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Lavorare insieme, si può fare

Due libri affrontano da punti di vista diversi un tema cruciale per le imprese

Lavorare insieme per crescere insieme. Indicazione che vale per tutte le organizzazioni, ma che per le imprese assume un’importanza particolare. E soprattutto oggi. Come lavorare insieme efficacemente è però cosa difficile da raggiungere. Ed è frutto di un percorso che occorre intraprendere. Anche con la scorta di “manuali” e “guide”. È il caso di due libri che si completano a vicenda e che prendono le mosse da una base comune: le organizzazioni funzionano davvero quando le persone possono contribuire, decidere e creare insieme.

“Leadership collegiale. Per organizzazioni agili, dinamiche, performanti” scritto da Monica Margoni che pone attenzione alla realtà che le imprese hanno davanti e che impone capacità di adattarsi ai cambiamenti, di attrarre nuovi talenti, sperimentare nuovi modi di intendere la leadership. Questione di processi decisionali (che devono essere veloci) e di strutture organizzative (che devono essere flessibili e dare spazio alle assunzioni dir responsabilità). Molto sta nella capacità dei “capi” di creare le condizioni giuste. Il libro presenta quindi modalità diverse di leadership non come una competenza personale, ma come una funzione che tutti, all’interno di un’organizzazione, possono esercitare. Un percorso evolutivo, come si diceva prima, che i responsabili di oggi possono intraprendere insieme ai propri collaboratori, perché per rispondere alla complessità l’intelligenza di pochi non basta.

Lavorare insieme e tutti, dunque. Un traguardo al quale guarda anche “Facilitation for growth. Come ottenere risultati straordinari dai gruppi” di Giancarlo Manzoni e Marco Ossani. Il libro guarda alle organizzazioni come grup­pi umani, squadre che funzionano solo se tutti vanno nella stessa direzione. Per questo la “facilitazione” viene ritenuto uno strumento fondamentale per tutte le aziende. Le tecniche di questa disciplina, che il libro illustra, permettono di miglio­rare la collaborazione nei gruppi ma hanno anche un altro scopo: far emergere idee, di raggiungere consen­so e di dare all’esperienza un significato condiviso. Arricchito da casi pratici, il libro è di quelli da leggere e applicare.

Leadership collegiale. Per organizzazioni agili, dinamiche, performanti

Monica Margoni

Guerini NEXT, 2025

Facilitation for growth. Come ottenere risultati straordinari dai gruppi

Giancarlo Manzoni, Marco Ossani

Guerini NEXT, 2025

Due libri affrontano da punti di vista diversi un tema cruciale per le imprese

Lavorare insieme per crescere insieme. Indicazione che vale per tutte le organizzazioni, ma che per le imprese assume un’importanza particolare. E soprattutto oggi. Come lavorare insieme efficacemente è però cosa difficile da raggiungere. Ed è frutto di un percorso che occorre intraprendere. Anche con la scorta di “manuali” e “guide”. È il caso di due libri che si completano a vicenda e che prendono le mosse da una base comune: le organizzazioni funzionano davvero quando le persone possono contribuire, decidere e creare insieme.

“Leadership collegiale. Per organizzazioni agili, dinamiche, performanti” scritto da Monica Margoni che pone attenzione alla realtà che le imprese hanno davanti e che impone capacità di adattarsi ai cambiamenti, di attrarre nuovi talenti, sperimentare nuovi modi di intendere la leadership. Questione di processi decisionali (che devono essere veloci) e di strutture organizzative (che devono essere flessibili e dare spazio alle assunzioni dir responsabilità). Molto sta nella capacità dei “capi” di creare le condizioni giuste. Il libro presenta quindi modalità diverse di leadership non come una competenza personale, ma come una funzione che tutti, all’interno di un’organizzazione, possono esercitare. Un percorso evolutivo, come si diceva prima, che i responsabili di oggi possono intraprendere insieme ai propri collaboratori, perché per rispondere alla complessità l’intelligenza di pochi non basta.

Lavorare insieme e tutti, dunque. Un traguardo al quale guarda anche “Facilitation for growth. Come ottenere risultati straordinari dai gruppi” di Giancarlo Manzoni e Marco Ossani. Il libro guarda alle organizzazioni come grup­pi umani, squadre che funzionano solo se tutti vanno nella stessa direzione. Per questo la “facilitazione” viene ritenuto uno strumento fondamentale per tutte le aziende. Le tecniche di questa disciplina, che il libro illustra, permettono di miglio­rare la collaborazione nei gruppi ma hanno anche un altro scopo: far emergere idee, di raggiungere consen­so e di dare all’esperienza un significato condiviso. Arricchito da casi pratici, il libro è di quelli da leggere e applicare.

Leadership collegiale. Per organizzazioni agili, dinamiche, performanti

Monica Margoni

Guerini NEXT, 2025

Facilitation for growth. Come ottenere risultati straordinari dai gruppi

Giancarlo Manzoni, Marco Ossani

Guerini NEXT, 2025

Le “parole che fanno vivere”: maestro, gentilezza, rispetto, equilibrio e probità

Ci sono parole che fanno vivere. Paul Eluard, uno dei più intensi poeti francesi del Novecento, le enumerava così: “La parola calore la parola fiducia/ Giustizia amore e la parola libertà/ la parola figlio e la parola gentilezza/ la parola coraggio la parola scoprire/ E la parola fratello e la parola compagno…”. “Parole innocenti”, le chiamava, anche per ricordare “certi nomi di luoghi e paesi/ e certi nomi di donne e di amici”. Come Gabriel Péri, eroe della Resistenza, cui la poesia era dedicata.

Possiamo provare a continuarlo, oggi, quest’elenco, anche come antidoto ai tempi difficili che ci tocca vivere. Tempi di violenza e volgarità, narcisismi e politica “con molti incubi e pochi sogni” (Il Foglio, 6 settembre), menzogne e sortilegi che rendono sempre più difficili le possibilità di scrivere storie a misura d’umanità.

Scriviamo la parola maestro, per esempio. E la parola probità. La parola lavoro, la parola rispetto e la parola equilibrio. La parola grazie e la parola scusa. La parola altrui. E, dopo Eluard, potremmo ripetere in modo nuovo la parola giustizia e la parola gentilezza.

Gli esempi di riferimento di questo nostro discorrere sono tratti dalla cronaca dei quotidiani (segno che leggere i giornali ben scritti e redatti consente di avere notizie e indicazioni di stile e cultura civile che fanno ben sperare, nonostante il disprezzo e gli insulti rivolti ai giornalisti da odiatori seriali sui social media ma anche da politici importanti). Minima moralia, si potrebbe pur dire, citando con deferenza e rispetto, senza alcuna velleità di paragone, ben più illustri precedenti.

Una persona è le avventure, le felicità e i dolori che ha vissuto, i libri che ha letto, le donne o gli uomini che ha amato, gli amici che ha scelto, i maestri che ha avuto.

Ecco, riflettiamo sulla parola “maestro” (senza esagerare, però, ad attribuirla, a sproposito, un po’ a tanti, a troppi). E usiamo, come uno degli strumenti possibili, il nuovo libro di Massimo Recalcati, giusto dieci anni dopo l’appassionante “L’ora di lezione”: è “La luce e l’onda”, Einaudi, con un sottotitolo essenziale: “Cosa significa insegnare?”. La parola maestro viene dal latino magis, che significa “più”. Più conoscenza da acquisire, più domande da fare, più risposte da cercare, più punti di vista da considerare. Non è il relativismo nichilista. Ma un’attitudine a trasmettere il sapere anche come capacità critica e come abitudine a guardare il mondo con “lo sguardo dell’altro”.

Recalcati, nelle sue pagine, parla di maestri del Novecento come Jacques Lacan, Gilles Deleuze e Pier Paolo Pasolini. E ognuno di noi può scrivere un suo elenco ulteriore. Jorge Luis Borges, tra “i giusti… che stanno salvando il mondo”, enumera “un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire” e “chi scopre con piacere un’etimologia”. Qualcuno, attento alla cultura siciliana e dunque al mondo, indicherebbe Pirandello e Vittorini, Sciascia e Camilleri (di cui tanto si discute adesso, per i cent’anni dalla nascita). A Milano, vale la pena rileggere Manzoni e Testori, oltre che Gadda. E ricordare l’ironia di Alberto Arbasino, ripresa da Edmondo Berselli: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”.

Pochi fortunati e capaci, appunto. E ha proprio ragione Giuliano Ferrara quando ragiona sull’eccesso di paginate di ricordi ed elogi per le scomparse, anche recenti, di illustri personaggi e celebrità: “Esagerare stanca anche la memoria” (Il Foglio, 6 settembre). Bellezza, stile ed eleganza (ecco altre parole su cui insistere) sono il risultato di un sobrio e sofisticato senso della misura.

Maestri nell’alto dei cieli della grande cultura. E maestri, fondamentali, nella vita e nella scuola quotidiana.

Era maestra la mia nonna paterna, la maestra Lucia che, a cavallo tra la fine dell’Ottocento  e i primi quarant’anni del Novecento, aveva insegnato a leggere e fare di conto a centinaia di bambini a Caronia, un paese normanno sulla costa tirrenica della Sicilia. Scoprii, nel tempo, che in tanti avevano serbato di lei un grato ricordo. Insegnava a imparare. E ad avere un’idea delle parole, dei numeri e dunque del mondo. A diventare persone. Ieri. Come i maestri e le maestre fanno oggi e poi ancora domani. Insiste Recalcati: “È solo il contagio con il desiderio del maestro che produce il desiderio dell’allievo. Il compito del maestro è quello di accendere il desiderio di sapere”.

C’è un’altra parola cardine che si lega a maestro, pensando alla vita degli altri. Ed è rispetto. L’ha pronunciata, ancora una volta, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Solo in un mondo fondato sul rispetto è possibile realizzare progresso”, ha detto in un messaggio al Forum European House Ambrosetti a Cernobbio (Corriere della Sera, 7 settembre), spronando l’Europa a “ricostruire la centralità del diritto internazionale” e a “non cedere ai regimi autocratici” e criticando pure “lo straripante peso delle corporazioni globali” ovvero le Big Tech: “Sono le nuove Compagnie delle Indie”. Rispetto umano, contro le prepotenti tecnocrazie. Rispetto delle regole e dei valori. Rispetto di un migliore equilibrio economico e sociale.

Ecco un’altra parola essenziale: equilibrio. Che vuol dire cercare, con insistenza e ragionevolezza, nuove dimensioni di compatibilità tra le necessità di crescita economica e quelle di giustizia sociale, tra produttività e sostenibilità, tra competitività e solidarietà, secondo i canoni di una “impresa riformista” che può fare da protagonista di una nuova e migliore stagione di sviluppo e non solo di crescita. Un progresso economico e civile da misurare non soltanto con i parametri del Pil (il Prodotto interno lordo, la ricchezza creata) ma soprattutto con quelli del Bes (il Benessere equo e sostenibile, un autorevole indicatore elaborato già anni fa dall’Istat), quelli dell’Isu (l’Indice di sviluppo umano introdotto dall’Onu già negli anni Novanta del Novecento per misurare il benessere e la qualità della vita, e cioè salute e istruzione, oltre che il solo reddito) e quelli del Knowledge Economic Index, messi a punto dal World Bank Institute per valutare la posizione di un Paese nell’economia globale della conoscenza, dato che proprio la diffusione della conoscenza e dunque del pensiero critico è strettamente legata alla libertà, alla responsabilità e alla qualità dello sviluppo.

C’è una teoria di fondo, con cui fare i conti: quella elaborata da Martha Nussbaum sull’idea di Capability Approach, che valuta appunto il benessere e la qualità della vita in termini di reali opportunità che una persona ha di vivere una vita che desidera e ritiene degna di essere vissuta. Ecco un’altra “parola che fa vivere”: dignità.

Tutto ciò, per insistere su uno solo di tanti esempi, significa farsi carico, da parte della politica e delle classi dirigenti in generale, delle risposte da dare a quel milione e 400mila giovani, tra i 15 e i 24 anni, “neet”, che cioè non studiano e non lavorano, un vero e proprio “capitale umano disperso” (Chiara Saraceno, La Stampa, 6 settembre) che esprime un drammatico disagio personale e sociale e determina inaccettabili squilibri nella struttura del Paese. Tutto il contrario dell’inclusività su cui si basa una solida democrazia. E della dignità personale e sociale.

Ha dunque ragione Laura Linda Sabbadini quanto sostiene, nel suo nuovo libro, “Il Paese che conta”, Marsilio, che bisogna saper ragionare su dati e fatti e non su “fattoidi”, post verità e statistiche di comodo e che misurare le disuguaglianze significa anche contribuire a salvare la democrazia.

Volendo, sull’equilibrio, potrebbe valere la pena di fare anche un altro piccolo ma significativo esempio. Sul rapporto tra vita e lavoro. Ricordando la scelta di una delle più famose trattorie milanesi, “Trippa”, a Porta Romana (tanto di successo, grazie al buon cibo, da dover aspettare mesi per avere una prenotazione) di chiudere sabato e domenica. “Meno soldi, ma più felici. E una vita migliore”, dice Pietro Caroli, il fondatore, insieme allo chef Diego Rossi (Corriere della Sera, 4 settembre). Ecco, nella Milano frenetica e luccicosa, preferire la qualità della vita e del lavoro al fare soldi è indice di una tendenza che, per quanto minoritaria, va fatta vivere e valere.

C’è un’altra parola, da legare all’idea di economia giusta e sostenibile. Ed è probità. L’ha usata Marco Tronchetti Provera, Ceo di Pirelli, per ricordare Leopoldo Pirelli per i cento anni dalla sua nascita: “Un imprenditore, tra i più lungimiranti della sua generazione. Un uomo probo, come si sarebbe detto in passato, sensibile ai temi sociali e culturali e dotato d’un grande senso di responsabilità, verso l’azienda che guidava e verso le istituzioni del Paese” (Corriere della Sera, 25 agosto: “Un illuminista in azienda. È l’etica a sostenere la missione di un imprenditore”).

Valori e passioni, nel mondo difficile e competitivo dell’economia di mercato. Quanto mai importanti per poter parlare, nel luogo periodo, di innovazione, lavoro, redditività. E migliore futuro.

Etica del fare, etica del lavoro ben fatto, si è detto, anche nei giorni scorsi, parlando di un’altra persona dell’economia e della cultura appena scomparsa, Giorgio Armani. Legando quella dimensione morale a un’idea che va oltre la moda e investe il senso più profondo dell’eleganza, come uno stile di lavoro e di vita. Anche con misura. Con buon gusto. E con gentilezza. Rieccoci alle parole “che fanno vivere”.

Sono parole impegnative, appunto, tutte quelle di cui stiamo ragionando. Ultime utopie, potrebbe pur dire qualcuno. E ben a ragione. Eppure, a rafforzare il convincimento che, nonostante i tempi corrivi e grevi vadano in tutt’altra direzione, sia necessario insistere sulle parole fertili di buoni sentimenti e comportamenti, arriva il conforto di pagine classiche, sapienti e severe. Come quelle di Lewis Mumford che invita a distinguere “l’utopia della fuga” (vaneggiare obiettivi impossibili, costruire castelli in aria) dall’ “utopia della ricostruzione” (provare a rendere in mondo un po’ migliore – ne abbiamo già parlato, in questo blog).

O quelle con cui Italo Calvino conclude “Le città invisibili”, invitando a “cercare e saper riconoscere, chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Val la pena, dunque, continuarlo, l’elenco delle “parole che fanno vivere”, delle “parole innocenti” di Eluard. Ognuno a suo modo.

Cancellare parole per sottolinearle

Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento Milano

Getty Images

Ci sono parole che fanno vivere. Paul Eluard, uno dei più intensi poeti francesi del Novecento, le enumerava così: “La parola calore la parola fiducia/ Giustizia amore e la parola libertà/ la parola figlio e la parola gentilezza/ la parola coraggio la parola scoprire/ E la parola fratello e la parola compagno…”. “Parole innocenti”, le chiamava, anche per ricordare “certi nomi di luoghi e paesi/ e certi nomi di donne e di amici”. Come Gabriel Péri, eroe della Resistenza, cui la poesia era dedicata.

Possiamo provare a continuarlo, oggi, quest’elenco, anche come antidoto ai tempi difficili che ci tocca vivere. Tempi di violenza e volgarità, narcisismi e politica “con molti incubi e pochi sogni” (Il Foglio, 6 settembre), menzogne e sortilegi che rendono sempre più difficili le possibilità di scrivere storie a misura d’umanità.

Scriviamo la parola maestro, per esempio. E la parola probità. La parola lavoro, la parola rispetto e la parola equilibrio. La parola grazie e la parola scusa. La parola altrui. E, dopo Eluard, potremmo ripetere in modo nuovo la parola giustizia e la parola gentilezza.

Gli esempi di riferimento di questo nostro discorrere sono tratti dalla cronaca dei quotidiani (segno che leggere i giornali ben scritti e redatti consente di avere notizie e indicazioni di stile e cultura civile che fanno ben sperare, nonostante il disprezzo e gli insulti rivolti ai giornalisti da odiatori seriali sui social media ma anche da politici importanti). Minima moralia, si potrebbe pur dire, citando con deferenza e rispetto, senza alcuna velleità di paragone, ben più illustri precedenti.

Una persona è le avventure, le felicità e i dolori che ha vissuto, i libri che ha letto, le donne o gli uomini che ha amato, gli amici che ha scelto, i maestri che ha avuto.

Ecco, riflettiamo sulla parola “maestro” (senza esagerare, però, ad attribuirla, a sproposito, un po’ a tanti, a troppi). E usiamo, come uno degli strumenti possibili, il nuovo libro di Massimo Recalcati, giusto dieci anni dopo l’appassionante “L’ora di lezione”: è “La luce e l’onda”, Einaudi, con un sottotitolo essenziale: “Cosa significa insegnare?”. La parola maestro viene dal latino magis, che significa “più”. Più conoscenza da acquisire, più domande da fare, più risposte da cercare, più punti di vista da considerare. Non è il relativismo nichilista. Ma un’attitudine a trasmettere il sapere anche come capacità critica e come abitudine a guardare il mondo con “lo sguardo dell’altro”.

Recalcati, nelle sue pagine, parla di maestri del Novecento come Jacques Lacan, Gilles Deleuze e Pier Paolo Pasolini. E ognuno di noi può scrivere un suo elenco ulteriore. Jorge Luis Borges, tra “i giusti… che stanno salvando il mondo”, enumera “un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire” e “chi scopre con piacere un’etimologia”. Qualcuno, attento alla cultura siciliana e dunque al mondo, indicherebbe Pirandello e Vittorini, Sciascia e Camilleri (di cui tanto si discute adesso, per i cent’anni dalla nascita). A Milano, vale la pena rileggere Manzoni e Testori, oltre che Gadda. E ricordare l’ironia di Alberto Arbasino, ripresa da Edmondo Berselli: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”.

Pochi fortunati e capaci, appunto. E ha proprio ragione Giuliano Ferrara quando ragiona sull’eccesso di paginate di ricordi ed elogi per le scomparse, anche recenti, di illustri personaggi e celebrità: “Esagerare stanca anche la memoria” (Il Foglio, 6 settembre). Bellezza, stile ed eleganza (ecco altre parole su cui insistere) sono il risultato di un sobrio e sofisticato senso della misura.

Maestri nell’alto dei cieli della grande cultura. E maestri, fondamentali, nella vita e nella scuola quotidiana.

Era maestra la mia nonna paterna, la maestra Lucia che, a cavallo tra la fine dell’Ottocento  e i primi quarant’anni del Novecento, aveva insegnato a leggere e fare di conto a centinaia di bambini a Caronia, un paese normanno sulla costa tirrenica della Sicilia. Scoprii, nel tempo, che in tanti avevano serbato di lei un grato ricordo. Insegnava a imparare. E ad avere un’idea delle parole, dei numeri e dunque del mondo. A diventare persone. Ieri. Come i maestri e le maestre fanno oggi e poi ancora domani. Insiste Recalcati: “È solo il contagio con il desiderio del maestro che produce il desiderio dell’allievo. Il compito del maestro è quello di accendere il desiderio di sapere”.

C’è un’altra parola cardine che si lega a maestro, pensando alla vita degli altri. Ed è rispetto. L’ha pronunciata, ancora una volta, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Solo in un mondo fondato sul rispetto è possibile realizzare progresso”, ha detto in un messaggio al Forum European House Ambrosetti a Cernobbio (Corriere della Sera, 7 settembre), spronando l’Europa a “ricostruire la centralità del diritto internazionale” e a “non cedere ai regimi autocratici” e criticando pure “lo straripante peso delle corporazioni globali” ovvero le Big Tech: “Sono le nuove Compagnie delle Indie”. Rispetto umano, contro le prepotenti tecnocrazie. Rispetto delle regole e dei valori. Rispetto di un migliore equilibrio economico e sociale.

Ecco un’altra parola essenziale: equilibrio. Che vuol dire cercare, con insistenza e ragionevolezza, nuove dimensioni di compatibilità tra le necessità di crescita economica e quelle di giustizia sociale, tra produttività e sostenibilità, tra competitività e solidarietà, secondo i canoni di una “impresa riformista” che può fare da protagonista di una nuova e migliore stagione di sviluppo e non solo di crescita. Un progresso economico e civile da misurare non soltanto con i parametri del Pil (il Prodotto interno lordo, la ricchezza creata) ma soprattutto con quelli del Bes (il Benessere equo e sostenibile, un autorevole indicatore elaborato già anni fa dall’Istat), quelli dell’Isu (l’Indice di sviluppo umano introdotto dall’Onu già negli anni Novanta del Novecento per misurare il benessere e la qualità della vita, e cioè salute e istruzione, oltre che il solo reddito) e quelli del Knowledge Economic Index, messi a punto dal World Bank Institute per valutare la posizione di un Paese nell’economia globale della conoscenza, dato che proprio la diffusione della conoscenza e dunque del pensiero critico è strettamente legata alla libertà, alla responsabilità e alla qualità dello sviluppo.

C’è una teoria di fondo, con cui fare i conti: quella elaborata da Martha Nussbaum sull’idea di Capability Approach, che valuta appunto il benessere e la qualità della vita in termini di reali opportunità che una persona ha di vivere una vita che desidera e ritiene degna di essere vissuta. Ecco un’altra “parola che fa vivere”: dignità.

Tutto ciò, per insistere su uno solo di tanti esempi, significa farsi carico, da parte della politica e delle classi dirigenti in generale, delle risposte da dare a quel milione e 400mila giovani, tra i 15 e i 24 anni, “neet”, che cioè non studiano e non lavorano, un vero e proprio “capitale umano disperso” (Chiara Saraceno, La Stampa, 6 settembre) che esprime un drammatico disagio personale e sociale e determina inaccettabili squilibri nella struttura del Paese. Tutto il contrario dell’inclusività su cui si basa una solida democrazia. E della dignità personale e sociale.

Ha dunque ragione Laura Linda Sabbadini quanto sostiene, nel suo nuovo libro, “Il Paese che conta”, Marsilio, che bisogna saper ragionare su dati e fatti e non su “fattoidi”, post verità e statistiche di comodo e che misurare le disuguaglianze significa anche contribuire a salvare la democrazia.

Volendo, sull’equilibrio, potrebbe valere la pena di fare anche un altro piccolo ma significativo esempio. Sul rapporto tra vita e lavoro. Ricordando la scelta di una delle più famose trattorie milanesi, “Trippa”, a Porta Romana (tanto di successo, grazie al buon cibo, da dover aspettare mesi per avere una prenotazione) di chiudere sabato e domenica. “Meno soldi, ma più felici. E una vita migliore”, dice Pietro Caroli, il fondatore, insieme allo chef Diego Rossi (Corriere della Sera, 4 settembre). Ecco, nella Milano frenetica e luccicosa, preferire la qualità della vita e del lavoro al fare soldi è indice di una tendenza che, per quanto minoritaria, va fatta vivere e valere.

C’è un’altra parola, da legare all’idea di economia giusta e sostenibile. Ed è probità. L’ha usata Marco Tronchetti Provera, Ceo di Pirelli, per ricordare Leopoldo Pirelli per i cento anni dalla sua nascita: “Un imprenditore, tra i più lungimiranti della sua generazione. Un uomo probo, come si sarebbe detto in passato, sensibile ai temi sociali e culturali e dotato d’un grande senso di responsabilità, verso l’azienda che guidava e verso le istituzioni del Paese” (Corriere della Sera, 25 agosto: “Un illuminista in azienda. È l’etica a sostenere la missione di un imprenditore”).

Valori e passioni, nel mondo difficile e competitivo dell’economia di mercato. Quanto mai importanti per poter parlare, nel luogo periodo, di innovazione, lavoro, redditività. E migliore futuro.

Etica del fare, etica del lavoro ben fatto, si è detto, anche nei giorni scorsi, parlando di un’altra persona dell’economia e della cultura appena scomparsa, Giorgio Armani. Legando quella dimensione morale a un’idea che va oltre la moda e investe il senso più profondo dell’eleganza, come uno stile di lavoro e di vita. Anche con misura. Con buon gusto. E con gentilezza. Rieccoci alle parole “che fanno vivere”.

Sono parole impegnative, appunto, tutte quelle di cui stiamo ragionando. Ultime utopie, potrebbe pur dire qualcuno. E ben a ragione. Eppure, a rafforzare il convincimento che, nonostante i tempi corrivi e grevi vadano in tutt’altra direzione, sia necessario insistere sulle parole fertili di buoni sentimenti e comportamenti, arriva il conforto di pagine classiche, sapienti e severe. Come quelle di Lewis Mumford che invita a distinguere “l’utopia della fuga” (vaneggiare obiettivi impossibili, costruire castelli in aria) dall’ “utopia della ricostruzione” (provare a rendere in mondo un po’ migliore – ne abbiamo già parlato, in questo blog).

O quelle con cui Italo Calvino conclude “Le città invisibili”, invitando a “cercare e saper riconoscere, chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Val la pena, dunque, continuarlo, l’elenco delle “parole che fanno vivere”, delle “parole innocenti” di Eluard. Ognuno a suo modo.

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Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento Milano

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Siamo storia. Siamo futuro: educare al futuro attraverso la cultura d’impresa

La scuola incontra l’impresa, la storia ispira il futuro. È con questo spirito che la Fondazione Pirelli ha ideato il nuovo programma Fondazione Pirelli Educational 2025/2026 rivolto alle scuole. Attraverso strumenti educativi pensati per stimolare spirito critico e creatività, le attività didattiche di quest’anno racconteranno il mondo dell’impresa come motore di innovazione, immaginazione e responsabilità. Un viaggio tra passato, presente e futuro dell’impresa per supportare la scuola nella formazione di studenti consapevoli.

La Fondazione Pirelli custodisce importanti testimonianze della storia industriale, sociale e culturale italiana, con uno sguardo anche al panorama internazionale dove Pirelli è presente fin dai primi anni del Novecento. Gli studenti, grazie ai percorsi didattici, si confronteranno con documenti, fotografie, filmati, disegni tecnici e pubblicità per comprendere il valore delle esperienze del passato e trasformarle in fonti d’ispirazione per la costruzione di nuove idee e progetti. Diventeranno così protagonisti di un racconto in evoluzione, che dal 1872 intreccia radici e visione, memoria e innovazione.

I percorsi – articolati in uno o più incontri interattivi online o in presenza presso la sede di Fondazione Pirelli, nel quartiere Bicocca di Milano – approfondiranno tematiche fortemente radicate nella storia aziendale, ma anche legate alle sfide del presente e del futuro.

Un’offerta didattica modulata ai diversi livelli scolastici e sulle esigenze delle singole classi: si parlerà di tecnologia, lavoro, mobilità, sostenibilità ambientale e sociale, sicurezza stradale, trasformazioni urbane, cittadinanza attiva, sport e internazionalità.

Gli studenti delle scuole secondarie di II grado saranno chiamati a riflettere sull’importanza esponenziale che i numeri e i dati hanno acquisito nella società contemporanea, mentre quelli delle scuole secondarie di I grado ragioneranno sul lavoro di ricerca che alimenta ogni innovazione tecnologica e sulla crescente attenzione alla riduzione dell’impatto ambientale anche nel mondo delle corse di velocità. Scopriranno inoltre le storie di incontri tra personaggi del passato che, con intraprendenza, hanno dato vita a idee e progetti diventati celebri a livello mondiale. Le scuole primarie saranno invitate a immaginare città più belle, sicure e vivibili o scopriranno le proprietà della gomma e i tanti materiali rinnovabili utilizzati nella produzione di pneumatici. Non mancheranno i percorsi dedicati all’evoluzione della comunicazione visiva: i più piccoli esploreranno l’archivio storico alla ricerca di morbidi e divertenti animali in gomma scelti da grafici e designer per animare e dare significato alle pubblicità di prodotto; i più grandi si cimenteranno con la comunicazione corporate e la creazione di un allestimento fieristico.

Anche quest’anno gli studenti maggiorenni avranno la possibilità di entrare nel cuore della ricerca e sviluppo Pirelli: visiteranno il Centro di Sperimentazione Pirelli di Milano Bicocca, dove i pneumatici vengono testati prima della produzione.

Modellini, rendering, infografiche, racconti, dialoghi e pubblicità saranno gli strumenti con cui gli studenti daranno forma a progetti capaci di mettere in dialogo passato e presente.

La scuola incontra l’impresa, la storia ispira il futuro. È con questo spirito che la Fondazione Pirelli ha ideato il nuovo programma Fondazione Pirelli Educational 2025/2026 rivolto alle scuole. Attraverso strumenti educativi pensati per stimolare spirito critico e creatività, le attività didattiche di quest’anno racconteranno il mondo dell’impresa come motore di innovazione, immaginazione e responsabilità. Un viaggio tra passato, presente e futuro dell’impresa per supportare la scuola nella formazione di studenti consapevoli.

La Fondazione Pirelli custodisce importanti testimonianze della storia industriale, sociale e culturale italiana, con uno sguardo anche al panorama internazionale dove Pirelli è presente fin dai primi anni del Novecento. Gli studenti, grazie ai percorsi didattici, si confronteranno con documenti, fotografie, filmati, disegni tecnici e pubblicità per comprendere il valore delle esperienze del passato e trasformarle in fonti d’ispirazione per la costruzione di nuove idee e progetti. Diventeranno così protagonisti di un racconto in evoluzione, che dal 1872 intreccia radici e visione, memoria e innovazione.

I percorsi – articolati in uno o più incontri interattivi online o in presenza presso la sede di Fondazione Pirelli, nel quartiere Bicocca di Milano – approfondiranno tematiche fortemente radicate nella storia aziendale, ma anche legate alle sfide del presente e del futuro.

Un’offerta didattica modulata ai diversi livelli scolastici e sulle esigenze delle singole classi: si parlerà di tecnologia, lavoro, mobilità, sostenibilità ambientale e sociale, sicurezza stradale, trasformazioni urbane, cittadinanza attiva, sport e internazionalità.

Gli studenti delle scuole secondarie di II grado saranno chiamati a riflettere sull’importanza esponenziale che i numeri e i dati hanno acquisito nella società contemporanea, mentre quelli delle scuole secondarie di I grado ragioneranno sul lavoro di ricerca che alimenta ogni innovazione tecnologica e sulla crescente attenzione alla riduzione dell’impatto ambientale anche nel mondo delle corse di velocità. Scopriranno inoltre le storie di incontri tra personaggi del passato che, con intraprendenza, hanno dato vita a idee e progetti diventati celebri a livello mondiale. Le scuole primarie saranno invitate a immaginare città più belle, sicure e vivibili o scopriranno le proprietà della gomma e i tanti materiali rinnovabili utilizzati nella produzione di pneumatici. Non mancheranno i percorsi dedicati all’evoluzione della comunicazione visiva: i più piccoli esploreranno l’archivio storico alla ricerca di morbidi e divertenti animali in gomma scelti da grafici e designer per animare e dare significato alle pubblicità di prodotto; i più grandi si cimenteranno con la comunicazione corporate e la creazione di un allestimento fieristico.

Anche quest’anno gli studenti maggiorenni avranno la possibilità di entrare nel cuore della ricerca e sviluppo Pirelli: visiteranno il Centro di Sperimentazione Pirelli di Milano Bicocca, dove i pneumatici vengono testati prima della produzione.

Modellini, rendering, infografiche, racconti, dialoghi e pubblicità saranno gli strumenti con cui gli studenti daranno forma a progetti capaci di mettere in dialogo passato e presente.

Crescita dell’economia italiana, questione di cultura d’impresa

Una analisi di Banca d’Italia dimostra l’espansione delle imprese ma anche la sua disomogeneità

 

L’economia italiana, a dispetto dei pessimisti, è cresciuta nonostante tutto. Lo dicono i dati e le analisi di Banca d’Italia in un documento di ricerca da poco pubblicato. Questione di produttività e di “intelligenza industriale”, che, tuttavia, non nascondono problemi che vanno affrontati. E che hanno la loro base nella necessità di diffondere una cultura d’impresa che, spesso, è ancora per pochi.

“Le recenti dinamiche della produttività e le trasformazioni del sistema produttivo” è un ricerca ospitata dagli Occasional Papers della serie “Questioni di Economia e Finanza” e condotta da un folto gruppo di economisti dell’Istituto Centrale. L’indagine prende le mosse da una constatazione: “Tra il 2019 e il 2024, nonostante gli shock legati alla crisi pandemica, alla crisi energetica e alle tensioni geopolitiche, il tasso di crescita del PIL è stato del 5,6 per cento, in lieve accelerazione rispetto al quinquennio precedente (5,1 per cento) e superiore a quello dell’area dell’euro (4,8 per cento). L’espansione dei livelli di attività è stata più marcata nel settore privato, con una crescita del valore aggiunto prossima al 10 per cento. L’incremento dei livelli di attività ha beneficiato in misura significativa di generose politiche fiscali, ma ha perso slancio nell’ultimo biennio”. L’espansione ha riguardato soprattutto le costruzioni e i servizi, mentre la manifattura ha rallentato. E’ cresciuta, inoltre, l’occupazione mentre la produttività si è mostrata più debole ed in calo negli ultimi due anni. Questi i dati di base che la squadra di economisti di Banca d’Italia ha cercato di comprendere a fondo.

Nel tessuto produttivo – è stata una delle conclusioni dell’indagine – è stato registrato un aumento della dimensione media delle imprese, della loro redditività e della loro propensione ad investire. Detto in altro modo, una buona parte degli imprenditori italiano ha cercato di rispondere alle difficoltà riallocando le risorse, investendo e cercando di accrescere l’efficienza produttiva. Il problema che si è delineato, non è però da poco. È aumentato, infatti, il divario tra le imprese migliori e il resto del tessuto produttivo. Detto in altri termini, è vero che l’economia italiana è cresciuta, ma in modo non omogeneo, lasciando indietro molte aziende.

Ma quindi che fare? La ricerca spiega: “Per colmare il ritardo di produttività rispetto ai principali paesi europei, e a fronte dei recenti segnali di indebolimento, il tessuto produttivo dovrà rafforzarsi in maniera più diffusa e sarà cruciale promuovere una più ampia adozione di tecnologie avanzate”. Che, in sintesi, significa accelerare proprio nella diffusione di quella migliore cultura d’impresa che ha spinto però solo una parte delle aziende a rinnovarsi. Sfida di non poco conto, ma sfida da affrontare.

Le recenti dinamiche della produttività e le trasformazioni del sistema produttivo

Antonio Accetturo, Audinga Baltrunaite, Emanuele Ciani, Federico Cingano, Federica Daniele, Roberta De Luca, Irene Di Marzio, Rosalia Greco, Andrea Linarello, Francesco Manaresi e Sauro Mocetti

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), numero 953 – Luglio 2025

Una analisi di Banca d’Italia dimostra l’espansione delle imprese ma anche la sua disomogeneità

 

L’economia italiana, a dispetto dei pessimisti, è cresciuta nonostante tutto. Lo dicono i dati e le analisi di Banca d’Italia in un documento di ricerca da poco pubblicato. Questione di produttività e di “intelligenza industriale”, che, tuttavia, non nascondono problemi che vanno affrontati. E che hanno la loro base nella necessità di diffondere una cultura d’impresa che, spesso, è ancora per pochi.

“Le recenti dinamiche della produttività e le trasformazioni del sistema produttivo” è un ricerca ospitata dagli Occasional Papers della serie “Questioni di Economia e Finanza” e condotta da un folto gruppo di economisti dell’Istituto Centrale. L’indagine prende le mosse da una constatazione: “Tra il 2019 e il 2024, nonostante gli shock legati alla crisi pandemica, alla crisi energetica e alle tensioni geopolitiche, il tasso di crescita del PIL è stato del 5,6 per cento, in lieve accelerazione rispetto al quinquennio precedente (5,1 per cento) e superiore a quello dell’area dell’euro (4,8 per cento). L’espansione dei livelli di attività è stata più marcata nel settore privato, con una crescita del valore aggiunto prossima al 10 per cento. L’incremento dei livelli di attività ha beneficiato in misura significativa di generose politiche fiscali, ma ha perso slancio nell’ultimo biennio”. L’espansione ha riguardato soprattutto le costruzioni e i servizi, mentre la manifattura ha rallentato. E’ cresciuta, inoltre, l’occupazione mentre la produttività si è mostrata più debole ed in calo negli ultimi due anni. Questi i dati di base che la squadra di economisti di Banca d’Italia ha cercato di comprendere a fondo.

Nel tessuto produttivo – è stata una delle conclusioni dell’indagine – è stato registrato un aumento della dimensione media delle imprese, della loro redditività e della loro propensione ad investire. Detto in altro modo, una buona parte degli imprenditori italiano ha cercato di rispondere alle difficoltà riallocando le risorse, investendo e cercando di accrescere l’efficienza produttiva. Il problema che si è delineato, non è però da poco. È aumentato, infatti, il divario tra le imprese migliori e il resto del tessuto produttivo. Detto in altri termini, è vero che l’economia italiana è cresciuta, ma in modo non omogeneo, lasciando indietro molte aziende.

Ma quindi che fare? La ricerca spiega: “Per colmare il ritardo di produttività rispetto ai principali paesi europei, e a fronte dei recenti segnali di indebolimento, il tessuto produttivo dovrà rafforzarsi in maniera più diffusa e sarà cruciale promuovere una più ampia adozione di tecnologie avanzate”. Che, in sintesi, significa accelerare proprio nella diffusione di quella migliore cultura d’impresa che ha spinto però solo una parte delle aziende a rinnovarsi. Sfida di non poco conto, ma sfida da affrontare.

Le recenti dinamiche della produttività e le trasformazioni del sistema produttivo

Antonio Accetturo, Audinga Baltrunaite, Emanuele Ciani, Federico Cingano, Federica Daniele, Roberta De Luca, Irene Di Marzio, Rosalia Greco, Andrea Linarello, Francesco Manaresi e Sauro Mocetti

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), numero 953 – Luglio 2025

Ritrovarsi a capo di un’impresa

Dieci storie di CEO raccontano altrettante vicende di vita

CEO, ma prima ancora esseri umani. Con tutti i loro sogni ma anche i loro problemi, con le loro aspirazioni ma anche le loro ansie. Figure umane che – non sempre prevedendolo – si trovano a condurre imprese. E ci riescono con successo. Partendo, però, dal loro intimo essere. È quanto racconta in dieci interviste Marco Rosetti (lui stesso imprenditore ma con un retroterra da psicologo industriale) nel suo “CEO per caso” che ha un sottotitolo che è già un programma: “Vite, imprese, probabilità”.

Rosetti esplora un territorio raramente toccato dal mondo del management: il ruolo del caso, dell’imprevisto e della vulnerabilità nella vita e nella carriera di chi guida un’azienda. E lo fa, come si è detto, attraverso una raccolta di dieci interviste autentiche e dirette a CEO di aziende note, come Geox, Artsana, Omnicom Media Group Italy e altre, che raccontano senza filtri i momenti di discontinuità, incertezza e disorientamento che li hanno portati dove sono oggi. Non quindi storie di automi programmati per l’efficienza. Ma racconti veri di vite diverse e per questo tutte arricchenti chi legge.

Esseri umani, dunque, alle prese con l’avventura del fare impresa.

Tutto con un’avvertenza: il libro non vuole insegnare a diventare CEO, ma indaga il valore dell’intuizione, dell’adattamento e dell’imperfezione in un’epoca che celebra il controllo e la pianificazione. E non basta, perché l’autore osserva anche come l’economia digitale legittimi ciò che la l’economia tradizionale ha in qualche modo sempre negato: il successo non sempre è il risultato di una traiettoria lineare e di scelte razionali; a volte, anzi, nasce da deviazioni, coincidenze, errori.

Nelle dieci storie contenute nel libro, chi legge non troverà atti di arroganza e presunzione. Ambizione, semmai. E forza di volontà. Empatia, per coinvolgere le persone nell’attuazione del proprio progetto. E solitudine, nel momento finale delle scelte (le imprese, per quanto attente alla dialettica e alla ricchezza delle differenze, hanno bisogno alla fine di un chiaro atto di decisione). Tutte attitudini, caratteristiche, modi di essere legati comunque alla consapevolezza del peso degli errori inevitabili, dei limiti, delle fragilità di ognuno di noi, come persone nel cuore di tempi comunque difficili.

È davvero tutto da leggere il libro di Marco Roseti. Anche con la consapevolezza che nella vita di chi davvero è imprenditore c’è molto di più dell’efficienza e del profitto, c’è la responsabilità d’essere un attore sociale e culturale del cambiamento, del progresso, del miglioramento del mondo in cui viviamo.

CEO per caso. Vite, imprese, probabilità

Marco Rosetti

Guerini Next, 2025

Dieci storie di CEO raccontano altrettante vicende di vita

CEO, ma prima ancora esseri umani. Con tutti i loro sogni ma anche i loro problemi, con le loro aspirazioni ma anche le loro ansie. Figure umane che – non sempre prevedendolo – si trovano a condurre imprese. E ci riescono con successo. Partendo, però, dal loro intimo essere. È quanto racconta in dieci interviste Marco Rosetti (lui stesso imprenditore ma con un retroterra da psicologo industriale) nel suo “CEO per caso” che ha un sottotitolo che è già un programma: “Vite, imprese, probabilità”.

Rosetti esplora un territorio raramente toccato dal mondo del management: il ruolo del caso, dell’imprevisto e della vulnerabilità nella vita e nella carriera di chi guida un’azienda. E lo fa, come si è detto, attraverso una raccolta di dieci interviste autentiche e dirette a CEO di aziende note, come Geox, Artsana, Omnicom Media Group Italy e altre, che raccontano senza filtri i momenti di discontinuità, incertezza e disorientamento che li hanno portati dove sono oggi. Non quindi storie di automi programmati per l’efficienza. Ma racconti veri di vite diverse e per questo tutte arricchenti chi legge.

Esseri umani, dunque, alle prese con l’avventura del fare impresa.

Tutto con un’avvertenza: il libro non vuole insegnare a diventare CEO, ma indaga il valore dell’intuizione, dell’adattamento e dell’imperfezione in un’epoca che celebra il controllo e la pianificazione. E non basta, perché l’autore osserva anche come l’economia digitale legittimi ciò che la l’economia tradizionale ha in qualche modo sempre negato: il successo non sempre è il risultato di una traiettoria lineare e di scelte razionali; a volte, anzi, nasce da deviazioni, coincidenze, errori.

Nelle dieci storie contenute nel libro, chi legge non troverà atti di arroganza e presunzione. Ambizione, semmai. E forza di volontà. Empatia, per coinvolgere le persone nell’attuazione del proprio progetto. E solitudine, nel momento finale delle scelte (le imprese, per quanto attente alla dialettica e alla ricchezza delle differenze, hanno bisogno alla fine di un chiaro atto di decisione). Tutte attitudini, caratteristiche, modi di essere legati comunque alla consapevolezza del peso degli errori inevitabili, dei limiti, delle fragilità di ognuno di noi, come persone nel cuore di tempi comunque difficili.

È davvero tutto da leggere il libro di Marco Roseti. Anche con la consapevolezza che nella vita di chi davvero è imprenditore c’è molto di più dell’efficienza e del profitto, c’è la responsabilità d’essere un attore sociale e culturale del cambiamento, del progresso, del miglioramento del mondo in cui viviamo.

CEO per caso. Vite, imprese, probabilità

Marco Rosetti

Guerini Next, 2025

Settembre, si riparte. Dando risposte ai dati che rivelano la crisi demografica e la mancanza di lavoratori di qualità

Arriva settembre, cambio di stagione. Sono finite le vacanze (quest’anno più brevi e risparmiose per migliaia di famiglie). La luce, non più diffusa come d’estate, comincia a subire le ombre nette e taglienti che annunciano l’autunno. E “lo stupore della notte spalancata sul mare” (secondo le parole di una delle più belle canzoni di Mina) cede il passo alla quotidianità del lavoro che riprende. Bisogna ritornare a fare i conti con una realtà malcerta e difficile.
Non si sono attenuate le tensioni delle guerre e dei conflitti geopolitici e commerciali. Tutt’altro. E si ripresentano davanti ai decisori politici e all’opinione pubblica tutte le questioni che per un momento avevamo tenuto un po’ meno da conto.
Un paio di dati, per ragionare (e per non dimenticare che senza numeri certi né statistiche autorevoli e attendibili non sono possibili né il buon governo né l’economia di mercato né, soprattutto, la democrazia). Il primo dato ha a che fare con la demografia: quest’anno nasceranno appena 340mila bambini, 30mila in meno rispetto al 2024, con un calo sempre più accentuato (nel ‘24, erano 10mila in meno che nel ‘23). Il secondo dato: le imprese cercano 2,3 milioni di laureati e diplomati tecnici ma ne trovano solo una parte e dunque crescono meno (Il Sole24Ore, 21 agosto).
Sono dati resi noti dai quotidiani proprio nei giorni d’estate (la buona informazione non va mai in vacanza; e senza di essa non ci sono né mercato né democrazia). Ma forse sono stati letti distrattamente, tra un tuffo al mare, un’affollata passeggiata in montagna e un gin tonic al tramonto, senza pensieri.
Perché partiamo da questi dati? Per indicare le questioni di fondo con cui fare i conti, per poter finalmente costruire progetti sostenibili di sviluppo e, guardando all’Europa, per impostare politiche di lungo periodo, evitando la marginalità e poi il declino (“L’illusione di un’Europa forte è già evaporata: è marginale e spettatrice”, ha ricordato Mario Draghi al Meeting di Rimini il 22 agosto) dell’area del mondo in cui sinora convivono valori e stili di vita essenziali, da difendere e rilanciare: l’economia libera, il welfare e, appunto, la democrazia rappresentativa. La libertà e la solidarietà. Il senso critico della storia e l’innovazione legata alla ricerca scientifica libera e autonoma. La memoria e il futuro. L’obiettivo: dare alle Ue una forte soggettività politica, a partire dai grandi temi della sicurezza, dell’energia, dell’innovazione, delle politiche industriali e della formazione (Sergio Fabbrini su Il Sole24Ore, 31 agosto).
I dati, dunque. Cominciando con quelli del cosiddetto “inverno demografico”, testimoniato sia dalla crescente diminuzione del numero dei nati di cui abbiamo appena detto e da un tasso di fecondità (1,18 figli per donna) tra i più bassi d’Europa (la media europea è di 1,38, quella mondiale è di 2,20). L’Ocse calcola che al 2060 l’Italia perderà 12 milioni di lavoratori attivi, una diminuzione del 34% rispetto a oggi, 4 volte maggiore della media dei 38 paesi Ocse. E se non salirà la produttività, il Pil pro capite scenderà in media dello 0,5% all’anno (Il Sole24Ore 25 e 29 luglio). In sintesi, stiamo diventando un paese sempre più vecchio, impoverito, segnato da disagi e solitudini (il 41% delle famiglie sarà formato nel 2050 da una persona sola, secondo l’Istat).
Ancora un dato inquietante: “Aule vuote: in dieci anni l’Italia perderà 1 milione di alunni”, secondo le statistiche Inail validate dal Mef , il ministero dell’Economia (Il Sole24Ore, 13 agosto).
Popolazione in discesa, lavoratori in diminuzione, “economia della conoscenza” privata dell’asset fondamentale e cioè le persone. Imprese in difficoltà. Crescita economica di medio periodo sempre più stentata.
Anche da questo punto di vista, il mercato del lavoro, ecco due serie di dati tra i tanti: “Allarme sulle lauree Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica): potrebbero mancare tra i 9mila e i 18mila lavoratori ogni anno”, stima il Rapporto Excelsior di Unioncamere, nel contesto di quel fabbisogno attuale di 2,3 milioni di laureati e diplomatici tecnici, in parte insoddisfatto, di cui abbiamo parlato all’inizio. Con conseguenze negative proprio su settori di punta della nostra competitività industriale. “Elettronica, la carenza di addetti frena sette imprese su dieci”, calcola l’Anie, l’associazione di settore di Confindustria (Il Sole24Ore, 26 agosto). E ancora: “Piccole imprese a corto di talenti: tre su quattro faticano a trovare competenze e profili. Per i posti da operaio specializzato vanno deserti 4 colloqui su 10”, Corriere della Sera, 31 agosto su dati Unioncamere/ ministero del Lavoro rielaborati dalla Cgia di Mestre).
Giavazzi
“Economia reale anemica”, sentenzia Carlo Cottarelli (Corriere della Sera, 12 agosto), anche se i dati sull’occupazione sono generalmente positivi (24milioni 326mila occupati a giugno, in crescita sui mesi precedenti) e – aggiunge Cottarelli – “i conti pubblici in ordine danno credibilità all’Italia”.
Ci sono altri dati da ricordare, accanto a quelli dell’inverno demografico e del mismatch tra offerta e domanda di lavoro. Tra il 2011 e il 2024 oltre 619mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con un saldo netto negativo di 433mila unità. E il fenomeno è in crescita: solo nel ‘24, il saldo stimato ha superato le 55mila unità, quasi cinque volte il livello del 2011. “L’Italia continua a perdere giovani e non è solo una questione numerica: è una perdita di capitale umano, di energie, di prosperità futura”, sostiene Luca Paolazzi (Huffington Post, 16 luglio).
Sorprendente – insiste Paolazzi – la geografia dell’esodo: le regioni più colpite sono soprattutto le più sviluppate: Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige, in cui oltre il 50% dei giovani emigrati ha almeno una laurea: “Un’emigrazione selettiva, che coinvolge i più formati, spesso attratti da contesti esteri dove il titolo di studio ha un valore più riconosciuto e le prospettive di carriera sono più chiare”.
Una perdita pesantissima di capitale umano e di capitale sociale che nel medio periodo può drasticamente abbattere le prospettive di crescita economica e di sviluppo sostenibile dell’Italia, condannandola alla marginalità, non solo economica ma anche politica.
“C’è un legame inscindibile tra nascite e crescita”, documenta Alessandro Rosina, autorevole demografo (Il Sole24Ore, 25 luglio), ricordando che “il Pil dipende da tre elementi: il numero di persone in età attiva, il tasso di occupazione, la produttività. E tutti questi fattori sono legati in modo interdipendente con i meccanismi delle dinamiche demografiche”.
Ecco il punto politico: fare scelte che insistano sulla qualità della vita e del lavoro, sulla formazione, sulla sostenibilità dei processi economici e sociali, sull’attrattività dell’Italia nei confronti di giovani che vengano dal resto del mondo e qui da noi vogliano costruire un migliore futuro. L’obiettivo, spiega Rosina, è “rendere l’Italia un paese in cui si può lavorare bene, crescere bene fin dall’infanzia, vivere bene in tutte le fasi della vita, scegliere di rimanere, integrare positivamente esperienze e provenienze diverse. Puntiamo la barra in questa direzione e ci troveremo anche con più benessere economico e più figli desiderati”.
Sarebbe importante, nella nostra ripresa d’attività, in politica e nelle imprese, muoversi in questa direzione. E trovarne tracce concrete e lungimiranti fin dalla prossima Legge Finanziaria che il governo si prepara a varare. Con senso di responsabilità per un’Italia migliore, più competitiva, attrattiva e solidale.

(Foto Getty Images)

Arriva settembre, cambio di stagione. Sono finite le vacanze (quest’anno più brevi e risparmiose per migliaia di famiglie). La luce, non più diffusa come d’estate, comincia a subire le ombre nette e taglienti che annunciano l’autunno. E “lo stupore della notte spalancata sul mare” (secondo le parole di una delle più belle canzoni di Mina) cede il passo alla quotidianità del lavoro che riprende. Bisogna ritornare a fare i conti con una realtà malcerta e difficile.
Non si sono attenuate le tensioni delle guerre e dei conflitti geopolitici e commerciali. Tutt’altro. E si ripresentano davanti ai decisori politici e all’opinione pubblica tutte le questioni che per un momento avevamo tenuto un po’ meno da conto.
Un paio di dati, per ragionare (e per non dimenticare che senza numeri certi né statistiche autorevoli e attendibili non sono possibili né il buon governo né l’economia di mercato né, soprattutto, la democrazia). Il primo dato ha a che fare con la demografia: quest’anno nasceranno appena 340mila bambini, 30mila in meno rispetto al 2024, con un calo sempre più accentuato (nel ‘24, erano 10mila in meno che nel ‘23). Il secondo dato: le imprese cercano 2,3 milioni di laureati e diplomati tecnici ma ne trovano solo una parte e dunque crescono meno (Il Sole24Ore, 21 agosto).
Sono dati resi noti dai quotidiani proprio nei giorni d’estate (la buona informazione non va mai in vacanza; e senza di essa non ci sono né mercato né democrazia). Ma forse sono stati letti distrattamente, tra un tuffo al mare, un’affollata passeggiata in montagna e un gin tonic al tramonto, senza pensieri.
Perché partiamo da questi dati? Per indicare le questioni di fondo con cui fare i conti, per poter finalmente costruire progetti sostenibili di sviluppo e, guardando all’Europa, per impostare politiche di lungo periodo, evitando la marginalità e poi il declino (“L’illusione di un’Europa forte è già evaporata: è marginale e spettatrice”, ha ricordato Mario Draghi al Meeting di Rimini il 22 agosto) dell’area del mondo in cui sinora convivono valori e stili di vita essenziali, da difendere e rilanciare: l’economia libera, il welfare e, appunto, la democrazia rappresentativa. La libertà e la solidarietà. Il senso critico della storia e l’innovazione legata alla ricerca scientifica libera e autonoma. La memoria e il futuro. L’obiettivo: dare alle Ue una forte soggettività politica, a partire dai grandi temi della sicurezza, dell’energia, dell’innovazione, delle politiche industriali e della formazione (Sergio Fabbrini su Il Sole24Ore, 31 agosto).
I dati, dunque. Cominciando con quelli del cosiddetto “inverno demografico”, testimoniato sia dalla crescente diminuzione del numero dei nati di cui abbiamo appena detto e da un tasso di fecondità (1,18 figli per donna) tra i più bassi d’Europa (la media europea è di 1,38, quella mondiale è di 2,20). L’Ocse calcola che al 2060 l’Italia perderà 12 milioni di lavoratori attivi, una diminuzione del 34% rispetto a oggi, 4 volte maggiore della media dei 38 paesi Ocse. E se non salirà la produttività, il Pil pro capite scenderà in media dello 0,5% all’anno (Il Sole24Ore 25 e 29 luglio). In sintesi, stiamo diventando un paese sempre più vecchio, impoverito, segnato da disagi e solitudini (il 41% delle famiglie sarà formato nel 2050 da una persona sola, secondo l’Istat).
Ancora un dato inquietante: “Aule vuote: in dieci anni l’Italia perderà 1 milione di alunni”, secondo le statistiche Inail validate dal Mef , il ministero dell’Economia (Il Sole24Ore, 13 agosto).
Popolazione in discesa, lavoratori in diminuzione, “economia della conoscenza” privata dell’asset fondamentale e cioè le persone. Imprese in difficoltà. Crescita economica di medio periodo sempre più stentata.
Anche da questo punto di vista, il mercato del lavoro, ecco due serie di dati tra i tanti: “Allarme sulle lauree Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica): potrebbero mancare tra i 9mila e i 18mila lavoratori ogni anno”, stima il Rapporto Excelsior di Unioncamere, nel contesto di quel fabbisogno attuale di 2,3 milioni di laureati e diplomatici tecnici, in parte insoddisfatto, di cui abbiamo parlato all’inizio. Con conseguenze negative proprio su settori di punta della nostra competitività industriale. “Elettronica, la carenza di addetti frena sette imprese su dieci”, calcola l’Anie, l’associazione di settore di Confindustria (Il Sole24Ore, 26 agosto). E ancora: “Piccole imprese a corto di talenti: tre su quattro faticano a trovare competenze e profili. Per i posti da operaio specializzato vanno deserti 4 colloqui su 10”, Corriere della Sera, 31 agosto su dati Unioncamere/ ministero del Lavoro rielaborati dalla Cgia di Mestre).
Giavazzi
“Economia reale anemica”, sentenzia Carlo Cottarelli (Corriere della Sera, 12 agosto), anche se i dati sull’occupazione sono generalmente positivi (24milioni 326mila occupati a giugno, in crescita sui mesi precedenti) e – aggiunge Cottarelli – “i conti pubblici in ordine danno credibilità all’Italia”.
Ci sono altri dati da ricordare, accanto a quelli dell’inverno demografico e del mismatch tra offerta e domanda di lavoro. Tra il 2011 e il 2024 oltre 619mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con un saldo netto negativo di 433mila unità. E il fenomeno è in crescita: solo nel ‘24, il saldo stimato ha superato le 55mila unità, quasi cinque volte il livello del 2011. “L’Italia continua a perdere giovani e non è solo una questione numerica: è una perdita di capitale umano, di energie, di prosperità futura”, sostiene Luca Paolazzi (Huffington Post, 16 luglio).
Sorprendente – insiste Paolazzi – la geografia dell’esodo: le regioni più colpite sono soprattutto le più sviluppate: Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige, in cui oltre il 50% dei giovani emigrati ha almeno una laurea: “Un’emigrazione selettiva, che coinvolge i più formati, spesso attratti da contesti esteri dove il titolo di studio ha un valore più riconosciuto e le prospettive di carriera sono più chiare”.
Una perdita pesantissima di capitale umano e di capitale sociale che nel medio periodo può drasticamente abbattere le prospettive di crescita economica e di sviluppo sostenibile dell’Italia, condannandola alla marginalità, non solo economica ma anche politica.
“C’è un legame inscindibile tra nascite e crescita”, documenta Alessandro Rosina, autorevole demografo (Il Sole24Ore, 25 luglio), ricordando che “il Pil dipende da tre elementi: il numero di persone in età attiva, il tasso di occupazione, la produttività. E tutti questi fattori sono legati in modo interdipendente con i meccanismi delle dinamiche demografiche”.
Ecco il punto politico: fare scelte che insistano sulla qualità della vita e del lavoro, sulla formazione, sulla sostenibilità dei processi economici e sociali, sull’attrattività dell’Italia nei confronti di giovani che vengano dal resto del mondo e qui da noi vogliano costruire un migliore futuro. L’obiettivo, spiega Rosina, è “rendere l’Italia un paese in cui si può lavorare bene, crescere bene fin dall’infanzia, vivere bene in tutte le fasi della vita, scegliere di rimanere, integrare positivamente esperienze e provenienze diverse. Puntiamo la barra in questa direzione e ci troveremo anche con più benessere economico e più figli desiderati”.
Sarebbe importante, nella nostra ripresa d’attività, in politica e nelle imprese, muoversi in questa direzione. E trovarne tracce concrete e lungimiranti fin dalla prossima Legge Finanziaria che il governo si prepara a varare. Con senso di responsabilità per un’Italia migliore, più competitiva, attrattiva e solidale.

(Foto Getty Images)

Leopoldo Pirelli, illuminista e imprenditore capace di vivere e anticipare i tempi

I finalisti del 63° Premio Campiello raccontano i loro libri

Il racconto di un Nord non solo geografico, che nasce da memorie, sentimenti e relazioni; la follia e la poesia nella vita di un medico dell’Ottocento e della sua compagna; otto racconti ammantati di invernitudine, tra desideri e paure; una storia nera, con fatti di sangue che si svolgono in Maremma all’alba dell’epoca fascista; un viaggio nei luoghi e nelle memorie dei roghi dei libri nella storia dell’umanità, riflettendo sul potere della lettura. Chi si aggiudicherà la sessantatreesima edizione del Premio Campiello?

In attesa di conoscere la risposta a questa domanda, Fondazione Pirelli ha dialogato con i 5 autori finalisti, che hanno raccontato i loro libri. Durante la settimana che precede la proclamazione del vincitore potremo ascoltare le loro voci, scoprendo un libro al giorno attraverso le video interviste che troverete su questa pagina.

Ecco il programma completo:

Lunedì 8 settembre 2025: Marco Belpoliti – Nord nord (Einaudi)

Martedì 9 settembre 2025: Wanda Marasco – Di spalle a questo mondo (Neri Pozza)

Mercoledì 10 settembre 2025: Monica Pareschi – Inverness (Polidoro)

Giovedì 11 settembre 2025: Alberto Prunetti – Troncamacchioni (Feltrinelli)

Venerdì 12 settembre 2025: Fabio Stassi – Bebelplatz (Sellerio)

 

La Cerimonia di Premiazione, trasmessa in diretta su RAI5, si svolgerà sabato 13 settembre, presso il Teatro La Fenice di Venezia, dove verrà proclamato il vincitore del Premio Campiello 2025, anche quest’anno sostenuto da Pirelli, da sempre in prima linea nel supporto alle iniziative di promozione della lettura e della Cultura d’impresa.

Buona visione e buona lettura.

Il racconto di un Nord non solo geografico, che nasce da memorie, sentimenti e relazioni; la follia e la poesia nella vita di un medico dell’Ottocento e della sua compagna; otto racconti ammantati di invernitudine, tra desideri e paure; una storia nera, con fatti di sangue che si svolgono in Maremma all’alba dell’epoca fascista; un viaggio nei luoghi e nelle memorie dei roghi dei libri nella storia dell’umanità, riflettendo sul potere della lettura. Chi si aggiudicherà la sessantatreesima edizione del Premio Campiello?

In attesa di conoscere la risposta a questa domanda, Fondazione Pirelli ha dialogato con i 5 autori finalisti, che hanno raccontato i loro libri. Durante la settimana che precede la proclamazione del vincitore potremo ascoltare le loro voci, scoprendo un libro al giorno attraverso le video interviste che troverete su questa pagina.

Ecco il programma completo:

Lunedì 8 settembre 2025: Marco Belpoliti – Nord nord (Einaudi)

Martedì 9 settembre 2025: Wanda Marasco – Di spalle a questo mondo (Neri Pozza)

Mercoledì 10 settembre 2025: Monica Pareschi – Inverness (Polidoro)

Giovedì 11 settembre 2025: Alberto Prunetti – Troncamacchioni (Feltrinelli)

Venerdì 12 settembre 2025: Fabio Stassi – Bebelplatz (Sellerio)

 

La Cerimonia di Premiazione, trasmessa in diretta su RAI5, si svolgerà sabato 13 settembre, presso il Teatro La Fenice di Venezia, dove verrà proclamato il vincitore del Premio Campiello 2025, anche quest’anno sostenuto da Pirelli, da sempre in prima linea nel supporto alle iniziative di promozione della lettura e della Cultura d’impresa.

Buona visione e buona lettura.

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Un illuminista in azienda

Leopoldo Pirelli, 100 anni dalla nascita dell’imprenditore che ha segnato la storia di Pirelli e dell’Italia

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