere l’uomo al centro” (QN/ Il Giorno, 27 gennaio). Aggiunge Billari: “Apriremo centri scientifici di ricerca, anche per elaborare criteri di valutazione scientifica di impatto delle politiche sociali e verificare le conseguenze dell’applicazione dell’AI nelle scienze sociali”.

Anche questo, a pensarci bene, è una buona applicazione dei consigli di Rodari: costruire “una buona educazione” e lavorare su parole consapevoli. Ricordando anche la lezione civile di Robert Putnam: la democrazia richiede deliberazione e interazione diretta tra cittadini, senza la quale “lo spazio pubblico si riduce a una comodità tecnologica che ci rende, paradossalmente, più connessi ma profondamente soli e politicamente inerti” (Paolo Benanti, Il Sole24Ore, 28 gennaio).

L’erosione silenziosa delle istituzioni è il rischio che abbiamo davanti. Una AI nutrita con tutto il vocabolario legato alla Costituzione può essere un’ancora, ancorché fragile, di salvezza.

(foto Getty Images)

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