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Archivi d’impresa vivi in relazione con le persone e i territori

Una ricerca delinea il percorso per unire passato e presente attraverso l’applicazione delle nuove tecnologie alla memoria del produrre

Memoria che si fa realtà presente. Attualità del passato. E premessa per un futuro fatto di riuso e rilancio di luoghi altrimenti dimenticati o comunque non utilizzati per le loro potenzialità. Tema complesso, quello del collegamento tra gli archivi d’impresa (e le memorie d’impresa) e la complessità attuale.

È attorno a questo nodo di questioni (e di suggestioni) che hanno ragionato Daniela Anna Calabi, Benedetta Bellucci, Mario Bisson e Stefania Palmieri con il loro intervento “Memorie d’impresa, luoghi e culture: interfacce generative e dispositivi estesi per risignificare il made in Italy” contenuto in una ampia raccolta di indagini sul “ripensare il made in Italy”.

Lo studio, viene spiegato all’inizio dell’indagine, parte di una raccolta più ampia di ricerche sul made in Italy, cerca di proporre un “paradigma di riconnessione fra memorie industriali e luoghi effettivi, rendendo percepibili le atmosfere dei territori e le loro trasformazioni attraverso” più narrazioni contemporanee aiutate dalle nuove tecnologie. Lo sforzo è quello di integrare memorie orali e scritte, documenti, artefatti materiali e immateriali in reti di “archivi relazionali”, cioè raccolte che siano capaci di comunicare a chi le frequenta e le usa indicazioni concrete sull’attività industriale e d’impresa del passato e l’attualità della produzione e della vita sociale del territorio. Un modo diverso e più completo di raccontare quello che sinteticamente viene indicato come made in Italy.

Contemporaneità di fonti, quindi, che forniscono notizie a più livelli. E possono essere adoperate secondo molteplici modalità. Con una forte relazione con il territorio che, scrivono gli autori, “non è la piattaforma sulla quale poggia l’archivio ma contenuto e contenitore di memorie; l’archivio è quindi il dispositivo guida capace di rileggere territori e filiere. Il territorio si offre nella sua complessità produttiva, paesaggistica e culturale, che acquista senso quando è attraversata, annotata e comunicata”.

Archivi d’impresa, dunque, che prendono vita attraverso le nuove tecnologie, che riescono a raccontare il loro contenuto collegandosi per davvero con i luoghi che hanno ospitato le attività di cui conservano memoria. Ancora gli autori precisano: “Prendendo le distanze dallo stereotipo che standardizza memorie e radici, l’archivio diventa narratore attivo e processo aperto”. Come dire, base per la costruzione e la trasmissione di una cultura (anche del produrre) che riesce ad essere comprensibile ed inclusiva.

La ricerca di Calabi, Bellucci, Bisson e Palmieri delinea – seppur non sempre con facilità di comprensione – un modo diverso di vedere i legami tra passato e presente di imprese e territori.

 

 

Memorie d’impresa, luoghi e culture: interfacce generative e dispositivi estesi per risignificare il made in Italy

Daniela Anna Calabi, Benedetta Bellucci, Mario Bisson, Stefania Palmieri

in Ripensare il Made in Italy Esperienze, questioni e progetti di una cultura circolare e sostenibile

a cura di Andreas Sicklinger, Francesco Spampinato, Ines Tolic, Bologna University Press, 2025

Archivi d’impresa vivi in relazione con le persone e i territori
Archivi d’impresa vivi in relazione con le persone e i territori

Una ricerca delinea il percorso per unire passato e presente attraverso l’applicazione delle nuove tecnologie alla memoria del produrre

Memoria che si fa realtà presente. Attualità del passato. E premessa per un futuro fatto di riuso e rilancio di luoghi altrimenti dimenticati o comunque non utilizzati per le loro potenzialità. Tema complesso, quello del collegamento tra gli archivi d’impresa (e le memorie d’impresa) e la complessità attuale.

È attorno a questo nodo di questioni (e di suggestioni) che hanno ragionato Daniela Anna Calabi, Benedetta Bellucci, Mario Bisson e Stefania Palmieri con il loro intervento “Memorie d’impresa, luoghi e culture: interfacce generative e dispositivi estesi per risignificare il made in Italy” contenuto in una ampia raccolta di indagini sul “ripensare il made in Italy”.

Lo studio, viene spiegato all’inizio dell’indagine, parte di una raccolta più ampia di ricerche sul made in Italy, cerca di proporre un “paradigma di riconnessione fra memorie industriali e luoghi effettivi, rendendo percepibili le atmosfere dei territori e le loro trasformazioni attraverso” più narrazioni contemporanee aiutate dalle nuove tecnologie. Lo sforzo è quello di integrare memorie orali e scritte, documenti, artefatti materiali e immateriali in reti di “archivi relazionali”, cioè raccolte che siano capaci di comunicare a chi le frequenta e le usa indicazioni concrete sull’attività industriale e d’impresa del passato e l’attualità della produzione e della vita sociale del territorio. Un modo diverso e più completo di raccontare quello che sinteticamente viene indicato come made in Italy.

Contemporaneità di fonti, quindi, che forniscono notizie a più livelli. E possono essere adoperate secondo molteplici modalità. Con una forte relazione con il territorio che, scrivono gli autori, “non è la piattaforma sulla quale poggia l’archivio ma contenuto e contenitore di memorie; l’archivio è quindi il dispositivo guida capace di rileggere territori e filiere. Il territorio si offre nella sua complessità produttiva, paesaggistica e culturale, che acquista senso quando è attraversata, annotata e comunicata”.

Archivi d’impresa, dunque, che prendono vita attraverso le nuove tecnologie, che riescono a raccontare il loro contenuto collegandosi per davvero con i luoghi che hanno ospitato le attività di cui conservano memoria. Ancora gli autori precisano: “Prendendo le distanze dallo stereotipo che standardizza memorie e radici, l’archivio diventa narratore attivo e processo aperto”. Come dire, base per la costruzione e la trasmissione di una cultura (anche del produrre) che riesce ad essere comprensibile ed inclusiva.

La ricerca di Calabi, Bellucci, Bisson e Palmieri delinea – seppur non sempre con facilità di comprensione – un modo diverso di vedere i legami tra passato e presente di imprese e territori.

 

 

Memorie d’impresa, luoghi e culture: interfacce generative e dispositivi estesi per risignificare il made in Italy

Daniela Anna Calabi, Benedetta Bellucci, Mario Bisson, Stefania Palmieri

in Ripensare il Made in Italy Esperienze, questioni e progetti di una cultura circolare e sostenibile

a cura di Andreas Sicklinger, Francesco Spampinato, Ines Tolic, Bologna University Press, 2025

Inverno, per sport e per passione

La bella stagione del freddo, da vivere in sicurezza e con piacere, diventa per l’azienda anche un’occasione da condividere con i dipendenti nel tempo del dopolavoro. In questo articolo del nostro approfondimento “Pirelli, l’inverno, lo sport” scopriamo il lato welfare dell’inverno secondo Pirelli

Negli articoli – “L’inverno, una stagione da vivere” e “Tre storie d’inverno” – abbiamo visto come l’incontro fra Pirelli e l’inverno abbia generato invenzioni di prodotto e campagne di comunicazione dal carattere innovativo e per questo capaci di trasformare la stagione fredda in una stagione da vivere appieno, all’insegna del comfort e inseguendo il divertimento.

Nella cronologia di questa storia, che inizia con le prime borse per l’acqua calda Pirelli di fine Ottocento e si allunga fino ai nostri giorni con il lancio del pneumatico invernale Cinturato Winter 3 e la collaborazione di Pirelli con i XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 come “Olympic and Paralympic Partner”, entrano in scena negli anni Venti il “Dopolavoro aziendale Pirelli” e lo “Sport Club Pirelli”. Due esperienze di welfare aziendale – per usare una definizione contemporanea –  che insieme alle iniziative di assistenza alla salute, alla casa, all’istruzione e all’educazione personale e della famiglia, costituiscono uno dei programmi fra i più significativi e di ampia portata di quegli anni in Europa.

È il 1922, Pirelli compie con orgoglio cinquant’anni di attività, e fra le numerose iniziative che segnano le celebrazioni di questo importante anniversario c’è la costituzione, il 13 dicembre, dello Sport Club Pirelli, con campi e impianti sportivi costruiti al di là di Viale Sarca, di fronte alla fabbrica, allestiti in collaborazione con la storica società sportiva Pro Patria 1883 e via via dotati di spogliatoi e tribune e di moderne infrastrutture. La polisportiva è riservata ai dipendenti Pirelli di Bicocca che possono, dopo il lavoro, allenarsi regolarmente, prendere parte a gare o tornei, partecipare a gite o escursioni, infine ricevere l’onore di un riconoscimento aziendale per merito o dedizione.

Negli anni il ventaglio delle discipline offerte si allarga sempre più arrivando, negli anni Settanta, a includere 18 sezioni con oltre 2.500 iscritti; è interessante notare come sci e alpinismo siano inclusi sin dall’inizio dell’attività del Club (insieme a calcio, tennis, pallacanestro, scherma, atletica, bocce, ciclo e moto turismo) e come la passione per la montagna, l’escursionismo e lo sci fossero “caldamente” promosse non solo per i loro benefici sul benessere fisico delle persone, ma anche per la loro capacità di rinvigorire lo spirito di appartenenza alla comunità aziendale. L’articolo di Cesare Piantanida “Gita al Mottarone” pubblicato sulle pagine in carta grigio-verde del Bollettino dello Sport Club Pirelli, custodito presso il nostro Archivio Storico, ci racconta la gita ai campi innevati del Mottarone, montagna allora nel novarese oggi in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, tra l’8 e il 9 dicembre 1923, restituendoci un ritratto vivido della comunità dei colleghi appassionati di sci e di montagna – fra ingegneri, ragionieri, signori e signorine – oltre ad alcune curiose note storiche su lessico e ortografia dello sport sciistico (“…Gli skiatori vengono giù veloci per la china…”).

Nel suo libro “La Pirelli. Vita di un’azienda industriale” del 1946, il presidente Alberto Pirelli scrive «La Ditta ha sempre incoraggiato e favorito queste manifestazioni: gare sportive, gite alpine, escursioni ciclistiche, affratellamento ed emulazione, spirito di corpo», così riconoscendo allo sport la dignità di valore aziendale. Gli anni Cinquanta rappresentano in effetti un “secondo rinascimento” per gli impianti sportivi della Bicocca e le attività dello Sport Club Pirelli – e nello specifico della sezione Sci Alpinismo – uno sviluppo che corre in parallelo con la produzione di una serie di articoli in gomma per gli sciatori – giacche, scarponi, manopole e rotelle dei bastoni da sci, cinghiette, cinturini per gli attacchi – delle suole in gomma, punto forte nella produzione del settore Prodotti Diversificati, e del primo pneumatico invernale con battistrada a spina di pesce di nome “Inverno”.

Gli appuntamenti e le imprese dello Sport Club Pirelli entrano regolarmente nelle cronache della stampa aziendale. È il mensile “Fatti e Notizie”, il periodico di informazione per il personale del Gruppo Pirelli in Italia, la principale fonte di documentazione della vita della sezione Sci Alpinismo, fra escursioni, arrampicate, gare, campionati e storie personali. Già sul primo numero del febbraio 1950, oltre a dare conto delle attività del mese, si racconta del “nobile gesto di altruismo compiuto dalla guida del CAI e maestro di sci Jean Pellisier nei riguardi della nostra collega Pasetti Alma”. Sciistica, allenamento in roccia, alpinistica; Grignone, Marmolada, Corno Stella, Punta d’Arbola, Blindenhorn sono le escursioni in programma per l’aprile del 1950 – secondo Fatti e Notizie 1950, n. 3. Settimana sciistica in Val Gardena, Giro dei Quattro Passi e campionati sociali di discesa maschile e femminile movimentano invece il bimestre febbraio-marzo del 1951 – ci racconta Fatti e Notizie 1951, n. 3, mentre Fatti e Notizie 1952, n. 3 ci testimonia della partecipazione al Trofeo dell’Industria che si disputa all’Alpe Devero l’8 marzo fra le principali industrie milanesi, comprendente una gara di fondo e una di discesa maschile, e una gara di discesa libera femminile come corsa di contorno: “La nostra squadra di fondo (Guizzetti, Cacciatori, Zumelli) si è classificata 1° con punti 284, precedendo l’Alfa Romeo, la C.G.E., l’AEM ecc.”. Su Fatti e Notizie 1951, n. 1 si traccia il “lusinghiero bilancio” dell’attività della sezione Alpinismo e Sci per l’anno 1950: 30 gite per un numero totale di 2.347 partecipanti – un “primato fra le 32 Sezioni Sci-Alpinistiche Aziendali iscritte al CAI Milano”.

Da Fatti e Notizie 1952, n. 7 si apprende che con 450 soci, la sezione Alpinismo Sci Pirelli iscritta al CAI è la prima per importanza fra le sottosezioni del CAI, grazie in particolare all’Ing. Giuseppe Schiavoni. Fatti e Notizie 1955, n. 4 ci racconta invece le “targhe interdipartimentali” con le relative classifiche che ci parlano di squadre “Stabilimenti e consociate”, “Servizi generali”, “Vendite Pneumatici ed Articoli Vari” ecc.

C’è anche il pattinaggio sul ghiaccio fra gli sport invernali promossi dallo Sport Club Pirelli. Fatti e Notizie 1956, n. 5 traccia il bilancio della stagione novembre ‘55-aprile ‘56, che ha “all’attivo un buon numero di lusinghiere affermazioni e di brillanti risultati”. A livello agonistico e nel solo ambito della velocità, la squadra ha partecipato a diverse competizioni provinciali e regionali, in particolare nel trofeo “Targa d’Argento” i pattinatori Pirelli si sono piazzati in posizioni di vertice.

La passione per la montagna e lo sci dei “pirelliani” continua in città, in auditorium e in biblioteca, con la realizzazione di iniziative di carattere culturale che promuovono la conoscenza e il rispetto dell’ecosistema montagna. Si legge su “Fatti e Notizie” 1951, n. 11 che “la Sezione ha organizzato all’Istituto Gonzaga una serata di bellissimi films a colori a soggetto alpino, folcloristico e di flora e fauna delle Alpi… e provveduto… ad acquistare per la Biblioteca un notevole numero di libri e guide alpine”.

Sono cambiate molte cose nella società dai tempi dello Sport Club Pirelli. Con gli anni Ottanta si trasfor,amoo anche gli stili di vita dei “pirelliani” e il welfare aziendale entra in una nuova fase. L’impegno per lo sport continua a crescere, nella dimensione “globale”, con le collaborazioni – nello specifico per quello sulla neve – con il mondo degli sport agonistici invernali – da FISI ai Giochi Olimpici Invernali. Milano-Cortina 2026 è alle porte, con i dipendenti Pirelli protagonisti come tedofori, chiamati a portare avanti la fiamma olimpica nella staffetta che trasmette da secoli i valori più nobili dello sport.

Inverno, per sport e per passione
Inverno, per sport e per passione

La bella stagione del freddo, da vivere in sicurezza e con piacere, diventa per l’azienda anche un’occasione da condividere con i dipendenti nel tempo del dopolavoro. In questo articolo del nostro approfondimento “Pirelli, l’inverno, lo sport” scopriamo il lato welfare dell’inverno secondo Pirelli

Negli articoli – “L’inverno, una stagione da vivere” e “Tre storie d’inverno” – abbiamo visto come l’incontro fra Pirelli e l’inverno abbia generato invenzioni di prodotto e campagne di comunicazione dal carattere innovativo e per questo capaci di trasformare la stagione fredda in una stagione da vivere appieno, all’insegna del comfort e inseguendo il divertimento.

Nella cronologia di questa storia, che inizia con le prime borse per l’acqua calda Pirelli di fine Ottocento e si allunga fino ai nostri giorni con il lancio del pneumatico invernale Cinturato Winter 3 e la collaborazione di Pirelli con i XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 come “Olympic and Paralympic Partner”, entrano in scena negli anni Venti il “Dopolavoro aziendale Pirelli” e lo “Sport Club Pirelli”. Due esperienze di welfare aziendale – per usare una definizione contemporanea –  che insieme alle iniziative di assistenza alla salute, alla casa, all’istruzione e all’educazione personale e della famiglia, costituiscono uno dei programmi fra i più significativi e di ampia portata di quegli anni in Europa.

È il 1922, Pirelli compie con orgoglio cinquant’anni di attività, e fra le numerose iniziative che segnano le celebrazioni di questo importante anniversario c’è la costituzione, il 13 dicembre, dello Sport Club Pirelli, con campi e impianti sportivi costruiti al di là di Viale Sarca, di fronte alla fabbrica, allestiti in collaborazione con la storica società sportiva Pro Patria 1883 e via via dotati di spogliatoi e tribune e di moderne infrastrutture. La polisportiva è riservata ai dipendenti Pirelli di Bicocca che possono, dopo il lavoro, allenarsi regolarmente, prendere parte a gare o tornei, partecipare a gite o escursioni, infine ricevere l’onore di un riconoscimento aziendale per merito o dedizione.

Negli anni il ventaglio delle discipline offerte si allarga sempre più arrivando, negli anni Settanta, a includere 18 sezioni con oltre 2.500 iscritti; è interessante notare come sci e alpinismo siano inclusi sin dall’inizio dell’attività del Club (insieme a calcio, tennis, pallacanestro, scherma, atletica, bocce, ciclo e moto turismo) e come la passione per la montagna, l’escursionismo e lo sci fossero “caldamente” promosse non solo per i loro benefici sul benessere fisico delle persone, ma anche per la loro capacità di rinvigorire lo spirito di appartenenza alla comunità aziendale. L’articolo di Cesare Piantanida “Gita al Mottarone” pubblicato sulle pagine in carta grigio-verde del Bollettino dello Sport Club Pirelli, custodito presso il nostro Archivio Storico, ci racconta la gita ai campi innevati del Mottarone, montagna allora nel novarese oggi in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, tra l’8 e il 9 dicembre 1923, restituendoci un ritratto vivido della comunità dei colleghi appassionati di sci e di montagna – fra ingegneri, ragionieri, signori e signorine – oltre ad alcune curiose note storiche su lessico e ortografia dello sport sciistico (“…Gli skiatori vengono giù veloci per la china…”).

Nel suo libro “La Pirelli. Vita di un’azienda industriale” del 1946, il presidente Alberto Pirelli scrive «La Ditta ha sempre incoraggiato e favorito queste manifestazioni: gare sportive, gite alpine, escursioni ciclistiche, affratellamento ed emulazione, spirito di corpo», così riconoscendo allo sport la dignità di valore aziendale. Gli anni Cinquanta rappresentano in effetti un “secondo rinascimento” per gli impianti sportivi della Bicocca e le attività dello Sport Club Pirelli – e nello specifico della sezione Sci Alpinismo – uno sviluppo che corre in parallelo con la produzione di una serie di articoli in gomma per gli sciatori – giacche, scarponi, manopole e rotelle dei bastoni da sci, cinghiette, cinturini per gli attacchi – delle suole in gomma, punto forte nella produzione del settore Prodotti Diversificati, e del primo pneumatico invernale con battistrada a spina di pesce di nome “Inverno”.

Gli appuntamenti e le imprese dello Sport Club Pirelli entrano regolarmente nelle cronache della stampa aziendale. È il mensile “Fatti e Notizie”, il periodico di informazione per il personale del Gruppo Pirelli in Italia, la principale fonte di documentazione della vita della sezione Sci Alpinismo, fra escursioni, arrampicate, gare, campionati e storie personali. Già sul primo numero del febbraio 1950, oltre a dare conto delle attività del mese, si racconta del “nobile gesto di altruismo compiuto dalla guida del CAI e maestro di sci Jean Pellisier nei riguardi della nostra collega Pasetti Alma”. Sciistica, allenamento in roccia, alpinistica; Grignone, Marmolada, Corno Stella, Punta d’Arbola, Blindenhorn sono le escursioni in programma per l’aprile del 1950 – secondo Fatti e Notizie 1950, n. 3. Settimana sciistica in Val Gardena, Giro dei Quattro Passi e campionati sociali di discesa maschile e femminile movimentano invece il bimestre febbraio-marzo del 1951 – ci racconta Fatti e Notizie 1951, n. 3, mentre Fatti e Notizie 1952, n. 3 ci testimonia della partecipazione al Trofeo dell’Industria che si disputa all’Alpe Devero l’8 marzo fra le principali industrie milanesi, comprendente una gara di fondo e una di discesa maschile, e una gara di discesa libera femminile come corsa di contorno: “La nostra squadra di fondo (Guizzetti, Cacciatori, Zumelli) si è classificata 1° con punti 284, precedendo l’Alfa Romeo, la C.G.E., l’AEM ecc.”. Su Fatti e Notizie 1951, n. 1 si traccia il “lusinghiero bilancio” dell’attività della sezione Alpinismo e Sci per l’anno 1950: 30 gite per un numero totale di 2.347 partecipanti – un “primato fra le 32 Sezioni Sci-Alpinistiche Aziendali iscritte al CAI Milano”.

Da Fatti e Notizie 1952, n. 7 si apprende che con 450 soci, la sezione Alpinismo Sci Pirelli iscritta al CAI è la prima per importanza fra le sottosezioni del CAI, grazie in particolare all’Ing. Giuseppe Schiavoni. Fatti e Notizie 1955, n. 4 ci racconta invece le “targhe interdipartimentali” con le relative classifiche che ci parlano di squadre “Stabilimenti e consociate”, “Servizi generali”, “Vendite Pneumatici ed Articoli Vari” ecc.

C’è anche il pattinaggio sul ghiaccio fra gli sport invernali promossi dallo Sport Club Pirelli. Fatti e Notizie 1956, n. 5 traccia il bilancio della stagione novembre ‘55-aprile ‘56, che ha “all’attivo un buon numero di lusinghiere affermazioni e di brillanti risultati”. A livello agonistico e nel solo ambito della velocità, la squadra ha partecipato a diverse competizioni provinciali e regionali, in particolare nel trofeo “Targa d’Argento” i pattinatori Pirelli si sono piazzati in posizioni di vertice.

La passione per la montagna e lo sci dei “pirelliani” continua in città, in auditorium e in biblioteca, con la realizzazione di iniziative di carattere culturale che promuovono la conoscenza e il rispetto dell’ecosistema montagna. Si legge su “Fatti e Notizie” 1951, n. 11 che “la Sezione ha organizzato all’Istituto Gonzaga una serata di bellissimi films a colori a soggetto alpino, folcloristico e di flora e fauna delle Alpi… e provveduto… ad acquistare per la Biblioteca un notevole numero di libri e guide alpine”.

Sono cambiate molte cose nella società dai tempi dello Sport Club Pirelli. Con gli anni Ottanta si trasfor,amoo anche gli stili di vita dei “pirelliani” e il welfare aziendale entra in una nuova fase. L’impegno per lo sport continua a crescere, nella dimensione “globale”, con le collaborazioni – nello specifico per quello sulla neve – con il mondo degli sport agonistici invernali – da FISI ai Giochi Olimpici Invernali. Milano-Cortina 2026 è alle porte, con i dipendenti Pirelli protagonisti come tedofori, chiamati a portare avanti la fiamma olimpica nella staffetta che trasmette da secoli i valori più nobili dello sport.

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Benessere d’impresa

Una tesi discussa presso l’Università di Padova affronta l’evoluzione del welfare aziendale e le sue prospettive

 

Benessere in azienda come elemento cruciale e determinante per il successo d’impresa. Realtà ormai per molte organizzazioni della produzione, ma non per tutti. Anche se il welfare è ormai parte integrante nei contratti di lavoro. Attorno al tema ragiona Giorgia Scomparin con la sua ricerca trasformata in una tesi discussa presso l’Università di Padova Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali.

Scomparin parte da una considerazione: negli ultimi anni, il welfare aziendale ha assunto un ruolo sempre più rilevante all’interno delle strategie organizzative di molte imprese italiane. Constatazione che è solo in apparenza banale, perché, come ricorda la stessa Scomparin, nato come strumento integrativo rispetto al welfare pubblico, “il welfare aziendale si è trasformato in un vero e proprio sistema di benefit volto a migliorare il benessere dei lavoratori, aumentare la produttività e fidelizzare il personale a un costo inferiore per le aziende rispetto alle normali erogazioni salariali”.

Oggi si ha a che fare con ciò che i tecnici indicano come “work-life balance” e qualità della vita lavorativa che hanno reso il welfare aziendale una leva strategica sempre più diffusa, incentivata anche dal legislatore attraverso vantaggi fiscali.

Scomparin tuttavia ricorda come “accanto ai benefici, emergono anche importanti criticità”. Ed è anche su queste che si concentra l’indagine. In particolare, sulla natura selettiva del modello che rischia di creare disuguaglianze tra lavoratori, territori e settori produttivi. Senza dire, stando sempre a Scomparin, che “l’esenzione fiscale concessa ai benefit aziendali comporta una perdita di gettito per lo Stato, con potenziali ricadute sul finanziamento del welfare pubblico”.

La ricerca analizza quindi il fenomeno del welfare aziendale in Italia, partendo dalla sua definizione ed evoluzione normativa, passando poi ad esaminare i vantaggi e le criticità per poi proporre alcune prospettive di sviluppo sostenibile ed equo.

Il lavoro di Giorgia Scomparin non aggiunge particolari novità al tema del welfare e delle sue evoluzioni, ma ha il grande merito di dare ordine ad un argomento che continua ad avere un grande interesse per la buona cultura d’impresa.

Il welfare aziendale in Italia: vantaggi, criticità e prospettive future tra pubblico e privato

Giorgia Scomparin

Tesi, Università degli studi di Padova Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali Corso di laurea Triennale in Scienze politiche, Relazioni internazionali, Diritti Umani, 2025

Benessere d’impresa
Benessere d’impresa

Una tesi discussa presso l’Università di Padova affronta l’evoluzione del welfare aziendale e le sue prospettive

 

Benessere in azienda come elemento cruciale e determinante per il successo d’impresa. Realtà ormai per molte organizzazioni della produzione, ma non per tutti. Anche se il welfare è ormai parte integrante nei contratti di lavoro. Attorno al tema ragiona Giorgia Scomparin con la sua ricerca trasformata in una tesi discussa presso l’Università di Padova Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali.

Scomparin parte da una considerazione: negli ultimi anni, il welfare aziendale ha assunto un ruolo sempre più rilevante all’interno delle strategie organizzative di molte imprese italiane. Constatazione che è solo in apparenza banale, perché, come ricorda la stessa Scomparin, nato come strumento integrativo rispetto al welfare pubblico, “il welfare aziendale si è trasformato in un vero e proprio sistema di benefit volto a migliorare il benessere dei lavoratori, aumentare la produttività e fidelizzare il personale a un costo inferiore per le aziende rispetto alle normali erogazioni salariali”.

Oggi si ha a che fare con ciò che i tecnici indicano come “work-life balance” e qualità della vita lavorativa che hanno reso il welfare aziendale una leva strategica sempre più diffusa, incentivata anche dal legislatore attraverso vantaggi fiscali.

Scomparin tuttavia ricorda come “accanto ai benefici, emergono anche importanti criticità”. Ed è anche su queste che si concentra l’indagine. In particolare, sulla natura selettiva del modello che rischia di creare disuguaglianze tra lavoratori, territori e settori produttivi. Senza dire, stando sempre a Scomparin, che “l’esenzione fiscale concessa ai benefit aziendali comporta una perdita di gettito per lo Stato, con potenziali ricadute sul finanziamento del welfare pubblico”.

La ricerca analizza quindi il fenomeno del welfare aziendale in Italia, partendo dalla sua definizione ed evoluzione normativa, passando poi ad esaminare i vantaggi e le criticità per poi proporre alcune prospettive di sviluppo sostenibile ed equo.

Il lavoro di Giorgia Scomparin non aggiunge particolari novità al tema del welfare e delle sue evoluzioni, ma ha il grande merito di dare ordine ad un argomento che continua ad avere un grande interesse per la buona cultura d’impresa.

Il welfare aziendale in Italia: vantaggi, criticità e prospettive future tra pubblico e privato

Giorgia Scomparin

Tesi, Università degli studi di Padova Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali Corso di laurea Triennale in Scienze politiche, Relazioni internazionali, Diritti Umani, 2025

Gli “occhi nuovi” delle donne per un’Europa più attenta ai valori delle persone e al soft power della cultura civile

“L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”, amava dire Jean Monnet, uno dei padri dell’unità europea, Alto Commissario per la Comunità del carbone e dell’acciaio, il nucleo da cui poi sarebbero nate, crisi dopo crisi, tutte le istituzioni, dal Mercato Comune all’Unione Europea, dal Parlamento europeo alla Bce e all’euro. Vale la pena ricordare la figura di Monnet e il pragmatico ma lungimirante realismo degli altri capi di Stato e di governo che hanno dato vita all’Europa (Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak, innanzitutto, e poi, nel tempo, Mitterrand, Kohl, Delors e tutti gli altri ancora), proprio nel momento in cui la Ue rischia di finire stritolata tra le spinte aggressive e le prove di forza bellica dei “grandi del mondo” (Usa e Cina, innanzitutto, ma anche la Russia) e si ritrova priva di una serie di politiche comuni sulla sicurezza (e la difesa), l’energia, l’innovazione, l’industria, la ricerca scientifica e tecnologica e l’Artificial Intelligence (ne abbiamo parlato nei blog delle scorse settimane, sino a intravvedere la possibilità dell’entrata in scena di Mario Draghi).

Ma, forse, la risposta alla crisi, l’opportunità su cui fare leva, non è soltanto quella istituzionale, politica, industriale e finanziaria, pur comunque indispensabile. È indispensabile una svolta culturale e sociale.

Come nei veri viaggi di scoperta, servono soprattutto “occhi nuovi, per vedere”. E dunque per ripensare l’Europa e trovare risposte alle fratture e ai rischi. “Rammendare” le lacerazioni. Migliorare gli equilibri. Ecco: servono gli occhi delle donne. E quelli delle nuove generazioni.

Proviamo un percorso eccentrico, diverso ma non alternativo a quello istituzionale. Una ricostruzione e un rilancio di valori e idee forti d’un migliore futuro. E partiamo da una figura apparentemente minore, nella grande storia europea. Quella di Ursula Hirschmann.

Famiglia ebrea tedesca benestante e di grande spessore intellettuale (suo fratello, Albert, diventerà presto uno dei maggiori economisti europei). Ursula si ritrova a seguire al confino, nell’isola di Ventotene, il marito Eugenio Colorni e gli altri due amici antifascisti, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (e sua moglie Ada), appassionati, proprio in quei terribili ultimi anni Trenta, di una idea possibile per una nuova Europa.

Dai loro dialoghi nascerà il “Manifesto di Ventotene”, che tanta capacità di incidere e stimolare intelligenze e volontà politiche di riscatto avrà negli anni successivi, sino a ieri. E sarà proprio Ursula, l’unica non condannata al confino e dunque libera di viaggiare, a diffondere le prime copie clandestine del “Manifesto” e a stimolarne il dibattito.

Ucciso Colorni da una banda di nazifascisti durante la Resistenza, Ursula sarà la compagna e poi la moglie di Altiero Spinelli (e una figlia, Eva, sposerà Amartya Sen, premio Nobel per l’economia). Idee, passioni politiche, sguardi generosi sul futuro, un’idea forte della responsabilità culturale e civile. Per anni, proprio Ursula, sarà l’animatrice del gruppo “Femmes pour l’Europe”, particolarmente attivo sui temi dei diritti e dell’impegno politico di rinnovamento delle istituzioni.

Ricordare Ursula Hirschmann e ripensare al Manifesto di Ventotene (attualissimo, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al netto di alcune schematicità legate al momento storico contingente in cui è stato elaborato) può significare, oggi, porsi una questione di fondo: come coinvolgere il più possibile, proprio nel dibattito sul rinnovamento e il rilancio delle istituzioni europee, le donne, la loro intelligenza progettuale, le loro capacità creative e di gestione della complessità, soprattutto le nuove generazioni.

Ecco un punto chiave. Fare storia, ricordando le “madri dell’Europa”. E trovare così radici robuste al ruolo femminile nelle attuali istituzioni europee.

Parlare delle elaborazioni politiche di Anna Kuliscioff e del suo socialismo umanitario, di Simone Weil, di Hannah Arendt e di Sophie Scholl (che con l’associazione “La Rosa Bianca” sfida apertamente il nazismo). Ricordare Maria De Unterrichter Jervolino, la più attiva tra le 21 donne elette nel 1946 all’Assemblea Costituente italiana, sostenitrice delle cause delle donne, dell’educazione e dell’unità europea. E raccontare come non siano mancate, naturalmente, nel corso della storia europea, le grandi donne ai vertici delle istituzioni UE e dei governi nazionali più impegnati. Louise Weiss, che nel 1979 apre la prima seduta del Parlamento Europeo parlando di pace e la stessa presidentessa di quel Parlamento, Simon Weil. Sofia Corradi, l’inventrice dell’Erasmus, che ha insegnato a milioni di giovani come e perché essere e sentirsi “europei”, frequentando scuole comuni. Per arrivare infine all’attualità di Ursula von der Leyen e Roberta Metsola e di Christine Lagarde alla Bce. La figura di Emma Bonino ha ancora una forte rilevanza. E donne di governi nazionali (Angela Merkel in Germania per lunghissimo tempo, Giorgia Meloni oggi in Italia) hanno avuto o hanno un ruolo forte, per tenere l’Europa ancorata ai suoi valori democratici, ai suoi principi e alle sue alleanze atlantiche.

Ma qui il discorso da fare per la ripresa dell’Europa è più ampio della presenza femminile ai vertici della Ue. E va discusso, semmai, con impegno, il come imparare a usare il soft power delle donne attivamente dentro il processo di rilancio di nuove idee, nuovi linguaggi, nuove culture dei diritti e delle responsabilità, nuovi orizzonti, nuove riforme di partecipazione e di governance.

Proprio il loro soft power, infatti, ha alcune caratteristiche particolari rispetto agli schemi teorizzati da Joseph Nye e applicati a lungo, e con un buon grado di successo, alle relazioni internazionali, se cultura, dialogo, confronto, rispetto per le diversità sono valori forti, tipici delle democrazie e da mettere a disposizione del confronto politico internazionale.

Quello femminile è un soft power sensibile alla capacità di “farsi carico” e ai valori della “cura”. Un soft power da economia civile e circolare. Un soft power da “economia generativa” e sostenibile. Un soft power da valori di comunità. Tutto il contrario della politica aggressiva, muscolare, militarizzata, darwiniana e narcisista che occupa purtroppo la scena contemporanea del mondo (sui guasti del narcisismo, peraltro un mito di vanità, solitudine, impotenza e morte, abbiamo scritto più volte in questo blog).

E ancora: le idee delle capability di Martha Nussbaum e cioè della necessità di fare leva su istruzione, salute, qualità della vita degna. E le implicazioni di una demografia che tragga stimoli dalle condizioni dello sviluppo sostenibile e non dal primato della forza finanziaria e tecnologica della finanza e delle Big Tech. Un’Europa più femminile. Dunque, più attenta alle persone.

Non si tratta solo di attenzione alle differenze e ai valori di genere. Ma di cura per la qualità della vita, del futuro, dell’ambiente, delle città, della famiglia nelle sue varie forme storicamente assunte. Temi trasversali, su cui però letteratura, impostazioni economiche, cultura di fondo hanno proprio nelle donne interlocutrici fondamentali. Anche perché sanno usare parole come gentilezza, amore, attenzione, affettuosità, comprensione, dialogo, solidarietà, riconoscimento “dell’altro” con maggior incidenza e maggiore pertinenza di quanto non sappia fare il tradizionale lessico delle relazioni maschili. Sanno avere a disposizione strumenti per provare a riformare la politica, come scienza e governo della polis.

Penso, insomma, per fare esempi di vita quotidiana, alle qualità civili e personali delle donne italiane, oramai capaci di aver sfondato il “tetto di cristallo” (anche se molto resta ancora da fare) e più che mai responsabili, attente e attive nei loro mondi professionali: presiedono corti giudiziarie e università, hanno responsabilità di governo, amministrative e politiche, guidano imprese anche di rilevanti dimensioni (e proprio le imprese sono non solo soggetti economici con forte vocazione produttiva, ma anche attori sociali e culturali di spessore), dirigono ed editano quotidiani e periodici di prestigio e peso nazionale, amministrano importanti case editrici, organizzano teatri, hanno la responsabilità di delicati uffici pubblici, hanno presieduto la Rai e sono ai vertici di altre istituzioni televisive e del cinema. Sono scienziate e ricercatrici di rilievo internazionale, possono vantare un peso professionale, intellettuale e di indirizzo dell’opinione pubblica di notevole importanza e incisività, intervenendo, con competenza e rigore, su tutti i grandi temi del discorso pubblico. Leggono (molto più degli uomini) e scrivono bene, con linguaggio originale e profonda attenzione di equilibrato giudizio. È il loro sguardo, competente e profondo e “leggero” (sono le migliori eredi di Italo Calvino), in parte estraneo ai tradizionali stilemi del potere maschile e sensibile alle relazioni tra questioni economiche e ricadute sociali e personali, che serve a ridare spessore e umanità all’Europa. E a fare da guida alle nuove generazioni di trentenni e di ventenni, tra università e ingresso nel mondo del lavoro.

C’è un’eredità, da prendere in mano. E cioè l’ultimo discorso di Aldo Moro in Parlamento, il 28 febbraio 1978, pochi giorni prima di essere sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

È uno dei passaggi più alti del discorso pubblico non solo di quel terribili anni Settanta “di piombo”, ma dell’intera storia della Repubblica. E oggi va riletto, proprio con “occhi nuovi”, soprattutto dalle ragazze e più in generale dalle nuove generazioni, cui tocca studiare e approfondire lucidamente e criticamente la nostra storia, tenendo presenti anche le lezioni di due grandi donne delle istituzioni del tempo, Tina Anselmi (democristiana, seguace di Moro, prima donna ministro nella storia della Repubblica) e Nilde Jotti, (comunista, a lungo prima presidentessa della Camera dei deputati).

Io, come gli anziani, sto a guardare, ricordare e pensare. Pensare alle mie nipoti Iolanda, Olivia e Sveva (e sì, anche a te, piccolo Emilio, prima che tu dica “E io?). Così come tutti i nonni e le nonne pensano ai loro e alle loro nipoti. Non solo con dolcezza, ma con un forte senso di responsabilità. Che Europa, democratica e civile, si prepara, anche con le nostre antiche eppur abili mani, per loro?

C’è un ostacolo da superare, proprio perché questo contributo femminile possa avere agibilità politica e condizioni necessarie per essere esplicato. L’ostacolo è il gender gap. Le scelte da fare sono le politiche per la natalità, il lavoro, i servizi, la partecipazione. Il buon governo civile.

I giornali migliori ne scrivono da tempo. Le scelte politiche, di governo e di investimenti pubblici, non se ne curano a sufficienza.

Un’inchiesta per tutte, la più recente, sulla condizione femminile. È del “Quotidiano Nazionale” (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, 19 dicembre, su dati dell’Università di Padova). Il titolo è esemplare: l’Italia “Non è un Paese per madri”. Si documenta come nel ‘24 si sia toccato il minimo storico delle nascite, poco meno di 370 mila e nel ‘25 si scenda ancora, con un’età media al parto salita a 32,6 anni E si nota che sono “senza figli il 45,4% delle donne tra i 18 e i 49 anni”. E se la maternità è naturalmente un diritto ma non un obbligo né la sua mancanza può essere uno stigma sociale, su quel dato pesano molto le condizioni generali del lavoro, dei salari, dei servizi, del costo dell’abitazione.

Ancora qualche dato, sulle disparità di genere nel mondo del lavoro: le donne senza figli che lavorano sono il 68,9%, le donne madri che lavorano sono il 65,6% con un figlio minore e solo il 60,1% con due o più figli.

Demografia con una forte valenza politica, dunque. E con effetti di discriminazione, contro lo stesso dettato della Costituzione. Da affrontare. Rapidamente.

La strada torna all’Europa e al peso necessario delle donne. Next Generation Ue, il maggior stanziamento europeo sui temi della crescita, della formazione e della qualità della vita, non ha risposto se non in parte alle aspettative per cui era stato pensato, voluto, finanziato dal Parlamento con fondi raccolti sui mercati dalla Commissione Ue. Serve, per il futuro, una voce femminile più incisiva, più determinata, più forte. Più umana.

(foto Getty Images)

Gli “occhi nuovi” delle donne per un’Europa più attenta ai valori delle persone e al soft power della cultura civile
Gli “occhi nuovi” delle donne per un’Europa più attenta ai valori delle persone e al soft power della cultura civile

“L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”, amava dire Jean Monnet, uno dei padri dell’unità europea, Alto Commissario per la Comunità del carbone e dell’acciaio, il nucleo da cui poi sarebbero nate, crisi dopo crisi, tutte le istituzioni, dal Mercato Comune all’Unione Europea, dal Parlamento europeo alla Bce e all’euro. Vale la pena ricordare la figura di Monnet e il pragmatico ma lungimirante realismo degli altri capi di Stato e di governo che hanno dato vita all’Europa (Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak, innanzitutto, e poi, nel tempo, Mitterrand, Kohl, Delors e tutti gli altri ancora), proprio nel momento in cui la Ue rischia di finire stritolata tra le spinte aggressive e le prove di forza bellica dei “grandi del mondo” (Usa e Cina, innanzitutto, ma anche la Russia) e si ritrova priva di una serie di politiche comuni sulla sicurezza (e la difesa), l’energia, l’innovazione, l’industria, la ricerca scientifica e tecnologica e l’Artificial Intelligence (ne abbiamo parlato nei blog delle scorse settimane, sino a intravvedere la possibilità dell’entrata in scena di Mario Draghi).

Ma, forse, la risposta alla crisi, l’opportunità su cui fare leva, non è soltanto quella istituzionale, politica, industriale e finanziaria, pur comunque indispensabile. È indispensabile una svolta culturale e sociale.

Come nei veri viaggi di scoperta, servono soprattutto “occhi nuovi, per vedere”. E dunque per ripensare l’Europa e trovare risposte alle fratture e ai rischi. “Rammendare” le lacerazioni. Migliorare gli equilibri. Ecco: servono gli occhi delle donne. E quelli delle nuove generazioni.

Proviamo un percorso eccentrico, diverso ma non alternativo a quello istituzionale. Una ricostruzione e un rilancio di valori e idee forti d’un migliore futuro. E partiamo da una figura apparentemente minore, nella grande storia europea. Quella di Ursula Hirschmann.

Famiglia ebrea tedesca benestante e di grande spessore intellettuale (suo fratello, Albert, diventerà presto uno dei maggiori economisti europei). Ursula si ritrova a seguire al confino, nell’isola di Ventotene, il marito Eugenio Colorni e gli altri due amici antifascisti, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (e sua moglie Ada), appassionati, proprio in quei terribili ultimi anni Trenta, di una idea possibile per una nuova Europa.

Dai loro dialoghi nascerà il “Manifesto di Ventotene”, che tanta capacità di incidere e stimolare intelligenze e volontà politiche di riscatto avrà negli anni successivi, sino a ieri. E sarà proprio Ursula, l’unica non condannata al confino e dunque libera di viaggiare, a diffondere le prime copie clandestine del “Manifesto” e a stimolarne il dibattito.

Ucciso Colorni da una banda di nazifascisti durante la Resistenza, Ursula sarà la compagna e poi la moglie di Altiero Spinelli (e una figlia, Eva, sposerà Amartya Sen, premio Nobel per l’economia). Idee, passioni politiche, sguardi generosi sul futuro, un’idea forte della responsabilità culturale e civile. Per anni, proprio Ursula, sarà l’animatrice del gruppo “Femmes pour l’Europe”, particolarmente attivo sui temi dei diritti e dell’impegno politico di rinnovamento delle istituzioni.

Ricordare Ursula Hirschmann e ripensare al Manifesto di Ventotene (attualissimo, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al netto di alcune schematicità legate al momento storico contingente in cui è stato elaborato) può significare, oggi, porsi una questione di fondo: come coinvolgere il più possibile, proprio nel dibattito sul rinnovamento e il rilancio delle istituzioni europee, le donne, la loro intelligenza progettuale, le loro capacità creative e di gestione della complessità, soprattutto le nuove generazioni.

Ecco un punto chiave. Fare storia, ricordando le “madri dell’Europa”. E trovare così radici robuste al ruolo femminile nelle attuali istituzioni europee.

Parlare delle elaborazioni politiche di Anna Kuliscioff e del suo socialismo umanitario, di Simone Weil, di Hannah Arendt e di Sophie Scholl (che con l’associazione “La Rosa Bianca” sfida apertamente il nazismo). Ricordare Maria De Unterrichter Jervolino, la più attiva tra le 21 donne elette nel 1946 all’Assemblea Costituente italiana, sostenitrice delle cause delle donne, dell’educazione e dell’unità europea. E raccontare come non siano mancate, naturalmente, nel corso della storia europea, le grandi donne ai vertici delle istituzioni UE e dei governi nazionali più impegnati. Louise Weiss, che nel 1979 apre la prima seduta del Parlamento Europeo parlando di pace e la stessa presidentessa di quel Parlamento, Simon Weil. Sofia Corradi, l’inventrice dell’Erasmus, che ha insegnato a milioni di giovani come e perché essere e sentirsi “europei”, frequentando scuole comuni. Per arrivare infine all’attualità di Ursula von der Leyen e Roberta Metsola e di Christine Lagarde alla Bce. La figura di Emma Bonino ha ancora una forte rilevanza. E donne di governi nazionali (Angela Merkel in Germania per lunghissimo tempo, Giorgia Meloni oggi in Italia) hanno avuto o hanno un ruolo forte, per tenere l’Europa ancorata ai suoi valori democratici, ai suoi principi e alle sue alleanze atlantiche.

Ma qui il discorso da fare per la ripresa dell’Europa è più ampio della presenza femminile ai vertici della Ue. E va discusso, semmai, con impegno, il come imparare a usare il soft power delle donne attivamente dentro il processo di rilancio di nuove idee, nuovi linguaggi, nuove culture dei diritti e delle responsabilità, nuovi orizzonti, nuove riforme di partecipazione e di governance.

Proprio il loro soft power, infatti, ha alcune caratteristiche particolari rispetto agli schemi teorizzati da Joseph Nye e applicati a lungo, e con un buon grado di successo, alle relazioni internazionali, se cultura, dialogo, confronto, rispetto per le diversità sono valori forti, tipici delle democrazie e da mettere a disposizione del confronto politico internazionale.

Quello femminile è un soft power sensibile alla capacità di “farsi carico” e ai valori della “cura”. Un soft power da economia civile e circolare. Un soft power da “economia generativa” e sostenibile. Un soft power da valori di comunità. Tutto il contrario della politica aggressiva, muscolare, militarizzata, darwiniana e narcisista che occupa purtroppo la scena contemporanea del mondo (sui guasti del narcisismo, peraltro un mito di vanità, solitudine, impotenza e morte, abbiamo scritto più volte in questo blog).

E ancora: le idee delle capability di Martha Nussbaum e cioè della necessità di fare leva su istruzione, salute, qualità della vita degna. E le implicazioni di una demografia che tragga stimoli dalle condizioni dello sviluppo sostenibile e non dal primato della forza finanziaria e tecnologica della finanza e delle Big Tech. Un’Europa più femminile. Dunque, più attenta alle persone.

Non si tratta solo di attenzione alle differenze e ai valori di genere. Ma di cura per la qualità della vita, del futuro, dell’ambiente, delle città, della famiglia nelle sue varie forme storicamente assunte. Temi trasversali, su cui però letteratura, impostazioni economiche, cultura di fondo hanno proprio nelle donne interlocutrici fondamentali. Anche perché sanno usare parole come gentilezza, amore, attenzione, affettuosità, comprensione, dialogo, solidarietà, riconoscimento “dell’altro” con maggior incidenza e maggiore pertinenza di quanto non sappia fare il tradizionale lessico delle relazioni maschili. Sanno avere a disposizione strumenti per provare a riformare la politica, come scienza e governo della polis.

Penso, insomma, per fare esempi di vita quotidiana, alle qualità civili e personali delle donne italiane, oramai capaci di aver sfondato il “tetto di cristallo” (anche se molto resta ancora da fare) e più che mai responsabili, attente e attive nei loro mondi professionali: presiedono corti giudiziarie e università, hanno responsabilità di governo, amministrative e politiche, guidano imprese anche di rilevanti dimensioni (e proprio le imprese sono non solo soggetti economici con forte vocazione produttiva, ma anche attori sociali e culturali di spessore), dirigono ed editano quotidiani e periodici di prestigio e peso nazionale, amministrano importanti case editrici, organizzano teatri, hanno la responsabilità di delicati uffici pubblici, hanno presieduto la Rai e sono ai vertici di altre istituzioni televisive e del cinema. Sono scienziate e ricercatrici di rilievo internazionale, possono vantare un peso professionale, intellettuale e di indirizzo dell’opinione pubblica di notevole importanza e incisività, intervenendo, con competenza e rigore, su tutti i grandi temi del discorso pubblico. Leggono (molto più degli uomini) e scrivono bene, con linguaggio originale e profonda attenzione di equilibrato giudizio. È il loro sguardo, competente e profondo e “leggero” (sono le migliori eredi di Italo Calvino), in parte estraneo ai tradizionali stilemi del potere maschile e sensibile alle relazioni tra questioni economiche e ricadute sociali e personali, che serve a ridare spessore e umanità all’Europa. E a fare da guida alle nuove generazioni di trentenni e di ventenni, tra università e ingresso nel mondo del lavoro.

C’è un’eredità, da prendere in mano. E cioè l’ultimo discorso di Aldo Moro in Parlamento, il 28 febbraio 1978, pochi giorni prima di essere sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

È uno dei passaggi più alti del discorso pubblico non solo di quel terribili anni Settanta “di piombo”, ma dell’intera storia della Repubblica. E oggi va riletto, proprio con “occhi nuovi”, soprattutto dalle ragazze e più in generale dalle nuove generazioni, cui tocca studiare e approfondire lucidamente e criticamente la nostra storia, tenendo presenti anche le lezioni di due grandi donne delle istituzioni del tempo, Tina Anselmi (democristiana, seguace di Moro, prima donna ministro nella storia della Repubblica) e Nilde Jotti, (comunista, a lungo prima presidentessa della Camera dei deputati).

Io, come gli anziani, sto a guardare, ricordare e pensare. Pensare alle mie nipoti Iolanda, Olivia e Sveva (e sì, anche a te, piccolo Emilio, prima che tu dica “E io?). Così come tutti i nonni e le nonne pensano ai loro e alle loro nipoti. Non solo con dolcezza, ma con un forte senso di responsabilità. Che Europa, democratica e civile, si prepara, anche con le nostre antiche eppur abili mani, per loro?

C’è un ostacolo da superare, proprio perché questo contributo femminile possa avere agibilità politica e condizioni necessarie per essere esplicato. L’ostacolo è il gender gap. Le scelte da fare sono le politiche per la natalità, il lavoro, i servizi, la partecipazione. Il buon governo civile.

I giornali migliori ne scrivono da tempo. Le scelte politiche, di governo e di investimenti pubblici, non se ne curano a sufficienza.

Un’inchiesta per tutte, la più recente, sulla condizione femminile. È del “Quotidiano Nazionale” (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, 19 dicembre, su dati dell’Università di Padova). Il titolo è esemplare: l’Italia “Non è un Paese per madri”. Si documenta come nel ‘24 si sia toccato il minimo storico delle nascite, poco meno di 370 mila e nel ‘25 si scenda ancora, con un’età media al parto salita a 32,6 anni E si nota che sono “senza figli il 45,4% delle donne tra i 18 e i 49 anni”. E se la maternità è naturalmente un diritto ma non un obbligo né la sua mancanza può essere uno stigma sociale, su quel dato pesano molto le condizioni generali del lavoro, dei salari, dei servizi, del costo dell’abitazione.

Ancora qualche dato, sulle disparità di genere nel mondo del lavoro: le donne senza figli che lavorano sono il 68,9%, le donne madri che lavorano sono il 65,6% con un figlio minore e solo il 60,1% con due o più figli.

Demografia con una forte valenza politica, dunque. E con effetti di discriminazione, contro lo stesso dettato della Costituzione. Da affrontare. Rapidamente.

La strada torna all’Europa e al peso necessario delle donne. Next Generation Ue, il maggior stanziamento europeo sui temi della crescita, della formazione e della qualità della vita, non ha risposto se non in parte alle aspettative per cui era stato pensato, voluto, finanziato dal Parlamento con fondi raccolti sui mercati dalla Commissione Ue. Serve, per il futuro, una voce femminile più incisiva, più determinata, più forte. Più umana.

(foto Getty Images)

Economia italiana dal 1945 ad oggi, che cosa abbiamo alle spalle

Ripubblicata aggiornata e approfondita una buona lettura per comprendere meglio il presente

 

Comprendere che cosa è accaduto ieri, per capire meglio cosa accade oggi ed essere preparati di più a cosa accadrà domani. È il significato della storia, ma anche il risultato dell’attenzione alle origini di un’attualità sempre più complessa e, solo in apparenza, inspiegabile. Compito, quello del porre attenzione al passato, che compete a tutti e il cui svolgimento serve a formare una buona cultura (anche d’impresa). Per questo, è importante avere buone fonti d’informazione come “Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi”, libro scritto da Gioacchino Garofoli due decenni fa circa e adesso aggiornato e rivisto per essere nuovamente utile a chi legge.

Garofoli ha posto nelle circa 260 pagine dedicate alla storia dell’economia italiana dal 1945 ad oggi, tutta la sua esperienza di ricercatore ma anche di insegnante di politica economica e riprende una rilevante tradizione di studi degli economisti italiani raccontando, per fatti correttamente stilizzati, l’evoluzione dell’economia, mostrando i problemi che si sono manifestati nei vari periodi e le scelte di politica economica che sono state adottate. Sono analizzate le condizioni sia del contesto nazionale sia di quello internazionale, anche per comprendere il ruolo dei vincoli esterni oltre che di quelli interni, e senza dimenticare le opportunità che si sono presentate.
L’esposizione prende avvio con gli anni della ricostruzione economica e con le scelte del modello di sviluppo che, per almeno vent’anni, hanno caratterizzato il nostro Paese. Si considerano poi gli anni del cosiddetto “miracolo economico” (1953-1963) e quelli delle occasioni mancate (1963-1970). Successivamente, vengono discussi i periodi di grande cambiamento degli anni Settanta (la crisi petrolifera e il passaggio ai cambi flessibili) e quindi degli anni Ottanta (la progressiva integrazione nell’economia europea e l’introduzione del Sistema monetario europeo) per arrivare ai decenni fortemente improntati alla costruzione della moneta unica europea e alle conseguenti politiche deflative in Italia e in Europa. Gli ultimi capitoli affrontano la progressiva stagnazione economica, iniziata con le politiche europee di austerity e sfociata nella grande crisi economica e finanziaria del 2008. Garofoli, tuttavia, ricorda come le economie italiana ed europea non si riprenderanno per effetto di altre due crisi e per la sostanziale incomprensione della causa fondamentale della crisi, rappresentata dall’insufficienza di domanda interna in Europa. Completano il libro due parti in appendice: pagine sulle interpretazioni date allo sviluppo del Paese e altre dedicate all’articolazione territoriale del sistema economico nazionale.

Il libro di Garofoli ha un gran pregio, quello di essere scritto con un linguaggio semplice ma non semplicistico, facile ma non approssimativo. Ed è per questo che può essere letto da parte di chi voglia essere consapevole delle scelte economiche effettuate nel passato, delle questioni sul tappeto oggi e delle opportunità per il prossimo futuro.

Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi

Gioacchino Garofoli

Franco Angeli, 2026

Economia italiana dal 1945 ad oggi, che cosa abbiamo alle spalle
Economia italiana dal 1945 ad oggi, che cosa abbiamo alle spalle

Ripubblicata aggiornata e approfondita una buona lettura per comprendere meglio il presente

 

Comprendere che cosa è accaduto ieri, per capire meglio cosa accade oggi ed essere preparati di più a cosa accadrà domani. È il significato della storia, ma anche il risultato dell’attenzione alle origini di un’attualità sempre più complessa e, solo in apparenza, inspiegabile. Compito, quello del porre attenzione al passato, che compete a tutti e il cui svolgimento serve a formare una buona cultura (anche d’impresa). Per questo, è importante avere buone fonti d’informazione come “Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi”, libro scritto da Gioacchino Garofoli due decenni fa circa e adesso aggiornato e rivisto per essere nuovamente utile a chi legge.

Garofoli ha posto nelle circa 260 pagine dedicate alla storia dell’economia italiana dal 1945 ad oggi, tutta la sua esperienza di ricercatore ma anche di insegnante di politica economica e riprende una rilevante tradizione di studi degli economisti italiani raccontando, per fatti correttamente stilizzati, l’evoluzione dell’economia, mostrando i problemi che si sono manifestati nei vari periodi e le scelte di politica economica che sono state adottate. Sono analizzate le condizioni sia del contesto nazionale sia di quello internazionale, anche per comprendere il ruolo dei vincoli esterni oltre che di quelli interni, e senza dimenticare le opportunità che si sono presentate.
L’esposizione prende avvio con gli anni della ricostruzione economica e con le scelte del modello di sviluppo che, per almeno vent’anni, hanno caratterizzato il nostro Paese. Si considerano poi gli anni del cosiddetto “miracolo economico” (1953-1963) e quelli delle occasioni mancate (1963-1970). Successivamente, vengono discussi i periodi di grande cambiamento degli anni Settanta (la crisi petrolifera e il passaggio ai cambi flessibili) e quindi degli anni Ottanta (la progressiva integrazione nell’economia europea e l’introduzione del Sistema monetario europeo) per arrivare ai decenni fortemente improntati alla costruzione della moneta unica europea e alle conseguenti politiche deflative in Italia e in Europa. Gli ultimi capitoli affrontano la progressiva stagnazione economica, iniziata con le politiche europee di austerity e sfociata nella grande crisi economica e finanziaria del 2008. Garofoli, tuttavia, ricorda come le economie italiana ed europea non si riprenderanno per effetto di altre due crisi e per la sostanziale incomprensione della causa fondamentale della crisi, rappresentata dall’insufficienza di domanda interna in Europa. Completano il libro due parti in appendice: pagine sulle interpretazioni date allo sviluppo del Paese e altre dedicate all’articolazione territoriale del sistema economico nazionale.

Il libro di Garofoli ha un gran pregio, quello di essere scritto con un linguaggio semplice ma non semplicistico, facile ma non approssimativo. Ed è per questo che può essere letto da parte di chi voglia essere consapevole delle scelte economiche effettuate nel passato, delle questioni sul tappeto oggi e delle opportunità per il prossimo futuro.

Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi

Gioacchino Garofoli

Franco Angeli, 2026

La “fabbrica comunitaria”, regole e possibilità

Pubblicata una analisi dal punto di vista giuridico dell’esperimento di Olivetti

La cultura d’impresa e l’esperienza di Adriano Olivetti nel Mezzogiorno vista non solo dal punto di vista storico ed economico, ma anche da quello giuridico. Punto di osservazione interessante, utile per comprendere meglio il profilo di un imprenditore preso a modello da molti ma che non si smette mai di riscoprire. E’ l’intento di “L’impegno di Olivetti per il Mezzogiorno: il diritto e la “Comunità”, la pianificazione e la fabbrica di Pozzuoli”, ricerca di Andrea Zauri (Università di Salerno) da poco pubblicata su Iura & Legal Systems.

“Cos’è questa fabbrica comunitaria? È un luogo di lavoro dove alberga la giustizia, ove domina il progresso, dove si fa luce la bellezza, nei dintorni della quale l’amore, la carità, la tolleranza sono nomi e voci non prive di senso”. Così inizia l’indagine di Zauri che coglie in poche righe il nesso da indagare: il rapporto tra la dimensione giuridica e quella sociale in una esperienza significativa come quella vissuta nella fabbrica olivettiana.

Zauri ricorda che l’idea di “Comunità” costituiva per Olivetti il nucleo essenziale della società e il banco di prova di ogni esperimento sociale. Collettività e fabbrica rappresentavano una diade inscindibile intorno a ciò che furono le esperienze d’Ivrea e di Pozzuoli. Non semplicemente un’utopia, ma un risultato concreto dell’azione di Olivetti: un luogo di lavoro ideale e una realtà di fatto. Zauri si chiede: “Si trattava di comprendere quale fine ulteriore si potesse attribuire al lavoro industriale: era concepibile l’aspirazione al raggiungimento di migliori condizioni, non solo economiche, come effetto del tempo trascorso in fabbrica? Era possibile inserire un opificio tra i fattori di miglioramento della vita dei singoli, così come collocati nel loro contesto sociale, industriale e, naturalmente, e non ultimo, territoriale?”.

L’articolo tenta quindi di analizzare il rapporto tra diritto ed economia attraverso la vicenda esemplare della fabbrica inaugurata a Pozzuoli da Adriano Olivetti e di seguire la concreta attuazione del diritto fondamentale previsto dalla nostra Costituzione.

La ricerca di Andrea Zauri non è sempre di facile lettura, ma è importante perché osserva da un punto di vista diverso un tema esplorato più volte e fornisce così un’interpretazione particolare della cultura del produrre olivettiana.

 

L’impegno di Olivetti per il Mezzogiorno: il diritto e la “Comunità”, la pianificazione e la fabbrica di Pozzuoli

Andrea Zauri

Iura & Legal Systems – 2025/4, B (5): 62-72

La “fabbrica comunitaria”, regole e possibilità
La “fabbrica comunitaria”, regole e possibilità

Pubblicata una analisi dal punto di vista giuridico dell’esperimento di Olivetti

La cultura d’impresa e l’esperienza di Adriano Olivetti nel Mezzogiorno vista non solo dal punto di vista storico ed economico, ma anche da quello giuridico. Punto di osservazione interessante, utile per comprendere meglio il profilo di un imprenditore preso a modello da molti ma che non si smette mai di riscoprire. E’ l’intento di “L’impegno di Olivetti per il Mezzogiorno: il diritto e la “Comunità”, la pianificazione e la fabbrica di Pozzuoli”, ricerca di Andrea Zauri (Università di Salerno) da poco pubblicata su Iura & Legal Systems.

“Cos’è questa fabbrica comunitaria? È un luogo di lavoro dove alberga la giustizia, ove domina il progresso, dove si fa luce la bellezza, nei dintorni della quale l’amore, la carità, la tolleranza sono nomi e voci non prive di senso”. Così inizia l’indagine di Zauri che coglie in poche righe il nesso da indagare: il rapporto tra la dimensione giuridica e quella sociale in una esperienza significativa come quella vissuta nella fabbrica olivettiana.

Zauri ricorda che l’idea di “Comunità” costituiva per Olivetti il nucleo essenziale della società e il banco di prova di ogni esperimento sociale. Collettività e fabbrica rappresentavano una diade inscindibile intorno a ciò che furono le esperienze d’Ivrea e di Pozzuoli. Non semplicemente un’utopia, ma un risultato concreto dell’azione di Olivetti: un luogo di lavoro ideale e una realtà di fatto. Zauri si chiede: “Si trattava di comprendere quale fine ulteriore si potesse attribuire al lavoro industriale: era concepibile l’aspirazione al raggiungimento di migliori condizioni, non solo economiche, come effetto del tempo trascorso in fabbrica? Era possibile inserire un opificio tra i fattori di miglioramento della vita dei singoli, così come collocati nel loro contesto sociale, industriale e, naturalmente, e non ultimo, territoriale?”.

L’articolo tenta quindi di analizzare il rapporto tra diritto ed economia attraverso la vicenda esemplare della fabbrica inaugurata a Pozzuoli da Adriano Olivetti e di seguire la concreta attuazione del diritto fondamentale previsto dalla nostra Costituzione.

La ricerca di Andrea Zauri non è sempre di facile lettura, ma è importante perché osserva da un punto di vista diverso un tema esplorato più volte e fornisce così un’interpretazione particolare della cultura del produrre olivettiana.

 

L’impegno di Olivetti per il Mezzogiorno: il diritto e la “Comunità”, la pianificazione e la fabbrica di Pozzuoli

Andrea Zauri

Iura & Legal Systems – 2025/4, B (5): 62-72

Una nuova geografia per persone e imprese

In un libro una buona sintesi dei nuovi confini e delle nuove relazioni di scambio e potere

Non monadi ma componenti di una rete di relazioni fitta e complessa e soprattutto in continuo mutamento. Sono sempre state così le imprese. E lo sono ancora di più oggi: organizzazioni della produzione permeabili alle sollecitazioni esterne ed interne, nelle quali donne e uomini devono prendere continuamente decisioni per migliorare il loro destino. Avere le informazioni corrette per collocare adeguatamente la propria attività, diventa importante e spesso determinante. Leggere “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” scritto con attenzione e sapienza da Luca Picotti, può allora essere una bona cosa da fare.

Il libro – poco più di 140 pagine con quattro capitoli – si basa su una constatazione: se vale sempre l’economia dello scambio, in un mondo organizzato in Stati, confini e relative giurisdizioni, una nuova lente di osservazione, quella della geografia giuridica della globalizzazione, può illuminare i meccanismi delle relazioni commerciali in una fase storica segnata da diverse fratture. Catene del valore, dazi, triangolazioni commerciali, sanzioni finanziarie, multinazionali, infrastrutture digitali, dati: tutto si muove in uno scacchiere composito, percorso da linee invisibili. Bisogna allora capire dove si trovano queste linee, quando si attivano, come scompongono e plasmano la realtà.

Il cammino verso una maggiore comprensione della realtà e dei suoi mutamenti, inizia con una sintesi “di che cosa è successo negli ultimi anni” e cioè della “globalizzazione sotto assedio”. Chi legge passa quindi ad affrontare la “complessità del mondo” e quindi il tema delle differenze, discrasie, tra teoria e prassi internazionale. Picotti prende poi in considerazione due grandi temi: prima i conflitti che hanno preso forma in guerre economiche, poi quelli che scaturiscono dalle nuove tecnologie.

Fornire le informazioni per comprendere la realtà è l’obiettivo del libro di Luca Picotti: un traguardo sicuramente raggiunto.

Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati

Luca Picotti

Egea, 2025

Una nuova geografia per persone e imprese
Una nuova geografia per persone e imprese

In un libro una buona sintesi dei nuovi confini e delle nuove relazioni di scambio e potere

Non monadi ma componenti di una rete di relazioni fitta e complessa e soprattutto in continuo mutamento. Sono sempre state così le imprese. E lo sono ancora di più oggi: organizzazioni della produzione permeabili alle sollecitazioni esterne ed interne, nelle quali donne e uomini devono prendere continuamente decisioni per migliorare il loro destino. Avere le informazioni corrette per collocare adeguatamente la propria attività, diventa importante e spesso determinante. Leggere “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” scritto con attenzione e sapienza da Luca Picotti, può allora essere una bona cosa da fare.

Il libro – poco più di 140 pagine con quattro capitoli – si basa su una constatazione: se vale sempre l’economia dello scambio, in un mondo organizzato in Stati, confini e relative giurisdizioni, una nuova lente di osservazione, quella della geografia giuridica della globalizzazione, può illuminare i meccanismi delle relazioni commerciali in una fase storica segnata da diverse fratture. Catene del valore, dazi, triangolazioni commerciali, sanzioni finanziarie, multinazionali, infrastrutture digitali, dati: tutto si muove in uno scacchiere composito, percorso da linee invisibili. Bisogna allora capire dove si trovano queste linee, quando si attivano, come scompongono e plasmano la realtà.

Il cammino verso una maggiore comprensione della realtà e dei suoi mutamenti, inizia con una sintesi “di che cosa è successo negli ultimi anni” e cioè della “globalizzazione sotto assedio”. Chi legge passa quindi ad affrontare la “complessità del mondo” e quindi il tema delle differenze, discrasie, tra teoria e prassi internazionale. Picotti prende poi in considerazione due grandi temi: prima i conflitti che hanno preso forma in guerre economiche, poi quelli che scaturiscono dalle nuove tecnologie.

Fornire le informazioni per comprendere la realtà è l’obiettivo del libro di Luca Picotti: un traguardo sicuramente raggiunto.

Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati

Luca Picotti

Egea, 2025

La politica per la casa è scommessa sulla fiducia e sul lavoro. In fin dei conti, una sfida di qualità della vita. E di democrazia

I Romani, se persone eloquenti (eu loquere, con quell’eu che significa bene e dunque distingue gli eloquentes dai semplici loquentes, gente che parla spesso a vanvera, chiacchieroni, personaggi inesatti), amavano esprimersi come Cicerone, Tacito o Seneca, con proprietà di linguaggio ed esattezza. E per nominare quella che oggi chiamiamo “città”, usavano due parole diverse. Urbs, dicevano, per indicare le strutture fisiche, le strade e le piazze, i palazzi e le terme, i templi e i teatri, i mercati e le case. Per indicare invece le persone riunite in comunità, parlavano di civitas, una comunità di cives, cioè di cittadini legati da valori e interessi comuni (spesso non senza conflitti), lingua, abitudini, miti, costumi. E regole.

Distinzione sottile, elegante, tra “urbanistica” e “cittadinanza”. Ma anche indicazione, nelle differenze, di tutti i punti in comune. L’urbs è abitata dai cives ed entrambi interagiscono, nel bene e nel male. Come ci raccontano secoli di civiltà urbana e di domande “civili” (le città belle migliorano le qualità umane, professionali, culturali, dei loro abitanti?). Sino ad arrivare, tanto per citare solo una delle tante pagine di grande letteratura, alla sintesi poetica di Elio Vittorini, ne “Le città del mondo”: “E’ la città più bella che abbiamo mai vista. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di Nicosia, e più di Enna… Forse è la più bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta, nelle città che sono belle… e più la città è bella e più la gente è bella, come se l’aria vi fosse più buona”.

La Sicilia di Vittorini, così come quella di Sciascia e di Pirandello, è metafora d’altre condizioni, altri luoghi, altre tensioni. Ma Vittorini, andato via dalla Sicilia, e poi, dopo un passaggio a Firenze, felicemente vissuto sempre a Milano, di cui è stato uno dei principali animatori culturali, coglie un punto essenziale, nella relazione tra la bellezza dell’urbs e la qualità della vita, tra le funzioni urbane e il complesso delle regole (non solo quelle giuridiche, ma soprattutto quelle civili e di comunità) che ne ispirano, organizzano e guidano la vita in comune.

Ne indica alcune caratteristiche di quella che oggi chiamiamo “attrattività”. E ne mette in evidenza le tensioni, i conflitti, la durezza delle trasformazioni, le ipotesi della speranza e la pesantezza dei vincoli. Il disagio delle periferie rappresentato da Pier Paolo Pasolini. La “vita agra” di Luciano Bianciardi. Le risposte mancate d’una città alle tante aspettative, ricordate da Italo Calvino. E la cupezza criminale della “metropoli delle mille luci” (per citare i romanzi noir di Alessandro Robecchi e Gianni Biondillo, Francesco Recami e Piero Colaprico, buoni successori di quel Giorgio Scerbanenco secondo cui “I milanesi ammazzano al sabato”). Tanto per ricordare solo alcune metafore d’una condizione urbana la cui caratteristica di fondo è sempre un controverso e ruvido rapporto con la complessità, con gli squilibri, con una dolorosa percezione dell’esistenza umana aggravata dalle particolari condizioni urbane.

La “città che sale” tanto cara a una certa retorica (di cui il genio di Boccioni era del tutto innocente) è anche la città che in certi suoi snodi ha l’odore infimo dell’inferno.

Vale la pena ricordarsene, di questo retroterra concettuale e poetico, proprio adesso mentre si allarga, sui media e negli ambienti politici, il dibattito sulle città, concentrandosi sui fenomeni più vistosi (la sicurezza, il costo della vita, le disparità sociali che si ampliano, la difficile integrazione dell’immigrazione: tutti fenomeni gravi, reali, incisivi sulle sensibilità, le paure e i giudizi dei cives, dei cittadini elettori) ma evitando di discutere le ragioni di fondo, tra innovazione e conservazione, che connotano, da sempre, il “fenomeno città”.

Le città, soprattutto nella forma delle città metropolitane, delle “città grandi”, sono organismi vivi, complessi e contrastanti, che subiscono le spinte del mercato ma anche le difficoltà della progettazione e della guida politica. Sono il luogo tipico della modernità, impetuosa e innovativa (dunque per molti versi anomica, insofferente a piani e regole) ma anche l’archivio sensibile della storia, con ceti sociali che invecchiano e prediligono la forma, elegante e carica di memorie, dell’urbs tradizionale

Milano, la Grande Milano, la città metropolitana, la “città infinita”, ne è un ottimo esempio. E’ sempre attrattiva, di persone, intelligenze, idee produttive, avanguardie culturali, capitali, imprese, innovazioni, più di altre città italiane, perché è l’unica veramente europea (il resto d’Italia è tutto sommato una grande provincia, che infatti spesso guarda Milano con diffidenza e ostilità, anche se ne subisce la fascinazione). Cresce, per popolazione (grazie anche agli oltre 230mila studenti universitari, la più grande città universitaria italiana) ed è meta prediletta dai “nuovi ricchi” che trovano qui, oltre che una tassazione di favore (200mila euro all’anno e più), anche un’eccellente qualità della vita di lusso, tra shopping e club esclusivi. Multinazionali in crescita (il 34% di tutte quelle estere in Italia sono qui). Investitori immobiliari per decine di miliardi.

Ma basta questo? Naturalmente no. Perché il tessuto d’una città non è fatto dalle punte più alte, dai miliardari, dalle “eccellenze” e dai “talenti” più creativi (anche la retorica delle “eccellenze” e dei “talenti” ha fatto i suoi danni, come quella dell’ossessione per le location e per gli eventi “esclusivi”). Ma è tenuto insieme da un ceto ampio e medio di individui e famiglie che lavorano, di coppie in crescita, di professori e artisti, giornalisti e manager, operai e autisti dei tram, commercianti e impiegati. Ceto medio. Persone.

Ecco, per tutti questi soggetti sociali servono case e servizi. Le strutture dell’urbs e i valori civili d’integrazione della civitas. Il cemento. E la buona politica riformista.

Negli anni Cinquanta, l’Italia affrontò un gigantesco esodo sociale, di milioni di persone, dal Sud marginale  e disperato (dopo il fallimento della riforma agraria) e da un Nord Est povero, in direzione delle città dal grande sviluppo industriale, a cominciare dal “triangolo” Milano-Torino-Genova. E anche in altre aree del Paese, si andava dalle campagne impoverite e faticose verso la modernità delle città. Una straordinaria, impetuosa, trasformazione, per le città, le comunità, i contesi sociali.

Il fenomeno si provò a governarlo, con ambiziosi progetti. Il “Piano Casa” lanciato dal 1949 in poi da Amintore Fanfani, allora ministro del Lavoro, ne fu un esempio (350mila nuove unità abitative, sino al ‘63), insieme al rafforzamento dell’Ina casa e a un impetuoso movimento di cooperative, con un’idea di fondo di nuovi quartieri di edilizia popolare e borghese. Erano progetti tutt’altro che privi di limiti ed errori (si mise all’opera massicciamente anche la speculazione edilizia da “mani sulla città”, mani criminali e mafiose, spesso). E la legge sui suoli, profondamente riformatrice, voluta in funzione di uno sviluppo ordinato e libero dagli speculatori, firmata dal ministro democristiano Fiorentino Sullo nel ‘63, fu all’origine della prima grande crisi del governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro e appena formato nell’ottobre del ‘63. Ma la crescita delle città andò avanti. E gli italiani diventarono un popolo di proprietari di case: una vita sicura.

Non senza ombre ed errori. Baggio e Quarto Oggiaro a Milano, la Falchera a Torino, il Corviale a Roma, il Cep e lo Zen a Palermo, Librino a Catania, le Vele a Scampia sono nomi che ricordano, nel corso del tempo, una pessima, sciatta e mediocre urbanistica sociale (Roberto Guiducci ne scrisse pagine lucide e sapienti, in parecchi libri e sui fascicoli accoglienti della Rivista “Pirelli”).

Oggi il tema torna d’attualità. Ed è un tema europeo. Tutte le grandi città sono in profonda sofferenza, sul tema degli alloggi a un prezzo possibile, soprattutto per le nuove generazioni, per le giovani coppie che a Londra o a Madrid, a Parigi, Francoforte, Barcellona, Amsterdam o Milano, vogliono proprio là costruire un futuro, là dove, cioè, s’addensano conoscenza e innovazione, relazioni e, si spera, qualità della vita. “Parte il piano europeo da 650mila case all’anno”, scrive Il Sole24Ore (16 dicembre), raccontando di un programma della Commissione Ue che punta a mobilitare 153 miliardi ogni dodici mesi.

Se il futuro dell’Europa, per sicurezza, tecnologie, sostenibilità reale e innovazione ha bisogno di fare leva sulla “economia della conoscenza”, è proprio alle nuove generazioni che bisogna guardare. Cominciando a garantire loro abitazioni e servizi a prezzi accessibili. Integrazione. E sviluppo di opportunità di lavoro e carriera.

Il ragionamento vale anche per l’Italia. E per Milano. La città, su scelta della giunta guidata dal sindaco Beppe Sala, parla di un “Piano casa” da 10mila nuovi alloggi all’anno per dieci anni, mobilitando risorse pubbliche e private, ma anche stimolando le scelte delle imprese che pensano a una “politica per la casa “ come se scelta di welfare per i propri dipendenti (l’Assolombarda ne fa una priorità e l’ATM è già molto avanti, per trattenere in città autisti di autobus, tram e metropolitana). E ci sono poi le 28mila case Aler (sotto il controllo di Comune e Regione) che vanno recuperate, ristrutturate e messe a disposizione dei cittadini A basso reddito.

Vale la pena ripeterlo: Milano non è un “modello” ma vive una profonda mobilità sociale in continuo cambiamento. E’ città di mercato, ma non può essere abbandonata solo al mercato. Ha bisogno di buona politica urbanistica e abitativa, deve saper recuperare le sue tradizioni produttive e inclusive, economiche e di sofisticata solidarietà sociale. Tutto si tiene: il lavoro dei giovani, i salari, le opportunità di crescita del ruolo delle donne e il livello dignitoso delle pensioni (Il Giorno, 21 dicembre). E’ una questione di sviluppo equilibrato, di equità sociale e di ricostruzione della fiducia in un migliore futuro.

In fin dei conti, è una questione di democrazia.

Rieccola, la relazione tra urbs e civitas. Tra una politica per la casa, con costruzioni di qualità e afflitti e prezzi d’acquisto sostenibili. E un’idea di Milano in cui i cittadini lavorano, ma anche vanno a teatro e a sentire musica, fanno sport, entrano in libreria, consumano, conoscono. E possono anche pensare di fare figli, grazie a politiche sociali, a cominciare da scuole, ospedali e asili nido, su cui fare affidamento.

Aveva proprio ragione Vittorini, quando scriveva dell’equazione tra città belle e gente bella. Chiede il figlio, entusiasta, al padre che vive di ricordi e smarrisce il suo sguardo verso una donna che prepara il forno: “Era bella, la madre che ho avuta?”. Sicuramente faceva un buon pane.

(Foto Getty Images)

La politica per la casa è scommessa sulla fiducia e sul lavoro. In fin dei conti, una sfida di qualità della vita. E di democrazia
La politica per la casa è scommessa sulla fiducia e sul lavoro. In fin dei conti, una sfida di qualità della vita. E di democrazia

I Romani, se persone eloquenti (eu loquere, con quell’eu che significa bene e dunque distingue gli eloquentes dai semplici loquentes, gente che parla spesso a vanvera, chiacchieroni, personaggi inesatti), amavano esprimersi come Cicerone, Tacito o Seneca, con proprietà di linguaggio ed esattezza. E per nominare quella che oggi chiamiamo “città”, usavano due parole diverse. Urbs, dicevano, per indicare le strutture fisiche, le strade e le piazze, i palazzi e le terme, i templi e i teatri, i mercati e le case. Per indicare invece le persone riunite in comunità, parlavano di civitas, una comunità di cives, cioè di cittadini legati da valori e interessi comuni (spesso non senza conflitti), lingua, abitudini, miti, costumi. E regole.

Distinzione sottile, elegante, tra “urbanistica” e “cittadinanza”. Ma anche indicazione, nelle differenze, di tutti i punti in comune. L’urbs è abitata dai cives ed entrambi interagiscono, nel bene e nel male. Come ci raccontano secoli di civiltà urbana e di domande “civili” (le città belle migliorano le qualità umane, professionali, culturali, dei loro abitanti?). Sino ad arrivare, tanto per citare solo una delle tante pagine di grande letteratura, alla sintesi poetica di Elio Vittorini, ne “Le città del mondo”: “E’ la città più bella che abbiamo mai vista. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di Nicosia, e più di Enna… Forse è la più bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta, nelle città che sono belle… e più la città è bella e più la gente è bella, come se l’aria vi fosse più buona”.

La Sicilia di Vittorini, così come quella di Sciascia e di Pirandello, è metafora d’altre condizioni, altri luoghi, altre tensioni. Ma Vittorini, andato via dalla Sicilia, e poi, dopo un passaggio a Firenze, felicemente vissuto sempre a Milano, di cui è stato uno dei principali animatori culturali, coglie un punto essenziale, nella relazione tra la bellezza dell’urbs e la qualità della vita, tra le funzioni urbane e il complesso delle regole (non solo quelle giuridiche, ma soprattutto quelle civili e di comunità) che ne ispirano, organizzano e guidano la vita in comune.

Ne indica alcune caratteristiche di quella che oggi chiamiamo “attrattività”. E ne mette in evidenza le tensioni, i conflitti, la durezza delle trasformazioni, le ipotesi della speranza e la pesantezza dei vincoli. Il disagio delle periferie rappresentato da Pier Paolo Pasolini. La “vita agra” di Luciano Bianciardi. Le risposte mancate d’una città alle tante aspettative, ricordate da Italo Calvino. E la cupezza criminale della “metropoli delle mille luci” (per citare i romanzi noir di Alessandro Robecchi e Gianni Biondillo, Francesco Recami e Piero Colaprico, buoni successori di quel Giorgio Scerbanenco secondo cui “I milanesi ammazzano al sabato”). Tanto per ricordare solo alcune metafore d’una condizione urbana la cui caratteristica di fondo è sempre un controverso e ruvido rapporto con la complessità, con gli squilibri, con una dolorosa percezione dell’esistenza umana aggravata dalle particolari condizioni urbane.

La “città che sale” tanto cara a una certa retorica (di cui il genio di Boccioni era del tutto innocente) è anche la città che in certi suoi snodi ha l’odore infimo dell’inferno.

Vale la pena ricordarsene, di questo retroterra concettuale e poetico, proprio adesso mentre si allarga, sui media e negli ambienti politici, il dibattito sulle città, concentrandosi sui fenomeni più vistosi (la sicurezza, il costo della vita, le disparità sociali che si ampliano, la difficile integrazione dell’immigrazione: tutti fenomeni gravi, reali, incisivi sulle sensibilità, le paure e i giudizi dei cives, dei cittadini elettori) ma evitando di discutere le ragioni di fondo, tra innovazione e conservazione, che connotano, da sempre, il “fenomeno città”.

Le città, soprattutto nella forma delle città metropolitane, delle “città grandi”, sono organismi vivi, complessi e contrastanti, che subiscono le spinte del mercato ma anche le difficoltà della progettazione e della guida politica. Sono il luogo tipico della modernità, impetuosa e innovativa (dunque per molti versi anomica, insofferente a piani e regole) ma anche l’archivio sensibile della storia, con ceti sociali che invecchiano e prediligono la forma, elegante e carica di memorie, dell’urbs tradizionale

Milano, la Grande Milano, la città metropolitana, la “città infinita”, ne è un ottimo esempio. E’ sempre attrattiva, di persone, intelligenze, idee produttive, avanguardie culturali, capitali, imprese, innovazioni, più di altre città italiane, perché è l’unica veramente europea (il resto d’Italia è tutto sommato una grande provincia, che infatti spesso guarda Milano con diffidenza e ostilità, anche se ne subisce la fascinazione). Cresce, per popolazione (grazie anche agli oltre 230mila studenti universitari, la più grande città universitaria italiana) ed è meta prediletta dai “nuovi ricchi” che trovano qui, oltre che una tassazione di favore (200mila euro all’anno e più), anche un’eccellente qualità della vita di lusso, tra shopping e club esclusivi. Multinazionali in crescita (il 34% di tutte quelle estere in Italia sono qui). Investitori immobiliari per decine di miliardi.

Ma basta questo? Naturalmente no. Perché il tessuto d’una città non è fatto dalle punte più alte, dai miliardari, dalle “eccellenze” e dai “talenti” più creativi (anche la retorica delle “eccellenze” e dei “talenti” ha fatto i suoi danni, come quella dell’ossessione per le location e per gli eventi “esclusivi”). Ma è tenuto insieme da un ceto ampio e medio di individui e famiglie che lavorano, di coppie in crescita, di professori e artisti, giornalisti e manager, operai e autisti dei tram, commercianti e impiegati. Ceto medio. Persone.

Ecco, per tutti questi soggetti sociali servono case e servizi. Le strutture dell’urbs e i valori civili d’integrazione della civitas. Il cemento. E la buona politica riformista.

Negli anni Cinquanta, l’Italia affrontò un gigantesco esodo sociale, di milioni di persone, dal Sud marginale  e disperato (dopo il fallimento della riforma agraria) e da un Nord Est povero, in direzione delle città dal grande sviluppo industriale, a cominciare dal “triangolo” Milano-Torino-Genova. E anche in altre aree del Paese, si andava dalle campagne impoverite e faticose verso la modernità delle città. Una straordinaria, impetuosa, trasformazione, per le città, le comunità, i contesi sociali.

Il fenomeno si provò a governarlo, con ambiziosi progetti. Il “Piano Casa” lanciato dal 1949 in poi da Amintore Fanfani, allora ministro del Lavoro, ne fu un esempio (350mila nuove unità abitative, sino al ‘63), insieme al rafforzamento dell’Ina casa e a un impetuoso movimento di cooperative, con un’idea di fondo di nuovi quartieri di edilizia popolare e borghese. Erano progetti tutt’altro che privi di limiti ed errori (si mise all’opera massicciamente anche la speculazione edilizia da “mani sulla città”, mani criminali e mafiose, spesso). E la legge sui suoli, profondamente riformatrice, voluta in funzione di uno sviluppo ordinato e libero dagli speculatori, firmata dal ministro democristiano Fiorentino Sullo nel ‘63, fu all’origine della prima grande crisi del governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro e appena formato nell’ottobre del ‘63. Ma la crescita delle città andò avanti. E gli italiani diventarono un popolo di proprietari di case: una vita sicura.

Non senza ombre ed errori. Baggio e Quarto Oggiaro a Milano, la Falchera a Torino, il Corviale a Roma, il Cep e lo Zen a Palermo, Librino a Catania, le Vele a Scampia sono nomi che ricordano, nel corso del tempo, una pessima, sciatta e mediocre urbanistica sociale (Roberto Guiducci ne scrisse pagine lucide e sapienti, in parecchi libri e sui fascicoli accoglienti della Rivista “Pirelli”).

Oggi il tema torna d’attualità. Ed è un tema europeo. Tutte le grandi città sono in profonda sofferenza, sul tema degli alloggi a un prezzo possibile, soprattutto per le nuove generazioni, per le giovani coppie che a Londra o a Madrid, a Parigi, Francoforte, Barcellona, Amsterdam o Milano, vogliono proprio là costruire un futuro, là dove, cioè, s’addensano conoscenza e innovazione, relazioni e, si spera, qualità della vita. “Parte il piano europeo da 650mila case all’anno”, scrive Il Sole24Ore (16 dicembre), raccontando di un programma della Commissione Ue che punta a mobilitare 153 miliardi ogni dodici mesi.

Se il futuro dell’Europa, per sicurezza, tecnologie, sostenibilità reale e innovazione ha bisogno di fare leva sulla “economia della conoscenza”, è proprio alle nuove generazioni che bisogna guardare. Cominciando a garantire loro abitazioni e servizi a prezzi accessibili. Integrazione. E sviluppo di opportunità di lavoro e carriera.

Il ragionamento vale anche per l’Italia. E per Milano. La città, su scelta della giunta guidata dal sindaco Beppe Sala, parla di un “Piano casa” da 10mila nuovi alloggi all’anno per dieci anni, mobilitando risorse pubbliche e private, ma anche stimolando le scelte delle imprese che pensano a una “politica per la casa “ come se scelta di welfare per i propri dipendenti (l’Assolombarda ne fa una priorità e l’ATM è già molto avanti, per trattenere in città autisti di autobus, tram e metropolitana). E ci sono poi le 28mila case Aler (sotto il controllo di Comune e Regione) che vanno recuperate, ristrutturate e messe a disposizione dei cittadini A basso reddito.

Vale la pena ripeterlo: Milano non è un “modello” ma vive una profonda mobilità sociale in continuo cambiamento. E’ città di mercato, ma non può essere abbandonata solo al mercato. Ha bisogno di buona politica urbanistica e abitativa, deve saper recuperare le sue tradizioni produttive e inclusive, economiche e di sofisticata solidarietà sociale. Tutto si tiene: il lavoro dei giovani, i salari, le opportunità di crescita del ruolo delle donne e il livello dignitoso delle pensioni (Il Giorno, 21 dicembre). E’ una questione di sviluppo equilibrato, di equità sociale e di ricostruzione della fiducia in un migliore futuro.

In fin dei conti, è una questione di democrazia.

Rieccola, la relazione tra urbs e civitas. Tra una politica per la casa, con costruzioni di qualità e afflitti e prezzi d’acquisto sostenibili. E un’idea di Milano in cui i cittadini lavorano, ma anche vanno a teatro e a sentire musica, fanno sport, entrano in libreria, consumano, conoscono. E possono anche pensare di fare figli, grazie a politiche sociali, a cominciare da scuole, ospedali e asili nido, su cui fare affidamento.

Aveva proprio ragione Vittorini, quando scriveva dell’equazione tra città belle e gente bella. Chiede il figlio, entusiasta, al padre che vive di ricordi e smarrisce il suo sguardo verso una donna che prepara il forno: “Era bella, la madre che ho avuta?”. Sicuramente faceva un buon pane.

(Foto Getty Images)

Tre storie d’inverno

Pirelli e i prodotti per l’inverno hanno dato origine a campagne di comunicazione fortunate e memorabili, grazie a un efficace mix di contenuto tecnico e affermazioni valoriali, che insieme hanno creato un racconto innovativo e coinvolgente: la suggestione di una stagione confortevole, da vivere sotto il segno della sicurezza e del piacere.

 “Questi artisti perché dimenticano la neve, le montagne? Gli sci? I ghiaccioli di un tetto?”. In prima battuta la stilizzazione del disegno di Bob Noorda per la campagna pubblicitaria del pneumatico “Inverno” aveva sollevato dei dubbi, a dircelo un commento scritto a penna sul verso del bozzetto “per l’inverno il pneumatico inverno” custodito nel nostro Archivio Storico e descritto a catalogo come “tempera e collage su cartoncino con foglio in acetato, con scritte”. Risale al 1954 ed è uno dei primi lavori che Pirelli affida al giovane grafico di origine olandese, per pubblicizzare il primo pneumatico invernale Pirelli con il battistrada a spina di pesce, lanciato nel 1951. L’autore del commento, di cui non si conosce il nome, sente la mancanza di elementi più realistici come quelli presenti invece nella pubblicità realizzata da Ezio Bonini in quegli stessi anni.

Bob Noorda era da poco giunto a Milano e faceva parte di quella comunità di grafici e designer che affrontava il lavoro pubblicitario con un approccio progettuale, con l’obiettivo di rendere la comunicazione di chiara lettura, grazie alla riconoscibilità dell’elemento grafico.

Anche nel caso del nostro bozzetto, Bob Noorda elimina il superfluo, ma la sua essenzialità non è puro astrattismo, le linee pulitissime dell’albero dichiaratamente invernale vogliono ricordare il battistrada a spina di pesce e dunque riescono nell’intento di restituire la caratteristica tecnologica identificativa del pneumatico.

Pirelli commissionerà a Bob Noorda una quantità notevole di lavori e lo nominerà art director nel 1961. Quella fra l’azienda milanese e il grafico olandese è una storia subito evoluta nella direzione tanto cara a Pirelli anche nel campo della comunicazione: l’innovazione.

Nell’autunno del 1959, il lancio del Pirelli BS3 fu un evento internazionale: conferenza stampa al Salone di Torino – in quegli anni sinonimo di Tempio dell’Automobile – con visita del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi: l’eco dalle principali testate nel mondo non tardò a farsi sentire. Il Pirelli BS3 era pneumatico costituito da una carcassa su cui montare separatamente tre diversi anelli battistrada e fu vissuto come un’invenzione rivoluzionaria, a documentarlo bene l’articolo comparso sulla Rivista Pirelli n. 5, 1959 e sull’house organ Fatti e Notizie n. 10, 1959. Lo aveva tenuto a battesimo l’ingegner Carlo Barassi, allora a capo dell’Ufficio Tecnologico della Direzione Tecnica Pneumatici Pirelli di Milano Bicocca, che nel molto nevoso inverno tra il ’55 e il ’56 aveva ripreso l’invenzione dell’ingegner Lugli di qualche anno prima, che ancora non aveva trovato applicazione: fare un pneumatico in cui carcassa e battistrada fossero indipendenti e intercambiabili, vulcanizzando indipendentemente carcassa e fascia battistrada per poi tenerle unite con la sola forza della pressione di gonfiaggio. Un pneumatico “col cappotto”.

Per la comunicazione venne coinvolto sin da subito Ermanno Scopinich, che realizzò il suggestivo shooting fotografico e video per la presentazione ambientato allo Stadio del Ghiaccio di Cortina. Nei dieci minuti del montaggio si tengono insieme le virtù tecnologiche del pneumatico, i vantaggi per l’automobilista sul piano dell’assistenza, con le percezioni di comfort e diletto di guida, oltre che di sicurezza, in altre parole il dietro le quinte del prodotto – con le sue fasi di produzione e le competenze dei tecnici esperti – e le pattinatrici che rincorrono l’Alfa Romeo Giulietta, sicura sul ghiaccio grazie al magico disegno battistrada del BS3. Ancora una volta è il mondo dell’inverno secondo Pirelli a essere rappresentato, fra innovazione tecnologica e visione di un nuovo orizzonte – la promessa di una nuova stagione da vivere a pieno.

La terza “storia d’inverno” che raccontiamo in questo articolo ha come protagonista la borsa per l’acqua calda, il primissimo e longevo prodotto Pirelli nato con la scopo di offrire comfort e protezione dal freddo, a catalogo già nel 1880, ispiratrice negli anni Cinquanta di bozzetti e campagne pubblicitarie dalle firme famose, da Lora Lamm a Raymond Savignac fino ai fratelli Pagot, molti dei quali conservati presso il nostro Archivio Storico.

Ma la narrazione di Pirelli è sempre passata attraverso una molteplicità di canali, parlando linguaggi diversi ha raggiunto destinatari differenti, su livelli diversificati di messaggio. Provando a guardare la borsa per l’acqua calda, non dal punto di vista della pubblicità ma da quello della produzione giornalistica, troviamo l’articolo di Marise Ferro pubblicato sulla Rivista Pirelli n. 5, 1949 “Quando l’anima è intirizzita”. Si tratta di un breve scritto autobiografico che attorno alla borsa dell’acqua calda costruisce un mondo di significati, trasformando il prodotto da oggetto da utilizzare a oggetto da desiderare.

Il pezzo inizia con la citazione di un ricordo (“Ho un’amica che quando soffre si corica e dice: Coricàti si soffre meno!. Poi soggiunge: Se avessi una borsa dell’acqua calda!”), prosegue con una sequenza di riflessioni (“L’anima è spesso intirizzita, tutti lo sanno, non per niente si vive senza saperne la ragione… una borsa per l’acqua calda addormenta la sofferenza morale come quella fisica.”) e di memorie (“I miei inverni di guerra erano resi ancora più crudeli dall’impossibilità di arrivare a quel minimo di calore necessario per avere, almeno, la mano calda mentre scrivevo…”) e, attraverso una catena di associazioni di idee, atterra sul qui e ora che accomuna l’autrice ai lettori: “Adesso la guerra è finita, l’Europa è distrutta, noi siamo completamente dissestati, poverissimi, ma più vivaci che mai e con borse di gomma per l’acqua calda di tutte le grandezze, di tutti i colori, di tutte le qualità. Che belle! Nelle vetrine dei negozi appositi attirano l’occhio anche del passante distratto. Quella verde? Quella rossa? Quella nera e lucida come l’antracite? Non c’è che la difficoltà della scelta…”.

L’immagine delle vetrine colorate dalle borse per l’acqua calda Pirelli è l’allegoria di una stagione che ricerca la spensieratezza e un po’ di comfort, dopo gli anni della guerra, e che trova un riscontro opposto ma armonioso nell’immagine del paesaggio autunnale con cui si conclude questo “inno alla borsa per l’acqua calda”, lasciandoci con il vuoto, il bisogno di averne una per noi. “Già le nebbie entrano stupende in Milano… portano la fiaba della campagna, l’odore dell’acqua che non si muove, l’incomparabile segno autunnale della Lombardia”.

Tre storie d’inverno
Tre storie d’inverno

Pirelli e i prodotti per l’inverno hanno dato origine a campagne di comunicazione fortunate e memorabili, grazie a un efficace mix di contenuto tecnico e affermazioni valoriali, che insieme hanno creato un racconto innovativo e coinvolgente: la suggestione di una stagione confortevole, da vivere sotto il segno della sicurezza e del piacere.

 “Questi artisti perché dimenticano la neve, le montagne? Gli sci? I ghiaccioli di un tetto?”. In prima battuta la stilizzazione del disegno di Bob Noorda per la campagna pubblicitaria del pneumatico “Inverno” aveva sollevato dei dubbi, a dircelo un commento scritto a penna sul verso del bozzetto “per l’inverno il pneumatico inverno” custodito nel nostro Archivio Storico e descritto a catalogo come “tempera e collage su cartoncino con foglio in acetato, con scritte”. Risale al 1954 ed è uno dei primi lavori che Pirelli affida al giovane grafico di origine olandese, per pubblicizzare il primo pneumatico invernale Pirelli con il battistrada a spina di pesce, lanciato nel 1951. L’autore del commento, di cui non si conosce il nome, sente la mancanza di elementi più realistici come quelli presenti invece nella pubblicità realizzata da Ezio Bonini in quegli stessi anni.

Bob Noorda era da poco giunto a Milano e faceva parte di quella comunità di grafici e designer che affrontava il lavoro pubblicitario con un approccio progettuale, con l’obiettivo di rendere la comunicazione di chiara lettura, grazie alla riconoscibilità dell’elemento grafico.

Anche nel caso del nostro bozzetto, Bob Noorda elimina il superfluo, ma la sua essenzialità non è puro astrattismo, le linee pulitissime dell’albero dichiaratamente invernale vogliono ricordare il battistrada a spina di pesce e dunque riescono nell’intento di restituire la caratteristica tecnologica identificativa del pneumatico.

Pirelli commissionerà a Bob Noorda una quantità notevole di lavori e lo nominerà art director nel 1961. Quella fra l’azienda milanese e il grafico olandese è una storia subito evoluta nella direzione tanto cara a Pirelli anche nel campo della comunicazione: l’innovazione.

Nell’autunno del 1959, il lancio del Pirelli BS3 fu un evento internazionale: conferenza stampa al Salone di Torino – in quegli anni sinonimo di Tempio dell’Automobile – con visita del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi: l’eco dalle principali testate nel mondo non tardò a farsi sentire. Il Pirelli BS3 era pneumatico costituito da una carcassa su cui montare separatamente tre diversi anelli battistrada e fu vissuto come un’invenzione rivoluzionaria, a documentarlo bene l’articolo comparso sulla Rivista Pirelli n. 5, 1959 e sull’house organ Fatti e Notizie n. 10, 1959. Lo aveva tenuto a battesimo l’ingegner Carlo Barassi, allora a capo dell’Ufficio Tecnologico della Direzione Tecnica Pneumatici Pirelli di Milano Bicocca, che nel molto nevoso inverno tra il ’55 e il ’56 aveva ripreso l’invenzione dell’ingegner Lugli di qualche anno prima, che ancora non aveva trovato applicazione: fare un pneumatico in cui carcassa e battistrada fossero indipendenti e intercambiabili, vulcanizzando indipendentemente carcassa e fascia battistrada per poi tenerle unite con la sola forza della pressione di gonfiaggio. Un pneumatico “col cappotto”.

Per la comunicazione venne coinvolto sin da subito Ermanno Scopinich, che realizzò il suggestivo shooting fotografico e video per la presentazione ambientato allo Stadio del Ghiaccio di Cortina. Nei dieci minuti del montaggio si tengono insieme le virtù tecnologiche del pneumatico, i vantaggi per l’automobilista sul piano dell’assistenza, con le percezioni di comfort e diletto di guida, oltre che di sicurezza, in altre parole il dietro le quinte del prodotto – con le sue fasi di produzione e le competenze dei tecnici esperti – e le pattinatrici che rincorrono l’Alfa Romeo Giulietta, sicura sul ghiaccio grazie al magico disegno battistrada del BS3. Ancora una volta è il mondo dell’inverno secondo Pirelli a essere rappresentato, fra innovazione tecnologica e visione di un nuovo orizzonte – la promessa di una nuova stagione da vivere a pieno.

La terza “storia d’inverno” che raccontiamo in questo articolo ha come protagonista la borsa per l’acqua calda, il primissimo e longevo prodotto Pirelli nato con la scopo di offrire comfort e protezione dal freddo, a catalogo già nel 1880, ispiratrice negli anni Cinquanta di bozzetti e campagne pubblicitarie dalle firme famose, da Lora Lamm a Raymond Savignac fino ai fratelli Pagot, molti dei quali conservati presso il nostro Archivio Storico.

Ma la narrazione di Pirelli è sempre passata attraverso una molteplicità di canali, parlando linguaggi diversi ha raggiunto destinatari differenti, su livelli diversificati di messaggio. Provando a guardare la borsa per l’acqua calda, non dal punto di vista della pubblicità ma da quello della produzione giornalistica, troviamo l’articolo di Marise Ferro pubblicato sulla Rivista Pirelli n. 5, 1949 “Quando l’anima è intirizzita”. Si tratta di un breve scritto autobiografico che attorno alla borsa dell’acqua calda costruisce un mondo di significati, trasformando il prodotto da oggetto da utilizzare a oggetto da desiderare.

Il pezzo inizia con la citazione di un ricordo (“Ho un’amica che quando soffre si corica e dice: Coricàti si soffre meno!. Poi soggiunge: Se avessi una borsa dell’acqua calda!”), prosegue con una sequenza di riflessioni (“L’anima è spesso intirizzita, tutti lo sanno, non per niente si vive senza saperne la ragione… una borsa per l’acqua calda addormenta la sofferenza morale come quella fisica.”) e di memorie (“I miei inverni di guerra erano resi ancora più crudeli dall’impossibilità di arrivare a quel minimo di calore necessario per avere, almeno, la mano calda mentre scrivevo…”) e, attraverso una catena di associazioni di idee, atterra sul qui e ora che accomuna l’autrice ai lettori: “Adesso la guerra è finita, l’Europa è distrutta, noi siamo completamente dissestati, poverissimi, ma più vivaci che mai e con borse di gomma per l’acqua calda di tutte le grandezze, di tutti i colori, di tutte le qualità. Che belle! Nelle vetrine dei negozi appositi attirano l’occhio anche del passante distratto. Quella verde? Quella rossa? Quella nera e lucida come l’antracite? Non c’è che la difficoltà della scelta…”.

L’immagine delle vetrine colorate dalle borse per l’acqua calda Pirelli è l’allegoria di una stagione che ricerca la spensieratezza e un po’ di comfort, dopo gli anni della guerra, e che trova un riscontro opposto ma armonioso nell’immagine del paesaggio autunnale con cui si conclude questo “inno alla borsa per l’acqua calda”, lasciandoci con il vuoto, il bisogno di averne una per noi. “Già le nebbie entrano stupende in Milano… portano la fiaba della campagna, l’odore dell’acqua che non si muove, l’incomparabile segno autunnale della Lombardia”.

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Come cambiare cultura d’impresa

Il percorso verso la Società benefit analizzato tra ostacoli e opportunità

Cambiare la propria cultura del produrre. Processo importante, che tocca molte imprese. Percorso non facile, che deve essere intrapreso con consapevolezza. È quanto accade, sempre più spesso, alle imprese che diventano Società Benefit e che “Benefit Corporations: The Moral Legitimacy That Requires More Rules” – la ricerca condotta da Laura Rocca, Monica Veneziani, Andrea Caccialanza e da Claudio Teodori – cerca di affrontare e spiegare.

Lo studio, da poco pubblicato, cerca di esaminare, spiegano gli stessi autori, le ragioni per cui le aziende italiane a scopo di lucro si convertono allo status di Società Benefit e come affrontano la conseguente ibridazione che porta ad una nuova impostazione d’impresa.

L’indagine si basa su una serie di dati riferiti a 118 aziende che vengono interpretati attraverso una lente di legittimità pragmatica e morale, cioè misurando il valore delle imprese sotto più punti di vista non solo da quello concretamente produttivo. I risultati mostrano che il principale fattore scatenante sia la legittimità pragmatica: i manager cercano di rafforzare la fiducia con le categorie interne ed esterne che possono influenzare l’attività aziendale. È il bisogno di una sorta di “legittimità a livello collettivo” ciò che spinge l’impresa a cambiare non solo pelle ma anche contenuto. Questo perché, spiega la ricerca, le aziende si identificano come membri di una comunità imprenditoriale reputazionale che promuove il “bene comune”.

Se questo è il traguardo finale, gli autori dell’indagine individuano però i principali scogli che devono essere superati e, primo tra tutti, la modifica dell’atto costitutivo della società rappresenta il costo maggiore. La ricerca tocca quindi altri dubbi e preoccupazioni che si creano all’interno delle imprese che intraprendono il percorso verso la Società benefit e indica la necessità di adottare parametri severi di controllo e sanzioni più rigorose per arrivare alla fine del cammino.

La ricerca di Laura Rocca e dei suoi colleghi affronta certamente un tema complesso e delicato e contribuisce alla sua migliore conoscenza.

Benefit Corporations: The Moral Legitimacy That Requires More Rules

Laura Rocca, Monica Veneziani, Andrea Caccialanza, Claudio Teodori

Business Strategy and the Environment, 2025; 0:1–17

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