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Pordenonelegge, “il miracolo di una città che si fa libro” grazie al legame tra l’industria e la cultura

Pescatori di idee e di parole. Per farne ingredienti di sapide conversazioni. E di civili relazioni. Vengono in mente pensieri leggeri e curiosi, guardando i manifesti di quest’anno di Pordenonelegge, il festival dei buoni libri e degli incontri colti e civili: c’è un amo che, invece che un pesce, solleva il lembo d’una pagina gialla e svela il lembo azzurro e stellato della bandiera europea. E su tutto, lo slogan esemplare: “amoleggere”, per dare senso alla “Festa del libro e della libertà”.

Giallo è il colore simbolo di un’iniziativa, Pordenonelegge, arrivata alla sua 26° edizione che, a metà settembre, è oramai tappa obbligata per scrittori e lettori, personalità della cultura e giovani che arrivano da tutta Italia e anche dall’estero per ascoltare, leggere, discutere, cercare di capire, fare i conti insomma con quel mondo dei racconti e delle idee che in certi momenti sembra condannato al degrado e al declino e che invece, proprio qui, in queste strade d’un bellissimo centro storico e in queste piazze impavesate, appunto, di giallo, mostra non solo una robusta resilienza ma soprattutto un’inaspettata vitalità. Che adesso guarda a un altro ambizioso appuntamento: Pordenone come Capitale italiana della cultura nel 2027.

Quali sono le radici di questo fenomeno, industriale e culturale? E che prospettive è possibile leggere, da qui, per il futuro dell’Italia produttiva e cioè, tutto sommato, dell’Italia che nella sua storia trova una straordinaria forza propulsiva e nell’Europa il suo destino?
Appunto all’Europa è dedicata questa Festa del libro, nella piena consapevolezza dei suoi limiti ma anche della necessità di darle forza e sviluppo (gli imprenditori nordestini e qui friulani lo sanno bene per esperienza e cultura). Ed è dalla determinazione degli uomini e delle donne d’impresa che nasce la prima edizione, nel 2000 (cambio simbolico di secolo e di millennio, “Stiamo trasecolando”, avrebbe detto Enzo Sellerio che di libri e idee aveva profonda, ironica e critica conoscenza).
La volontà fondatrice è della Camera di Commercio, all’epoca presieduta da Augusto Antonucci. E le danno appoggio concreto le associazioni delle categorie imprenditoriali, a cominciare da Confindustria e continuando con Confcommercio, Coldiretti, Confcooperative e Confartigianato. Una festa del libro che ha radici nel mondo economico, nelle forze produttive. La politica locale e regionale poi seguirà.
Quest’anima imprenditoriale si rafforza nel corso del tempo. E da anni il suo esponente più dinamico è Michelangelo Agrusti, ex parlamentare Dc e imprenditore nel settore delle costruzioni navali, presidente di Confindustria Alto Adriatico (riunisce le imprese di Pordenone, Gorizia e Trieste) e della Fondazione Pordenonelegge. Industria e cultura, appunto, con una solida coscienza sociale e civile.

Le intenzioni sono chiare fin dall’inizio: attirare sulla città l’attenzione dei media, del mondo dell’editoria e del pubblico, valorizzando le ricchezze culturali, storiche e paesaggistiche di un’area sino ad allora nota soprattutto come territorio manifatturiero. E dunque “aiutare istituzioni, imprenditori, operatori economici e cittadini ad ampliare ed approfondire le proprie conoscenze, stimolando il confronto con intellettuali, editori, autori e personalità di rilevo nazionale e internazionale in campo letterario, artistico e culturale”. Nel tempo si cresce. E nel corso degli ultimi anni sono state registrate in media 120mila presenze annuali. Con un forte ritorno economico: per ogni euro pubblico investito ne ricadono sul territorio 10,24 (lo certifica una ricerca dell’Università Bocconi).
Sostiene Agrusti: “Amoleggere quest’anno è una dichiarazione di interesse per il proprio tempo e per la decodificazione della sua complessità: chi legge non solo si informa, ma sceglie di approfondire criticamente i temi, con la consapevolezza che deriva dalla conoscenza”. E “anche quest’anno si è ripetuto il miracolo della città che si fa libro”.

Pordenonelegge è, per questo, un festival concepito “sull’uscio della storia”,” un osservatorio attivo della realtà contemporanea”. La dedica speciale all’Europa “insiste sull’istituzione della quale tutti abbiamo grande bisogno, nel contesto storico e geopolitico che stiamo attraversando. E che, a sua volta, è chiamata a superare i rischi di un declino strutturale e le sfide della crisi esistenziale prospettata dal Rapporto Draghi”.
Europa, dunque, obbligata a rafforzare “il suo ruolo di riferimento dei valori costitutivi alla base dei Trattati: giustizia, democrazia, libertà, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani. Principi che il terzo millennio mette in discussione a tante, troppe latitudini del pianeta”. L’apertura della Festa con un incontro con Shirin Ebadi, la scrittrice iraniana premio Nobel per la Pace e la chiusura con l’Inno alla Gioia di Beethoven ne sono le connotazioni essenziali.

Industria e cultura, dicevamo. Ma anche, più significativamente, industria che fa cultura. E, meglio ancora, “industria è cultura”, se cultura, oltre che letteratura e arte, teatro e musica, sono anche la scienza, le tecnologie, un brevetto industriale o di design, un nuovo prodotto high tech, un algoritmo dell’Intelligenza Artificiale, un contratto di lavoro innovativo delle relazioni sociali, un modo sostenibile di organizzare la logistica o le relazioni positive tra industria e ambiente.
La lezione sull’importanza della “cultura materiale”, cara agli storici francesi della scuola delle Annales, anche qui, in territorio friulano, trova significative conferme.
Era territorio contadino, nel dopoguerra. Povero ma operoso. Segnato dall’emigrazione verso le aree industriali forti, la Lombardia e il Piemonte dell’auto. Ma con un forte orgoglio delle radici. E, tra chi restava, con una cultura diffusa del lavoro, della cooperazione, dei valori del credito locale, della solidarietà. Negli anni del boom, la scoperta dell’industria, a cominciare da quella del “bianco” (elettrodomestici: Zanussi e poi Electrolux) e dalla metalmeccanica leggera, del legno e dell’arredamento, delle macchine tessili e delle ceramiche e poi, in tempi più recenti, della cantieristica navale e del suo sofisticato indotto produttivo.
Il racconto delle trasformazioni si può leggere in un libro snello e denso, “Laboratorio Pordenone”, di Giuseppe Lupo, storico dei rapporti tra letteratura e industria, recente vincitore del Premio letterario Friuli Venezia Giulia: “Il miracolo economico non si è concentrato solo a Milano o a Torino. Anzi sono state proprio le realtà ai margini a registrare il passaggio di civiltà in maniera meno traumatica rispetto alle metropoli, tant’è che a Pordenone l’antropologia della terra non è mai del tutto sparita. Su questa commistione tra industria e campagna, fra usanze vecchie di secoli e spregiudicatezza imprenditoriale, diciamo pure su una mistica del lavoro quasi calvinista, il Nord Est italiano ha fondato la sua fortuna economica contribuendo a formare la figura del metalmezzadro”.
Una figura diffusa, metà operaio metà contadino, frequente anche negli stabilimenti industriali del Mezzogiorno, da Melfi a Termini Imerese. Con alcune differenze: nelle imprese del Sud le stagioni dei raccolti (il grano, le ulive, l’uva…) coincidevano con picchi di assenteismo in fabbrica. Nel Nord Est, invece, con una compatibilità più virtuosa, con una somma di tempi di lavoro.
Scrive Lupo, infatti, che a Pordenone “il vecchio mondo ha continuato a resistere anche in presenza del nuovo, l’anima contadina, quella che parlava in dialetto e si sentiva radicata al territorio, non ha mai ceduto fino in fondo all’incedere della modernità, quasi opponesse una specie di nascosta resistenza (o di rivincita) al pericolo che essa, la modernità, rendesse ogni cosa omologabile, sia nella Pordenone in bianco e nero degli anni Sessanta, sia negli ultimi decenni, quando il bisogno di manodopera ha spinto Confindustria a inventarsi una strategia per regolamentare il trasferimento in città di singoli individui o di famiglie da inserire nel tessuto produttivo”.
Insiste Lupo: “In assenza di istituzioni culturali, è toccato alle aziende candidarsi a motore di sviluppo promuovendo iniziative che riguardano i libri, la lettura, l’arte, il cinema, il teatro. Così è nato il festival Pordenonelegge, uno degli appuntamenti dedicato ai libri più importanti dell’anno nel panorama italiano”. Perché? “Nessun benessere materiale può realizzarsi senza cultura e questa città declina in maniera particolare il rapporto tra azienda e territorio perfino in una fase delicata come il passaggio all’industria 4.0”.

La conferma viene dal Polo Tecnologico, progettato come un incubatore di nuove imprese, con sostegni legati alle competenze tecniche e alle risorse finanziarie, nella transizione digitale e ambientale, senza rigidità burocratiche e una solida idea della produttività. Esemplare anche la Lef e cioè la “Lean Experience Factory”, inaugurata nel 2011 alle porte di Pordenone (Agrusti ne è il presidente). Racconta Lupo: “È una sorta di fabbrica-scuola, sarebbe meglio definire centro di formazione esperienziale che insegna a ottimizzare i processi produttivi. Più che fabbrica modello, si tratta di un modellatore di fabbrica perché elabora (con gli interessati) il miglior modello produttivo di certi processi industriali. Un’officina pedagogica, insomma, a metà strada tra fabbrica del fare e fabbrica del pensare. Vale per la Lef, ma potrebbe funzionare per l’intero sistema Pordenone”.
Rieccola, dunque, la sintesi virtuosa “impresa è cultura”. Cultura del saper fare. E del fare sapere. Pordenonelegge, con la sua “Festa del libro e della libertà” ne è strumento fondamentale.

(foto: Cozzarin)

Pescatori di idee e di parole. Per farne ingredienti di sapide conversazioni. E di civili relazioni. Vengono in mente pensieri leggeri e curiosi, guardando i manifesti di quest’anno di Pordenonelegge, il festival dei buoni libri e degli incontri colti e civili: c’è un amo che, invece che un pesce, solleva il lembo d’una pagina gialla e svela il lembo azzurro e stellato della bandiera europea. E su tutto, lo slogan esemplare: “amoleggere”, per dare senso alla “Festa del libro e della libertà”.

Giallo è il colore simbolo di un’iniziativa, Pordenonelegge, arrivata alla sua 26° edizione che, a metà settembre, è oramai tappa obbligata per scrittori e lettori, personalità della cultura e giovani che arrivano da tutta Italia e anche dall’estero per ascoltare, leggere, discutere, cercare di capire, fare i conti insomma con quel mondo dei racconti e delle idee che in certi momenti sembra condannato al degrado e al declino e che invece, proprio qui, in queste strade d’un bellissimo centro storico e in queste piazze impavesate, appunto, di giallo, mostra non solo una robusta resilienza ma soprattutto un’inaspettata vitalità. Che adesso guarda a un altro ambizioso appuntamento: Pordenone come Capitale italiana della cultura nel 2027.

Quali sono le radici di questo fenomeno, industriale e culturale? E che prospettive è possibile leggere, da qui, per il futuro dell’Italia produttiva e cioè, tutto sommato, dell’Italia che nella sua storia trova una straordinaria forza propulsiva e nell’Europa il suo destino?
Appunto all’Europa è dedicata questa Festa del libro, nella piena consapevolezza dei suoi limiti ma anche della necessità di darle forza e sviluppo (gli imprenditori nordestini e qui friulani lo sanno bene per esperienza e cultura). Ed è dalla determinazione degli uomini e delle donne d’impresa che nasce la prima edizione, nel 2000 (cambio simbolico di secolo e di millennio, “Stiamo trasecolando”, avrebbe detto Enzo Sellerio che di libri e idee aveva profonda, ironica e critica conoscenza).
La volontà fondatrice è della Camera di Commercio, all’epoca presieduta da Augusto Antonucci. E le danno appoggio concreto le associazioni delle categorie imprenditoriali, a cominciare da Confindustria e continuando con Confcommercio, Coldiretti, Confcooperative e Confartigianato. Una festa del libro che ha radici nel mondo economico, nelle forze produttive. La politica locale e regionale poi seguirà.
Quest’anima imprenditoriale si rafforza nel corso del tempo. E da anni il suo esponente più dinamico è Michelangelo Agrusti, ex parlamentare Dc e imprenditore nel settore delle costruzioni navali, presidente di Confindustria Alto Adriatico (riunisce le imprese di Pordenone, Gorizia e Trieste) e della Fondazione Pordenonelegge. Industria e cultura, appunto, con una solida coscienza sociale e civile.

Le intenzioni sono chiare fin dall’inizio: attirare sulla città l’attenzione dei media, del mondo dell’editoria e del pubblico, valorizzando le ricchezze culturali, storiche e paesaggistiche di un’area sino ad allora nota soprattutto come territorio manifatturiero. E dunque “aiutare istituzioni, imprenditori, operatori economici e cittadini ad ampliare ed approfondire le proprie conoscenze, stimolando il confronto con intellettuali, editori, autori e personalità di rilevo nazionale e internazionale in campo letterario, artistico e culturale”. Nel tempo si cresce. E nel corso degli ultimi anni sono state registrate in media 120mila presenze annuali. Con un forte ritorno economico: per ogni euro pubblico investito ne ricadono sul territorio 10,24 (lo certifica una ricerca dell’Università Bocconi).
Sostiene Agrusti: “Amoleggere quest’anno è una dichiarazione di interesse per il proprio tempo e per la decodificazione della sua complessità: chi legge non solo si informa, ma sceglie di approfondire criticamente i temi, con la consapevolezza che deriva dalla conoscenza”. E “anche quest’anno si è ripetuto il miracolo della città che si fa libro”.

Pordenonelegge è, per questo, un festival concepito “sull’uscio della storia”,” un osservatorio attivo della realtà contemporanea”. La dedica speciale all’Europa “insiste sull’istituzione della quale tutti abbiamo grande bisogno, nel contesto storico e geopolitico che stiamo attraversando. E che, a sua volta, è chiamata a superare i rischi di un declino strutturale e le sfide della crisi esistenziale prospettata dal Rapporto Draghi”.
Europa, dunque, obbligata a rafforzare “il suo ruolo di riferimento dei valori costitutivi alla base dei Trattati: giustizia, democrazia, libertà, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani. Principi che il terzo millennio mette in discussione a tante, troppe latitudini del pianeta”. L’apertura della Festa con un incontro con Shirin Ebadi, la scrittrice iraniana premio Nobel per la Pace e la chiusura con l’Inno alla Gioia di Beethoven ne sono le connotazioni essenziali.

Industria e cultura, dicevamo. Ma anche, più significativamente, industria che fa cultura. E, meglio ancora, “industria è cultura”, se cultura, oltre che letteratura e arte, teatro e musica, sono anche la scienza, le tecnologie, un brevetto industriale o di design, un nuovo prodotto high tech, un algoritmo dell’Intelligenza Artificiale, un contratto di lavoro innovativo delle relazioni sociali, un modo sostenibile di organizzare la logistica o le relazioni positive tra industria e ambiente.
La lezione sull’importanza della “cultura materiale”, cara agli storici francesi della scuola delle Annales, anche qui, in territorio friulano, trova significative conferme.
Era territorio contadino, nel dopoguerra. Povero ma operoso. Segnato dall’emigrazione verso le aree industriali forti, la Lombardia e il Piemonte dell’auto. Ma con un forte orgoglio delle radici. E, tra chi restava, con una cultura diffusa del lavoro, della cooperazione, dei valori del credito locale, della solidarietà. Negli anni del boom, la scoperta dell’industria, a cominciare da quella del “bianco” (elettrodomestici: Zanussi e poi Electrolux) e dalla metalmeccanica leggera, del legno e dell’arredamento, delle macchine tessili e delle ceramiche e poi, in tempi più recenti, della cantieristica navale e del suo sofisticato indotto produttivo.
Il racconto delle trasformazioni si può leggere in un libro snello e denso, “Laboratorio Pordenone”, di Giuseppe Lupo, storico dei rapporti tra letteratura e industria, recente vincitore del Premio letterario Friuli Venezia Giulia: “Il miracolo economico non si è concentrato solo a Milano o a Torino. Anzi sono state proprio le realtà ai margini a registrare il passaggio di civiltà in maniera meno traumatica rispetto alle metropoli, tant’è che a Pordenone l’antropologia della terra non è mai del tutto sparita. Su questa commistione tra industria e campagna, fra usanze vecchie di secoli e spregiudicatezza imprenditoriale, diciamo pure su una mistica del lavoro quasi calvinista, il Nord Est italiano ha fondato la sua fortuna economica contribuendo a formare la figura del metalmezzadro”.
Una figura diffusa, metà operaio metà contadino, frequente anche negli stabilimenti industriali del Mezzogiorno, da Melfi a Termini Imerese. Con alcune differenze: nelle imprese del Sud le stagioni dei raccolti (il grano, le ulive, l’uva…) coincidevano con picchi di assenteismo in fabbrica. Nel Nord Est, invece, con una compatibilità più virtuosa, con una somma di tempi di lavoro.
Scrive Lupo, infatti, che a Pordenone “il vecchio mondo ha continuato a resistere anche in presenza del nuovo, l’anima contadina, quella che parlava in dialetto e si sentiva radicata al territorio, non ha mai ceduto fino in fondo all’incedere della modernità, quasi opponesse una specie di nascosta resistenza (o di rivincita) al pericolo che essa, la modernità, rendesse ogni cosa omologabile, sia nella Pordenone in bianco e nero degli anni Sessanta, sia negli ultimi decenni, quando il bisogno di manodopera ha spinto Confindustria a inventarsi una strategia per regolamentare il trasferimento in città di singoli individui o di famiglie da inserire nel tessuto produttivo”.
Insiste Lupo: “In assenza di istituzioni culturali, è toccato alle aziende candidarsi a motore di sviluppo promuovendo iniziative che riguardano i libri, la lettura, l’arte, il cinema, il teatro. Così è nato il festival Pordenonelegge, uno degli appuntamenti dedicato ai libri più importanti dell’anno nel panorama italiano”. Perché? “Nessun benessere materiale può realizzarsi senza cultura e questa città declina in maniera particolare il rapporto tra azienda e territorio perfino in una fase delicata come il passaggio all’industria 4.0”.

La conferma viene dal Polo Tecnologico, progettato come un incubatore di nuove imprese, con sostegni legati alle competenze tecniche e alle risorse finanziarie, nella transizione digitale e ambientale, senza rigidità burocratiche e una solida idea della produttività. Esemplare anche la Lef e cioè la “Lean Experience Factory”, inaugurata nel 2011 alle porte di Pordenone (Agrusti ne è il presidente). Racconta Lupo: “È una sorta di fabbrica-scuola, sarebbe meglio definire centro di formazione esperienziale che insegna a ottimizzare i processi produttivi. Più che fabbrica modello, si tratta di un modellatore di fabbrica perché elabora (con gli interessati) il miglior modello produttivo di certi processi industriali. Un’officina pedagogica, insomma, a metà strada tra fabbrica del fare e fabbrica del pensare. Vale per la Lef, ma potrebbe funzionare per l’intero sistema Pordenone”.
Rieccola, dunque, la sintesi virtuosa “impresa è cultura”. Cultura del saper fare. E del fare sapere. Pordenonelegge, con la sua “Festa del libro e della libertà” ne è strumento fondamentale.

(foto: Cozzarin)

Luoghi, umanità e imprese

La geografia come strumento importante per capire l’evoluzione sociale ed economica

Il significato, la storia, il ruolo, la cultura del produrre di un’impresa dipendono non solo dalle persone che la animano ma anche dai luoghi in cui questa insiste. Geografia, quindi, come elemento importante anche per le imprese. Così come per tutte le altre manifestazioni umane. Anche oggi, al tempo della digitalizzazione e della smaterializzazione dei rapporti. Studiare la geografia da questo punto di vista, appare così essere un passo importante per la comprensione delle attività sociale ed economiche. È quanto prova a fare Marco Percoco con il suo “Il potere dei luoghi. La rivincita della geografia per capire la società” bel libro da poco dato alle stampe.

Percoco guarda alla geografia non solo come ad una mappa, ma come un intreccio complesso di relazioni economiche, sociali e umane che determinano lo sviluppo dei luoghi. Il libro esplora quindi come la geografia influenzi profondamente le traiettorie di crescita, dalle migrazioni all’espansione urbana, dalla salute all’ambiente. Percoco unisce, per spiegarsi, teoria e realtà attraverso quindi il racconto di storie e casi emblematici: dalla Val d’Agri alle comunità walser del Monte Rosa, dalla malaria che ha colpito Fausto Coppi alle migrazioni dal Sud al Nord Italia. L’autore dimostra come lo spazio non sia un mero contenitore, ma un elemento attivo che plasma le opportunità economiche e sociali.

Spazio geografico, quindi, ma anche spazio storico e sociale. La storia, è ancora il pensiero di Percoco, ci insegna che i divari territoriali non si riducono semplicemente spostando le persone, ma comprendendo le specificità locali. E anche in questo caso, per far capire meglio vengono usati casi reali: dal capitale sociale di comunità come Arcidosso alle conseguenze dello sfruttamento delle risorse estrattive, dall’impatto delle infrastrutture di trasporto alle dinamiche migratorie. Il libro di Marco Percoco finisce così per assumere i tratti di un viaggio che rivela come lo sviluppo dipenda dalla capacità di valorizzare le risorse di ogni territorio, siano esse umane, naturali o istituzionali. “Il potere dei luoghi” arriva però anche ad un altro traguardo: una lettura innovativa delle disuguaglianze contemporanee che porta a a guardare oltre i confini geografici per immaginare nuove strategie di crescita e di benessere per tutti. Importante, tra i molti, questo passaggio che chi legge incontra verso la fine del libro: “Gestire economicamente un territorio non significa più solo creare nuovi posti di lavoro con una politica industriale sperabilmente efficace. Una visione moderna deve accompagnarsi a una gestione strategica delle risorse attivabili, dal capitale umano a quello imprenditoriale e naturale”.

 

Il potere dei luoghi. La rivincita della geografia per capire la società

Marco Percoco

EGEA, 2025

 

La geografia come strumento importante per capire l’evoluzione sociale ed economica

Il significato, la storia, il ruolo, la cultura del produrre di un’impresa dipendono non solo dalle persone che la animano ma anche dai luoghi in cui questa insiste. Geografia, quindi, come elemento importante anche per le imprese. Così come per tutte le altre manifestazioni umane. Anche oggi, al tempo della digitalizzazione e della smaterializzazione dei rapporti. Studiare la geografia da questo punto di vista, appare così essere un passo importante per la comprensione delle attività sociale ed economiche. È quanto prova a fare Marco Percoco con il suo “Il potere dei luoghi. La rivincita della geografia per capire la società” bel libro da poco dato alle stampe.

Percoco guarda alla geografia non solo come ad una mappa, ma come un intreccio complesso di relazioni economiche, sociali e umane che determinano lo sviluppo dei luoghi. Il libro esplora quindi come la geografia influenzi profondamente le traiettorie di crescita, dalle migrazioni all’espansione urbana, dalla salute all’ambiente. Percoco unisce, per spiegarsi, teoria e realtà attraverso quindi il racconto di storie e casi emblematici: dalla Val d’Agri alle comunità walser del Monte Rosa, dalla malaria che ha colpito Fausto Coppi alle migrazioni dal Sud al Nord Italia. L’autore dimostra come lo spazio non sia un mero contenitore, ma un elemento attivo che plasma le opportunità economiche e sociali.

Spazio geografico, quindi, ma anche spazio storico e sociale. La storia, è ancora il pensiero di Percoco, ci insegna che i divari territoriali non si riducono semplicemente spostando le persone, ma comprendendo le specificità locali. E anche in questo caso, per far capire meglio vengono usati casi reali: dal capitale sociale di comunità come Arcidosso alle conseguenze dello sfruttamento delle risorse estrattive, dall’impatto delle infrastrutture di trasporto alle dinamiche migratorie. Il libro di Marco Percoco finisce così per assumere i tratti di un viaggio che rivela come lo sviluppo dipenda dalla capacità di valorizzare le risorse di ogni territorio, siano esse umane, naturali o istituzionali. “Il potere dei luoghi” arriva però anche ad un altro traguardo: una lettura innovativa delle disuguaglianze contemporanee che porta a a guardare oltre i confini geografici per immaginare nuove strategie di crescita e di benessere per tutti. Importante, tra i molti, questo passaggio che chi legge incontra verso la fine del libro: “Gestire economicamente un territorio non significa più solo creare nuovi posti di lavoro con una politica industriale sperabilmente efficace. Una visione moderna deve accompagnarsi a una gestione strategica delle risorse attivabili, dal capitale umano a quello imprenditoriale e naturale”.

 

Il potere dei luoghi. La rivincita della geografia per capire la società

Marco Percoco

EGEA, 2025

 

Diplomazia d’impresa

In una Lectio magistralis la sintesi della capacità delle aziende di essere attori positivi dell’economia e della società

Le imprese possono essere soggetti importanti anche dal punto di vista delle relazioni politiche e del bene comune. Non solo conti a posto e qualità del prodotto, dunque, ma qualcosa di diverso e di più: un ruolo importante nell’ambito delle relazioni sociali, dei territori e più in generale politiche. Il tema è di grande importanza e necessita di essere ben compreso. Un passo verso questa direzione lo si può compiere leggendo la Lectio magistralis di Simone Bemporad tenuta lo scorso maggio presso l’Università di Trieste.

Bemporad lucidamente ha affrontato il tema dell’”impatto delle aziende sulle relazioni politiche e sul bene comune” partendo dalla sua esperienza di vita – giornalista e uomo d’azienda – che lo ha condotto negli anni a lavorare, come lui stesso dice, “in istituzioni e in imprese importanti, aziende che hanno sempre dimostrato una vocazione per l’innovazione e il futuro”. Obiettivo della Lectio è la dimostrazione di tre punti fermi nella visione di Bemporad del mondo, dell’economia e delle relazioni sociali e politiche. Prima di tutto il fatto che “considerare separate le traiettorie dell’interesse dell’impresa privata da quelle dell’interesse pubblico è una visione già superata dalla realtà e provare a dividerle non aiuterà a raggiungere né l’una né l’altra”. In secondo luogo che “il business svolge un ruolo di ponte tra luoghi lontanissimi tra di loro, con forze e mezzi di cui quasi nessun governo può disporre, e che la collaborazione dei governi e in particolare di una rete diplomatica altamente competente con le imprese sono determinanti per gestire i rapporti tra Paesi”. Infine, che “la comunicazione aziendale e l’advocacy sono elementi essenziali per le moderne economie interconnesse e anzi, parafrasando quanto scrisse Keynes a proposito delle teorie economiche, sono più potenti di ciò che comunemente si creda”.

Bemporad affronta l’argomento con grande chiarezza e porta chi ascolta (oppure legge) alla comprensione di realtà di rapporti che spesso non appaiono ai più e che invece possono essere determinanti per il futuro di interi sistemi sociale ed economici. E lo fa mettendo a frutto l’esperienza del giornalista che sa scrivere e quella del grande uomo d’impresa.  “Le aziende – scrive in uno dei passaggi cruciali Bemporad – possono contribuire a rendere più informate le decisioni della diplomazia e della politica condividendo la grande conoscenza generata dalla propria attività, dando quindi un punto di vista originale e innovativo”.

 

L’impatto delle aziende sulle relazioni politiche e sul bene comune. Lectio magistralis di Simone Bemporad

Simone Bemporad

Lectio Magistralis, Università degli Studi di Trieste, 30 maggio 2025, in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa

In una Lectio magistralis la sintesi della capacità delle aziende di essere attori positivi dell’economia e della società

Le imprese possono essere soggetti importanti anche dal punto di vista delle relazioni politiche e del bene comune. Non solo conti a posto e qualità del prodotto, dunque, ma qualcosa di diverso e di più: un ruolo importante nell’ambito delle relazioni sociali, dei territori e più in generale politiche. Il tema è di grande importanza e necessita di essere ben compreso. Un passo verso questa direzione lo si può compiere leggendo la Lectio magistralis di Simone Bemporad tenuta lo scorso maggio presso l’Università di Trieste.

Bemporad lucidamente ha affrontato il tema dell’”impatto delle aziende sulle relazioni politiche e sul bene comune” partendo dalla sua esperienza di vita – giornalista e uomo d’azienda – che lo ha condotto negli anni a lavorare, come lui stesso dice, “in istituzioni e in imprese importanti, aziende che hanno sempre dimostrato una vocazione per l’innovazione e il futuro”. Obiettivo della Lectio è la dimostrazione di tre punti fermi nella visione di Bemporad del mondo, dell’economia e delle relazioni sociali e politiche. Prima di tutto il fatto che “considerare separate le traiettorie dell’interesse dell’impresa privata da quelle dell’interesse pubblico è una visione già superata dalla realtà e provare a dividerle non aiuterà a raggiungere né l’una né l’altra”. In secondo luogo che “il business svolge un ruolo di ponte tra luoghi lontanissimi tra di loro, con forze e mezzi di cui quasi nessun governo può disporre, e che la collaborazione dei governi e in particolare di una rete diplomatica altamente competente con le imprese sono determinanti per gestire i rapporti tra Paesi”. Infine, che “la comunicazione aziendale e l’advocacy sono elementi essenziali per le moderne economie interconnesse e anzi, parafrasando quanto scrisse Keynes a proposito delle teorie economiche, sono più potenti di ciò che comunemente si creda”.

Bemporad affronta l’argomento con grande chiarezza e porta chi ascolta (oppure legge) alla comprensione di realtà di rapporti che spesso non appaiono ai più e che invece possono essere determinanti per il futuro di interi sistemi sociale ed economici. E lo fa mettendo a frutto l’esperienza del giornalista che sa scrivere e quella del grande uomo d’impresa.  “Le aziende – scrive in uno dei passaggi cruciali Bemporad – possono contribuire a rendere più informate le decisioni della diplomazia e della politica condividendo la grande conoscenza generata dalla propria attività, dando quindi un punto di vista originale e innovativo”.

 

L’impatto delle aziende sulle relazioni politiche e sul bene comune. Lectio magistralis di Simone Bemporad

Simone Bemporad

Lectio Magistralis, Università degli Studi di Trieste, 30 maggio 2025, in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa

Fondazione Pirelli al Festival dell’Innovazione e della Scienza: a scuola di sostenibilità tra impresa e tecnologia

Anche quest’anno Fondazione Pirelli partecipa al Festival dell’Innovazione e della Scienza di Settimo Torinese — giunto alla XIII edizione e dedicato al tema dell’Equilibrio — con una proposta didattica rivolta agli studenti delle scuole secondarie di II grado, per riflettere insieme sulle trasformazioni del mondo produttivo e sull’ambiente: innovazione, sostenibilità, responsabilità e conoscenza.

L’incontro, dal titolo “Per andare veloci bisogna sapere aspettare”, è in programma martedì 7 ottobre alle ore 11 presso la Biblioteca Archimede. A cura di Fondazione Pirelli, con il contributo della Direzione Sostenibilità di Pirelli, l’attività accompagna gli studenti in un percorso che racconta il ciclo produttivo dell’azienda: dallo studio e approvvigionamento delle materie prime fino alla produzione in fabbrica, passando per la progettazione e la sperimentazione di prototipi fisici e virtuali, inclusi quelli sviluppati per le competizioni di Formula 1.

Attraverso materiali d’archivio, immagini, video e momenti interattivi, l’iniziativa mette in luce come la sostenibilità sia integrata in ogni fase del processo industriale, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e promuovere un uso più responsabile delle risorse. Il percorso stimola una riflessione attiva sul ruolo dell’industria nella conversione verso modelli di sviluppo più sostenibili e sull’equilibrio necessario tra innovazione, efficienza e tutela del pianeta.

Anche quest’anno Fondazione Pirelli partecipa al Festival dell’Innovazione e della Scienza di Settimo Torinese — giunto alla XIII edizione e dedicato al tema dell’Equilibrio — con una proposta didattica rivolta agli studenti delle scuole secondarie di II grado, per riflettere insieme sulle trasformazioni del mondo produttivo e sull’ambiente: innovazione, sostenibilità, responsabilità e conoscenza.

L’incontro, dal titolo “Per andare veloci bisogna sapere aspettare”, è in programma martedì 7 ottobre alle ore 11 presso la Biblioteca Archimede. A cura di Fondazione Pirelli, con il contributo della Direzione Sostenibilità di Pirelli, l’attività accompagna gli studenti in un percorso che racconta il ciclo produttivo dell’azienda: dallo studio e approvvigionamento delle materie prime fino alla produzione in fabbrica, passando per la progettazione e la sperimentazione di prototipi fisici e virtuali, inclusi quelli sviluppati per le competizioni di Formula 1.

Attraverso materiali d’archivio, immagini, video e momenti interattivi, l’iniziativa mette in luce come la sostenibilità sia integrata in ogni fase del processo industriale, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e promuovere un uso più responsabile delle risorse. Il percorso stimola una riflessione attiva sul ruolo dell’industria nella conversione verso modelli di sviluppo più sostenibili e sull’equilibrio necessario tra innovazione, efficienza e tutela del pianeta.

Compassi d’Oro: i primati italiani nel design internazionale confermano vocazione e destino di grande paese industriale

Il punto di forza delle imprese italiane sta nella sintesi originale tra bellezza dei prodotti e sofisticata tecnologia, tra qualità e funzionalità, tra innovazione e sostenibilità ambientale e sociale. E proprio in questa stagione segnata da una competizione internazionale particolarmente dura e selettiva (aggravata dalle drammatiche tensioni geopolitiche che destabilizzano i mercati e dai dazi americani), la risposta del nostro mondo industriale alle crisi sta nella ricerca dell’eccellenza tecnica e nel rafforzamento dei valori etici ed estetici che ispirano la manifattura: il cosiddetto “bello e ben fatto” made in Italy.

La conferma della forza competitiva di un simile orientamento arriva dall’elenco dei venti vincitori dei Compassi d’Oro internazionali e dei destinatari delle trentacinque menzioni speciali, un elenco annunciato, all’inizio di settembre, dalla giuria presieduta da Maite Garcìa Sanchis, nel Padiglione Italia dell’Expo di Osaka, progettato da Mario Cucinella.
Il tema di quest’anno del premio, nato nel 1954 per iniziativa di Gio Ponti e promosso dall’Adi, l’Associazione del Design Industriale e adesso legato alle scadenze delle Esposizioni Internazionali, era “Designing Future Society for our Lives”. E tra i venti vincitori dei Compassi, dodici sono i prodotti di imprese italiane: Pirelli, Generali Italia, Kartell, Bonotto, Fratelli Guzzini e iGuzzini, Campagnolo, Caimi Brevetti, Martinelli Luce, Vimar, Vetreria Vistosi, Istituto Italiano di Tecnologia per il Centro Protesi dell’Inail). Segno, appunto, di un’eccellenza della cultura politecnica italiana (valori umanistici e conoscenze scientifiche) e di una capacità competitiva di respiro internazionale. La tenuta dell’export italiano (oltre 620 miliardi), nonostante le turbolenze che investono le relazioni commerciali globali, ne è esemplare testimonianza. Sono italiane anche la maggior parte delle imprese delle 35 menzioni (come Irinox, Poliform, Archivi Olivetti, Fondazione Rovati, Mandelli 1953, Smeg, Elica, EssilorLuxottica, Venini, etc.).

Cosa raccontano i prodotti premiati? Guardiamo meglio, cominciando con il pneumatico P Zero E, come eccellenza di “Design for the Mobility”, costruito con gran parte dei materiali naturali o riciclati, una sintesi innovativa tra qualità, prestazioni e sostenibilità: “Il primo pneumatico a ottenere un Compasso d’Oro, un prestigioso riconoscimento che celebra l’eccellenza progettuale di Pirelli e la portata innovativa di prodotti come il P Zero E, confermando il ruolo della ricerca e sviluppo come motore di progresso e sostenibilità, grazie anche all’impiego sempre più capillare di tecniche avanzate di intelligenza artificiale in tutte le fasi dello sviluppo”, commenta Piero Misani, Executive Vice President e Chief Technical Officer di Pirelli.
Ci sono poi una ruota da bicicletta, una serie di tessuti sostenibili per il fashion luxury e di tessuti fonoassorbenti per gli ambienti di lavoro, i sistemi di illuminazione e le lampade e poi ancora le sedute ergonomiche, i proiettori urbani, una piattaforma digitale di servizi, un esoscheletro modulare. Ne emerge la rappresentazione delle capacità delle imprese italiane di mettere sui mercati prodotti e servizi particolarmente innovativi, in grado di dare risposte originali ed efficaci ai bisogni del vivere, dell’abitare e del lavorare a misura di efficienza, benessere, qualità e di una migliore prospettiva di consumi che vada ben oltre il consumismo di massa e investa positivamente l’ambiente e le comunità sociali. Imprese, insomma, a misura degli Stakeholders Values, i valori e gli interessi delle persone e dei territori con cui l’industria entra in contatto e dal cui confronto ricava cultura e legittimazione sociale.
Qualità e sostenibilità, insomma, sono valori oramai incorporati nei sistemi produttivi e nei modelli di business dell’ “Italia che fa bene l’Italia”, per usare una sintesi cara a Symbola. E cioè veri e propri modi di fare impresa, conquistare migliori posizioni nelle nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati, rafforzare il consenso di consumatori sofisticati ed esigenti. Sono anche connotazioni forti di una cultura d’impresa evoluta, che ha radici nella tradizione manifatturiera italiana e proiezioni verso un futuro più attento alla qualità della vita, del lavoro, dei costumi sociali.

Sostiene Luciano Galimberti, presidente dell’Adi: “Il design è vissuto come disciplina che attraversa le nostre vite, capace di superare i confini nazionali e affrontare le sfide globali con innovazione, qualità e attenzione alla sostenibilità”. L’Adi Design Museum, diretto da Andrea Cancellato, regista dell’”operazione Osaka”, ne offre testimonianze storiche esemplari (Kartell, Guzzini e Pirelli sono marchi ricorrenti), esempi di una tradizione di “cultura del progetto” e “cultura del prodotto” che ha saputo sfidare i tempi e continuamente si rinnova.
Nota Annachiara Sacchi sul Corriere della Sera (6 settembre): “Soluzioni per un’umanità più consapevole. Connessa e responsabile. Attenta all’economia circolare, ai progetti a basso impatto ambientale. E alle scelte che mettono il design a servizio della vita, immaginandolo come una sorta di esperanto, un linguaggio di valore universale che collega bisogni e visioni”.
Un design, insomma, come caratteristica profonda dell’Italia contemporanea, uno degli strumenti principali grazie al quale il Paese ha saputo riprendersi dopo la guerra, costruire il boom economico e diventare rapidamente una potenza industriale, tra le prime al mondo, ben presente sui mercati internazionali. Una caratteristica continuamente attuale e progettuale.
Mario Vattani, commissario del Padiglione Italia a Osaka, commenta: “È proprio questa idea di Italia che vogliamo promuovere: una nazione capace di unire cultura e industria, creatività e innovazione, tradizione e visione strategica”.

I Compassi d’Oro, in altri termini, confermano e rafforzano una scelta produttiva. E culturale. Secondo la sapiente lezione di Gio Ponti: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”. Un’indicazione strategica che ha, appunto, un nome semplice ed essenziale: design. E un aggettivo qualificante: sostenibile.
Una sostenibilità su cui insistere, nonostante i venti contrari che spirano anche all’interno dell’opinione pubblica di grandi paesi industriali, a cominciare dagli Usa. Superando rigidità normative e burocratiche (il Green Deal della Ue ne risente, con danni pesanti al sistema industriale europeo, come mostra per esempio la crisi del settore automotive). E mettendo in piedi, invece, strumenti validi di politica industriale comune che stimolino innovazione, investimenti, produttività, con una migliore “economia della conoscenza”. I Rapporti elaborati per conto della Commissione Ue da Mario Draghi ed Enrico Letta, già lo scorso anno, contengono indicazioni preziose. Vanno tirati fuori dai cassetti in cui sono stati riposti e trasformati rapidamente in scelte concrete, provvedimenti, decisioni di investimenti adeguate.

“L’Europa deve trovare forza nell’unione e nella valorizzazione delle competenze, nell’innovazione, di fronte alle tensioni dei dazi e della geopolitica, alle sfide digitali e ambientali”, consiglia Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia (IlSole24Ore, 8 settembre).

Per le imprese italiane, d’altronde, questo è un terreno in cui muoversi a proprio agio. Come documenta il settimo Rapporto Consob sulla “rendicontazione non finanziaria” presentato nei giorni scorsi e cioè su quelli che vengono comunemente definiti come bilanci di sostenibilità: nel ‘24 li hanno presentati 150 società presenti in Borsa su Euronext Milan e cioè il 72% delle quotate, che rappresentano il 97% della capitalizzazione di mercato: “Una dimostrazione di come le imprese italiane stiano incorporando la sostenibilità nella propria governance, nelle strategie di lungo periodo e perfino nei sistemi di incentivazione dei vertici aziendali” (ItaliaOggi, 8 settembre).
Serve una competitività più efficace e sostenibile, insomma. Non meno. Perché l’Italia possa continuare a essere un paese manifatturiero. Con un futuro industriale da cui dipendono anche la qualità e la solidità del nostro futuro, economico, ma anche sociale e civile.

Courtesy of Padiglione Italia

Il punto di forza delle imprese italiane sta nella sintesi originale tra bellezza dei prodotti e sofisticata tecnologia, tra qualità e funzionalità, tra innovazione e sostenibilità ambientale e sociale. E proprio in questa stagione segnata da una competizione internazionale particolarmente dura e selettiva (aggravata dalle drammatiche tensioni geopolitiche che destabilizzano i mercati e dai dazi americani), la risposta del nostro mondo industriale alle crisi sta nella ricerca dell’eccellenza tecnica e nel rafforzamento dei valori etici ed estetici che ispirano la manifattura: il cosiddetto “bello e ben fatto” made in Italy.

La conferma della forza competitiva di un simile orientamento arriva dall’elenco dei venti vincitori dei Compassi d’Oro internazionali e dei destinatari delle trentacinque menzioni speciali, un elenco annunciato, all’inizio di settembre, dalla giuria presieduta da Maite Garcìa Sanchis, nel Padiglione Italia dell’Expo di Osaka, progettato da Mario Cucinella.
Il tema di quest’anno del premio, nato nel 1954 per iniziativa di Gio Ponti e promosso dall’Adi, l’Associazione del Design Industriale e adesso legato alle scadenze delle Esposizioni Internazionali, era “Designing Future Society for our Lives”. E tra i venti vincitori dei Compassi, dodici sono i prodotti di imprese italiane: Pirelli, Generali Italia, Kartell, Bonotto, Fratelli Guzzini e iGuzzini, Campagnolo, Caimi Brevetti, Martinelli Luce, Vimar, Vetreria Vistosi, Istituto Italiano di Tecnologia per il Centro Protesi dell’Inail). Segno, appunto, di un’eccellenza della cultura politecnica italiana (valori umanistici e conoscenze scientifiche) e di una capacità competitiva di respiro internazionale. La tenuta dell’export italiano (oltre 620 miliardi), nonostante le turbolenze che investono le relazioni commerciali globali, ne è esemplare testimonianza. Sono italiane anche la maggior parte delle imprese delle 35 menzioni (come Irinox, Poliform, Archivi Olivetti, Fondazione Rovati, Mandelli 1953, Smeg, Elica, EssilorLuxottica, Venini, etc.).

Cosa raccontano i prodotti premiati? Guardiamo meglio, cominciando con il pneumatico P Zero E, come eccellenza di “Design for the Mobility”, costruito con gran parte dei materiali naturali o riciclati, una sintesi innovativa tra qualità, prestazioni e sostenibilità: “Il primo pneumatico a ottenere un Compasso d’Oro, un prestigioso riconoscimento che celebra l’eccellenza progettuale di Pirelli e la portata innovativa di prodotti come il P Zero E, confermando il ruolo della ricerca e sviluppo come motore di progresso e sostenibilità, grazie anche all’impiego sempre più capillare di tecniche avanzate di intelligenza artificiale in tutte le fasi dello sviluppo”, commenta Piero Misani, Executive Vice President e Chief Technical Officer di Pirelli.
Ci sono poi una ruota da bicicletta, una serie di tessuti sostenibili per il fashion luxury e di tessuti fonoassorbenti per gli ambienti di lavoro, i sistemi di illuminazione e le lampade e poi ancora le sedute ergonomiche, i proiettori urbani, una piattaforma digitale di servizi, un esoscheletro modulare. Ne emerge la rappresentazione delle capacità delle imprese italiane di mettere sui mercati prodotti e servizi particolarmente innovativi, in grado di dare risposte originali ed efficaci ai bisogni del vivere, dell’abitare e del lavorare a misura di efficienza, benessere, qualità e di una migliore prospettiva di consumi che vada ben oltre il consumismo di massa e investa positivamente l’ambiente e le comunità sociali. Imprese, insomma, a misura degli Stakeholders Values, i valori e gli interessi delle persone e dei territori con cui l’industria entra in contatto e dal cui confronto ricava cultura e legittimazione sociale.
Qualità e sostenibilità, insomma, sono valori oramai incorporati nei sistemi produttivi e nei modelli di business dell’ “Italia che fa bene l’Italia”, per usare una sintesi cara a Symbola. E cioè veri e propri modi di fare impresa, conquistare migliori posizioni nelle nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati, rafforzare il consenso di consumatori sofisticati ed esigenti. Sono anche connotazioni forti di una cultura d’impresa evoluta, che ha radici nella tradizione manifatturiera italiana e proiezioni verso un futuro più attento alla qualità della vita, del lavoro, dei costumi sociali.

Sostiene Luciano Galimberti, presidente dell’Adi: “Il design è vissuto come disciplina che attraversa le nostre vite, capace di superare i confini nazionali e affrontare le sfide globali con innovazione, qualità e attenzione alla sostenibilità”. L’Adi Design Museum, diretto da Andrea Cancellato, regista dell’”operazione Osaka”, ne offre testimonianze storiche esemplari (Kartell, Guzzini e Pirelli sono marchi ricorrenti), esempi di una tradizione di “cultura del progetto” e “cultura del prodotto” che ha saputo sfidare i tempi e continuamente si rinnova.
Nota Annachiara Sacchi sul Corriere della Sera (6 settembre): “Soluzioni per un’umanità più consapevole. Connessa e responsabile. Attenta all’economia circolare, ai progetti a basso impatto ambientale. E alle scelte che mettono il design a servizio della vita, immaginandolo come una sorta di esperanto, un linguaggio di valore universale che collega bisogni e visioni”.
Un design, insomma, come caratteristica profonda dell’Italia contemporanea, uno degli strumenti principali grazie al quale il Paese ha saputo riprendersi dopo la guerra, costruire il boom economico e diventare rapidamente una potenza industriale, tra le prime al mondo, ben presente sui mercati internazionali. Una caratteristica continuamente attuale e progettuale.
Mario Vattani, commissario del Padiglione Italia a Osaka, commenta: “È proprio questa idea di Italia che vogliamo promuovere: una nazione capace di unire cultura e industria, creatività e innovazione, tradizione e visione strategica”.

I Compassi d’Oro, in altri termini, confermano e rafforzano una scelta produttiva. E culturale. Secondo la sapiente lezione di Gio Ponti: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”. Un’indicazione strategica che ha, appunto, un nome semplice ed essenziale: design. E un aggettivo qualificante: sostenibile.
Una sostenibilità su cui insistere, nonostante i venti contrari che spirano anche all’interno dell’opinione pubblica di grandi paesi industriali, a cominciare dagli Usa. Superando rigidità normative e burocratiche (il Green Deal della Ue ne risente, con danni pesanti al sistema industriale europeo, come mostra per esempio la crisi del settore automotive). E mettendo in piedi, invece, strumenti validi di politica industriale comune che stimolino innovazione, investimenti, produttività, con una migliore “economia della conoscenza”. I Rapporti elaborati per conto della Commissione Ue da Mario Draghi ed Enrico Letta, già lo scorso anno, contengono indicazioni preziose. Vanno tirati fuori dai cassetti in cui sono stati riposti e trasformati rapidamente in scelte concrete, provvedimenti, decisioni di investimenti adeguate.

“L’Europa deve trovare forza nell’unione e nella valorizzazione delle competenze, nell’innovazione, di fronte alle tensioni dei dazi e della geopolitica, alle sfide digitali e ambientali”, consiglia Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia (IlSole24Ore, 8 settembre).

Per le imprese italiane, d’altronde, questo è un terreno in cui muoversi a proprio agio. Come documenta il settimo Rapporto Consob sulla “rendicontazione non finanziaria” presentato nei giorni scorsi e cioè su quelli che vengono comunemente definiti come bilanci di sostenibilità: nel ‘24 li hanno presentati 150 società presenti in Borsa su Euronext Milan e cioè il 72% delle quotate, che rappresentano il 97% della capitalizzazione di mercato: “Una dimostrazione di come le imprese italiane stiano incorporando la sostenibilità nella propria governance, nelle strategie di lungo periodo e perfino nei sistemi di incentivazione dei vertici aziendali” (ItaliaOggi, 8 settembre).
Serve una competitività più efficace e sostenibile, insomma. Non meno. Perché l’Italia possa continuare a essere un paese manifatturiero. Con un futuro industriale da cui dipendono anche la qualità e la solidità del nostro futuro, economico, ma anche sociale e civile.

Courtesy of Padiglione Italia

Intelligenza Artificiale da comprendere, regolare e diffondere

Uno studio recente sintetizza con efficacia lo stato dell’arte dell’IA in Italia

Intelligenza Artificiale come strumento da governare e, prima ancora, da comprendere. Strumento di competitività, certamente, e di straordinaria potenzialità, l’IA può rappresentare un elemento di forte accelerazione anche per l’economia e le imprese italiane. È attorno a queste considerazioni che hanno ragionato Raffaella Girone, Francesco Scalera e Eusebio De Marco (dell’Università di Bari), con il loro recente studio “AI: Possible Developments and Ethical Implications in the Global market” pubblicato dall’International Journal of Business Management and Economic Research.

Girone, Scalera e De Marco hanno cercato – riuscendoci – di fissare i tratti essenziali dell’Intelligenza Artificiale sia dal punto di vista delle potenzialità e delle caratteristiche, sia per quanto riguarda le possibili strade per la sua diffusione all’interno dell’economia italiana e della società italiane.

Questione di comprensione, dunque, e quindi di uso e di regole. Le conclusioni del gruppo di ricerca sono piuttosto chiare: serve percorrere sentieri di diffusione diversificati e contemporanei. In primo luogo, è necessario accelerare la crescita del “quoziente tecnologico” della nuova forza lavoro attraverso il corretto orientamento delle nuove generazioni, aumentando il loro livello di consapevolezza degli impatti che l’intelligenza artificiale generativa avrà sul mondo del lavoro negli anni a venire. Una simile formazione e consapevolezza deve essere diffusa anche nella forza lavoro attuale. Più in generale, ed è il terzo percorso, è necessario diffondere una cultura aziendale incentrata sull’innovazione basata sull’IA, che includa i dipendenti nei processi decisionali non solo informandoli, ma coinvolgendoli nel cambiamento tecnologico.  In quarto luogo, è necessario accelerare la digitalizzazione delle imprese, con particolare attenzione alle piccole e medie, con il supporto finanziario del governo.

Percorso a tappe e ad ostacoli, quindi, quello che Girone, Scalera e De Marco propongono nella loro ricerca: un cammino che, necessariamente, inizia e continua sulla base di un cambiamento culturale prima che tecnologico.

 

AI: Possible Developments and Ethical Implications in the Global market

Raffaella Girone, Francesco Scalera e Eusebio De Marco

International Journal of Business Management and Economic Research (IJBMER), Vol 15(5),2024, 2522-2528

Uno studio recente sintetizza con efficacia lo stato dell’arte dell’IA in Italia

Intelligenza Artificiale come strumento da governare e, prima ancora, da comprendere. Strumento di competitività, certamente, e di straordinaria potenzialità, l’IA può rappresentare un elemento di forte accelerazione anche per l’economia e le imprese italiane. È attorno a queste considerazioni che hanno ragionato Raffaella Girone, Francesco Scalera e Eusebio De Marco (dell’Università di Bari), con il loro recente studio “AI: Possible Developments and Ethical Implications in the Global market” pubblicato dall’International Journal of Business Management and Economic Research.

Girone, Scalera e De Marco hanno cercato – riuscendoci – di fissare i tratti essenziali dell’Intelligenza Artificiale sia dal punto di vista delle potenzialità e delle caratteristiche, sia per quanto riguarda le possibili strade per la sua diffusione all’interno dell’economia italiana e della società italiane.

Questione di comprensione, dunque, e quindi di uso e di regole. Le conclusioni del gruppo di ricerca sono piuttosto chiare: serve percorrere sentieri di diffusione diversificati e contemporanei. In primo luogo, è necessario accelerare la crescita del “quoziente tecnologico” della nuova forza lavoro attraverso il corretto orientamento delle nuove generazioni, aumentando il loro livello di consapevolezza degli impatti che l’intelligenza artificiale generativa avrà sul mondo del lavoro negli anni a venire. Una simile formazione e consapevolezza deve essere diffusa anche nella forza lavoro attuale. Più in generale, ed è il terzo percorso, è necessario diffondere una cultura aziendale incentrata sull’innovazione basata sull’IA, che includa i dipendenti nei processi decisionali non solo informandoli, ma coinvolgendoli nel cambiamento tecnologico.  In quarto luogo, è necessario accelerare la digitalizzazione delle imprese, con particolare attenzione alle piccole e medie, con il supporto finanziario del governo.

Percorso a tappe e ad ostacoli, quindi, quello che Girone, Scalera e De Marco propongono nella loro ricerca: un cammino che, necessariamente, inizia e continua sulla base di un cambiamento culturale prima che tecnologico.

 

AI: Possible Developments and Ethical Implications in the Global market

Raffaella Girone, Francesco Scalera e Eusebio De Marco

International Journal of Business Management and Economic Research (IJBMER), Vol 15(5),2024, 2522-2528

Strategie umanistiche per ogni impresa

In un libro il racconto dell’applicazione alle piccole realtà dei modelli studiati per le grandi organizzazioni

Strategia da grande impresa anche nelle medio-piccole realtà aziendali. Si può fare. E vale l’impegno di provarci. Questione di cambio di paradigmi organizzativi. Che può portare buoni frutti. È di fatto sulla base di questo ragionamento che ruota il libro scritto da Valerio Malvezzi e dato recentemente alle stampe.

“Manuale di corporate strategy. Strategia umanistica: la via italiana” propone un’analisi sistematica di modelli di strategia aziendale noti e ampiamente adottati dalle grandi imprese, con l’obiettivo di riproporli all’interno del tessuto delle micro e piccole imprese italiane. L’ipotesi di fondo è che i modelli classici, possano essere adattati con successo anche in realtà imprenditoriali di dimensioni ridotte, offrendo così concreti strumenti di crescita, differenziazione e sostenibilità nel lungo periodo.

Ipotesi interessante, quella di Malvezzi, che viene esplorata passo dopo passo presentando via via i modelli organizzativi creati per e grandi imprese “leggendoli” adattati alle caratteristiche peculiari delle micro e piccole imprese. Dopo questa prima parte, l’autore approfondisce gli ambiti di applicazione di ogni modello e, infine, analizza un caso aziendale reale.

I risultati mostrano che la trasposizione di strumenti strategici originariamente progettati per grandi organizzazioni, offre un potenziale concreto di sviluppo anche nelle realtà imprenditoriali minori, purché si tenga conto delle risorse limitate e della necessaria personalizzazione dei processi. Certo, le tesi di Valerio Malvezzi sono tutte da verificare per ogni singolo caso d’impresa. Ma contengono quell’elemento umano che rende ogni impresa diversa dalle altre. E che può fare davvero la differenza.

Manuale di corporate strategy. Strategia umanistica: la via italiana

Valerio Malvezzi

Eurilink University Press, 2025

In un libro il racconto dell’applicazione alle piccole realtà dei modelli studiati per le grandi organizzazioni

Strategia da grande impresa anche nelle medio-piccole realtà aziendali. Si può fare. E vale l’impegno di provarci. Questione di cambio di paradigmi organizzativi. Che può portare buoni frutti. È di fatto sulla base di questo ragionamento che ruota il libro scritto da Valerio Malvezzi e dato recentemente alle stampe.

“Manuale di corporate strategy. Strategia umanistica: la via italiana” propone un’analisi sistematica di modelli di strategia aziendale noti e ampiamente adottati dalle grandi imprese, con l’obiettivo di riproporli all’interno del tessuto delle micro e piccole imprese italiane. L’ipotesi di fondo è che i modelli classici, possano essere adattati con successo anche in realtà imprenditoriali di dimensioni ridotte, offrendo così concreti strumenti di crescita, differenziazione e sostenibilità nel lungo periodo.

Ipotesi interessante, quella di Malvezzi, che viene esplorata passo dopo passo presentando via via i modelli organizzativi creati per e grandi imprese “leggendoli” adattati alle caratteristiche peculiari delle micro e piccole imprese. Dopo questa prima parte, l’autore approfondisce gli ambiti di applicazione di ogni modello e, infine, analizza un caso aziendale reale.

I risultati mostrano che la trasposizione di strumenti strategici originariamente progettati per grandi organizzazioni, offre un potenziale concreto di sviluppo anche nelle realtà imprenditoriali minori, purché si tenga conto delle risorse limitate e della necessaria personalizzazione dei processi. Certo, le tesi di Valerio Malvezzi sono tutte da verificare per ogni singolo caso d’impresa. Ma contengono quell’elemento umano che rende ogni impresa diversa dalle altre. E che può fare davvero la differenza.

Manuale di corporate strategy. Strategia umanistica: la via italiana

Valerio Malvezzi

Eurilink University Press, 2025

Premio Campiello 2025: ecco la vincitrice della sessantatreesima edizione

La vincitrice della sessantatreesima edizione del Premio Campiello è stata proclamata sabato 13 settembre presso il Teatro La Fenice di Venezia. La serata è stata presentata da Giorgia Cardinaletti con la partecipazione di Luca Barbarossa e trasmessa in diretta su RAI 5.

Il libro scelto dalla Giuria dei Trecento Lettori, tra i cinque finalisti, è stato “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco, Neri Pozza. L’autrice è stata premiata sul palco del Teatro La Fenice, dove ha ricevuto la “vera da pozzo”, che riproduce il simbolo del Premio: un tipico pozzo veneziano, chiamato appunto “campiello”.

Fondazione Pirelli ha dialogato con i cinque autori finalisti, per scoprire qualcosa in più sul libro vincitore potete rivedere l’intervista su questa pagina.

Durante la Cerimonia Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli, e Raffaele Boscaini, Presidente della Fondazione Il Campiello, hanno premiato le due vincitrici della quarta edizione del Campiello Junior, già proclamate a Vicenza nel mese di aprile: Ilaria Mattioni, con il romanzo “La figlia del gigante”, pubblicato da Feltrinelli, per la categoria 7-10 anni e Chiara Carminati, con “Nella tua pelle”, edito da Bompiani, per la categoria 11-14 anni.

Per conoscere meglio le vincitrici del Campiello Junior è possibile visionare le interviste di Fondazione Pirelli, su questa pagina.

Per scoprire le prossime iniziative del Campiello Junior continuate a seguirci su questo sito e sui canali social della Fondazione.

La vincitrice della sessantatreesima edizione del Premio Campiello è stata proclamata sabato 13 settembre presso il Teatro La Fenice di Venezia. La serata è stata presentata da Giorgia Cardinaletti con la partecipazione di Luca Barbarossa e trasmessa in diretta su RAI 5.

Il libro scelto dalla Giuria dei Trecento Lettori, tra i cinque finalisti, è stato “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco, Neri Pozza. L’autrice è stata premiata sul palco del Teatro La Fenice, dove ha ricevuto la “vera da pozzo”, che riproduce il simbolo del Premio: un tipico pozzo veneziano, chiamato appunto “campiello”.

Fondazione Pirelli ha dialogato con i cinque autori finalisti, per scoprire qualcosa in più sul libro vincitore potete rivedere l’intervista su questa pagina.

Durante la Cerimonia Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli, e Raffaele Boscaini, Presidente della Fondazione Il Campiello, hanno premiato le due vincitrici della quarta edizione del Campiello Junior, già proclamate a Vicenza nel mese di aprile: Ilaria Mattioni, con il romanzo “La figlia del gigante”, pubblicato da Feltrinelli, per la categoria 7-10 anni e Chiara Carminati, con “Nella tua pelle”, edito da Bompiani, per la categoria 11-14 anni.

Per conoscere meglio le vincitrici del Campiello Junior è possibile visionare le interviste di Fondazione Pirelli, su questa pagina.

Per scoprire le prossime iniziative del Campiello Junior continuate a seguirci su questo sito e sui canali social della Fondazione.

“La città nella città” e la visione di Leopoldo Pirelli

Il “Progetto Bicocca”, uno degli interventi urbanistici più significativi della Milano di fine millennio fortemente voluto da Leopoldo Pirelli, Presidente di Pirelli dal 1965 fino al 1996, che ricordiamo in modo speciale, a cento anni dalla sua nascita

Pirelli e Milano, un legame indissolubile che con il nostro approfondimento “Pirelli, la città, la visione” abbiamo provato a raccontare attraverso i molteplici aspetti in cui si è finora manifestato – le origini in via Ponte Seveso che marchiano l’identità di azienda e prodotti a partire dai nomi, le immagini della città che fanno da scena nella comunicazione visiva dell’azienda, la produzione culturale dal Secondo Dopoguerra agli anni Sessanta che dialoga con quella della città, la costruzione di segni che lasciano l’impronta nello spazio e nella storia – non solo nella toponomastica, ma anche nella mappa dei luoghi iconici della città. Fra questi in primis il Grattacielo Pirelli, inaugurato nel 1960, capolavoro di Gio Ponti che definisce una nuova frontiera nell’architettura moderna e nel paesaggio della città, e poi il “Progetto Bicocca”, uno dei più grandi piani di trasformazione di un’area del territorio milanese, che ha segnato il dibattito sulla riqualificazione delle aree industriali a livello internazionale, e che porta la firma di Leopoldo Pirelli, in collaborazione con il Comune di Milano, la Provincia di Milano e Regione Lombardia.

È il 1985 quando la Pirelli, con la progressiva dismissione degli impianti di Bicocca (raccontata dal reportage fotografico di Gabriele Basilico e dal regista Silvio Soldini nel documentario “La fabbrica sospesa”, commissionati da Pirelli), indice un concorso internazionale a inviti per la conversione delle aree industriali di sua proprietà al fine di connetterle con il tessuto urbano, costruendo un centro tecnologico integrato e polifunzionale. “Bicocca Project: Invitation to develop the theme of the future urban and architectural layout of an area located to the north of Milan, owned by Pirelli and known as Bicocca” si legge nell’oggetto della lettera inviata ai venti partecipanti, studi di architettura e urbanistica fra i più prestigiosi a livello internazionale.

Dopo un secondo grado di giudizio, il 7 luglio 1988 Leopoldo Pirelli dichiara come progetto vincitore quello di Gregotti Associati. “Comincia da Bicocca la Milano del XXI secolo” titolerà “Fatti e Notizie”, il periodico di informazione del personale italiano del Gruppo, raccontando l’evento di presentazione della fase conclusiva del progetto alle autorità regionali, provinciali e cittadine, pubblicando un’intervista all’architetto Vittorio Gregotti.

L’interesse per il futuro delle città era stato protagonista delle pagine della “Rivista Pirelli” negli anni Cinquanta e Sessanta, dove architetti e urbanisti erano coinvolti in un interessante dibattito sullo sviluppo degli insediamenti urbani – ne abbiamo ampiamente dato conto nell’articolo “Pirelli e la città del futuro”.

E “futuro” è la parola-chiave del testo che Leopoldo Pirelli scrive a introduzione del volume “Progetto Bicocca” edito da Electa, 1986, che raccoglie tutti i progetti presentati al concorso internazionale per la progettazione urbanistica e architettonica di “Polo Tecnologico Integrato” sulle aree della Pirelli Bicocca a Milano, oggi conservati presso l’Archivio Storico Pirelli, custodito dalla Fondazione Pirelli).  “Ai progettisti che hanno partecipato al concorso abbiamo chiesto di riorganizzare una vasta area urbana, anticipando esigenze future che oggi noi possiamo tutt’al più intuire e intravedere. Li abbiamo invitati a pianificare uno sviluppo della città fondato sulle nuove tecnologie, la ricerca, il terziario avanzato, mentre noi imprenditori siamo ancora alle prese con i problemi della società industriale, delle grandi concentrazioni di occupati (e, di converso, delle sacche di disoccupazione), della produzione di massa. Proprio per questo ci siamo rivolti agli studiosi delle città e delle culture urbane: per la loro capacità di leggere nel futuro dell’uomo attraverso l’evoluzione del suo habitat, in una prospettiva diversa da quella dell’economista, dell’imprenditore o del sociologo”.

La Gregotti Associati disegnerà il masterplan dell’intero quartiere e gran parte dei suoi edifici, con un mix di ristrutturazione delle preesistenze ed edificazioni ex-novo: edifici per l’università, enti di ricerca pubblici e privati, aziende multinazionali, residenze, uffici, servizi, complessi per il tempo libero e attività commerciali, sostenuti da verde pubblico e infrastrutture, e l’Headquarters di Pirelli, con il suo centro direzionale e la ricerca e lo sviluppo – la sua “testa”, come la definisce Leopoldo Pirelli, ripreso nel documentario “Leopoldo Pirelli – Impegno industriale e cultura civile” prodotto dalla Fondazione Pirelli nel 2017, a dieci anni dalla sua scomparsa.

Dalle “fabbriche di prodotti” alle “fabbriche di idee e conoscenza”, con i suoi 676.000 mq di intervento, il “Progetto Bicocca” è uno dei più vasti programmi di ristrutturazione urbana operati negli ultimi trent’anni in Europa e apre a un nuovo concetto di urbanistica moderna, di riurbanizzazione del territorio.

Una rinnovata idea di “città nella città”, così come l’aveva voluta Leopoldo Pirelli, che nel consegnare il documento contenente l’invito a partecipare al concorso, scriveva “Non credo possa essere considerato retorico dire che questo è un contributo culturale e sociale che la Pirelli desidera offrire alla città di Milano, convinta, come è sempre stata, che il progresso economico non possa prescindere da queste due fondamentali dimensioni della vita civile”.

Per approfondire la figura di Leopoldo Pirelli a cento anni dalla nascita

Il “Progetto Bicocca”, uno degli interventi urbanistici più significativi della Milano di fine millennio fortemente voluto da Leopoldo Pirelli, Presidente di Pirelli dal 1965 fino al 1996, che ricordiamo in modo speciale, a cento anni dalla sua nascita

Pirelli e Milano, un legame indissolubile che con il nostro approfondimento “Pirelli, la città, la visione” abbiamo provato a raccontare attraverso i molteplici aspetti in cui si è finora manifestato – le origini in via Ponte Seveso che marchiano l’identità di azienda e prodotti a partire dai nomi, le immagini della città che fanno da scena nella comunicazione visiva dell’azienda, la produzione culturale dal Secondo Dopoguerra agli anni Sessanta che dialoga con quella della città, la costruzione di segni che lasciano l’impronta nello spazio e nella storia – non solo nella toponomastica, ma anche nella mappa dei luoghi iconici della città. Fra questi in primis il Grattacielo Pirelli, inaugurato nel 1960, capolavoro di Gio Ponti che definisce una nuova frontiera nell’architettura moderna e nel paesaggio della città, e poi il “Progetto Bicocca”, uno dei più grandi piani di trasformazione di un’area del territorio milanese, che ha segnato il dibattito sulla riqualificazione delle aree industriali a livello internazionale, e che porta la firma di Leopoldo Pirelli, in collaborazione con il Comune di Milano, la Provincia di Milano e Regione Lombardia.

È il 1985 quando la Pirelli, con la progressiva dismissione degli impianti di Bicocca (raccontata dal reportage fotografico di Gabriele Basilico e dal regista Silvio Soldini nel documentario “La fabbrica sospesa”, commissionati da Pirelli), indice un concorso internazionale a inviti per la conversione delle aree industriali di sua proprietà al fine di connetterle con il tessuto urbano, costruendo un centro tecnologico integrato e polifunzionale. “Bicocca Project: Invitation to develop the theme of the future urban and architectural layout of an area located to the north of Milan, owned by Pirelli and known as Bicocca” si legge nell’oggetto della lettera inviata ai venti partecipanti, studi di architettura e urbanistica fra i più prestigiosi a livello internazionale.

Dopo un secondo grado di giudizio, il 7 luglio 1988 Leopoldo Pirelli dichiara come progetto vincitore quello di Gregotti Associati. “Comincia da Bicocca la Milano del XXI secolo” titolerà “Fatti e Notizie”, il periodico di informazione del personale italiano del Gruppo, raccontando l’evento di presentazione della fase conclusiva del progetto alle autorità regionali, provinciali e cittadine, pubblicando un’intervista all’architetto Vittorio Gregotti.

L’interesse per il futuro delle città era stato protagonista delle pagine della “Rivista Pirelli” negli anni Cinquanta e Sessanta, dove architetti e urbanisti erano coinvolti in un interessante dibattito sullo sviluppo degli insediamenti urbani – ne abbiamo ampiamente dato conto nell’articolo “Pirelli e la città del futuro”.

E “futuro” è la parola-chiave del testo che Leopoldo Pirelli scrive a introduzione del volume “Progetto Bicocca” edito da Electa, 1986, che raccoglie tutti i progetti presentati al concorso internazionale per la progettazione urbanistica e architettonica di “Polo Tecnologico Integrato” sulle aree della Pirelli Bicocca a Milano, oggi conservati presso l’Archivio Storico Pirelli, custodito dalla Fondazione Pirelli).  “Ai progettisti che hanno partecipato al concorso abbiamo chiesto di riorganizzare una vasta area urbana, anticipando esigenze future che oggi noi possiamo tutt’al più intuire e intravedere. Li abbiamo invitati a pianificare uno sviluppo della città fondato sulle nuove tecnologie, la ricerca, il terziario avanzato, mentre noi imprenditori siamo ancora alle prese con i problemi della società industriale, delle grandi concentrazioni di occupati (e, di converso, delle sacche di disoccupazione), della produzione di massa. Proprio per questo ci siamo rivolti agli studiosi delle città e delle culture urbane: per la loro capacità di leggere nel futuro dell’uomo attraverso l’evoluzione del suo habitat, in una prospettiva diversa da quella dell’economista, dell’imprenditore o del sociologo”.

La Gregotti Associati disegnerà il masterplan dell’intero quartiere e gran parte dei suoi edifici, con un mix di ristrutturazione delle preesistenze ed edificazioni ex-novo: edifici per l’università, enti di ricerca pubblici e privati, aziende multinazionali, residenze, uffici, servizi, complessi per il tempo libero e attività commerciali, sostenuti da verde pubblico e infrastrutture, e l’Headquarters di Pirelli, con il suo centro direzionale e la ricerca e lo sviluppo – la sua “testa”, come la definisce Leopoldo Pirelli, ripreso nel documentario “Leopoldo Pirelli – Impegno industriale e cultura civile” prodotto dalla Fondazione Pirelli nel 2017, a dieci anni dalla sua scomparsa.

Dalle “fabbriche di prodotti” alle “fabbriche di idee e conoscenza”, con i suoi 676.000 mq di intervento, il “Progetto Bicocca” è uno dei più vasti programmi di ristrutturazione urbana operati negli ultimi trent’anni in Europa e apre a un nuovo concetto di urbanistica moderna, di riurbanizzazione del territorio.

Una rinnovata idea di “città nella città”, così come l’aveva voluta Leopoldo Pirelli, che nel consegnare il documento contenente l’invito a partecipare al concorso, scriveva “Non credo possa essere considerato retorico dire che questo è un contributo culturale e sociale che la Pirelli desidera offrire alla città di Milano, convinta, come è sempre stata, che il progresso economico non possa prescindere da queste due fondamentali dimensioni della vita civile”.

Per approfondire la figura di Leopoldo Pirelli a cento anni dalla nascita

Ricerca e impresa, come fare?

Uno studio di Banca d’Italia mette in luce relazioni virtuose e difficoltà da superare per diffondere l’innovazione in Italia

Innovazione e crescita delle imprese. Ma che tipo di innovazione? E quali imprese? E, soprattutto, con quale percorso? Domande importanti, che occorre porsi con attenzione e che non hanno risposte univoche ma, anzi, mutevoli a seconda dei territori e dei sistemi sociali ed economici coinvolti. È cercando di dare risposte a questi interrogativi che hanno lavorato Monica Andini, Fabio Bertolotti, Luca Citino, Francesco D’Amuri, Andrea Linarello e Giulia Mattei di Banca d’Italia. I risultati dell’impegno di questo gruppo di studio sono condensati in nella ricerca “Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico in Italia” pubblicata da poche settimane nell’ambito della collana Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers).

Il lavoro – viene spiegato nelle prime pagine – presenta una ricognizione sistematica dell’intera filiera dell’innovazione in Italia, con particolare attenzione al nesso tra ricerca pubblica e capacità innovativa del sistema produttivo. L’analisi si articola lungo tre direttrici principali: la ricerca accademica in area STEM (Science, Technology, Engineering, and Mathematics), la brevettazione delle imprese private, delle università e degli Enti Pubblici di Ricerca (ERP) e le iniziative relative al trasferimento tecnologico. Direttrici, com’è naturale, intrecciate tra di loro, che vengono analizzate per arrivare ad una sintesi ragionata dello stato dell’arte, delineare un quadro completo dei punti di forza e di debolezza in ciascun ambito e fornire indicazioni di policy per il potenziamento del grado di capacità innovativa del Paese. Una capacità importante, viene sottolineato, che, tuttavia, potrebbe crescere in termini di diffusione e risultati lavorando di più sulle relazioni e sull’effettivo trasferimento tecnologico dai centri di ricerca alle aziende.

Questione di organizzazione e di risorse, certamente, così come anche di visione dell’importanza e della necessità di consolidare sempre di più quella cultura del produrre e della relazione che può far ricco il sistema produttivo di un territorio.

Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico in Italia

Monica Andini, Fabio Bertolotti, Luca Citino, Francesco D’Amuri, Andrea Linarello,  Giulia Mattei

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), 954, luglio 2025

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