Leopoldo Pirelli, “l’imprenditore gentiluomo”
Il 27 agosto 1925, a Velate, in provincia di Varese, nasce Leopoldo Pirelli, erede di una famiglia d’imprenditori che ha segnato profondamente la storia industriale del nostro Paese. Il nonno, Giovanni Battista, fonda Pirelli nel 1872, portando in Italia l’innovazione della gomma vulcanizzata, mentre il padre Alberto guida l’azienda a partire dall’inizio degli anni Trenta, nel difficile periodo del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Sarà l’ingegner Leopoldo, “l’imprenditore gentiluomo”, a imprimere un nuovo passo al Gruppo nella seconda metà del Novecento.
Dopo la laurea in ingegneria al Politecnico di Milano, Leopoldo Pirelli è avviato all’impresa di famiglia con la lucidità di chi sa che il ruolo non è un diritto, ma un impegno. Inizia un rigoroso apprendistato che lo porta a conoscere l’azienda in ogni suo aspetto: contabilità generale a Basilea, contabilità industriale a Bruxelles, acquisti a Londra e poi il suo primo incarico ufficiale, capoturno di un reparto nella fabbrica pneumatici di Tivoli. Nei dieci anni consecutivi viene gradualmente coinvolto nella conduzione dell’azienda, dividendo l’ufficio con il padre, le due scrivanie una di fronte all’altra.
Negli anni Cinquanta, mentre Milano si rimette in piedi dopo le distruzioni belliche, Pirelli si pone l’obiettivo di una nuova sede direzionale della società e a dar corpo all’idea viene chiamato l’architetto Gio Ponti, deciso a realizzare un “monumento ad onore della città e della civiltà”. Sorge così nel 1960 uno dei simboli più forti della rinascita economica del Paese: il Grattacielo Pirelli. L’ingegner Leopoldo dà il via a questo progetto visionario a fianco del padre Alberto, vedendo nel “Pirellone” non solo un quartier generale adeguato all’eccellenza del Gruppo ma un’opera d’arte architettonica, un manifesto di modernità, un emblema dell’identità visiva di Milano. E soprattutto, la dimostrazione che l’impresa può essere innovazione, bellezza e cultura.
Nel 1965 Leopoldo Pirelli assume la carica di Presidente: è l’inizio di una nuova era per l’azienda. Con rigore e senso del dovere, segna positivamente il corso della storia economica italiana: i tempi felici del boom e quelli critici degli shock petroliferi, l’“autunno caldo” dei conflitti sindacali e gli “anni di piombo” del terrorismo, tra sfide e grandi cambiamenti, come testimoniato dall’elaborazione del “Rapporto Pirelli” per la riforma di Confindustria e dalla ricerca di migliori relazioni industriali con il pacchetto di proposte soprannominato poi “decretone”, con il quale cerca di anticipare le richieste dei lavoratori. E poi ancora il Progetto Bicocca, voluto da Leopoldo Pirelli e condotto a partire dagli anni Ottanta dallo studio dell’architetto Vittorio Gregotti, che prefigura la nascita di un nuovo concetto di urbanistica moderna: dalle fabbriche di prodotti alle fabbriche di idee e conoscenza, con l’intenzione di connettere l’area aziendale con il tessuto urbano circostante, in costante dialogo tra presente, passato e futuro.
Nel 1986, in occasione del conferimento della medaglia di Socio onorario del Collegio degli Ingegneri di Milano, l’ingegner Leopoldo decide di raccontare ciò che ha imparato dopo una vita trascorsa alla guida del Gruppo. Non con numeri, risultati o traguardi personali, ma con parole misurate, com’è nel suo stile. Le chiama “Le dieci regole del buon imprenditore”, ma in realtà sono qualcosa di più: un codice morale, un’eredità di pensiero. Sono valori vissuti ogni giorno, in azienda, tra le persone. Leopoldo sostiene che l’industria non sia solo profitto, ma un pilastro civile, un luogo dove innovazione e responsabilità sociale devono crescere insieme. E soprattutto afferma che fare impresa significhi prima di tutto assumersi un dovere, verso chi lavora e verso il mondo che ci circonda.
Nel 1996, dopo oltre trent’anni alla guida del Gruppo, Leopoldo Pirelli lascia la presidenza a favore di Marco Tronchetti Provera. A cent’anni dalla sua nascita, vogliamo ricordare una figura che ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo dell’impresa di famiglia e, più in generale, alla trasformazione economica e culturale del Paese; un uomo attento alle persone e ai valori, la cui idea di impresa come luogo di dialogo e crescita condivisa rimane ancora oggi un riferimento imprescindibile.






Il 27 agosto 1925, a Velate, in provincia di Varese, nasce Leopoldo Pirelli, erede di una famiglia d’imprenditori che ha segnato profondamente la storia industriale del nostro Paese. Il nonno, Giovanni Battista, fonda Pirelli nel 1872, portando in Italia l’innovazione della gomma vulcanizzata, mentre il padre Alberto guida l’azienda a partire dall’inizio degli anni Trenta, nel difficile periodo del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Sarà l’ingegner Leopoldo, “l’imprenditore gentiluomo”, a imprimere un nuovo passo al Gruppo nella seconda metà del Novecento.
Dopo la laurea in ingegneria al Politecnico di Milano, Leopoldo Pirelli è avviato all’impresa di famiglia con la lucidità di chi sa che il ruolo non è un diritto, ma un impegno. Inizia un rigoroso apprendistato che lo porta a conoscere l’azienda in ogni suo aspetto: contabilità generale a Basilea, contabilità industriale a Bruxelles, acquisti a Londra e poi il suo primo incarico ufficiale, capoturno di un reparto nella fabbrica pneumatici di Tivoli. Nei dieci anni consecutivi viene gradualmente coinvolto nella conduzione dell’azienda, dividendo l’ufficio con il padre, le due scrivanie una di fronte all’altra.
Negli anni Cinquanta, mentre Milano si rimette in piedi dopo le distruzioni belliche, Pirelli si pone l’obiettivo di una nuova sede direzionale della società e a dar corpo all’idea viene chiamato l’architetto Gio Ponti, deciso a realizzare un “monumento ad onore della città e della civiltà”. Sorge così nel 1960 uno dei simboli più forti della rinascita economica del Paese: il Grattacielo Pirelli. L’ingegner Leopoldo dà il via a questo progetto visionario a fianco del padre Alberto, vedendo nel “Pirellone” non solo un quartier generale adeguato all’eccellenza del Gruppo ma un’opera d’arte architettonica, un manifesto di modernità, un emblema dell’identità visiva di Milano. E soprattutto, la dimostrazione che l’impresa può essere innovazione, bellezza e cultura.
Nel 1965 Leopoldo Pirelli assume la carica di Presidente: è l’inizio di una nuova era per l’azienda. Con rigore e senso del dovere, segna positivamente il corso della storia economica italiana: i tempi felici del boom e quelli critici degli shock petroliferi, l’“autunno caldo” dei conflitti sindacali e gli “anni di piombo” del terrorismo, tra sfide e grandi cambiamenti, come testimoniato dall’elaborazione del “Rapporto Pirelli” per la riforma di Confindustria e dalla ricerca di migliori relazioni industriali con il pacchetto di proposte soprannominato poi “decretone”, con il quale cerca di anticipare le richieste dei lavoratori. E poi ancora il Progetto Bicocca, voluto da Leopoldo Pirelli e condotto a partire dagli anni Ottanta dallo studio dell’architetto Vittorio Gregotti, che prefigura la nascita di un nuovo concetto di urbanistica moderna: dalle fabbriche di prodotti alle fabbriche di idee e conoscenza, con l’intenzione di connettere l’area aziendale con il tessuto urbano circostante, in costante dialogo tra presente, passato e futuro.
Nel 1986, in occasione del conferimento della medaglia di Socio onorario del Collegio degli Ingegneri di Milano, l’ingegner Leopoldo decide di raccontare ciò che ha imparato dopo una vita trascorsa alla guida del Gruppo. Non con numeri, risultati o traguardi personali, ma con parole misurate, com’è nel suo stile. Le chiama “Le dieci regole del buon imprenditore”, ma in realtà sono qualcosa di più: un codice morale, un’eredità di pensiero. Sono valori vissuti ogni giorno, in azienda, tra le persone. Leopoldo sostiene che l’industria non sia solo profitto, ma un pilastro civile, un luogo dove innovazione e responsabilità sociale devono crescere insieme. E soprattutto afferma che fare impresa significhi prima di tutto assumersi un dovere, verso chi lavora e verso il mondo che ci circonda.
Nel 1996, dopo oltre trent’anni alla guida del Gruppo, Leopoldo Pirelli lascia la presidenza a favore di Marco Tronchetti Provera. A cent’anni dalla sua nascita, vogliamo ricordare una figura che ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo dell’impresa di famiglia e, più in generale, alla trasformazione economica e culturale del Paese; un uomo attento alle persone e ai valori, la cui idea di impresa come luogo di dialogo e crescita condivisa rimane ancora oggi un riferimento imprescindibile.
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Lo skándalon di Milano e la necessità di un Piano Casa per ceti medi e studenti
Necesse est enim ut veniant scandala, si legge nel Vangelo secondo Matteo. Una frase così densa di intelligenza e senso storico viene oggi in mente pensando, pur nel piccolo della nostra storia, alla lezione da trarre dalle attuali vicende giudiziarie e politiche che investono Milano, la sua amministrazione, i suoi progetti di sviluppo. Ed è proprio l’etimologia della parola, dal greco antico skándalon e cioè inciampo oppure ostacolo, a metterci sulla buona strada.
Al di là degli esiti delle inchieste della Procura della Repubblica (la giustizia faccia il suo corso, no?) e senza farsi distrarre dal clamore mediatico e dalla foga giustizialista dei “processi sommari” via social media, è proprio “l’inciampo” sulla strada della retorica del successo di Milano come metropoli attrattiva e mai ferma, a costringere tutti a una riflessione approfondita sulle nuove caratteristiche della città, sul suo essere o meno “un modello” e sui paradigmi di uno sviluppo che ancora una volta dovrà essere capace di tenere insieme produttività e inclusione sociale, competitività e solidarietà. Perché tutto può fare Milano tranne che ridursi a essere (secondo il ruvido ma pertinente giudizio di Alberto Mattioli, La Stampa, 17 luglio) “bella senz’anima, sempre più scintillante e sempre meno autentica”.
Milano, d’altronde, non è solo Milano, ma Italia. E la nostra città più internazionale. Economicamente, un motore di peso europeo. Culturalmente e socialmente, un cardine per l’innovazione (in tutti gli aspetti, anche quelli negativi, da governare e limitare). “Milano è un asset, serve difenderla e proporre una visione”, scrivono in un editoriale su Il Sole24Ore (25 luglio), Emanuele Orsini, presidente di Confindustria e Alvise Biffi, presidente di Assolombarda. Una scelta politica e comunicativa rilevante, di respiro nazionale: l’imprenditoria non sta a guardare e, ancora una volta, è pronta a fare la sua parte per la ripresa e il rilancio della metropoli e del Paese, “lavorando congiuntamente tra istituzioni, aziende, università, società civile”. D’altronde, la declinazione delle sintonie tra produttività e solidarietà, tra radici locali e sguardo globale, è ben salda nella cultura di Assolombarda. “Insieme”, è il titolo del volume, curato dalla Fondazione Assolombarda ed edito da Marsilio, che ne celebra gli ottant’anni di storia. E “Far volare Milano per far volare l’Italia” era l’indicazione strategica di una delle presidenze più visionarie e ambiziose, quella di Gianfelice Rocca (2013-2017). Un’idea ancora attuale.
Proviamo, dunque, a ragionare meglio sullo skándalon. E partire dal ricordo di una data: 1942. Il 17 agosto di quell’anno (stagione di guerra, tensioni militari e preoccupazioni sociali), il governo Mussolini, subito dopo l’approvazione del Codice Civile, emana la legge n. 1150, per definire una disciplina urbanistica generale e uniforme su tutto il territorio nazionale, innovando i “piani regolatori edilizi” e introducendo i “piani regolatori generali” e i “piani territoriali di coordinamento”. Più di ottant’anni dopo, quella legge è ancora in vigore, facendo sempre da architrave della legislazione urbanistica nazionale. Con numerose modifiche, integrazioni e variazioni, naturalmente. Ma con un effetto di complessità e confusione, nella sua applicazione. Anche perché nel frattempo sono cambiate le città, si sono evoluti gli stili di vita e le abitudini dell’abitare, si sono radicalmente trasformati i processi produttivi, economici e sociali e modificati i business models degli investitori finanziari e dei costruttori edili. Tutto un altro mondo, insomma. Con norme che sempre più faticosamente inquadrano e disciplinano efficacemente le tensioni e le tendenze che riguardano lo sviluppo delle città e un bene primario degli italiani: la casa.
Chi conosce la storia politica italiana ricorda il “Piano casa” che, dal 1949 al 1963, portò a robusti interventi per l’edilizia residenziale pubblica, agevolando una profonda trasformazione di città e paesi (il “Piano Fanfani”, dal nome del suo ideatore, ministro del Lavoro). E un altro intervento nel 1962, con una legge, la numero 167, voluta dall’allora ministro dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo, democristiano, stimolò la costruzione di nuovi insediamenti di edilizia residenziale pubblica per oltre 5 milioni di abitanti.
Erano i tempi del boom economico. L’impetuosa forza della ricostruzione e poi della ripresa aveva spostato milioni di persone dal Sud al Nord delle fabbriche, dai paesi contadini alle più dinamiche aree industriali in cui cercare nuove e migliori condizioni di lavoro e di vita. A Milano e a Torino, innanzitutto. E la politica e l’intervento pubblico cercavano di rispondere ai nuovi bisogni sociali.
In un contesto così stravolgente, a Sullo, però, nel 1963, non riuscì la riforma chiave, quella urbanistica, avversata duramente dai grandi proprietari fondiari, dalle destre e alla fine rinnegata dalla stessa Dc, con effetti di crisi sul primo governo di centro sinistra, presieduto da Aldo Moro (il Partito socialista italiano entrava finalmente nella “stanza dei bottoni” ma il suo slancio riformista veniva nettamente rallentato). Niente riforma di modernizzazione e semplificazione, per cercare di dare casa agli italiani ma anche per frenare le pretese di chi, allora, stava mettendo “le mani sulla città” (secondo l’efficace titolo di un film di Francesco Rosi sulle speculazioni edilizie, soprattutto a Roma e nelle città del Sud). Compito arduo, in questo Paese, fare riforme incisive.
In sintesi: per quel che riguarda l’edilizia, l’Italia cambia ma le leggi no, tranne aggiustamenti e caute eppur confuse modernizzazioni. Come si sa da gran tempo e come rilevano anche adesso, nei commenti subito dopo lo skándalon di Milano, quattro personaggi molto diversi tra loro. Innanzitutto, uno studioso di grande acume come Piero Bassetti, ex presidente della Regione Lombardia: “Il pacchetto normativo, anche nel campo delle costruzioni, dell’edilizia e dello sviluppo urbanistico è antico e inadeguato” e siamo di fronte a “una dialettica non semplice tra nuovi interessi e normative arretrate” (la Repubblica, 17 luglio e Il Foglio, 22 luglio). Poi, ecco un ex sindaco di Milano come Gabriele Albertini, centro destra, che durante i suoi due mandati, dal 1997 al 2006, aveva avviato la rigenerazione urbana su 11 milioni di metri quadrati lasciati liberi dalle dismissioni industriali: “Una norma mai abrogata, ancorché scritta nel 1942: da questo nodo politico derivano tutti i problemi” (Il Sole24Ore, 26 luglio). E ancora, la presidentessa dell’Ance, l’Associazione dei costruttori edili Federica Brancaccio: “A Milano c’è un problema di interpretazione della legge regionale lombarda e delle delibere comunali che a essa fanno riferimento e di omogeneizzazione di questa interpretazione con la normativa nazionale che data al 1942. Un paradosso”, Il Foglio 24 luglio). E, per finire, Carlo Ratti, architetto e urbanista, professore al Mit di Boston: “Chiunque abbia avuto a che fare con i permessi edilizi conosce bene i meandri della burocrazia italiana. La normativa è un labirinto opaco che ostacola tanto l’efficienza quanto la trasparenza” (Il Sole24Ore, 27 luglio).
Vicenda giudiziaria milanese a parte, lo skándalon, dunque, ci dice che c’è un problema giuridico-amministrativo da affrontare: norme da riscrivere (una responsabilità non dei sindaci, ma del governo nazionale e del Parlamento), procedure da chiarire e semplificare, buon governo da incentivare con una legislazione all’altezza dei nuovi tempi (con tanto di interessi legittimi da soddisfare e nuove tecniche finanziarie e tecnologie costruttive di cui tenere conto). E una governance del territorio che si basi sul fatto che “a livello amministrativo e decisionale Milano non può fermarsi al perimetro comunale. Dobbiamo dare poteri alla città metropolitana”, come sostiene Francesco Billari, demografo, rettore dell’università Bocconi (Corriere della Sera, 23 luglio). Milano da governare anche nelle interconnessioni tra servizi e movimenti di persone, idee, capitali. Nella mappa ideale di una “Grande Milano”, nelle relazioni con le altre città vicine.
Necesse est enim ut veniant scandala una questione di efficienza. Di efficacia delle scelte economiche, urbanistiche, sociali. Ed è una questione di legalità, nel senso più ampio e pieno del termine.
C’è, appunto, anche una domanda sociale da soddisfare: dare case a ceti sociali in cambiamento e, naturalmente, agli studenti che scelgono sempre più numerosi Milano per frequentare l’università e costruirsi un orizzonte professionale di qualità. Perché, come sostiene Carlo Cottarelli, economista di vaste competenze internazionali, “il problema di Milano non è che si costruiscono grattacieli, ma che non si costruiscono abbastanza case per il ceto medio” (Corriere della Sera, 23 luglio).
Che fare? Trovare un equilibrio tra le costruzioni per i ceti benestanti, anche internazionali, attratti da Milano e quelle per i ceti medi e medio-bassi, con una remunerazione dell’investimento in un tempo più lungo di quello delle più esigenti dinamiche di profitto, con una leva di vantaggio fiscale e un uso accorto degli oneri di urbanizzazione a carico dei grandi fondi immobiliari. Un insieme di scelte politiche, insomma.
Ecco il punto. La Procura fa il suo mestiere, si muove secondo le leggi in vigore. Ma anche chi amministra una città in continua trasformazione fa il suo, cercando di dare risposte a chi investe, ai giovani che scelgono Milano prefigurando un migliore futuro, a chi avverte ancora il fascino di lavorare, creare, progettare, produrre. Vogliono fare il loro mestiere gli imprenditori. E i cittadini, che ancora coltivano i valori di Milano civitas, competitiva ma anche inclusiva.
Sono tutte questioni che investono Milano. Ma vanno oltre Milano. “Le leggi urbanistiche le scrive la politica, i magistrati devono limitarsi a combattere i reati”, sintetizza Claudio Martelli, una vita spesa da politico socialista e da ministro (pure della Giustizia), un’attenzione speciale per Milano, la sua città (La Stampa, 22 luglio). Il guaio, però, è che la politica, sulle leggi urbanistiche, come abbiamo visto, non è stata finora all’altezza delle sue responsabilità.
“Milano, è ora di pensare al secondo atto”, sintetizza l’architetto Ratti, ben consapevole del valore economico e dei valori etici che non possono non ispirare una smart city.
Come? Si riparla di Piano Casa, memori (con tutte le debite differenze) di quel ministro Fanfani di cui abbiamo parlato: risorse pubbliche per edilizia residenziale privata.
Il Comune di Milano ha lanciato un suo “Piano casa”, per la costruzione di 10mila alloggi a prezzo calmierato in dieci anni (canone di locazione attorno ai 600 euro al mese per un appartamento di 100 metri quadri), “a settembre pubblicheremo il primo bando”, annuncia Emmanuel Conte, assessore al Bilancio, al Demanio e, appunto, al Piano Casa (Corriere della Sera, 26 luglio).
Federica Brancaccio, Ance, guarda, oltre che a Milano, a esigenze più generali: “Serve un Piano Casa da 15 miliardi”, sostiene (Il Sole24Ore, 23 luglio), da finanziare con risorse statali e della Ue da usare come leva anche per robusti investimenti privati. Valutando pure quali meritino agevolazioni normative e fiscali: “Immaginiamo un rating di impatto sociale, una griglia di requisiti per garantire la possibilità di mettere sul mercato case a prezzi accessibili e riportare la città a ciò che dovrebbe essere per i cittadini: una fucina di stimolo e di crescita, dove possano vivere giovani, anziani e famiglie e dove l’ascensore sociale funzioni” (se ne parlerà ad ottobre al convegno “Città nel futuro 2030-2050”, sotto la guida di Francesco Rutelli).
Milano, anche in questo skándalon, sta mostrando una qualità forte del suo carattere, costruito nel corso di una lunga storia (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana): l’attitudine alla discussione, critica e anche profondamente autocritica. E alla indicazione di soluzioni per i problemi, anche i più difficili. In questi giorni controversi, si va avanti così.






Necesse est enim ut veniant scandala, si legge nel Vangelo secondo Matteo. Una frase così densa di intelligenza e senso storico viene oggi in mente pensando, pur nel piccolo della nostra storia, alla lezione da trarre dalle attuali vicende giudiziarie e politiche che investono Milano, la sua amministrazione, i suoi progetti di sviluppo. Ed è proprio l’etimologia della parola, dal greco antico skándalon e cioè inciampo oppure ostacolo, a metterci sulla buona strada.
Al di là degli esiti delle inchieste della Procura della Repubblica (la giustizia faccia il suo corso, no?) e senza farsi distrarre dal clamore mediatico e dalla foga giustizialista dei “processi sommari” via social media, è proprio “l’inciampo” sulla strada della retorica del successo di Milano come metropoli attrattiva e mai ferma, a costringere tutti a una riflessione approfondita sulle nuove caratteristiche della città, sul suo essere o meno “un modello” e sui paradigmi di uno sviluppo che ancora una volta dovrà essere capace di tenere insieme produttività e inclusione sociale, competitività e solidarietà. Perché tutto può fare Milano tranne che ridursi a essere (secondo il ruvido ma pertinente giudizio di Alberto Mattioli, La Stampa, 17 luglio) “bella senz’anima, sempre più scintillante e sempre meno autentica”.
Milano, d’altronde, non è solo Milano, ma Italia. E la nostra città più internazionale. Economicamente, un motore di peso europeo. Culturalmente e socialmente, un cardine per l’innovazione (in tutti gli aspetti, anche quelli negativi, da governare e limitare). “Milano è un asset, serve difenderla e proporre una visione”, scrivono in un editoriale su Il Sole24Ore (25 luglio), Emanuele Orsini, presidente di Confindustria e Alvise Biffi, presidente di Assolombarda. Una scelta politica e comunicativa rilevante, di respiro nazionale: l’imprenditoria non sta a guardare e, ancora una volta, è pronta a fare la sua parte per la ripresa e il rilancio della metropoli e del Paese, “lavorando congiuntamente tra istituzioni, aziende, università, società civile”. D’altronde, la declinazione delle sintonie tra produttività e solidarietà, tra radici locali e sguardo globale, è ben salda nella cultura di Assolombarda. “Insieme”, è il titolo del volume, curato dalla Fondazione Assolombarda ed edito da Marsilio, che ne celebra gli ottant’anni di storia. E “Far volare Milano per far volare l’Italia” era l’indicazione strategica di una delle presidenze più visionarie e ambiziose, quella di Gianfelice Rocca (2013-2017). Un’idea ancora attuale.
Proviamo, dunque, a ragionare meglio sullo skándalon. E partire dal ricordo di una data: 1942. Il 17 agosto di quell’anno (stagione di guerra, tensioni militari e preoccupazioni sociali), il governo Mussolini, subito dopo l’approvazione del Codice Civile, emana la legge n. 1150, per definire una disciplina urbanistica generale e uniforme su tutto il territorio nazionale, innovando i “piani regolatori edilizi” e introducendo i “piani regolatori generali” e i “piani territoriali di coordinamento”. Più di ottant’anni dopo, quella legge è ancora in vigore, facendo sempre da architrave della legislazione urbanistica nazionale. Con numerose modifiche, integrazioni e variazioni, naturalmente. Ma con un effetto di complessità e confusione, nella sua applicazione. Anche perché nel frattempo sono cambiate le città, si sono evoluti gli stili di vita e le abitudini dell’abitare, si sono radicalmente trasformati i processi produttivi, economici e sociali e modificati i business models degli investitori finanziari e dei costruttori edili. Tutto un altro mondo, insomma. Con norme che sempre più faticosamente inquadrano e disciplinano efficacemente le tensioni e le tendenze che riguardano lo sviluppo delle città e un bene primario degli italiani: la casa.
Chi conosce la storia politica italiana ricorda il “Piano casa” che, dal 1949 al 1963, portò a robusti interventi per l’edilizia residenziale pubblica, agevolando una profonda trasformazione di città e paesi (il “Piano Fanfani”, dal nome del suo ideatore, ministro del Lavoro). E un altro intervento nel 1962, con una legge, la numero 167, voluta dall’allora ministro dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo, democristiano, stimolò la costruzione di nuovi insediamenti di edilizia residenziale pubblica per oltre 5 milioni di abitanti.
Erano i tempi del boom economico. L’impetuosa forza della ricostruzione e poi della ripresa aveva spostato milioni di persone dal Sud al Nord delle fabbriche, dai paesi contadini alle più dinamiche aree industriali in cui cercare nuove e migliori condizioni di lavoro e di vita. A Milano e a Torino, innanzitutto. E la politica e l’intervento pubblico cercavano di rispondere ai nuovi bisogni sociali.
In un contesto così stravolgente, a Sullo, però, nel 1963, non riuscì la riforma chiave, quella urbanistica, avversata duramente dai grandi proprietari fondiari, dalle destre e alla fine rinnegata dalla stessa Dc, con effetti di crisi sul primo governo di centro sinistra, presieduto da Aldo Moro (il Partito socialista italiano entrava finalmente nella “stanza dei bottoni” ma il suo slancio riformista veniva nettamente rallentato). Niente riforma di modernizzazione e semplificazione, per cercare di dare casa agli italiani ma anche per frenare le pretese di chi, allora, stava mettendo “le mani sulla città” (secondo l’efficace titolo di un film di Francesco Rosi sulle speculazioni edilizie, soprattutto a Roma e nelle città del Sud). Compito arduo, in questo Paese, fare riforme incisive.
In sintesi: per quel che riguarda l’edilizia, l’Italia cambia ma le leggi no, tranne aggiustamenti e caute eppur confuse modernizzazioni. Come si sa da gran tempo e come rilevano anche adesso, nei commenti subito dopo lo skándalon di Milano, quattro personaggi molto diversi tra loro. Innanzitutto, uno studioso di grande acume come Piero Bassetti, ex presidente della Regione Lombardia: “Il pacchetto normativo, anche nel campo delle costruzioni, dell’edilizia e dello sviluppo urbanistico è antico e inadeguato” e siamo di fronte a “una dialettica non semplice tra nuovi interessi e normative arretrate” (la Repubblica, 17 luglio e Il Foglio, 22 luglio). Poi, ecco un ex sindaco di Milano come Gabriele Albertini, centro destra, che durante i suoi due mandati, dal 1997 al 2006, aveva avviato la rigenerazione urbana su 11 milioni di metri quadrati lasciati liberi dalle dismissioni industriali: “Una norma mai abrogata, ancorché scritta nel 1942: da questo nodo politico derivano tutti i problemi” (Il Sole24Ore, 26 luglio). E ancora, la presidentessa dell’Ance, l’Associazione dei costruttori edili Federica Brancaccio: “A Milano c’è un problema di interpretazione della legge regionale lombarda e delle delibere comunali che a essa fanno riferimento e di omogeneizzazione di questa interpretazione con la normativa nazionale che data al 1942. Un paradosso”, Il Foglio 24 luglio). E, per finire, Carlo Ratti, architetto e urbanista, professore al Mit di Boston: “Chiunque abbia avuto a che fare con i permessi edilizi conosce bene i meandri della burocrazia italiana. La normativa è un labirinto opaco che ostacola tanto l’efficienza quanto la trasparenza” (Il Sole24Ore, 27 luglio).
Vicenda giudiziaria milanese a parte, lo skándalon, dunque, ci dice che c’è un problema giuridico-amministrativo da affrontare: norme da riscrivere (una responsabilità non dei sindaci, ma del governo nazionale e del Parlamento), procedure da chiarire e semplificare, buon governo da incentivare con una legislazione all’altezza dei nuovi tempi (con tanto di interessi legittimi da soddisfare e nuove tecniche finanziarie e tecnologie costruttive di cui tenere conto). E una governance del territorio che si basi sul fatto che “a livello amministrativo e decisionale Milano non può fermarsi al perimetro comunale. Dobbiamo dare poteri alla città metropolitana”, come sostiene Francesco Billari, demografo, rettore dell’università Bocconi (Corriere della Sera, 23 luglio). Milano da governare anche nelle interconnessioni tra servizi e movimenti di persone, idee, capitali. Nella mappa ideale di una “Grande Milano”, nelle relazioni con le altre città vicine.
Necesse est enim ut veniant scandala una questione di efficienza. Di efficacia delle scelte economiche, urbanistiche, sociali. Ed è una questione di legalità, nel senso più ampio e pieno del termine.
C’è, appunto, anche una domanda sociale da soddisfare: dare case a ceti sociali in cambiamento e, naturalmente, agli studenti che scelgono sempre più numerosi Milano per frequentare l’università e costruirsi un orizzonte professionale di qualità. Perché, come sostiene Carlo Cottarelli, economista di vaste competenze internazionali, “il problema di Milano non è che si costruiscono grattacieli, ma che non si costruiscono abbastanza case per il ceto medio” (Corriere della Sera, 23 luglio).
Che fare? Trovare un equilibrio tra le costruzioni per i ceti benestanti, anche internazionali, attratti da Milano e quelle per i ceti medi e medio-bassi, con una remunerazione dell’investimento in un tempo più lungo di quello delle più esigenti dinamiche di profitto, con una leva di vantaggio fiscale e un uso accorto degli oneri di urbanizzazione a carico dei grandi fondi immobiliari. Un insieme di scelte politiche, insomma.
Ecco il punto. La Procura fa il suo mestiere, si muove secondo le leggi in vigore. Ma anche chi amministra una città in continua trasformazione fa il suo, cercando di dare risposte a chi investe, ai giovani che scelgono Milano prefigurando un migliore futuro, a chi avverte ancora il fascino di lavorare, creare, progettare, produrre. Vogliono fare il loro mestiere gli imprenditori. E i cittadini, che ancora coltivano i valori di Milano civitas, competitiva ma anche inclusiva.
Sono tutte questioni che investono Milano. Ma vanno oltre Milano. “Le leggi urbanistiche le scrive la politica, i magistrati devono limitarsi a combattere i reati”, sintetizza Claudio Martelli, una vita spesa da politico socialista e da ministro (pure della Giustizia), un’attenzione speciale per Milano, la sua città (La Stampa, 22 luglio). Il guaio, però, è che la politica, sulle leggi urbanistiche, come abbiamo visto, non è stata finora all’altezza delle sue responsabilità.
“Milano, è ora di pensare al secondo atto”, sintetizza l’architetto Ratti, ben consapevole del valore economico e dei valori etici che non possono non ispirare una smart city.
Come? Si riparla di Piano Casa, memori (con tutte le debite differenze) di quel ministro Fanfani di cui abbiamo parlato: risorse pubbliche per edilizia residenziale privata.
Il Comune di Milano ha lanciato un suo “Piano casa”, per la costruzione di 10mila alloggi a prezzo calmierato in dieci anni (canone di locazione attorno ai 600 euro al mese per un appartamento di 100 metri quadri), “a settembre pubblicheremo il primo bando”, annuncia Emmanuel Conte, assessore al Bilancio, al Demanio e, appunto, al Piano Casa (Corriere della Sera, 26 luglio).
Federica Brancaccio, Ance, guarda, oltre che a Milano, a esigenze più generali: “Serve un Piano Casa da 15 miliardi”, sostiene (Il Sole24Ore, 23 luglio), da finanziare con risorse statali e della Ue da usare come leva anche per robusti investimenti privati. Valutando pure quali meritino agevolazioni normative e fiscali: “Immaginiamo un rating di impatto sociale, una griglia di requisiti per garantire la possibilità di mettere sul mercato case a prezzi accessibili e riportare la città a ciò che dovrebbe essere per i cittadini: una fucina di stimolo e di crescita, dove possano vivere giovani, anziani e famiglie e dove l’ascensore sociale funzioni” (se ne parlerà ad ottobre al convegno “Città nel futuro 2030-2050”, sotto la guida di Francesco Rutelli).
Milano, anche in questo skándalon, sta mostrando una qualità forte del suo carattere, costruito nel corso di una lunga storia (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana): l’attitudine alla discussione, critica e anche profondamente autocritica. E alla indicazione di soluzioni per i problemi, anche i più difficili. In questi giorni controversi, si va avanti così.
Cosa accade quando un’industria chiude
Le conseguenze sull’economia locale del fallimento di un grande stabilimento
Quando chiude un’impresa si perde un pezzo di storia umana, si tarpano le ali allo sviluppo: in qualche modo si torna indietro. È l’esperienza a dirlo, anche se non mancano casi di rinascita e rilancio. Ma il percorso è sempre tortuoso e faticoso, denso di incognite. Analizzare alcuni dei casi più emblematici è importante. E lo ha fatto Francesco David, economista della Divisione Analisi e ricerca economica territoriale della Banca d’Italia sede di Palermo, con il suo Occasional Paper “Gli effetti della chiusura di un grande stabilimento industriale sull’economia locale” riferito al caso della chiusura dello stabilimento FIAT di Termini Imerese in Sicilia.
David parte da assunto: la presenza di grandi stabilimenti industriali porta benefici alle economie locali, ma può tradursi in un’eccessiva dipendenza dei territori dalle scelte di singoli operatori, soprattutto quando in essi si concentra una rilevante quota di occupati. La dimostrazione è proprio nel caso di Termini Imerese. Il lavoro analizza quindi le conseguenze socio-economiche della chiusura nel 2011 dello stabilimento FIAT che occupava il 43% degli addetti industriali dell’omonimo sistema locale del lavoro.
La ricerca, dopo aver inquadrato l’argomento e sintetizzato la storia dello stabilimento dalla sua creazione, approfondisce con metodi statistici l’impatto sull’occupazione e sul territorio della chiusura dell’impianto. L’autore dimostra che a Termini Imerese a seguito della chiusura, l’occupazione è calata in misura consistente rispetto a uno scenario di prosecuzione dell’attività (1.500 occupati), con una diminuzione del tasso di occupazione stimabile in 3,9 punti percentuali alla fine del 2021. L’impatto ha riguardato soprattutto l’occupazione diretta, con effetti limitati sull’indotto, ma ha avuto anche altri seguiti: un calo demografico, una riduzione del reddito locale e una diminuzione dei valori immobiliari.
Francesco David fa così emergere, anche in termini quantitativi, il “peso” importante della buona gestione d’impresa, i suoi riflessi sul territorio che vanno ben al di là della semplice economia, le conseguenze di politiche industriali non sempre attente e di una cultura del produrre che deve farsi ogni giorno di più attenta ad una molteplicità di fattori.
Gli effetti della chiusura di un grande stabilimento industriale sull’economia locale
Francesco David
Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza (Occasional Papaers), n. 952, luglio 2025
Le conseguenze sull’economia locale del fallimento di un grande stabilimento
Quando chiude un’impresa si perde un pezzo di storia umana, si tarpano le ali allo sviluppo: in qualche modo si torna indietro. È l’esperienza a dirlo, anche se non mancano casi di rinascita e rilancio. Ma il percorso è sempre tortuoso e faticoso, denso di incognite. Analizzare alcuni dei casi più emblematici è importante. E lo ha fatto Francesco David, economista della Divisione Analisi e ricerca economica territoriale della Banca d’Italia sede di Palermo, con il suo Occasional Paper “Gli effetti della chiusura di un grande stabilimento industriale sull’economia locale” riferito al caso della chiusura dello stabilimento FIAT di Termini Imerese in Sicilia.
David parte da assunto: la presenza di grandi stabilimenti industriali porta benefici alle economie locali, ma può tradursi in un’eccessiva dipendenza dei territori dalle scelte di singoli operatori, soprattutto quando in essi si concentra una rilevante quota di occupati. La dimostrazione è proprio nel caso di Termini Imerese. Il lavoro analizza quindi le conseguenze socio-economiche della chiusura nel 2011 dello stabilimento FIAT che occupava il 43% degli addetti industriali dell’omonimo sistema locale del lavoro.
La ricerca, dopo aver inquadrato l’argomento e sintetizzato la storia dello stabilimento dalla sua creazione, approfondisce con metodi statistici l’impatto sull’occupazione e sul territorio della chiusura dell’impianto. L’autore dimostra che a Termini Imerese a seguito della chiusura, l’occupazione è calata in misura consistente rispetto a uno scenario di prosecuzione dell’attività (1.500 occupati), con una diminuzione del tasso di occupazione stimabile in 3,9 punti percentuali alla fine del 2021. L’impatto ha riguardato soprattutto l’occupazione diretta, con effetti limitati sull’indotto, ma ha avuto anche altri seguiti: un calo demografico, una riduzione del reddito locale e una diminuzione dei valori immobiliari.
Francesco David fa così emergere, anche in termini quantitativi, il “peso” importante della buona gestione d’impresa, i suoi riflessi sul territorio che vanno ben al di là della semplice economia, le conseguenze di politiche industriali non sempre attente e di una cultura del produrre che deve farsi ogni giorno di più attenta ad una molteplicità di fattori.
Gli effetti della chiusura di un grande stabilimento industriale sull’economia locale
Francesco David
Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza (Occasional Papaers), n. 952, luglio 2025
Racconti di lavoro, fabbriche e uffici
Quando è la letteratura a far parlare la cultura del produrre
Esseri umani e lavoro, uffici e fabbriche. Comunità fatte di fatiche e sogni, conflitti e speranze comuni. Cultura del produrre che si fa concretezza operosa. E voglia di benessere. E materia densa tutta da raccontare. E spesso, molto spesso, così è stato nella storia della letteratura e pure nell’odierna letteratura. È importante, ogni tanto, andare (o tornare) ad alcuni degli innumerevoli esempi di racconti di lavoro e impresa di cui proprio la letteratura è zeppa: magari per rileggerli oppure per leggerli la prima volta.
Così, è possibile leggere “Gli impiegati” (del 1844 ma ancora per certi versi attuale e comunque tutto da leggere) scritto da Honoré de Balzac che descrive con impietosa arguzia il mondo degli uffici del tempo (che assomiglia per molti aspetti a quello di oggi). Xavier Rabourdin, il protagonista, lavora in uno “stanzone”, quello che oggi potrebbe essere indicato come open space, e combatte ogni giorno per far carriera così come combattono, tutto sommato in un ambiente ben diverso i protagonisti di Hard Times for These Times (“Tempi difficili”) di Charles Dickens che descrive senza mezzi termini fabbriche e rapporti di lavoro nei primi tempi della Rivoluzione industriale inglese. Dickens aveva vissuto (seppur per un breve tempo) la fabbrica ed era poi diventato giornalista parlamentare: unisce la capacità di raccontare con quella di vedere. Senza mezzi termini, appunto. Ad iniziare dai luoghi e dai personaggi. “A Coketown – scrive Dickens – gli stantuffi delle macchine a vapore si alzavano e si abbassavano con moto regolare e incessante (…).C’erano tante strade larghe, tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancora più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale all’ieri e al domani, e ogni anno era la replica di quello passato e di quello a venire”.
Già la fabbrica come luogo di conflitto (ma anche di riscossa) e di confronto, così come di alienazione. Che è ciò che accade al protagonista di una novella (“Il treno ha fischiato…”) del 1925 di Luigi Pirandello che racconta di Belluca, un computista esempio di impiegato che passa la sua vita tra un ufficio amministrativo, dov’è anche bistrattato dai colleghi, e una famiglia che deve accudire e dalla quale non trae nulla di positivo. Belluca alla fine impazzisce.
Lavoro e impresa come ambiti di esclusiva fatica e alienazione? È evidente che non è così, anche se spesso sono stati questi aspetti ad essere più colti dalla letteratura. Uno esempio contrario basta per tutti, quello di Primo Levi che nel suo “La chiave a stella” dice sì della fatica del lavoro e della fabbrica ma anche della sua bellezza. Levi – scrittore, chimico, uomo di lettere e di scienze, testimone dell’Olocausto ma anche, appunto, del lavoro d’impresa -, racconta di un particolare aspetto della felicità umana in uno dei passi più conosciuti della sua opera. “Se si escludono – scrive -, istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è un privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla Terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono”.
Gli impiegati
Balzac de Honoré
Garzanti, 1996
Tempi difficili
Dickens Charles
Feltrinelli, 2015
Il treno ha fischiato…
in, “Novelle per un anno. L’uomo solo”
Pirandello Luigi
Mondadori (edizioni varie)
La chiave a stella
Levi Primo
Einaudi (edizioni varie)






Quando è la letteratura a far parlare la cultura del produrre
Esseri umani e lavoro, uffici e fabbriche. Comunità fatte di fatiche e sogni, conflitti e speranze comuni. Cultura del produrre che si fa concretezza operosa. E voglia di benessere. E materia densa tutta da raccontare. E spesso, molto spesso, così è stato nella storia della letteratura e pure nell’odierna letteratura. È importante, ogni tanto, andare (o tornare) ad alcuni degli innumerevoli esempi di racconti di lavoro e impresa di cui proprio la letteratura è zeppa: magari per rileggerli oppure per leggerli la prima volta.
Così, è possibile leggere “Gli impiegati” (del 1844 ma ancora per certi versi attuale e comunque tutto da leggere) scritto da Honoré de Balzac che descrive con impietosa arguzia il mondo degli uffici del tempo (che assomiglia per molti aspetti a quello di oggi). Xavier Rabourdin, il protagonista, lavora in uno “stanzone”, quello che oggi potrebbe essere indicato come open space, e combatte ogni giorno per far carriera così come combattono, tutto sommato in un ambiente ben diverso i protagonisti di Hard Times for These Times (“Tempi difficili”) di Charles Dickens che descrive senza mezzi termini fabbriche e rapporti di lavoro nei primi tempi della Rivoluzione industriale inglese. Dickens aveva vissuto (seppur per un breve tempo) la fabbrica ed era poi diventato giornalista parlamentare: unisce la capacità di raccontare con quella di vedere. Senza mezzi termini, appunto. Ad iniziare dai luoghi e dai personaggi. “A Coketown – scrive Dickens – gli stantuffi delle macchine a vapore si alzavano e si abbassavano con moto regolare e incessante (…).C’erano tante strade larghe, tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancora più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale all’ieri e al domani, e ogni anno era la replica di quello passato e di quello a venire”.
Già la fabbrica come luogo di conflitto (ma anche di riscossa) e di confronto, così come di alienazione. Che è ciò che accade al protagonista di una novella (“Il treno ha fischiato…”) del 1925 di Luigi Pirandello che racconta di Belluca, un computista esempio di impiegato che passa la sua vita tra un ufficio amministrativo, dov’è anche bistrattato dai colleghi, e una famiglia che deve accudire e dalla quale non trae nulla di positivo. Belluca alla fine impazzisce.
Lavoro e impresa come ambiti di esclusiva fatica e alienazione? È evidente che non è così, anche se spesso sono stati questi aspetti ad essere più colti dalla letteratura. Uno esempio contrario basta per tutti, quello di Primo Levi che nel suo “La chiave a stella” dice sì della fatica del lavoro e della fabbrica ma anche della sua bellezza. Levi – scrittore, chimico, uomo di lettere e di scienze, testimone dell’Olocausto ma anche, appunto, del lavoro d’impresa -, racconta di un particolare aspetto della felicità umana in uno dei passi più conosciuti della sua opera. “Se si escludono – scrive -, istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è un privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla Terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono”.
Gli impiegati
Balzac de Honoré
Garzanti, 1996
Tempi difficili
Dickens Charles
Feltrinelli, 2015
Il treno ha fischiato…
in, “Novelle per un anno. L’uomo solo”
Pirandello Luigi
Mondadori (edizioni varie)
La chiave a stella
Levi Primo
Einaudi (edizioni varie)
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Un viaggio tra i libri per capire la crisi di Milano e costruire risposte né giustizialiste né populiste
“Non esiste avere troppi libri, esiste solo non avere abbastanza scaffali”, dice la didascalia della bella foto d’una colonna di volumi, ricorrente su Fb (sarà merito d’un algoritmo amante della letteratura e dei lettori). E in questI giorni così densi di incertezze, sulle caratteristiche e sul futuro di Milano, nel cuore di una nuova tempesta giudiziaria e mediatica, politica e amministrativa, vale proprio la pena uscire per un momento dai percorsi delle cronache, ricorrere piuttosto ai libri e cercare, tra le loro pagine sapide e argute, utili stimoli di riflessione critica, seguendo le suggestioni di Alberto Manguel (“Vivere con i libri”, Einaudi) nel viaggio all’interno della sua biblioteca.
Prendiamo “Le città invisibili” di Italo Calvino, innanzitutto. E andiamo alla pagina conclusiva del dialogo tra il potente Kublai Khan e il saggio Marco Polo, su come affrontare “l’inferno dei viventi” e cioè “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”. Sostiene Calvino, dando la parola a Marco Polo: “Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio”.
Un’indicazione di metodo, dunque. Con una solida connotazione etica: nessuna rassegnazione al degrado nella zona grigia dell’indifferenza, ma semmai un impegno a capire e scegliere come agire. Affrontare dunque la crisi (nella radice della parola, dal verbo greco krino e cioè distinguere, separare, giudicare, c’è il suo profondo significato) valutandone fratture e vie d’uscita, pericoli e opportunità. Farsi carico di un “rischio” (è la parola che usa Calvino) nel dare spazio e tempo a ciò che “non è inferno”. Affrontare una sfida che oggi, a Milano, è politica e culturale, di progetto di città come comunità in movimento lungo i controversi e conflittuali percorsi della modernità. E dunque costruire un migliore futuro, meno squilibrato, più socialmente accettabile.
Milano è città riformista, nel profondo della sua cultura politica (lo testimoniano le esperienze politicamente trasversali dei suoi sindaci, dal socialista Antonio Greppi nella ricostruzione dell’immediato dopoguerra a Carlo Tognoli nei dinamici Anni Ottanta, dai primi cittadini di centro destra Luigi Albertini e Letizia Moratti a quelli di centro sinistra Giuliano Pisapia e adesso Beppe Sala). Dinamica. Produttiva. Ma anche sensibile alle dimensioni sociali. E inclusiva. Animata dall’ansia del “fare”. E contemporaneamente dal senso di responsabilità del “fare bene”. E dal solidarismo del “fare del bene”. Spirito civile da cittadini e certo non da frettolosi city users incuranti del buon destino della comunità. Dimensioni economiche ed etiche che riguardano anche le sue imprese, nella storia e nell’attualità.
Sugli scaffali della biblioteca di casa, è facile ritrovare le pagine medioevali di Bonvesin della Riva (“Le meraviglie di Milano”, tutt’altro che limitate alle architetture) e quelle del vescovo Ariberto d’Intimiano (“Chi sa lavorare venga a Milano. E chi viene a Milano è un uomo libero”, il lavoro come identità e cittadinanza, la città aperta, il senso del cambiamento e del progresso, avvenuto nel cuore dei tempi del potere feudale e delle corporazioni). La riproduzione dei disegni tecnici di Leonardo da Vinci per le “macchine” e gli ingranaggi d’una città ingegnosa e operosa (gli originali stanno nelle tavole del “Codice Atlantico” all’Ambrosiana). La lucidità civile de “Il Caffè” dei Verri e degli altri illuministi milanesi, attenti al “buon governo” e alla relazione tra diritti e doveri, leggi e giustizia, con le indicazioni di Cesare Beccaria. E ancora l’intelligenza economica di Carlo Cattaneo. La letteratura connotata da un forte senso morale di Alessandro Manzoni. E quell’idea diffusa di progresso e di civiltà, di convivenza sociale e di sviluppo, di dolore del vivere e di speranze da coltivare, di spirito di comunità e passione per la competitività (le due parole hanno un cum d’origine che le tiene insieme, in modo originale): tutte dimensioni che nel tempo segnano le opere di Testori e Gadda, Vittorini e Buzzati, Bianciardi e, perché no? Scerbanenco. Le luci e le ombre, la società civile e le marginalità sociali, sino agli spazi occupati dalla criminalità (per averne idea, basta leggere “Elementi di urbanistica noir” di Gianni Biondillo, architetto e scrittore, edito da EuroMilano).
Gli scaffali, insomma, sono particolarmente carichi di intelligenza e sapienza, per non dire dei romanzi e dei saggi di più stretta attualità. Perché “hai voglia a dire Milano, Milano. Hai voglia a scrivere Milano, Milano…”, per usare i giochi verbali di Aldo Nove sulla difficile e controversa rappresentazione della città, come fosse un iceberg, in “Milano non è Milano” (Laterza).
Cosa emerge, da questo viaggio intellettuale e, in fin dei conti, anche sentimentale (le città hanno un’anima, esercitano un fascino su chi le vive o anche solo le frequenta e le osserva, sono in grado di fare innamorare) lungo le pareti d’una casa piena di libri? L’idea forte d’una Milano molteplice, plurale, anche contraddittoria (infatti “contiene moltitudini”, per prendere in prestito le sapienti parole di Walt Whitman, amato da Vittorini) e comunque attenta alla dimensione di una “città che sale” (utile, riguardare la pittura di Boccioni). La consapevolezza della storia come percorso tutt’altro che lineare, ma semmai accidentato. Di un “corso delle cose sinuoso”, alla Merleau-Ponty. E di una volontà forte, in ogni caso, di uscire dalle crisi che nella storia sono ricorrenti. Riconoscere dunque le caratteristiche dell’inferno e averne ragione. Ben sapendo che, uscendone, non c’è il paradiso. Ma la possibilità di una Milano migliore, finché una nuova stagione di cambiamenti non imponga di definire e costruire altri assetti e inediti equilibri.
Ci sono altre pagine, con cui fare i conti. Sono quelle di Stendhal, tanto appassionatamente legato a Milano da volere che nel suo epitaffio, al cimitero di Montmartre, ci fosse scritto “milanese”. E affascinato dalla convivenza, in città, di teatro e moda, commercio e belle architetture, ricchezze eleganti e vivacità popolare (“questo popolo nato per il bello…”), intraprendenza e desiderio di “costruire una casa o se non altro rinnovare la facciata di quella ereditata dal padre”.
Di questa tendenza, che lega successo economico a decoro urbano, ricchezza ad architettura, si ritrovano testimonianze esemplari nelle immagini di Nicolò Biddau ne “I cortili di Milano”, Photo Publisher (“Le corti di Milano sono scenografie silenziose di un teatro antico, dove ogni pietra e ogni dettaglio raccontano una storia nascosta”) e in “Case milanesi” di Orsina Simona Pierini e Alessandro Isastia, Hoepli. La bellezza e il dinamismo del costruire.
Stendhal, insomma, vedeva bene le caratteristiche della sua contemporaneità e coltivava uno sguardo capace di legare l’attualità alle tendenze future. Le sue osservazioni si ritrovano, adesso, nelle considerazioni di Carlo Ratti, architetto, una vita universitaria e scientifica tra Torino e il Mit di Boston, la cura della 19° Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia e un assiduo impegno professionale sui temi della Smart City (con il suo studio CRA – Carlo Ratti e Associati lavora al masterplan dell’area milanese di Porta Romana). “Milano – sostiene su La Stampa (18 luglio) – non ha mai avuto un’anima contemplativa. E’ sempre stata mercantile, pragmatica, abituata a coniugare affari e cultura. Come raccontava, appunto, anche Stendhal. È una città di successo. La porta d’ingresso dell’Italia verso l’economia globale. Ciò che la mia collega Saskia Sassen chiama una global city. E questa condizione non è certo qualcosa di cui scusarsi. Il punto, adesso, non è eliminare lo spettacolo della modernità, ma assicurarsi che esista ancora il backstage: per studenti, migranti, innovatori, per chi prova e sbaglia”.
Milano, insomma, con i grattacieli, la finanza, la moda, gli eventi glamour, fa i conti con le tendenze internazionali. Da vivere. E però pure da governare. Insiste Ratti: “Il tema è il successo: quando una città funziona, attira persone e capitali, i prezzi salgono e l’inclusione rischia di diventare esclusione. Credo che nei prossimi anni vedremo correttivi: più edilizia accessibile, più strumenti per contenere la gentrificazione”.
Sono stati “anni di corsa”. La città è stata “un laboratorio”. E adesso, sostiene ancora Ratti (Il Giorno, 20 luglio), “bisogna evitare che si creino bolle speculative. Usando strumenti efficaci per garantire l’equilibrio della civitas, della comunità cittadina. Incentivi per costruire di più se si destinano quote di alloggi a prezzi convenzionati. Un modo per bilanciare crescita e inclusività”.
È vero, infatti, che Milano è tra le prime dieci città del mondo “in cui vogliono vivere i grandi ricchi”, dopo Singapore, Londra, Hong Kong, Monaco, Zurigo, Parigi e prima di Francoforte e Barcellona (secondo il Global Report Julius Baer, Il Sole24ore, 15 luglio): un primato a molte facce. Ma è altrettanto vero che Milano, diventando città esclusiva per ricchi del mondo, perderebbe la sua anima, metterebbe ai margini ceti medi, giovani, nuovi imprenditori ancora non arrivati al successo economico, intellettuali, creativi, persone comuni, gente seria e laboriosa. Avrebbe ristoranti e negozi di lusso. Ma non libri. Né cultura critica. Né dunque coscienza civile.
Sugli scaffali, andiamo allora a cercare altri libri per capire e ragionare: “Milanesi si diventa”, di Carlo Castellaneta (Mondadori, 1991), un romanzo sulle capacità di accoglienza di una città severa e comunque inclusiva, generosa di opportunità. E “Sulla formazione della classe dirigente – L’ultimo progetto di Raffaele Mattioli”, a cura di Francesca Pino (Aragno, 2023), una raccolta di saggi sul ruolo di un grande banchiere e mecenate, guida della Banca Commerciale Italiana dai primi anni Trenta agli anni Sessanta del Novecento, uno dei protagonisti della ricostruzione e poi del boom economico italiano, come racconta anche Elena Grazioli in “Raffaele Mattioli oltre la banca. Ritratto pubblico e privato di un grande intellettuale”, Luni Editrice. Era abruzzese d’origine, Mattioli. E profondamente milanese nello stile economico e nella cultura umanistica e finanziaria. In sintesi: una finanza per l’impresa e soprattutto l’industria, non per gli speculatori e per chi vuole “fare soldi per mezzo dei soldi”.
Cosa ci dicono questi libri (e i tanti altri che potremmo consultare e citare)? Che Milano, nel suo dinamismo e nell’ansia di fare e di reggere il passo con il cambiamento e l’innovazione, se non talvolta addirittura di anticiparne tempi e modi, soffre l’imbrigliamento di regole formali e burocrazie. Città intraprendente, invece che attardarsi sulle procedure, punta ai risultati.
Oggi, senza naturalmente entrare nel merito delle indagini giudiziarie in corso (notando comunque che non sembra si sia di fronte a una “nuova Tangentopoli”: lo sostengono Michele Serra su la Repubblica e Goffredo Buccini sul Corriere della Sera, 20 luglio), vale la pena affrontare la crisi senza limitarsi alle cronache e alle schermaglie della propaganda politica. E andare invece, nel necessario dibattito pubblico, al nodo dei problemi.
L’orgoglio di Milano produttiva da giocare in positivo. Le ferite sociali della metropoli da ricucire. La crescita da governare. Ma anche le leggi da riscrivere, superando lo stallo imposto da “un labirinto di regole, spesso opache e contraddittorie” (definizione di Carlo Ratti), scritte a metà del Novecento (quando altri erano i bisogni urbanistici, altri gli interessi, la finanza, le imprese). La pubblica amministrazione da rendere efficiente ed efficace, lavorando per risultati e non per procedure. Gli squilibri da capire, affrontare, provare a risolvere. I servizi pubblici e i beni comuni da garantire. Essere civitas.
Compiti da “classe dirigente”, appunto. E da coscienza civile avvertita e capace di discutere seriamente sul futuro.
Milano, infatti, lo merita. Senza farsi abbagliare dalle “mille luci”, dall’avidità delle rendite e dall’effimero degli eventi, ma nemmeno dal giustizialismo populista e dalle tentazioni della “decrescita”, comunque infelice.
Il giro degli scaffali della biblioteca racconta proprio questo: l’anima robusta e sensibile d’una grande città, che chiede di continuare a crescere, produttiva e inclusiva, innovativa e solidale, com’è sempre stata.






“Non esiste avere troppi libri, esiste solo non avere abbastanza scaffali”, dice la didascalia della bella foto d’una colonna di volumi, ricorrente su Fb (sarà merito d’un algoritmo amante della letteratura e dei lettori). E in questI giorni così densi di incertezze, sulle caratteristiche e sul futuro di Milano, nel cuore di una nuova tempesta giudiziaria e mediatica, politica e amministrativa, vale proprio la pena uscire per un momento dai percorsi delle cronache, ricorrere piuttosto ai libri e cercare, tra le loro pagine sapide e argute, utili stimoli di riflessione critica, seguendo le suggestioni di Alberto Manguel (“Vivere con i libri”, Einaudi) nel viaggio all’interno della sua biblioteca.
Prendiamo “Le città invisibili” di Italo Calvino, innanzitutto. E andiamo alla pagina conclusiva del dialogo tra il potente Kublai Khan e il saggio Marco Polo, su come affrontare “l’inferno dei viventi” e cioè “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”. Sostiene Calvino, dando la parola a Marco Polo: “Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio”.
Un’indicazione di metodo, dunque. Con una solida connotazione etica: nessuna rassegnazione al degrado nella zona grigia dell’indifferenza, ma semmai un impegno a capire e scegliere come agire. Affrontare dunque la crisi (nella radice della parola, dal verbo greco krino e cioè distinguere, separare, giudicare, c’è il suo profondo significato) valutandone fratture e vie d’uscita, pericoli e opportunità. Farsi carico di un “rischio” (è la parola che usa Calvino) nel dare spazio e tempo a ciò che “non è inferno”. Affrontare una sfida che oggi, a Milano, è politica e culturale, di progetto di città come comunità in movimento lungo i controversi e conflittuali percorsi della modernità. E dunque costruire un migliore futuro, meno squilibrato, più socialmente accettabile.
Milano è città riformista, nel profondo della sua cultura politica (lo testimoniano le esperienze politicamente trasversali dei suoi sindaci, dal socialista Antonio Greppi nella ricostruzione dell’immediato dopoguerra a Carlo Tognoli nei dinamici Anni Ottanta, dai primi cittadini di centro destra Luigi Albertini e Letizia Moratti a quelli di centro sinistra Giuliano Pisapia e adesso Beppe Sala). Dinamica. Produttiva. Ma anche sensibile alle dimensioni sociali. E inclusiva. Animata dall’ansia del “fare”. E contemporaneamente dal senso di responsabilità del “fare bene”. E dal solidarismo del “fare del bene”. Spirito civile da cittadini e certo non da frettolosi city users incuranti del buon destino della comunità. Dimensioni economiche ed etiche che riguardano anche le sue imprese, nella storia e nell’attualità.
Sugli scaffali della biblioteca di casa, è facile ritrovare le pagine medioevali di Bonvesin della Riva (“Le meraviglie di Milano”, tutt’altro che limitate alle architetture) e quelle del vescovo Ariberto d’Intimiano (“Chi sa lavorare venga a Milano. E chi viene a Milano è un uomo libero”, il lavoro come identità e cittadinanza, la città aperta, il senso del cambiamento e del progresso, avvenuto nel cuore dei tempi del potere feudale e delle corporazioni). La riproduzione dei disegni tecnici di Leonardo da Vinci per le “macchine” e gli ingranaggi d’una città ingegnosa e operosa (gli originali stanno nelle tavole del “Codice Atlantico” all’Ambrosiana). La lucidità civile de “Il Caffè” dei Verri e degli altri illuministi milanesi, attenti al “buon governo” e alla relazione tra diritti e doveri, leggi e giustizia, con le indicazioni di Cesare Beccaria. E ancora l’intelligenza economica di Carlo Cattaneo. La letteratura connotata da un forte senso morale di Alessandro Manzoni. E quell’idea diffusa di progresso e di civiltà, di convivenza sociale e di sviluppo, di dolore del vivere e di speranze da coltivare, di spirito di comunità e passione per la competitività (le due parole hanno un cum d’origine che le tiene insieme, in modo originale): tutte dimensioni che nel tempo segnano le opere di Testori e Gadda, Vittorini e Buzzati, Bianciardi e, perché no? Scerbanenco. Le luci e le ombre, la società civile e le marginalità sociali, sino agli spazi occupati dalla criminalità (per averne idea, basta leggere “Elementi di urbanistica noir” di Gianni Biondillo, architetto e scrittore, edito da EuroMilano).
Gli scaffali, insomma, sono particolarmente carichi di intelligenza e sapienza, per non dire dei romanzi e dei saggi di più stretta attualità. Perché “hai voglia a dire Milano, Milano. Hai voglia a scrivere Milano, Milano…”, per usare i giochi verbali di Aldo Nove sulla difficile e controversa rappresentazione della città, come fosse un iceberg, in “Milano non è Milano” (Laterza).
Cosa emerge, da questo viaggio intellettuale e, in fin dei conti, anche sentimentale (le città hanno un’anima, esercitano un fascino su chi le vive o anche solo le frequenta e le osserva, sono in grado di fare innamorare) lungo le pareti d’una casa piena di libri? L’idea forte d’una Milano molteplice, plurale, anche contraddittoria (infatti “contiene moltitudini”, per prendere in prestito le sapienti parole di Walt Whitman, amato da Vittorini) e comunque attenta alla dimensione di una “città che sale” (utile, riguardare la pittura di Boccioni). La consapevolezza della storia come percorso tutt’altro che lineare, ma semmai accidentato. Di un “corso delle cose sinuoso”, alla Merleau-Ponty. E di una volontà forte, in ogni caso, di uscire dalle crisi che nella storia sono ricorrenti. Riconoscere dunque le caratteristiche dell’inferno e averne ragione. Ben sapendo che, uscendone, non c’è il paradiso. Ma la possibilità di una Milano migliore, finché una nuova stagione di cambiamenti non imponga di definire e costruire altri assetti e inediti equilibri.
Ci sono altre pagine, con cui fare i conti. Sono quelle di Stendhal, tanto appassionatamente legato a Milano da volere che nel suo epitaffio, al cimitero di Montmartre, ci fosse scritto “milanese”. E affascinato dalla convivenza, in città, di teatro e moda, commercio e belle architetture, ricchezze eleganti e vivacità popolare (“questo popolo nato per il bello…”), intraprendenza e desiderio di “costruire una casa o se non altro rinnovare la facciata di quella ereditata dal padre”.
Di questa tendenza, che lega successo economico a decoro urbano, ricchezza ad architettura, si ritrovano testimonianze esemplari nelle immagini di Nicolò Biddau ne “I cortili di Milano”, Photo Publisher (“Le corti di Milano sono scenografie silenziose di un teatro antico, dove ogni pietra e ogni dettaglio raccontano una storia nascosta”) e in “Case milanesi” di Orsina Simona Pierini e Alessandro Isastia, Hoepli. La bellezza e il dinamismo del costruire.
Stendhal, insomma, vedeva bene le caratteristiche della sua contemporaneità e coltivava uno sguardo capace di legare l’attualità alle tendenze future. Le sue osservazioni si ritrovano, adesso, nelle considerazioni di Carlo Ratti, architetto, una vita universitaria e scientifica tra Torino e il Mit di Boston, la cura della 19° Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia e un assiduo impegno professionale sui temi della Smart City (con il suo studio CRA – Carlo Ratti e Associati lavora al masterplan dell’area milanese di Porta Romana). “Milano – sostiene su La Stampa (18 luglio) – non ha mai avuto un’anima contemplativa. E’ sempre stata mercantile, pragmatica, abituata a coniugare affari e cultura. Come raccontava, appunto, anche Stendhal. È una città di successo. La porta d’ingresso dell’Italia verso l’economia globale. Ciò che la mia collega Saskia Sassen chiama una global city. E questa condizione non è certo qualcosa di cui scusarsi. Il punto, adesso, non è eliminare lo spettacolo della modernità, ma assicurarsi che esista ancora il backstage: per studenti, migranti, innovatori, per chi prova e sbaglia”.
Milano, insomma, con i grattacieli, la finanza, la moda, gli eventi glamour, fa i conti con le tendenze internazionali. Da vivere. E però pure da governare. Insiste Ratti: “Il tema è il successo: quando una città funziona, attira persone e capitali, i prezzi salgono e l’inclusione rischia di diventare esclusione. Credo che nei prossimi anni vedremo correttivi: più edilizia accessibile, più strumenti per contenere la gentrificazione”.
Sono stati “anni di corsa”. La città è stata “un laboratorio”. E adesso, sostiene ancora Ratti (Il Giorno, 20 luglio), “bisogna evitare che si creino bolle speculative. Usando strumenti efficaci per garantire l’equilibrio della civitas, della comunità cittadina. Incentivi per costruire di più se si destinano quote di alloggi a prezzi convenzionati. Un modo per bilanciare crescita e inclusività”.
È vero, infatti, che Milano è tra le prime dieci città del mondo “in cui vogliono vivere i grandi ricchi”, dopo Singapore, Londra, Hong Kong, Monaco, Zurigo, Parigi e prima di Francoforte e Barcellona (secondo il Global Report Julius Baer, Il Sole24ore, 15 luglio): un primato a molte facce. Ma è altrettanto vero che Milano, diventando città esclusiva per ricchi del mondo, perderebbe la sua anima, metterebbe ai margini ceti medi, giovani, nuovi imprenditori ancora non arrivati al successo economico, intellettuali, creativi, persone comuni, gente seria e laboriosa. Avrebbe ristoranti e negozi di lusso. Ma non libri. Né cultura critica. Né dunque coscienza civile.
Sugli scaffali, andiamo allora a cercare altri libri per capire e ragionare: “Milanesi si diventa”, di Carlo Castellaneta (Mondadori, 1991), un romanzo sulle capacità di accoglienza di una città severa e comunque inclusiva, generosa di opportunità. E “Sulla formazione della classe dirigente – L’ultimo progetto di Raffaele Mattioli”, a cura di Francesca Pino (Aragno, 2023), una raccolta di saggi sul ruolo di un grande banchiere e mecenate, guida della Banca Commerciale Italiana dai primi anni Trenta agli anni Sessanta del Novecento, uno dei protagonisti della ricostruzione e poi del boom economico italiano, come racconta anche Elena Grazioli in “Raffaele Mattioli oltre la banca. Ritratto pubblico e privato di un grande intellettuale”, Luni Editrice. Era abruzzese d’origine, Mattioli. E profondamente milanese nello stile economico e nella cultura umanistica e finanziaria. In sintesi: una finanza per l’impresa e soprattutto l’industria, non per gli speculatori e per chi vuole “fare soldi per mezzo dei soldi”.
Cosa ci dicono questi libri (e i tanti altri che potremmo consultare e citare)? Che Milano, nel suo dinamismo e nell’ansia di fare e di reggere il passo con il cambiamento e l’innovazione, se non talvolta addirittura di anticiparne tempi e modi, soffre l’imbrigliamento di regole formali e burocrazie. Città intraprendente, invece che attardarsi sulle procedure, punta ai risultati.
Oggi, senza naturalmente entrare nel merito delle indagini giudiziarie in corso (notando comunque che non sembra si sia di fronte a una “nuova Tangentopoli”: lo sostengono Michele Serra su la Repubblica e Goffredo Buccini sul Corriere della Sera, 20 luglio), vale la pena affrontare la crisi senza limitarsi alle cronache e alle schermaglie della propaganda politica. E andare invece, nel necessario dibattito pubblico, al nodo dei problemi.
L’orgoglio di Milano produttiva da giocare in positivo. Le ferite sociali della metropoli da ricucire. La crescita da governare. Ma anche le leggi da riscrivere, superando lo stallo imposto da “un labirinto di regole, spesso opache e contraddittorie” (definizione di Carlo Ratti), scritte a metà del Novecento (quando altri erano i bisogni urbanistici, altri gli interessi, la finanza, le imprese). La pubblica amministrazione da rendere efficiente ed efficace, lavorando per risultati e non per procedure. Gli squilibri da capire, affrontare, provare a risolvere. I servizi pubblici e i beni comuni da garantire. Essere civitas.
Compiti da “classe dirigente”, appunto. E da coscienza civile avvertita e capace di discutere seriamente sul futuro.
Milano, infatti, lo merita. Senza farsi abbagliare dalle “mille luci”, dall’avidità delle rendite e dall’effimero degli eventi, ma nemmeno dal giustizialismo populista e dalle tentazioni della “decrescita”, comunque infelice.
Il giro degli scaffali della biblioteca racconta proprio questo: l’anima robusta e sensibile d’una grande città, che chiede di continuare a crescere, produttiva e inclusiva, innovativa e solidale, com’è sempre stata.
Milano, quale occupazione?
Una ricerca condotta sul mercato del lavoro del capoluogo lombardo, fotografa la situazione e i passi ancora da compiere
Milano come esempio di mercato del lavoro da studiare e comprendere. Un caso emblematico, tra progresso e innovazione ma anche a confronto con i problemi comuni ad altre aree geografiche ed economiche del Paese. Milano come caso studio, dunque, al centro dell’ampia ricerca – “Dinamiche del mercato del lavoro a Milano” – curata da Silvia Salini che ha preso spunto dalla giornata di studi “Milano Occupazione 2024 (MiO2024)” realizzata nel maggio 2024.
“Dinamiche del mercato del lavoro a Milano” è frutto della collaborazione tra il centro di ricerca Milan Economic Impact Evaluation Center (MEIEC) e l’Università degli Studi di Milano, e si inserisce tra le attività promosse dal Tavolo Territoriale della Lombardia realizzato tra Istat, Regioni e Province autonome, Anci e Upi. Ampio gruppo di lavoro, quindi, per mettere sotto la lente d’ingrandimento la situazione e l’evoluzione del mercato del lavoro del capoluogo lombardo per individuarne peculiarità e linee di evoluzione.
L’indagine esamina la domanda congiunturale locale di lavoro, le situazioni particolari dei giovani e delle donne, l’importanza dei collegamenti efficaci tra mercato reale del lavoro e amministrazioni unita a quella di avere informazioni accurate, il passaggio – cruciale – dal concetto di “un lavoro a vita” a quello di “una vita di lavori”.
Scrivono nelle conclusioni gli autori della ricerca come anche il mercato del lavoro di Milano debba ancora compiere un’evoluzione importante. Anche se, ad esempio, i contratti a tempo indeterminato paiono in aumento, molti sono gli interrogativi: “Sebbene i dati mostrino un rafforzamento di questa componente, resta da chiarire se tale crescita rappresenti un cambiamento strutturale del mercato del lavoro o se sia da interpretare come un fenomeno transitorio. In particolare, la breve durata media dei contratti e l’elevato turnover suggeriscono che il mercato non ha ancora raggiunto una piena maturità in termini di stabilità occupazionale”. E poi ancora: “Nel complesso, il mercato del lavoro milanese si presenta come un sistema in transizione, che cerca di consolidare i progressi recenti, ma che continua a confrontarsi con sfide strutturali significative”.
Dinamiche del mercato del lavoro a Milano
Silvia Salini (a cura di)
Milano University Press, 2025
Una ricerca condotta sul mercato del lavoro del capoluogo lombardo, fotografa la situazione e i passi ancora da compiere
Milano come esempio di mercato del lavoro da studiare e comprendere. Un caso emblematico, tra progresso e innovazione ma anche a confronto con i problemi comuni ad altre aree geografiche ed economiche del Paese. Milano come caso studio, dunque, al centro dell’ampia ricerca – “Dinamiche del mercato del lavoro a Milano” – curata da Silvia Salini che ha preso spunto dalla giornata di studi “Milano Occupazione 2024 (MiO2024)” realizzata nel maggio 2024.
“Dinamiche del mercato del lavoro a Milano” è frutto della collaborazione tra il centro di ricerca Milan Economic Impact Evaluation Center (MEIEC) e l’Università degli Studi di Milano, e si inserisce tra le attività promosse dal Tavolo Territoriale della Lombardia realizzato tra Istat, Regioni e Province autonome, Anci e Upi. Ampio gruppo di lavoro, quindi, per mettere sotto la lente d’ingrandimento la situazione e l’evoluzione del mercato del lavoro del capoluogo lombardo per individuarne peculiarità e linee di evoluzione.
L’indagine esamina la domanda congiunturale locale di lavoro, le situazioni particolari dei giovani e delle donne, l’importanza dei collegamenti efficaci tra mercato reale del lavoro e amministrazioni unita a quella di avere informazioni accurate, il passaggio – cruciale – dal concetto di “un lavoro a vita” a quello di “una vita di lavori”.
Scrivono nelle conclusioni gli autori della ricerca come anche il mercato del lavoro di Milano debba ancora compiere un’evoluzione importante. Anche se, ad esempio, i contratti a tempo indeterminato paiono in aumento, molti sono gli interrogativi: “Sebbene i dati mostrino un rafforzamento di questa componente, resta da chiarire se tale crescita rappresenti un cambiamento strutturale del mercato del lavoro o se sia da interpretare come un fenomeno transitorio. In particolare, la breve durata media dei contratti e l’elevato turnover suggeriscono che il mercato non ha ancora raggiunto una piena maturità in termini di stabilità occupazionale”. E poi ancora: “Nel complesso, il mercato del lavoro milanese si presenta come un sistema in transizione, che cerca di consolidare i progressi recenti, ma che continua a confrontarsi con sfide strutturali significative”.
Dinamiche del mercato del lavoro a Milano
Silvia Salini (a cura di)
Milano University Press, 2025
L’IA e il suo “governo”
L’analisi delle politiche dedicate all’Intelligenza Artificiale
Intelligenza Artificiale da governare su più livelli. Questione importante al pari dell’equilibrio tra potenzialità dell’IA e suoi rischi. Tema – quello dell’IA – che sta tra la cultura del produrre, la consapevolezza e le regole che le organizzazioni si devono dare. E che è anche fenomeno tecnologico che si rinnova e trasforma rapidamente e dagli impatti sociali radicali e dirompenti ai quali è possibile rispondere con strumenti diversi. Ernesto d’Albergo e Giorgio Giovanelli, con il loro “Politiche dell’intelligenza artificiale. Arene, strategie, poteri”, cercano di rispondere proprio alla domanda su quali possano essere le convergenze oppure le differenziazioni guardando al tema dell’IA dal punto di vista degli strumenti messi in campo per governarla. Il libro ricostruisce così le influenze reciproche fra fattori economici, culturali e istituzionali e il ruolo svolto dalla varietà di forze sociali, attori e sistemi politici nel complesso campo delle “politiche dell’intelligenza artificiale”.
Per rispondere alla domanda di fondo – “chi fra governi, imprese, esperti, società civile e cittadini, in che misura e come esercita potere nelle politiche dell’IA?” – l’impresa letteraria di d’Albergo e Giovanelli presenta i risultati di un’analisi delle strategie politiche orientate verso varie priorità: favorire lo sviluppo dell’innovazione tecnologica, regolare il trade-off tra potenzialità e rischi dei modelli e dei sistemi di IA o adottarli per finalità pubbliche. Nei capitoli sono quindi ricostruiti la varietà degli attori coinvolti e dei loro obiettivi, le poste in gioco, le decisioni e i principali strumenti di intervento politico che stanno orientando lo sviluppo e l’adozione dell’IA, anteponendo la priorità della tutela dei diritti umani e sociali o la deregolamentazione del suo uso, oppure cercando di conciliarli.
Si legge in uno dei passaggi introduttivo del libro che fornisce la sintesi del pensiero dei due autori, come “politica delle politiche dell’IA condivida modalità di azione, orientamenti strategici alternativi, conflittualità e stili di gestione dei conflitti con altre arene come, in epoca recente, quelle delle politiche per lo sviluppo sostenibile e del contrasto ai cambiamenti climatici”.
Politiche dell’intelligenza artificiale. Arene, strategie, poteri
Ernesto d’Albergo, Giorgio Giovanelli
Franco Angeli open access, 2025






L’analisi delle politiche dedicate all’Intelligenza Artificiale
Intelligenza Artificiale da governare su più livelli. Questione importante al pari dell’equilibrio tra potenzialità dell’IA e suoi rischi. Tema – quello dell’IA – che sta tra la cultura del produrre, la consapevolezza e le regole che le organizzazioni si devono dare. E che è anche fenomeno tecnologico che si rinnova e trasforma rapidamente e dagli impatti sociali radicali e dirompenti ai quali è possibile rispondere con strumenti diversi. Ernesto d’Albergo e Giorgio Giovanelli, con il loro “Politiche dell’intelligenza artificiale. Arene, strategie, poteri”, cercano di rispondere proprio alla domanda su quali possano essere le convergenze oppure le differenziazioni guardando al tema dell’IA dal punto di vista degli strumenti messi in campo per governarla. Il libro ricostruisce così le influenze reciproche fra fattori economici, culturali e istituzionali e il ruolo svolto dalla varietà di forze sociali, attori e sistemi politici nel complesso campo delle “politiche dell’intelligenza artificiale”.
Per rispondere alla domanda di fondo – “chi fra governi, imprese, esperti, società civile e cittadini, in che misura e come esercita potere nelle politiche dell’IA?” – l’impresa letteraria di d’Albergo e Giovanelli presenta i risultati di un’analisi delle strategie politiche orientate verso varie priorità: favorire lo sviluppo dell’innovazione tecnologica, regolare il trade-off tra potenzialità e rischi dei modelli e dei sistemi di IA o adottarli per finalità pubbliche. Nei capitoli sono quindi ricostruiti la varietà degli attori coinvolti e dei loro obiettivi, le poste in gioco, le decisioni e i principali strumenti di intervento politico che stanno orientando lo sviluppo e l’adozione dell’IA, anteponendo la priorità della tutela dei diritti umani e sociali o la deregolamentazione del suo uso, oppure cercando di conciliarli.
Si legge in uno dei passaggi introduttivo del libro che fornisce la sintesi del pensiero dei due autori, come “politica delle politiche dell’IA condivida modalità di azione, orientamenti strategici alternativi, conflittualità e stili di gestione dei conflitti con altre arene come, in epoca recente, quelle delle politiche per lo sviluppo sostenibile e del contrasto ai cambiamenti climatici”.
Politiche dell’intelligenza artificiale. Arene, strategie, poteri
Ernesto d’Albergo, Giorgio Giovanelli
Franco Angeli open access, 2025
Un’impresa che lascia il segno
Un nuovo appuntamento con “Pirelli, la città, la visione”, un’occasione per esplorare il nostro Archivio Storico con i suoi oltre quattro chilometri di documenti
Ci sono imprese che incidono il proprio nome nello spazio, fino ad abitare anche i luoghi dell’immaginario. Fra queste c’è Pirelli, che nasce a Milano nel 1872 con la fabbrica di via Ponte Seveso (oggi via Fabio Filzi) e continua la propria espansione in direzione multinazionale, custodendo con la città un legame radicale che dà vita a una storia davvero unica.
Nel primo articolo di questo approfondimento “Pirelli, la città, la visione” abbiamo visto come il legame di Pirelli con la città di Milano abbia assunto presto un carattere identitario, con l’ingresso di “Milano” nel nome dell’azienda e dei suoi prodotti – dal primo marchio di fabbrica di Pirelli registrato nel 1888, alla prima unità posacavi italiana, chiamata appunto “Città di Milano”, ai primi modelli di “pneumatiche” per i velocipedi del 1894 “Tipo Milano”. E “Milano” stampata ricorre nella letteratura commerciale dell’azienda, nei cataloghi e nei listini prezzi di tutti gli articoli.
L’azienda cresce, si moltiplicano le fabbriche, i prodotti, le persone, e le relazioni con la comunità tutt’intorno, così “Pirelli” diventa presto un nome noto e prestigioso, fino ad assumere la dimensione dell’iconicità.
Partiamo da una stazione ferroviaria, un luogo fondamentale per la città e per l’industria del Novecento. È il 1914 quando viene inaugurata la stazione di Greco, all’epoca ubicata tra i comuni di Greco Milanese e Gorla Primo, poi diventata Gorlaprecotto, uniti al comune di Milano nel 1923. La stazione serviva con i suoi raccordi gli insediamenti industriali che crescevano in quella zona di Milano – Breda (poi Ansaldo), Manifattura Tabacchi, CIWL e Pirelli. “Un avvenimento rompe la semi-stasi della Bicocca. Entra, da Greco, un treno carico fino agli orli. Gomma grezza proveniente da Genova! (ed eventualmente carbone ed altre materie prime). Finalmente!” – si legge nella XXI scena di “Questa è la nostra città”, la sceneggiatura scritta da Alberto Moravia su commissione di Pirelli che nel 1947 intendeva realizzare un film per celebrare i 75 anni dell’azienda, e pubblicata quest’anno per la prima volta da Bompiani. Nel 1957 la stazione di Milano Greco viene ribattezzata Milano Greco Pirelli, in omaggio alle vicine fabbriche dell’azienda, che all’epoca occupavano gran parte del quartiere Bicocca.
Passiamo a un grattacielo, non il primo per la città di Milano, che già dagli anni Venti del secolo scorso stava incominciando a salire, con i primi edifici a essere chiamati “grattacieli”. Ma il 12 luglio 1956 viene posata ufficialmente la prima pietra del Grattacielo Pirelli, il nuovo centro direzionale del Gruppo che sorge al posto degli storici fabbricati della Brusada, la parte del primo stabilimento sopravvissuta ai bombardamenti del 1943. Progettato da Gio Ponti e Giuseppe Valtolina con il contributo di Pierluigi Nervi e Arturo Danusso, completato nel 1960 e celebrato dalla stampa internazionale come un’opera tecnicamente ed esteticamente eccezionale, il Grattacielo Pirelli è una torre in cemento armato di 127 metri e 31 piani, con una pianta larga al centro che si stringe gradatamente ai lati fin quasi a chiudersi nelle punte – la costruzione in cemento armato più alta d’Europa e la terza nel mondo, dalla straordinaria ed elegante razionalità. La sua facciata è una vetrata continua in alluminio e cristallo di 9.500 metri quadrati che di giorno riflette “i moti del cielo”, facendo stagliare il Pirellone nello skyline di Milano. Sarà di proprietà di Pirelli fino al 1978, quando verrà ceduto a Regione Lombardia, ma il suo nome resta fra i simboli e le icone della “città che sale”, conservando fino al 2010 il primato in altezza del capoluogo meneghino.
Il nome di Pirelli è legato anche a due impianti sportivi della città di Milano che hanno fatto la storia rispettivamente del calcio mondiale e del ciclismo. Appassionato di sport, Piero Pirelli, figlio maggiore del fondatore Giovanni Battista Pirelli, dopo aver contribuito nel 1899 alla fondazione del Milan Football Club (di cui è presidente tra il 1909 e il 1929), prende parte alla costruzione dello stadio di San Siro, nel 1926. La sua, è risaputo, è stata una vita tra impresa, impegno nel sociale e grande passione per lo sport.
Nel 1935 arriva il velodromo semicoperto Vigorelli, in sostituzione dell’ormai obsoleto velodromo di Corso Sempione, demolito nel 1928. Fortemente voluto da Pirelli e da Giuseppe Vigorelli, ex-pistard, industriale e commerciale per conto di Pirelli, il Vigorelli diventa sin da subito una sorta di tempio del ciclismo italiano e mondiale, che il 7 novembre 1942 è testimone del primato mondiale dell’ora di Fausto Coppi: 45,798 km. Negli anni d’oro della struttura, tra il 1949 e il 1957, sotto la supervisione del campione Alfredo Binda, si disputa nel velodromo anche il Gran Premio Pirelli, un torneo per giovani appassionati che si sfidavano in eliminatorie regionali fino alla gara finale di Milano, nel “tempio” del ciclismo.






Un nuovo appuntamento con “Pirelli, la città, la visione”, un’occasione per esplorare il nostro Archivio Storico con i suoi oltre quattro chilometri di documenti
Ci sono imprese che incidono il proprio nome nello spazio, fino ad abitare anche i luoghi dell’immaginario. Fra queste c’è Pirelli, che nasce a Milano nel 1872 con la fabbrica di via Ponte Seveso (oggi via Fabio Filzi) e continua la propria espansione in direzione multinazionale, custodendo con la città un legame radicale che dà vita a una storia davvero unica.
Nel primo articolo di questo approfondimento “Pirelli, la città, la visione” abbiamo visto come il legame di Pirelli con la città di Milano abbia assunto presto un carattere identitario, con l’ingresso di “Milano” nel nome dell’azienda e dei suoi prodotti – dal primo marchio di fabbrica di Pirelli registrato nel 1888, alla prima unità posacavi italiana, chiamata appunto “Città di Milano”, ai primi modelli di “pneumatiche” per i velocipedi del 1894 “Tipo Milano”. E “Milano” stampata ricorre nella letteratura commerciale dell’azienda, nei cataloghi e nei listini prezzi di tutti gli articoli.
L’azienda cresce, si moltiplicano le fabbriche, i prodotti, le persone, e le relazioni con la comunità tutt’intorno, così “Pirelli” diventa presto un nome noto e prestigioso, fino ad assumere la dimensione dell’iconicità.
Partiamo da una stazione ferroviaria, un luogo fondamentale per la città e per l’industria del Novecento. È il 1914 quando viene inaugurata la stazione di Greco, all’epoca ubicata tra i comuni di Greco Milanese e Gorla Primo, poi diventata Gorlaprecotto, uniti al comune di Milano nel 1923. La stazione serviva con i suoi raccordi gli insediamenti industriali che crescevano in quella zona di Milano – Breda (poi Ansaldo), Manifattura Tabacchi, CIWL e Pirelli. “Un avvenimento rompe la semi-stasi della Bicocca. Entra, da Greco, un treno carico fino agli orli. Gomma grezza proveniente da Genova! (ed eventualmente carbone ed altre materie prime). Finalmente!” – si legge nella XXI scena di “Questa è la nostra città”, la sceneggiatura scritta da Alberto Moravia su commissione di Pirelli che nel 1947 intendeva realizzare un film per celebrare i 75 anni dell’azienda, e pubblicata quest’anno per la prima volta da Bompiani. Nel 1957 la stazione di Milano Greco viene ribattezzata Milano Greco Pirelli, in omaggio alle vicine fabbriche dell’azienda, che all’epoca occupavano gran parte del quartiere Bicocca.
Passiamo a un grattacielo, non il primo per la città di Milano, che già dagli anni Venti del secolo scorso stava incominciando a salire, con i primi edifici a essere chiamati “grattacieli”. Ma il 12 luglio 1956 viene posata ufficialmente la prima pietra del Grattacielo Pirelli, il nuovo centro direzionale del Gruppo che sorge al posto degli storici fabbricati della Brusada, la parte del primo stabilimento sopravvissuta ai bombardamenti del 1943. Progettato da Gio Ponti e Giuseppe Valtolina con il contributo di Pierluigi Nervi e Arturo Danusso, completato nel 1960 e celebrato dalla stampa internazionale come un’opera tecnicamente ed esteticamente eccezionale, il Grattacielo Pirelli è una torre in cemento armato di 127 metri e 31 piani, con una pianta larga al centro che si stringe gradatamente ai lati fin quasi a chiudersi nelle punte – la costruzione in cemento armato più alta d’Europa e la terza nel mondo, dalla straordinaria ed elegante razionalità. La sua facciata è una vetrata continua in alluminio e cristallo di 9.500 metri quadrati che di giorno riflette “i moti del cielo”, facendo stagliare il Pirellone nello skyline di Milano. Sarà di proprietà di Pirelli fino al 1978, quando verrà ceduto a Regione Lombardia, ma il suo nome resta fra i simboli e le icone della “città che sale”, conservando fino al 2010 il primato in altezza del capoluogo meneghino.
Il nome di Pirelli è legato anche a due impianti sportivi della città di Milano che hanno fatto la storia rispettivamente del calcio mondiale e del ciclismo. Appassionato di sport, Piero Pirelli, figlio maggiore del fondatore Giovanni Battista Pirelli, dopo aver contribuito nel 1899 alla fondazione del Milan Football Club (di cui è presidente tra il 1909 e il 1929), prende parte alla costruzione dello stadio di San Siro, nel 1926. La sua, è risaputo, è stata una vita tra impresa, impegno nel sociale e grande passione per lo sport.
Nel 1935 arriva il velodromo semicoperto Vigorelli, in sostituzione dell’ormai obsoleto velodromo di Corso Sempione, demolito nel 1928. Fortemente voluto da Pirelli e da Giuseppe Vigorelli, ex-pistard, industriale e commerciale per conto di Pirelli, il Vigorelli diventa sin da subito una sorta di tempio del ciclismo italiano e mondiale, che il 7 novembre 1942 è testimone del primato mondiale dell’ora di Fausto Coppi: 45,798 km. Negli anni d’oro della struttura, tra il 1949 e il 1957, sotto la supervisione del campione Alfredo Binda, si disputa nel velodromo anche il Gran Premio Pirelli, un torneo per giovani appassionati che si sfidavano in eliminatorie regionali fino alla gara finale di Milano, nel “tempio” del ciclismo.
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Il tempo degli anziani serve a costruire memoria e pensiero critico, per preparare un migliore futuro
È un esile libro, 86 pagine appena, sapienti, scorrevoli. Il titolo è “I venti”. L’ha scritto Mario Vargas Llosa, poco prima di morire (nell’aprile di quest’anno). E l’ha appena pubblicato Einaudi. Si legge in un’ora. È il punto di vista d’un padre nobile della letteratura mondiale, un memoriale, una sorta di testamento. E merita attenzione d’intelligenza e di cuore.
Si racconta che a Madrid, implicitamente metafora d’altre città, chiudono i cinema, perché oramai non li frequenta più nessuno. Deserte, le biblioteche e le librerie. Tra non molto, chiuderanno anche i musei, per mancanza di pubblico. E alle manifestazioni di protesta contro questi atti di tramonto della conoscenza e dunque dello spirito civile di una comunità, non vanno che pochi anziani, malinconici, rattristati. E inascoltati.
Tutt’attorno, è il trionfo della tecnologia e delle immagini (s’invera, peggiorata, la distopia della “società dello spettacolo” profetizzata criticamente, a metà degli anni Sessanta del Novecento, da Guy Debord): riproduzioni digitali delle opere d’arte sui display di telefonini e computer invece dei quadri dal vivo; stolte passioni per una società “Paper free” senza né libri né giornali; romanzi scritti su ordinazione dall’Artificial Intelligence invece che le opere di Tolstoj, Cervantes e Virginia Woolf. Algoritmi, invece che creatività degli artisti.
E l’artista, allora? Il protagonista del libro si smarrisce dalle parti della Biblioteca Nacional di paseo de Recoletos, nel cuore della città, è fragile e confuso, non ricorda più neppure la strada di casa. E vaga, sommerso da ricordi e rimpianti. Un anziano alla deriva. “Triste, solitario y final”, titola acutamente “Robinson” de “la Repubblica”, citando Osvaldo Soriano, per dare forza alla recensione di Paolo Di Paolo sulle scarne, ironiche ed essenziali pagine del romanzo postumo di Vargas Llosa di cui abbiamo detto. Un’elegia conservatrice della buona cultura. Monito su quanto il suo degrado finisca per coinvolgere anche il complesso delle libertà sociali, economiche, politiche.
Muoiono, i vecchi maestri (gli ultimi, per le emozioni dolenti di chi scrive, sono stati pochi giorni fa Marco Onado e Goffredo Fofi). Lasciano patrimoni di pensieri e parole, nella speranza che tra noi che restiamo ci siano pur sempre persone animate da intelligenza e passioni per continuare a farli vivere e dar frutti di nuove conoscenze e intensi racconti.
Attraversiamo con ansia tempi difficili. In cui la realtà di guerre armate e conflitti commerciali (a dispetto di un ordine internazionale e di una serie di intese economiche che credevamo valori e pratiche stabilmente acquisite) scompaginano gli equilibri del mondo. E in cui aumentano i divari, geografici, sociali, razziali, culturali, di genere e generazione. Un mondo inquieto, dolente, rancoroso. Disorientato dalla crisi dei tradizionali principi d’autorità e autorevolezza. Invaso da tecnologie sofisticate. Ma sempre più incerto rispetto al pensiero critico di cui avremmo tutti uno straordinario bisogno, proprio per navigare con senso e consapevolezza nell’universo high tech.
Anche per questo, forse, ogni morte d’una persona anziana forte d’esperienza e capace di memoria ci colpisce tanto e incupisce i nostri giorni così controversi e precari.
È un pensiero in controtendenza, l’elogio dell’importanza degli anziani, in tempi di giovanilismo diffuso e di narcisismo che, in un’interpretazione involgarita del ritratto di Dorian Gray, prova a ingannare il trascorrere del tempo e dunque a evitare anche il carico delle relative responsabilità. Forse, è persino una cattiva abitudine che gli anziani coltivano per se stessi.
Eppure, ci deve pur essere uno squilibrio di fondo con cui provare a fare i conti se cronache giornalistiche, rapporti economici e indagini sociologiche ci parlano, contemporaneamente, di un’Italia che non è “un paese per giovani” e però, pure, non è “un paese per vecchi”.
Per quel che riguarda i giovani, un dato per tutti: negli ultimi dieci anni, 97 mila giovani laureati hanno lasciato il Paese, in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. E questo dato medio, nel corso del tempo, tende a peggiorare. Nel solo ‘23, erano 21mila, cioè il 21% in più dell’anno precedente (ne abbiamo parlato nel blog del 24 giugno ).
Ma l’Italia non è nemmeno un buon paese per vecchi: gli anziani sono tanti, è vero, ma spesso anche solitari, fragili, impauriti, via via estranei ai meccanismi frenetici della contemporaneità. L’Istat certifica che un quarto della popolazione italiana (siamo quasi 59 milioni, al 1° gennaio ‘25) ha più di 65 anni e in 4milioni 591mila persone superano gli 80 anni (50mila in più rispetto al ‘24). Le speranze di vita alla nascita hanno raggiunto gli 81,4 anni per gli uomini e gli 85,5 per le donne (quasi cinque mesi in più rispetto al ‘23). Le nascite, invece continuano a diminuire: 370 mila nuovi nati nel ‘24, con un tasso di fecondità sceso a 1,18 figli per donna, uno dei più bassi in Europa.
Si vive più a lungo, e meglio. Ma siamo un paese con l’ascensore sociale bloccato. E se è vero che “il 75% della ricchezza è in mano agli over 50” (La Stampa, 10 luglio, secondo i dati del Rapporto di Proof Society), è altrettanto vero che il crescente malfunzionamento delle strutture di welfare (come testimonia il dramma dell’allungamento delle liste d’attesa per la sanità) e i nuovi assetti familiari e sociali aggravano la marginalità degli anziani non benestanti e poco autosufficienti.
Ecco il punto. C’è un’Italia da capire più a fondo e a cui dare prospettive meno squilibrate e speranze più solide. Slogan a parte, è necessario guardare meglio all’interno del corpo del Paese, imparare a leggere fuori dagli stereotipi le condizioni di periferie metropolitane, borghi montani, campagne in via d’abbandono. E curarsi molto di più delle questioni dei “beni comuni” e dei valori generali delle comunità. Costruire, insomma, percorsi di buona politica ed efficace pubblica amministrazione.
“I vecchi e i giovani”, prendendo in prestito il titolo d’un grande romanzo di Luigi Pirandello, non può essere tema da giocare su contrasti e contrapposizioni. Semmai, va pensato in nuove e originali sintesi. Tra presenze sociali e generazionali diverse. Nell’incrocio fertile tra memoria e futuro, consapevolezza storica e spazio aperto per l’innovazione. Le vicende stesse della società italiana, di queste sintesi, offrono testimonianze esemplari.
Come le pagine di Italo Calvino, ne “Le città invisibili”: “Una città può passare attraverso catastrofi e medioevi, vedere stirpi diverse succedersi nelle sue case, vederle cambiare pietra su pietra, ma deve, al momento giusto, sotto forme diverse, ritrovare i suoi dèi”.
Rimemorare, dunque, è la responsabilità degli anziani. E, senza cedere al narcisismo giovanilista e all’ossessione del potere, essere utili nel suggerire percorsi, nell’alimentare dubbi e domande, nel fornire materiali di pensiero critico.
Il nostro tempo di vita va naturalmente verso la scadenza. E vale la pena fare tesoro della lezione di Enzo Bianchi: aggiungere “vita ai giorni”, non potendo aggiungere “giorni alla vita”.
Saper essere maestri, insomma. Con la m minuscola. Raccontare. Insegnare. Mostrare. Far leggere e rileggere.
Torniamo, così, là dove siamo partiti. Ai “venti” di Vargas Llosa. Alla letteratura. Alle parole che a noi anziani tocca scrivere e ripetere.
Rileggendo, per esempio, José Saramago, che introduce le poesie di Fernando Pessoa: “Era un uomo che conosceva le lingue e scriveva versi. Si guadagnò il pane e il vino mettendo le parole nel posto delle parole, scrisse versi come i versi si devono scrivere come se fosse la prima volta. Iniziò chiamandosi Fernando, pessoa, persona come tutti”.
(foto Getty Images)






È un esile libro, 86 pagine appena, sapienti, scorrevoli. Il titolo è “I venti”. L’ha scritto Mario Vargas Llosa, poco prima di morire (nell’aprile di quest’anno). E l’ha appena pubblicato Einaudi. Si legge in un’ora. È il punto di vista d’un padre nobile della letteratura mondiale, un memoriale, una sorta di testamento. E merita attenzione d’intelligenza e di cuore.
Si racconta che a Madrid, implicitamente metafora d’altre città, chiudono i cinema, perché oramai non li frequenta più nessuno. Deserte, le biblioteche e le librerie. Tra non molto, chiuderanno anche i musei, per mancanza di pubblico. E alle manifestazioni di protesta contro questi atti di tramonto della conoscenza e dunque dello spirito civile di una comunità, non vanno che pochi anziani, malinconici, rattristati. E inascoltati.
Tutt’attorno, è il trionfo della tecnologia e delle immagini (s’invera, peggiorata, la distopia della “società dello spettacolo” profetizzata criticamente, a metà degli anni Sessanta del Novecento, da Guy Debord): riproduzioni digitali delle opere d’arte sui display di telefonini e computer invece dei quadri dal vivo; stolte passioni per una società “Paper free” senza né libri né giornali; romanzi scritti su ordinazione dall’Artificial Intelligence invece che le opere di Tolstoj, Cervantes e Virginia Woolf. Algoritmi, invece che creatività degli artisti.
E l’artista, allora? Il protagonista del libro si smarrisce dalle parti della Biblioteca Nacional di paseo de Recoletos, nel cuore della città, è fragile e confuso, non ricorda più neppure la strada di casa. E vaga, sommerso da ricordi e rimpianti. Un anziano alla deriva. “Triste, solitario y final”, titola acutamente “Robinson” de “la Repubblica”, citando Osvaldo Soriano, per dare forza alla recensione di Paolo Di Paolo sulle scarne, ironiche ed essenziali pagine del romanzo postumo di Vargas Llosa di cui abbiamo detto. Un’elegia conservatrice della buona cultura. Monito su quanto il suo degrado finisca per coinvolgere anche il complesso delle libertà sociali, economiche, politiche.
Muoiono, i vecchi maestri (gli ultimi, per le emozioni dolenti di chi scrive, sono stati pochi giorni fa Marco Onado e Goffredo Fofi). Lasciano patrimoni di pensieri e parole, nella speranza che tra noi che restiamo ci siano pur sempre persone animate da intelligenza e passioni per continuare a farli vivere e dar frutti di nuove conoscenze e intensi racconti.
Attraversiamo con ansia tempi difficili. In cui la realtà di guerre armate e conflitti commerciali (a dispetto di un ordine internazionale e di una serie di intese economiche che credevamo valori e pratiche stabilmente acquisite) scompaginano gli equilibri del mondo. E in cui aumentano i divari, geografici, sociali, razziali, culturali, di genere e generazione. Un mondo inquieto, dolente, rancoroso. Disorientato dalla crisi dei tradizionali principi d’autorità e autorevolezza. Invaso da tecnologie sofisticate. Ma sempre più incerto rispetto al pensiero critico di cui avremmo tutti uno straordinario bisogno, proprio per navigare con senso e consapevolezza nell’universo high tech.
Anche per questo, forse, ogni morte d’una persona anziana forte d’esperienza e capace di memoria ci colpisce tanto e incupisce i nostri giorni così controversi e precari.
È un pensiero in controtendenza, l’elogio dell’importanza degli anziani, in tempi di giovanilismo diffuso e di narcisismo che, in un’interpretazione involgarita del ritratto di Dorian Gray, prova a ingannare il trascorrere del tempo e dunque a evitare anche il carico delle relative responsabilità. Forse, è persino una cattiva abitudine che gli anziani coltivano per se stessi.
Eppure, ci deve pur essere uno squilibrio di fondo con cui provare a fare i conti se cronache giornalistiche, rapporti economici e indagini sociologiche ci parlano, contemporaneamente, di un’Italia che non è “un paese per giovani” e però, pure, non è “un paese per vecchi”.
Per quel che riguarda i giovani, un dato per tutti: negli ultimi dieci anni, 97 mila giovani laureati hanno lasciato il Paese, in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. E questo dato medio, nel corso del tempo, tende a peggiorare. Nel solo ‘23, erano 21mila, cioè il 21% in più dell’anno precedente (ne abbiamo parlato nel blog del 24 giugno ).
Ma l’Italia non è nemmeno un buon paese per vecchi: gli anziani sono tanti, è vero, ma spesso anche solitari, fragili, impauriti, via via estranei ai meccanismi frenetici della contemporaneità. L’Istat certifica che un quarto della popolazione italiana (siamo quasi 59 milioni, al 1° gennaio ‘25) ha più di 65 anni e in 4milioni 591mila persone superano gli 80 anni (50mila in più rispetto al ‘24). Le speranze di vita alla nascita hanno raggiunto gli 81,4 anni per gli uomini e gli 85,5 per le donne (quasi cinque mesi in più rispetto al ‘23). Le nascite, invece continuano a diminuire: 370 mila nuovi nati nel ‘24, con un tasso di fecondità sceso a 1,18 figli per donna, uno dei più bassi in Europa.
Si vive più a lungo, e meglio. Ma siamo un paese con l’ascensore sociale bloccato. E se è vero che “il 75% della ricchezza è in mano agli over 50” (La Stampa, 10 luglio, secondo i dati del Rapporto di Proof Society), è altrettanto vero che il crescente malfunzionamento delle strutture di welfare (come testimonia il dramma dell’allungamento delle liste d’attesa per la sanità) e i nuovi assetti familiari e sociali aggravano la marginalità degli anziani non benestanti e poco autosufficienti.
Ecco il punto. C’è un’Italia da capire più a fondo e a cui dare prospettive meno squilibrate e speranze più solide. Slogan a parte, è necessario guardare meglio all’interno del corpo del Paese, imparare a leggere fuori dagli stereotipi le condizioni di periferie metropolitane, borghi montani, campagne in via d’abbandono. E curarsi molto di più delle questioni dei “beni comuni” e dei valori generali delle comunità. Costruire, insomma, percorsi di buona politica ed efficace pubblica amministrazione.
“I vecchi e i giovani”, prendendo in prestito il titolo d’un grande romanzo di Luigi Pirandello, non può essere tema da giocare su contrasti e contrapposizioni. Semmai, va pensato in nuove e originali sintesi. Tra presenze sociali e generazionali diverse. Nell’incrocio fertile tra memoria e futuro, consapevolezza storica e spazio aperto per l’innovazione. Le vicende stesse della società italiana, di queste sintesi, offrono testimonianze esemplari.
Come le pagine di Italo Calvino, ne “Le città invisibili”: “Una città può passare attraverso catastrofi e medioevi, vedere stirpi diverse succedersi nelle sue case, vederle cambiare pietra su pietra, ma deve, al momento giusto, sotto forme diverse, ritrovare i suoi dèi”.
Rimemorare, dunque, è la responsabilità degli anziani. E, senza cedere al narcisismo giovanilista e all’ossessione del potere, essere utili nel suggerire percorsi, nell’alimentare dubbi e domande, nel fornire materiali di pensiero critico.
Il nostro tempo di vita va naturalmente verso la scadenza. E vale la pena fare tesoro della lezione di Enzo Bianchi: aggiungere “vita ai giorni”, non potendo aggiungere “giorni alla vita”.
Saper essere maestri, insomma. Con la m minuscola. Raccontare. Insegnare. Mostrare. Far leggere e rileggere.
Torniamo, così, là dove siamo partiti. Ai “venti” di Vargas Llosa. Alla letteratura. Alle parole che a noi anziani tocca scrivere e ripetere.
Rileggendo, per esempio, José Saramago, che introduce le poesie di Fernando Pessoa: “Era un uomo che conosceva le lingue e scriveva versi. Si guadagnò il pane e il vino mettendo le parole nel posto delle parole, scrisse versi come i versi si devono scrivere come se fosse la prima volta. Iniziò chiamandosi Fernando, pessoa, persona come tutti”.
(foto Getty Images)