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Per non essere “macchine celibi”

Le relazioni tra tecnologie digitali, sviluppo e umanità

Il modello di sviluppo che ha dominato il passaggio di secolo è ormai tramontato. Come tenere insieme, allora, una società sempre più grande e frammentata, che si sbarazza dell’ordine morale tradizionale in nome della libertà personale? Si tratta di una domanda molto importante, alla quale bene o male tutti sono chiamati a rispondere con una intensità che cresce sulla base delle singole responsabilità all’interno dei sistemi sociali. A questa domanda cerca di rispondere – riuscendoci – “Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?” libro scritto a quattro mani da Chiara Giaccardi (sociologa e antropologa dei media) e Mauro Magatti (sociologo).

Come fare dunque? La soluzione parrebbe essere riposta nelle tecnologie digitali che si propongono come antidoto alle spinte disgregatrici della nostra epoca, ma che allo stesso tempo si dimostrano essere un potente catalizzatore di nuovi problemi. Il risultato, osservano i due,  è paradossale perché si ottengono con il digitale la massima efficienza e il massimo caos comunicativo. E mentre le macchine intelligenti diventano sempre più simili all’uomo, l’uomo rischia di regredire a “macchina celibe”, cioè ad un “Io” isolato, performante, capace di grandi prestazioni, ma privo di legami e incapace di riconoscere l’altro. Detto in altro modo, e con le parole di Giaccardi e Magatti, “per andare avanti è necessario pensare la digitalizzazione non per uniformare e controllare, bensì per nutrire l’intelligenza vitale di persone e gruppi. La tecnologia non può guidarci da sola: serve un pensiero nuovo, che superi i limiti della ragione moderna”. Già, un “pensiero nuovo” che riporti però ad alcuni principi fondamentali dell’essere e della convivenza umana, a partire dalla riscoperta di una “politica dello spirito” capace di restituire senso, legami e futuro alle nostre società. La via d’uscita sta così nel recuperare ciò che la modernità ha emarginato: il dialogo, il pensiero, lo spirito. Perché la felicità non è celibe (e nemmeno la libertà).

Chi legge viene quindi accompagnato lungo una strada con alcune  tappe e un arrivo: prima viene chiarita quella che è la “razionalizzazione digitale”, poi si passa ad approfondire i molti aspetti che questa razionalizzazione determina (dal narcisismo all’aggressività) per arrivare quindi a delineare la via d’uscita fatta di pensiero, complessità, pluralità e dialogo.

Chiara Giaccardi e Mauro Magatti sottolineano il nostro stare come davanti ad un bivio: sta a noi scegliere la direzione per evitare di finire come Luigi Pirandello ha indicato acutamente in una frase ricordata dagli stessi autori: “Si va diventando tutti come macchine, senza più bisogno d’anima”.

Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?

Chiara Giaccardi, Mauro Magatti

il Mulino, 2025

Per non essere “macchine celibi”
Per non essere “macchine celibi”

Le relazioni tra tecnologie digitali, sviluppo e umanità

Il modello di sviluppo che ha dominato il passaggio di secolo è ormai tramontato. Come tenere insieme, allora, una società sempre più grande e frammentata, che si sbarazza dell’ordine morale tradizionale in nome della libertà personale? Si tratta di una domanda molto importante, alla quale bene o male tutti sono chiamati a rispondere con una intensità che cresce sulla base delle singole responsabilità all’interno dei sistemi sociali. A questa domanda cerca di rispondere – riuscendoci – “Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?” libro scritto a quattro mani da Chiara Giaccardi (sociologa e antropologa dei media) e Mauro Magatti (sociologo).

Come fare dunque? La soluzione parrebbe essere riposta nelle tecnologie digitali che si propongono come antidoto alle spinte disgregatrici della nostra epoca, ma che allo stesso tempo si dimostrano essere un potente catalizzatore di nuovi problemi. Il risultato, osservano i due,  è paradossale perché si ottengono con il digitale la massima efficienza e il massimo caos comunicativo. E mentre le macchine intelligenti diventano sempre più simili all’uomo, l’uomo rischia di regredire a “macchina celibe”, cioè ad un “Io” isolato, performante, capace di grandi prestazioni, ma privo di legami e incapace di riconoscere l’altro. Detto in altro modo, e con le parole di Giaccardi e Magatti, “per andare avanti è necessario pensare la digitalizzazione non per uniformare e controllare, bensì per nutrire l’intelligenza vitale di persone e gruppi. La tecnologia non può guidarci da sola: serve un pensiero nuovo, che superi i limiti della ragione moderna”. Già, un “pensiero nuovo” che riporti però ad alcuni principi fondamentali dell’essere e della convivenza umana, a partire dalla riscoperta di una “politica dello spirito” capace di restituire senso, legami e futuro alle nostre società. La via d’uscita sta così nel recuperare ciò che la modernità ha emarginato: il dialogo, il pensiero, lo spirito. Perché la felicità non è celibe (e nemmeno la libertà).

Chi legge viene quindi accompagnato lungo una strada con alcune  tappe e un arrivo: prima viene chiarita quella che è la “razionalizzazione digitale”, poi si passa ad approfondire i molti aspetti che questa razionalizzazione determina (dal narcisismo all’aggressività) per arrivare quindi a delineare la via d’uscita fatta di pensiero, complessità, pluralità e dialogo.

Chiara Giaccardi e Mauro Magatti sottolineano il nostro stare come davanti ad un bivio: sta a noi scegliere la direzione per evitare di finire come Luigi Pirandello ha indicato acutamente in una frase ricordata dagli stessi autori: “Si va diventando tutti come macchine, senza più bisogno d’anima”.

Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?

Chiara Giaccardi, Mauro Magatti

il Mulino, 2025

Cultura della fabbrica e cultura dell’educazione

L’esperienza delle scuole montessoriane alla Falck

 

Attenzione dell’impresa verso le persone. Welfare d’impresa, si dice oggi. Comunque cura del benessere di chi, in fabbrica e negli uffici, lavora. Condizione non certo comune a tutte le realtà, ma sufficientemente diffusa per trovarne traccia in una serie di esempi di non poco conto.  Casi che devono essere ricordati come quello delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni che tra il 1952 e il 1993 promossero l’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole destinate ai figli dei propri dipendenti.

Di quest’esperienza scrive Irene Pozzi (dell’Università di Bologna) nella sua  “L’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1952-1993)” pubblicato recentemente su Nuova Secondaria.

L’articolo ricostruisce, a partire da fonti inedite aziendali (pubblicazioni e documenti d’archivio), le caratteristiche delle iniziative educative messe in pratica in Falck e che poterono svilupparsi grazie al sodalizio tra Maly Falck, consorte dell’allora presidente dell’azienda Giovanni Falck, e Giuliana Sorge, nota allieva diretta di Maria Montessori. Le scuole montessoriane Falck si configurarono da un lato come un esperimento educativo aziendale estremamente significativo, dall’altro come un centro importante del montessorismo del secondo dopoguerra.

La ricerca ha quindi il tratto dell’analisi pedagogica da un lato, ma anche quello di approfondimento storico e di cultura d’impresa. L’indagine di Irene Pozzi inizia con il mettere a fuoco l’impostazione educativa dell’iniziativa e la sua origine storica, per passare poi alla crescita e al consolidamento della stessa negli Sessanta fino all’epilogo con la crisi della siderurgia e la chiusura delle scuole determinata dalla diminuzione della “popolazione scolastica” ma anche dalla crisi dell’acciaio.

La narrazione di Irene Pozzi – perché di narrazione si tratta per il linguaggio adoperato – conduce chi legge a conoscere un’esperienza importante espressione di una cultura d’impresa la cui memoria non deve andare perduta.

L’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1952-1993)

Irene Pozzi

Nuova Secondaria – n. 2, ottobre 2025 – anno XLIII

Cultura della fabbrica e cultura dell’educazione
Cultura della fabbrica e cultura dell’educazione

L’esperienza delle scuole montessoriane alla Falck

 

Attenzione dell’impresa verso le persone. Welfare d’impresa, si dice oggi. Comunque cura del benessere di chi, in fabbrica e negli uffici, lavora. Condizione non certo comune a tutte le realtà, ma sufficientemente diffusa per trovarne traccia in una serie di esempi di non poco conto.  Casi che devono essere ricordati come quello delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni che tra il 1952 e il 1993 promossero l’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole destinate ai figli dei propri dipendenti.

Di quest’esperienza scrive Irene Pozzi (dell’Università di Bologna) nella sua  “L’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1952-1993)” pubblicato recentemente su Nuova Secondaria.

L’articolo ricostruisce, a partire da fonti inedite aziendali (pubblicazioni e documenti d’archivio), le caratteristiche delle iniziative educative messe in pratica in Falck e che poterono svilupparsi grazie al sodalizio tra Maly Falck, consorte dell’allora presidente dell’azienda Giovanni Falck, e Giuliana Sorge, nota allieva diretta di Maria Montessori. Le scuole montessoriane Falck si configurarono da un lato come un esperimento educativo aziendale estremamente significativo, dall’altro come un centro importante del montessorismo del secondo dopoguerra.

La ricerca ha quindi il tratto dell’analisi pedagogica da un lato, ma anche quello di approfondimento storico e di cultura d’impresa. L’indagine di Irene Pozzi inizia con il mettere a fuoco l’impostazione educativa dell’iniziativa e la sua origine storica, per passare poi alla crescita e al consolidamento della stessa negli Sessanta fino all’epilogo con la crisi della siderurgia e la chiusura delle scuole determinata dalla diminuzione della “popolazione scolastica” ma anche dalla crisi dell’acciaio.

La narrazione di Irene Pozzi – perché di narrazione si tratta per il linguaggio adoperato – conduce chi legge a conoscere un’esperienza importante espressione di una cultura d’impresa la cui memoria non deve andare perduta.

L’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1952-1993)

Irene Pozzi

Nuova Secondaria – n. 2, ottobre 2025 – anno XLIII

Milano discute il suo destino di città intraprendente e solidale

Di che città parliamo, quando diciamo Milano? D’una città da 1 milione e mezzo di abitanti, in cui però ogni giorno entrano almeno un altro milione di persone per lavorare e studiare. O d’una metropoli costituita da 133 comuni con oltre tre milioni di abitanti. Oppure della più grande città universitaria italiana, con 230mila studenti in dieci prestigiosi atenei, ben reputati anche all’estero. Volendo, potremmo anche raccontare un territorio che produce l’11% del Pil nazionale ed è sede del 34% delle multinazionali estere presenti in Italia, secondo i dati di Assolombarda (la maggiore organizzazione territoriale di Confindustria, che riunisce quasi 8mila imprese di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia, “il cuore produttivo e innovativo del Paese”). O, ancora, indicare il baricentro metropolitano d’una vasta area, tra le più industriali e dinamiche d’Europa, un rettangolo da Torino e Genova al Veneto e Trieste, dalle Alpi alla via Emilia. Milano dunque “città infinita”, per ripetere una celebre, pertinente definizione di Aldo Bonomi.

Milano da governare. Come? Proprio la dimensione della trasformazioni in corso e la radicalità dei processi di cambiamento (tra crescita economica e questioni sociali) svela come Milano sia una metropoli di mercato ma non possa essere ridotta soltanto alle logiche del mercato e della produttività. E come l’attrattività per persone, capitali, idee, imprese abbia bisogno di fondamenta più solide dei pur essenziali parametri della competitività. Servono virtù civiche e valori sociali. Elaborazioni culturali di respiro internazionale. E soprattutto buona politica, con un’efficace pubblica amministrazione.

Proprio un dato citato all’inizio ci rivela come le questioni non possano essere governate soltanto su scala municipale: un milione e mezzo di abitanti, un altro milione che arriva al mattino e va via la sera. Milano raddoppia o quasi, quotidianamente, le sue presenze. Con tutti i problemi (trasporti, pulizia, servizi, sicurezza, ristorazione, rifiuti, etc) che tutto ciò comporta.

La scala, dunque, non può non essere almeno la città metropolitana, applicando meglio le norme che la riguardano (la legge istitutiva è del 1990, l’iscrizione nella Costituzione è del 2001, l’attuazione del 2014 l’operatività formale, al posto delle vecchie Province, è del 2015: un quarto di secolo, un tempo assai lungo). E dotandola di risorse finanziarie e professionali.

Il guaio, però, è che la città metropolitana non ha mai funzionato bene. “Fantasma Grande Milano”, scrive il Corriere della Sera (28 ottobre) e “Gigante imbrigliato ma strategico” (29 ottobre). Il sindaco della città metropolitana è lo stesso del capoluogo, Beppe Sala. Ma la percezione del ruolo e dei poteri relativi è sempre stata marginale. Con conseguenze negative su tutti i territori interessati.

Serve allora, per Milano, una “legge speciale”, come quella in vigore per Roma? Forse. A patto che ci siano stanziamenti adeguati, per servizi pubblici e stimoli fiscali per gli investimenti privati da accompagnare alle risorse pubbliche. E che la dimensione di riferimento delle norme sia metropolitana.

Bisogna però fare un altro passo avanti. Il tema vero, sui servizi, è pensarli non solo su base amministrativa, ma seguendo gli andamenti dei flussi di persone, prodotti, lavori. E dunque costruendo ipotesi di unioni, consorzi dei comuni, società miste pubblico-private a seconda delle esigenze dei servizi da erogare. Un’inedita geografia politica, economica e amministrativa. Ma da sperimentare, tenendo conto anche del buon esempio fiscale di altre realtà europee. Piero Borghini, sindaco di Milano nei primi anni Novanta, fa riferimento all’esperienza di Manchester, che usa sul territorio le risorse fiscali prodotte e costruisce una governance dei servizi “dal basso” e non “dall’alto” dei vertici amministrativi. Idee nuove, nel dinamismo d’una società in movimento (Corriere della Sera, 31 ottobre).

Milano è molteplice, in ogni caso, “vicina all’Europa”, per usare i versi di Lucio Dalla. E tutt’altro che “livida e sprofondata per sua stessa mano”, come scriveva Ivano Fossati sui “treni a vapore”(ma era il 1992, l’anno d’inizio di Tangentopoli). Milano policentrica. Milano irriducibile agli stereotipi d’una città frenetica e ricca, “mille luci” di moda, design e vite di lusso. Ma anche poco leggibile solo con gli stilemi che derivano dalle cronache d’una corruzione diffusa nella pubblica amministrazione (le inchieste giudiziarie sulle presunte irregolarità urbanistiche del Comune, però, non hanno trovato riscontri solidi) e d’una violenza crescente nelle aree della “movida”, con una microcriminalità avvertita come emergenza.

Ci sono ombre, comunque, su un’anima che si dice stia smarrendo la capacità di mischiare lavoro e cultura, produttività e solidarietà. E ha ragione Bonomi quando scrive d’una metropoli nel cuore di una “metamorfosi interrotta, a rischio per la coesione sociale” (IlSole24Ore, 29 ottobre), anche a causa di una crescente incapacità (o, perché no? di mancanza di volontà) di “coniugare la dimensione dei bisogni con quella dei diritti”. Ma basta entrare nel cuore dei flussi economici e sociali della città per leggere, pure nei quartieri più difficili, storie di solidarietà e impegno sociale fatte vivere da enti, istituzioni e gruppi di volontariato del “terzo settore” (la Caritas ambrosiana ne è testimonianza esemplare, ma tutt’altro che unica).

Ha senso, dunque, prima che la città precipiti nelle retoriche della propaganda elettorale per l’elezione, nel 2027, del nuovo sindaco e del consiglio comunale, discutere in profondità sulle trasformazioni in corso e sugli strumenti, politici e culturali, per affrontare i problemi accentuati proprio dalla condizione stessa di Milano come l’area d’Italia più investita da stravolgenti fenomeni economici (il passaggio dall’industria al post-industriale alla fine del Novecento e adesso le mutazioni legate alla “economia della conoscenza” e alla pervasività dell’Intelligenza Artificiale).

Si discute molto di “crisi del modello Milano”. Ma Milano non è affatto un modello. Un territorio in movimento, semmai. Un motore economico. Una “fabbrica del futuro” (espressione cara ad Assolombarda). Un magnete di attrattività di intelligenze e capitali. Ma anche un polo culturale e sociale capace di indagare a fondo su di sé con un’attitudine critica e autocritica rara in un’Italia “strapaese” animata da orgogliosi campanilismi.

Milano da leggere e raccontare meglio, dunque. Da criticare severamente. E però pure da progettare. Amare. E fare vivere.

Un buon esempio di questa attitudine è la discussione organizzata dal Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini e diretto da Roberto Poli, mercoledì 26, al Museo della Scienza e della Tecnica, con un titolo che contiene già un programma. “Milano è il suo destino: idee e progetti per la città che sarà” (ne parleranno, oltre a chi scrive, Cristina Messa, Agnese Pini, Venanzio Postiglione e Gianmario Verona). Un destino che dunque nasce dalla storia e dal carattere della civitas, che sa di “intraprendenza dialogante” ma anche di cultura e solidarietà, di innovazione e consapevolezza delle qualità del riformismo, di illuminismo, cultura politecnica e sentimenti civili, di istruzione e scienza.

Una Milano, appunto, che deve imparare a tenere in maggior conto il giudizio delle altre città d’Italia e d’Europa. E non può rinunciare alle caratteristiche economiche e sociali che ne animano le attività e, nel corso del tempo, hanno consentito a milioni di persone di “diventare milanesi”. Cittadini intraprendenti e solidali, appunto.

(foto Getty Images) 

Milano discute il suo destino di città intraprendente e solidale
Milano discute il suo destino di città intraprendente e solidale

Di che città parliamo, quando diciamo Milano? D’una città da 1 milione e mezzo di abitanti, in cui però ogni giorno entrano almeno un altro milione di persone per lavorare e studiare. O d’una metropoli costituita da 133 comuni con oltre tre milioni di abitanti. Oppure della più grande città universitaria italiana, con 230mila studenti in dieci prestigiosi atenei, ben reputati anche all’estero. Volendo, potremmo anche raccontare un territorio che produce l’11% del Pil nazionale ed è sede del 34% delle multinazionali estere presenti in Italia, secondo i dati di Assolombarda (la maggiore organizzazione territoriale di Confindustria, che riunisce quasi 8mila imprese di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia, “il cuore produttivo e innovativo del Paese”). O, ancora, indicare il baricentro metropolitano d’una vasta area, tra le più industriali e dinamiche d’Europa, un rettangolo da Torino e Genova al Veneto e Trieste, dalle Alpi alla via Emilia. Milano dunque “città infinita”, per ripetere una celebre, pertinente definizione di Aldo Bonomi.

Milano da governare. Come? Proprio la dimensione della trasformazioni in corso e la radicalità dei processi di cambiamento (tra crescita economica e questioni sociali) svela come Milano sia una metropoli di mercato ma non possa essere ridotta soltanto alle logiche del mercato e della produttività. E come l’attrattività per persone, capitali, idee, imprese abbia bisogno di fondamenta più solide dei pur essenziali parametri della competitività. Servono virtù civiche e valori sociali. Elaborazioni culturali di respiro internazionale. E soprattutto buona politica, con un’efficace pubblica amministrazione.

Proprio un dato citato all’inizio ci rivela come le questioni non possano essere governate soltanto su scala municipale: un milione e mezzo di abitanti, un altro milione che arriva al mattino e va via la sera. Milano raddoppia o quasi, quotidianamente, le sue presenze. Con tutti i problemi (trasporti, pulizia, servizi, sicurezza, ristorazione, rifiuti, etc) che tutto ciò comporta.

La scala, dunque, non può non essere almeno la città metropolitana, applicando meglio le norme che la riguardano (la legge istitutiva è del 1990, l’iscrizione nella Costituzione è del 2001, l’attuazione del 2014 l’operatività formale, al posto delle vecchie Province, è del 2015: un quarto di secolo, un tempo assai lungo). E dotandola di risorse finanziarie e professionali.

Il guaio, però, è che la città metropolitana non ha mai funzionato bene. “Fantasma Grande Milano”, scrive il Corriere della Sera (28 ottobre) e “Gigante imbrigliato ma strategico” (29 ottobre). Il sindaco della città metropolitana è lo stesso del capoluogo, Beppe Sala. Ma la percezione del ruolo e dei poteri relativi è sempre stata marginale. Con conseguenze negative su tutti i territori interessati.

Serve allora, per Milano, una “legge speciale”, come quella in vigore per Roma? Forse. A patto che ci siano stanziamenti adeguati, per servizi pubblici e stimoli fiscali per gli investimenti privati da accompagnare alle risorse pubbliche. E che la dimensione di riferimento delle norme sia metropolitana.

Bisogna però fare un altro passo avanti. Il tema vero, sui servizi, è pensarli non solo su base amministrativa, ma seguendo gli andamenti dei flussi di persone, prodotti, lavori. E dunque costruendo ipotesi di unioni, consorzi dei comuni, società miste pubblico-private a seconda delle esigenze dei servizi da erogare. Un’inedita geografia politica, economica e amministrativa. Ma da sperimentare, tenendo conto anche del buon esempio fiscale di altre realtà europee. Piero Borghini, sindaco di Milano nei primi anni Novanta, fa riferimento all’esperienza di Manchester, che usa sul territorio le risorse fiscali prodotte e costruisce una governance dei servizi “dal basso” e non “dall’alto” dei vertici amministrativi. Idee nuove, nel dinamismo d’una società in movimento (Corriere della Sera, 31 ottobre).

Milano è molteplice, in ogni caso, “vicina all’Europa”, per usare i versi di Lucio Dalla. E tutt’altro che “livida e sprofondata per sua stessa mano”, come scriveva Ivano Fossati sui “treni a vapore”(ma era il 1992, l’anno d’inizio di Tangentopoli). Milano policentrica. Milano irriducibile agli stereotipi d’una città frenetica e ricca, “mille luci” di moda, design e vite di lusso. Ma anche poco leggibile solo con gli stilemi che derivano dalle cronache d’una corruzione diffusa nella pubblica amministrazione (le inchieste giudiziarie sulle presunte irregolarità urbanistiche del Comune, però, non hanno trovato riscontri solidi) e d’una violenza crescente nelle aree della “movida”, con una microcriminalità avvertita come emergenza.

Ci sono ombre, comunque, su un’anima che si dice stia smarrendo la capacità di mischiare lavoro e cultura, produttività e solidarietà. E ha ragione Bonomi quando scrive d’una metropoli nel cuore di una “metamorfosi interrotta, a rischio per la coesione sociale” (IlSole24Ore, 29 ottobre), anche a causa di una crescente incapacità (o, perché no? di mancanza di volontà) di “coniugare la dimensione dei bisogni con quella dei diritti”. Ma basta entrare nel cuore dei flussi economici e sociali della città per leggere, pure nei quartieri più difficili, storie di solidarietà e impegno sociale fatte vivere da enti, istituzioni e gruppi di volontariato del “terzo settore” (la Caritas ambrosiana ne è testimonianza esemplare, ma tutt’altro che unica).

Ha senso, dunque, prima che la città precipiti nelle retoriche della propaganda elettorale per l’elezione, nel 2027, del nuovo sindaco e del consiglio comunale, discutere in profondità sulle trasformazioni in corso e sugli strumenti, politici e culturali, per affrontare i problemi accentuati proprio dalla condizione stessa di Milano come l’area d’Italia più investita da stravolgenti fenomeni economici (il passaggio dall’industria al post-industriale alla fine del Novecento e adesso le mutazioni legate alla “economia della conoscenza” e alla pervasività dell’Intelligenza Artificiale).

Si discute molto di “crisi del modello Milano”. Ma Milano non è affatto un modello. Un territorio in movimento, semmai. Un motore economico. Una “fabbrica del futuro” (espressione cara ad Assolombarda). Un magnete di attrattività di intelligenze e capitali. Ma anche un polo culturale e sociale capace di indagare a fondo su di sé con un’attitudine critica e autocritica rara in un’Italia “strapaese” animata da orgogliosi campanilismi.

Milano da leggere e raccontare meglio, dunque. Da criticare severamente. E però pure da progettare. Amare. E fare vivere.

Un buon esempio di questa attitudine è la discussione organizzata dal Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini e diretto da Roberto Poli, mercoledì 26, al Museo della Scienza e della Tecnica, con un titolo che contiene già un programma. “Milano è il suo destino: idee e progetti per la città che sarà” (ne parleranno, oltre a chi scrive, Cristina Messa, Agnese Pini, Venanzio Postiglione e Gianmario Verona). Un destino che dunque nasce dalla storia e dal carattere della civitas, che sa di “intraprendenza dialogante” ma anche di cultura e solidarietà, di innovazione e consapevolezza delle qualità del riformismo, di illuminismo, cultura politecnica e sentimenti civili, di istruzione e scienza.

Una Milano, appunto, che deve imparare a tenere in maggior conto il giudizio delle altre città d’Italia e d’Europa. E non può rinunciare alle caratteristiche economiche e sociali che ne animano le attività e, nel corso del tempo, hanno consentito a milioni di persone di “diventare milanesi”. Cittadini intraprendenti e solidali, appunto.

(foto Getty Images) 

Sulla Luna e oltre, verso il futuro

Negli anni Ottanta le fasi di progettazione si avvalgono in Pirelli di nuovi strumenti, grazie allo sviluppo delle tecnologie in ambito informatico. Il decennio successivo vede concretizzarsi un’importante collaborazione in ambito accademico attraverso la costituzione del CoreCom (Consorzio ricerche elaborazione commutazione ottica Milano) con il Politecnico di Milano. Il Consorzio diventa presto un punto di riferimento a livello europeo per tutte le tematiche di ricerca connesse con le comunicazioni ottiche, svolgendo attività pionieristiche anche nel campo delle reti e delle fibre ottiche speciali. L’innovazione, tuttavia, non riguarda soltanto i prodotti e i materiali. È il 1999 quando viene presentato in Bicocca il sistema di produzione automatizzata pneumatici MIRSTM (Modular Integrated Robotized System). Protetto da ventidue brevetti, consente di realizzare pneumatici di gamma alta e altissima in piccole quantità, con tempi di sviluppo molto rapidi, rendendo possibile una logistica e un servizio ai clienti del tutto innovativo. Un cambio di passo radicale rispetto ai processi produttivi tradizionali. Nel 2001, dall’intesa tra Pirelli e l’Università di Milano-Bicocca, nasce il CORIMAV (Consorzio per le Ricerche sui Materiali Avanzati), con l’obiettivo di sviluppare tecnologie all’avanguardia nel campo dei materiali, supportare attività di ricerca, promuovere la formazione di giovani.

Le attività di formazione, ricerca e sviluppo costituiscono tutt’oggi per Pirelli un asset strategico: sono oltre 2.000 le risorse impegnate nel settore R&D tra la sede di Milano ed i suoi 12 centri tecnologici dislocati nel mondo, e proseguono le collaborazioni del Gruppo con fornitori, università e gli stessi produttori di veicoli, al fine di anticipare le innovazioni tecnologiche del settore. L’obiettivo a lungo termine della Pirelli è sostituire il 100% delle materie prime di origine fossile e minerale con componenti bio-based, rinnovabili e riciclati; inoltre, l’80% dei pneumatici per il mercato del ricambio viene sviluppato tramite modelli virtuali e simulazioni, riducendo tempi e costi di progettazione e produzione. La trasformazione verso un’industria sempre più sostenibile richiede tempo, ma la direzione è chiara: ciò che oggi è ricerca, domani sarà realtà.

Questa costante tensione all’indagare, allo stare “dentro le cose” è il significato profondo del grande mosaico La ricerca scientifica, realizzato nel 1961 su disegno di Renato Guttuso e oggi conservato, non a caso, nella sala studio della Fondazione Pirelli. Gli scienziati immaginati dal pittore sono impegnati, tra microscopi e calcolatori, a osservare la Luna. Un obiettivo poi raggiunto, oltre il quale guardare per raggiungere quello che c’è dopo e ancora non si vede, ma che lo studio, la ricerca, l’intelligenza degli uomini e delle macchine, possono sempre svelare.

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Sulla Luna e oltre, verso il futuro
Sulla Luna e oltre, verso il futuro

Negli anni Ottanta le fasi di progettazione si avvalgono in Pirelli di nuovi strumenti, grazie allo sviluppo delle tecnologie in ambito informatico. Il decennio successivo vede concretizzarsi un’importante collaborazione in ambito accademico attraverso la costituzione del CoreCom (Consorzio ricerche elaborazione commutazione ottica Milano) con il Politecnico di Milano. Il Consorzio diventa presto un punto di riferimento a livello europeo per tutte le tematiche di ricerca connesse con le comunicazioni ottiche, svolgendo attività pionieristiche anche nel campo delle reti e delle fibre ottiche speciali. L’innovazione, tuttavia, non riguarda soltanto i prodotti e i materiali. È il 1999 quando viene presentato in Bicocca il sistema di produzione automatizzata pneumatici MIRSTM (Modular Integrated Robotized System). Protetto da ventidue brevetti, consente di realizzare pneumatici di gamma alta e altissima in piccole quantità, con tempi di sviluppo molto rapidi, rendendo possibile una logistica e un servizio ai clienti del tutto innovativo. Un cambio di passo radicale rispetto ai processi produttivi tradizionali. Nel 2001, dall’intesa tra Pirelli e l’Università di Milano-Bicocca, nasce il CORIMAV (Consorzio per le Ricerche sui Materiali Avanzati), con l’obiettivo di sviluppare tecnologie all’avanguardia nel campo dei materiali, supportare attività di ricerca, promuovere la formazione di giovani.

Le attività di formazione, ricerca e sviluppo costituiscono tutt’oggi per Pirelli un asset strategico: sono oltre 2.000 le risorse impegnate nel settore R&D tra la sede di Milano ed i suoi 12 centri tecnologici dislocati nel mondo, e proseguono le collaborazioni del Gruppo con fornitori, università e gli stessi produttori di veicoli, al fine di anticipare le innovazioni tecnologiche del settore. L’obiettivo a lungo termine della Pirelli è sostituire il 100% delle materie prime di origine fossile e minerale con componenti bio-based, rinnovabili e riciclati; inoltre, l’80% dei pneumatici per il mercato del ricambio viene sviluppato tramite modelli virtuali e simulazioni, riducendo tempi e costi di progettazione e produzione. La trasformazione verso un’industria sempre più sostenibile richiede tempo, ma la direzione è chiara: ciò che oggi è ricerca, domani sarà realtà.

Questa costante tensione all’indagare, allo stare “dentro le cose” è il significato profondo del grande mosaico La ricerca scientifica, realizzato nel 1961 su disegno di Renato Guttuso e oggi conservato, non a caso, nella sala studio della Fondazione Pirelli. Gli scienziati immaginati dal pittore sono impegnati, tra microscopi e calcolatori, a osservare la Luna. Un obiettivo poi raggiunto, oltre il quale guardare per raggiungere quello che c’è dopo e ancora non si vede, ma che lo studio, la ricerca, l’intelligenza degli uomini e delle macchine, possono sempre svelare.

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Nuovi materiali, invenzioni e brevetti

Nel 1937 Giulio Natta, al tempo professore ordinario al Politecnico di Torino, viene incaricato dalla Pirelli di trovare una strada alternativa all’importazione sempre più difficile di gomma naturale dalle grandi piantagioni sudamericane e dall’Estremo Oriente. Nei laboratori della Bicocca, grazie al futuro Premio Nobel, vede la luce un’originale tecnologia che consente di produrre gomma sintetica; nel 1938 vengono depositati due brevetti per la separazione di butilene e butadiene. Tra le migliaia di specifiche di prova prodotte dalla Ricerca e Sviluppo Pneumatici si può leggere per la prima volta la parola “cauccital”, ossia l’avvio della sperimentazione su quel caucciù prodotto in laboratorio che oggi è di uso comune nell’industria della gomma. È l’inizio di una rivoluzione tecnologica. A queste preziose specifiche, conservate oggi nel nostro Archivio Storico, si affiancano schede tecniche relative alle dimensioni degli stampi per la vulcanizzazione dei pneumatici, al disegno del battistrada, alle scritte originali (misure, tipo di pneumatico, logo dell’azienda) impresse sul fianco. A partire dai primi anni Trenta, questi documenti accompagnano passo dopo passo lo sviluppo e l’evoluzione di tutti i pneumatici Pirelli: da prodotti storici come Stella Bianca e CINTURATO, alle versioni “Corsa”, da competizione, fino alla sperimentazione sui tessuti “Cord”. Risalgono agli anni Trenta e Quaranta anche le prime testimonianze fotografiche della vita delle persone all’interno dei luoghi di sperimentazione. Oltre ai tecnici e ai ricercatori, al centro dell’obiettivo sono la comunità scientifica e i suoi strumenti: i banchi dei laboratori chimici e fisici ospitano microscopi, ampolle, vetrini, provette, torsiometri e plastometri, immortalati in close-up che ne mettono in luce i dettagli.

Nell’immediato Dopoguerra, Pirelli cura la creazione di un centro tecnologico con laboratori grandiosi specializzati nei vari rami dell’industria della chimica e della fisica. Si legge nella relazione al bilancio del 1957: “nel campo del progresso tecnico è da ricordare l’entrata in attività dei nuovi laboratori di ricerca alla Bicocca che sono risultati un modello di funzionalità e di modernità di equipaggiamento. In particolare, detti laboratori sono dotati di un generatore acceleratore di elettroni di due mega electrovolt, che servirà per ricerche soprattutto sulla gomma e sui materiali plastici”. Durante gli anni Cinquanta grandi nomi della fotografia, come Aldo Ballo, vengono chiamati a documentare la complessità di questi luoghi di ricerca in Pirelli, organizzati e denominati in base al ramo di attività e sede delle indagini e dei collaudi che precedono e accompagnano la fabbricazione dei prodotti aziendali, realizzando istantanee che restituiscono il concetto di scienza intesa come studio e applicazione. Nel 1960 la Rivista Pirelli dà notizia dell’acquisto e dell’installazione di due nuove apparecchiature, un microfotometro e un comparatore ottico, entrambe progettate dal personale dell’azienda; nel 1963 viene invece inaugurato un nuovo laboratorio del settore elettrico, descritto come “uno dei più grandi attualmente esistenti nel mondo per prove ad altissima tensione”.

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Nuovi materiali, invenzioni e brevetti
Nuovi materiali, invenzioni e brevetti

Nel 1937 Giulio Natta, al tempo professore ordinario al Politecnico di Torino, viene incaricato dalla Pirelli di trovare una strada alternativa all’importazione sempre più difficile di gomma naturale dalle grandi piantagioni sudamericane e dall’Estremo Oriente. Nei laboratori della Bicocca, grazie al futuro Premio Nobel, vede la luce un’originale tecnologia che consente di produrre gomma sintetica; nel 1938 vengono depositati due brevetti per la separazione di butilene e butadiene. Tra le migliaia di specifiche di prova prodotte dalla Ricerca e Sviluppo Pneumatici si può leggere per la prima volta la parola “cauccital”, ossia l’avvio della sperimentazione su quel caucciù prodotto in laboratorio che oggi è di uso comune nell’industria della gomma. È l’inizio di una rivoluzione tecnologica. A queste preziose specifiche, conservate oggi nel nostro Archivio Storico, si affiancano schede tecniche relative alle dimensioni degli stampi per la vulcanizzazione dei pneumatici, al disegno del battistrada, alle scritte originali (misure, tipo di pneumatico, logo dell’azienda) impresse sul fianco. A partire dai primi anni Trenta, questi documenti accompagnano passo dopo passo lo sviluppo e l’evoluzione di tutti i pneumatici Pirelli: da prodotti storici come Stella Bianca e CINTURATO, alle versioni “Corsa”, da competizione, fino alla sperimentazione sui tessuti “Cord”. Risalgono agli anni Trenta e Quaranta anche le prime testimonianze fotografiche della vita delle persone all’interno dei luoghi di sperimentazione. Oltre ai tecnici e ai ricercatori, al centro dell’obiettivo sono la comunità scientifica e i suoi strumenti: i banchi dei laboratori chimici e fisici ospitano microscopi, ampolle, vetrini, provette, torsiometri e plastometri, immortalati in close-up che ne mettono in luce i dettagli.

Nell’immediato Dopoguerra, Pirelli cura la creazione di un centro tecnologico con laboratori grandiosi specializzati nei vari rami dell’industria della chimica e della fisica. Si legge nella relazione al bilancio del 1957: “nel campo del progresso tecnico è da ricordare l’entrata in attività dei nuovi laboratori di ricerca alla Bicocca che sono risultati un modello di funzionalità e di modernità di equipaggiamento. In particolare, detti laboratori sono dotati di un generatore acceleratore di elettroni di due mega electrovolt, che servirà per ricerche soprattutto sulla gomma e sui materiali plastici”. Durante gli anni Cinquanta grandi nomi della fotografia, come Aldo Ballo, vengono chiamati a documentare la complessità di questi luoghi di ricerca in Pirelli, organizzati e denominati in base al ramo di attività e sede delle indagini e dei collaudi che precedono e accompagnano la fabbricazione dei prodotti aziendali, realizzando istantanee che restituiscono il concetto di scienza intesa come studio e applicazione. Nel 1960 la Rivista Pirelli dà notizia dell’acquisto e dell’installazione di due nuove apparecchiature, un microfotometro e un comparatore ottico, entrambe progettate dal personale dell’azienda; nel 1963 viene invece inaugurato un nuovo laboratorio del settore elettrico, descritto come “uno dei più grandi attualmente esistenti nel mondo per prove ad altissima tensione”.

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“Guardare dentro”, fin dalle origini

L’attenzione al mondo della ricerca e dell’innovazione nasce in Pirelli con il suo fondatore, Giovanni Battista, giovane ingegnere neolaureato all’Istituto Tecnico Superiore di Milano, il futuro Politecnico, nel 1870. Grazie a lui, viene avviata nel 1873 la prima fabbrica italiana per la lavorazione della gomma elastica sotto la direzione tecnica di Aimé Goulard, con quaranta operai e cinque impiegati. Seguendo il consiglio del suo mentore, il professor Giuseppe Colombo – fondatore di Edison nonché uno dei protagonisti della modernizzazione industriale del Paese tra metà Ottocento e Prima Guerra Mondiale – Giovanni Battista Pirelli decide di iniziare una produzione di articoli destinati ai macchinari industriali, alla navigazione a vapore e all’esercizio delle ferrovie: cinghie di trasmissione, valvole, isolanti, una produzione diversificata. La gamma produttiva ben presto si espande a beni di consumo come giocattoli, palle da gioco, impermeabili e merceria. A soli dieci anni dalla fondazione dell’azienda i risultati sono evidenti: il personale sale da 40 a 300 unità, gli impianti si ingrandiscono e vengono introdotti nuovi settori. Tra questi, quello dei fili telegrafici ricoperti in caucciù, che prende vita dal 1879. I primi ingegneri chimici ed elettrotecnici vengono assunti dalla Pirelli nel 1884 e via via entrano a far parte dell’azienda figure chiave nel campo dell’elettrotecnica come Emanuele Jona, Leopoldo e Luigi Emanueli, a lungo a capo della Ricerca e Sviluppo del Gruppo.

Sempre dalla fine dell’Ottocento, per volontà del fondatore si iniziano a raccogliere testi di carattere scientifico, principalmente dedicati a gomma, pneumatici e cavi elettrici, per arricchire la formazione dei tecnici Pirelli. I testi sono confluiti nell’attuale Biblioteca tecnico-scientifica, costituita da oltre 16.000 volumi, che dal 2010 è conservata dalla Fondazione Pirelli. Non a caso, fin dalla sua nascita, la Fondazione ha adottato proprio una citazione di Luigi Emanueli “Adess ghe capissaremm on quaicoss: andemm a guardagh denter” come suo motto ad accogliere i visitatori. Quella del “guardar dentro per capire” è un’idea che da sola riassume il concetto stesso di scienza, intesa come applicazione, studio, ricerca.

È così che, nel 1922, vengono chiamati dei fotografi a “guardare dentro” la vita di fabbrica. In occasione del cinquantesimo anniversario dell’azienda viene realizzato un servizio fotografico nello stabilimento di Milano Bicocca, dai reparti produttivi ai laboratori: gli spazi e la strumentazione tecnica hanno lo scopo di documentare il ruolo di avanguardia di Pirelli nell’ambito dell’innovazione. Pirelli continua infatti in questi anni a dare estrema rilevanza al ruolo della ricerca, in Italia e nel mondo; nella relazione al bilancio del 1923 si legge che la Società Italiana Pirelli “ha anche […] validamente sostenuto, con l’aiuto delle sue direzioni tecniche e dei suoi laboratori, l’attività di questi nostri stabilimenti esteri, continuando quella politica di ricerche scientifiche e di perfezionamento nella sede e di collaborazione con le direzioni delle consorelle estere che è stata nostra cura costante fosse perseguita attraverso tutti questi anni di espansione del nostro organismo industriale”. E la ricerca non si ferma, concentrandosi nei decenni successivi su materiali e prodotti innovativi, a partire dagli studi sulla gomma sintetica.

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“Guardare dentro”, fin dalle origini
“Guardare dentro”, fin dalle origini

L’attenzione al mondo della ricerca e dell’innovazione nasce in Pirelli con il suo fondatore, Giovanni Battista, giovane ingegnere neolaureato all’Istituto Tecnico Superiore di Milano, il futuro Politecnico, nel 1870. Grazie a lui, viene avviata nel 1873 la prima fabbrica italiana per la lavorazione della gomma elastica sotto la direzione tecnica di Aimé Goulard, con quaranta operai e cinque impiegati. Seguendo il consiglio del suo mentore, il professor Giuseppe Colombo – fondatore di Edison nonché uno dei protagonisti della modernizzazione industriale del Paese tra metà Ottocento e Prima Guerra Mondiale – Giovanni Battista Pirelli decide di iniziare una produzione di articoli destinati ai macchinari industriali, alla navigazione a vapore e all’esercizio delle ferrovie: cinghie di trasmissione, valvole, isolanti, una produzione diversificata. La gamma produttiva ben presto si espande a beni di consumo come giocattoli, palle da gioco, impermeabili e merceria. A soli dieci anni dalla fondazione dell’azienda i risultati sono evidenti: il personale sale da 40 a 300 unità, gli impianti si ingrandiscono e vengono introdotti nuovi settori. Tra questi, quello dei fili telegrafici ricoperti in caucciù, che prende vita dal 1879. I primi ingegneri chimici ed elettrotecnici vengono assunti dalla Pirelli nel 1884 e via via entrano a far parte dell’azienda figure chiave nel campo dell’elettrotecnica come Emanuele Jona, Leopoldo e Luigi Emanueli, a lungo a capo della Ricerca e Sviluppo del Gruppo.

Sempre dalla fine dell’Ottocento, per volontà del fondatore si iniziano a raccogliere testi di carattere scientifico, principalmente dedicati a gomma, pneumatici e cavi elettrici, per arricchire la formazione dei tecnici Pirelli. I testi sono confluiti nell’attuale Biblioteca tecnico-scientifica, costituita da oltre 16.000 volumi, che dal 2010 è conservata dalla Fondazione Pirelli. Non a caso, fin dalla sua nascita, la Fondazione ha adottato proprio una citazione di Luigi Emanueli “Adess ghe capissaremm on quaicoss: andemm a guardagh denter” come suo motto ad accogliere i visitatori. Quella del “guardar dentro per capire” è un’idea che da sola riassume il concetto stesso di scienza, intesa come applicazione, studio, ricerca.

È così che, nel 1922, vengono chiamati dei fotografi a “guardare dentro” la vita di fabbrica. In occasione del cinquantesimo anniversario dell’azienda viene realizzato un servizio fotografico nello stabilimento di Milano Bicocca, dai reparti produttivi ai laboratori: gli spazi e la strumentazione tecnica hanno lo scopo di documentare il ruolo di avanguardia di Pirelli nell’ambito dell’innovazione. Pirelli continua infatti in questi anni a dare estrema rilevanza al ruolo della ricerca, in Italia e nel mondo; nella relazione al bilancio del 1923 si legge che la Società Italiana Pirelli “ha anche […] validamente sostenuto, con l’aiuto delle sue direzioni tecniche e dei suoi laboratori, l’attività di questi nostri stabilimenti esteri, continuando quella politica di ricerche scientifiche e di perfezionamento nella sede e di collaborazione con le direzioni delle consorelle estere che è stata nostra cura costante fosse perseguita attraverso tutti questi anni di espansione del nostro organismo industriale”. E la ricerca non si ferma, concentrandosi nei decenni successivi su materiali e prodotti innovativi, a partire dagli studi sulla gomma sintetica.

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Il cammino delle società benefit

Una ricerca sul campo indica quanto è stato fatto e cosa resta ancora da fare

Cultura d’impresa che cerca di cambiare (in meglio) e stenta a farlo. Cammino lungo e tortuoso, quello del miglioramento delle condizioni della produzione e della stessa idea di fare impresa. Cammino che – naturalmente – deve essere intrapreso e compiuto, ma che va compreso anche nelle sue soste oltre che nel suo progredire. È di fatto basata su questa idea la ricerca “La Governance delle Società Benefit in Italia: Processi Decisionali ed Etica Aziendale” curata da Magalì Fia e Anna Pontini dell’Università di Bologna insieme a InfoCamere e alla Camera di commercio di Brindisi-Taranto.

L’indagine mette a fuoco, come lo stesso titolo dice, la situazione delle società benefit intese come esempio tra i più recenti di un particolare modo d’intendere il fare impresa. Un esempio che va ben interpretato proprio dal punto di vista della governance e quindi della natura dei processi decisionali e dell’approccio in termini etici agli stessi.

Per comprendere la situazione, Fia e Pontini hanno lavorato sui dati della rete Infocamere e sui risultati di un questionario distribuito nel luglio del 2023 a oltre 3.300 imprese. L’analisi ha consentito di mettere a fuoco la fase nella quale è la gran parte di queste imprese: una fase di transizione verso modelli inclusivi e orientati alla sostenibilità, un cammino intrapreso ma ancora lungi dall’essere vicino al traguardo.

I risultati della ricerca, infatti, indicano al tempo stesso criticità e potenzialità. In particolare, la composizione dei consigli di amministrazione – spiegano le curatrici – “risulta caratterizzata da livelli ancora contenuti di diversità: solo il 17% delle Società Benefit include amministratori indipendenti, mentre le logiche di rappresentanza di genere sono presenti nel 10% dei casi e quelle legate all’età restano marginali”. Ugualmente, le politiche retributive mostrano un basso allineamento con i criteri legati alla sostenibilità: il 54% non prevede criteri specifici e solo il 10% tiene conto delle indicazioni ESG. Anche le competenze presenti all’interno dei consigli risultano sbilanciate. Una simile situazione di sbilanciamento si ritrova anche, seppur in modo meno rilevante, nei processi decisionali. Sul piano etico, infine, la ricerca ha evidenziato “un’adozione parziale e disomogenea di strumenti formali”. Le questioni etiche sono discusse regolarmente nella gran parte dei consigli di amministrazione, ma senza tradursi in decisioni concrete.

In sintesi, le Società Benefit italiane costituiscono un’esperienza in rapida espansione, con potenzialità significative, ma hanno ancora “ampi margini di miglioramento”: un modo per dire che c’è ancora molta strada da fare. La ricerca di Fia e Pontini è un’utile lettura proprio per capire quanta di questa strada è già stata percorsa.

 

La Governance delle Società Benefit in Italia: Processi Decisionali ed Etica Aziendale

Magalì Fia, Anna Pontini (a cura di)

Rapporto finale, novembre 2025

Il cammino delle società benefit
Il cammino delle società benefit

Una ricerca sul campo indica quanto è stato fatto e cosa resta ancora da fare

Cultura d’impresa che cerca di cambiare (in meglio) e stenta a farlo. Cammino lungo e tortuoso, quello del miglioramento delle condizioni della produzione e della stessa idea di fare impresa. Cammino che – naturalmente – deve essere intrapreso e compiuto, ma che va compreso anche nelle sue soste oltre che nel suo progredire. È di fatto basata su questa idea la ricerca “La Governance delle Società Benefit in Italia: Processi Decisionali ed Etica Aziendale” curata da Magalì Fia e Anna Pontini dell’Università di Bologna insieme a InfoCamere e alla Camera di commercio di Brindisi-Taranto.

L’indagine mette a fuoco, come lo stesso titolo dice, la situazione delle società benefit intese come esempio tra i più recenti di un particolare modo d’intendere il fare impresa. Un esempio che va ben interpretato proprio dal punto di vista della governance e quindi della natura dei processi decisionali e dell’approccio in termini etici agli stessi.

Per comprendere la situazione, Fia e Pontini hanno lavorato sui dati della rete Infocamere e sui risultati di un questionario distribuito nel luglio del 2023 a oltre 3.300 imprese. L’analisi ha consentito di mettere a fuoco la fase nella quale è la gran parte di queste imprese: una fase di transizione verso modelli inclusivi e orientati alla sostenibilità, un cammino intrapreso ma ancora lungi dall’essere vicino al traguardo.

I risultati della ricerca, infatti, indicano al tempo stesso criticità e potenzialità. In particolare, la composizione dei consigli di amministrazione – spiegano le curatrici – “risulta caratterizzata da livelli ancora contenuti di diversità: solo il 17% delle Società Benefit include amministratori indipendenti, mentre le logiche di rappresentanza di genere sono presenti nel 10% dei casi e quelle legate all’età restano marginali”. Ugualmente, le politiche retributive mostrano un basso allineamento con i criteri legati alla sostenibilità: il 54% non prevede criteri specifici e solo il 10% tiene conto delle indicazioni ESG. Anche le competenze presenti all’interno dei consigli risultano sbilanciate. Una simile situazione di sbilanciamento si ritrova anche, seppur in modo meno rilevante, nei processi decisionali. Sul piano etico, infine, la ricerca ha evidenziato “un’adozione parziale e disomogenea di strumenti formali”. Le questioni etiche sono discusse regolarmente nella gran parte dei consigli di amministrazione, ma senza tradursi in decisioni concrete.

In sintesi, le Società Benefit italiane costituiscono un’esperienza in rapida espansione, con potenzialità significative, ma hanno ancora “ampi margini di miglioramento”: un modo per dire che c’è ancora molta strada da fare. La ricerca di Fia e Pontini è un’utile lettura proprio per capire quanta di questa strada è già stata percorsa.

 

La Governance delle Società Benefit in Italia: Processi Decisionali ed Etica Aziendale

Magalì Fia, Anna Pontini (a cura di)

Rapporto finale, novembre 2025

L’Italia delle imprese che investono e innovano è tutt’altro che la retorica stanca dell’Italietta

Parlare male dell’Italia. Vezzo e vizio diffuso, soprattutto tra gli italiani. L’Italietta, si diceva ai primi del Novecento, con un vocabolo dispregiativo per indicare una mentalità grezza e provinciale comune alla piccola borghesia dello “strapaese”. “La terra dei cachi”, si cantava al Festival di Sanremo nel 1996 (Elio e le Storie Tese: “Appalti truccati, trapianti truccati… papaveri e papi…”). E così via continuando, in un’ampia antologia di giudizi critici e sentenze taglienti, che portano anche le firme di grandi letterati, da Dante a Leopardi e Manzoni. “Non amo l’Italia, ma gli italiani”, è la sintesi del pensiero di Cesare Pavese, uno dei maggiori intellettuali del nostro Novecento (nelle pagine de “Il mestiere di vivere”).
Siamo un paese difficile, complesso, denso di contrasti e contraddizioni. Assolutamente restio alle semplificazioni e ai giudizi apodittici (“In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”, ironizzava Ennio Flaiano). Eppure, nonostante tutto, siamo un paese vivo e vitale, spesso sorprendente.
E così non può non fare effetto quel ruvido “L’Italia sta scomparendo” sentenziato da Elon Musk sulla sua piattaforma X, con l’immagine choc d’una bandiera tricolore che brucia (La Stampa, 14 novembre, il quotidiano che gli ha dato maggiori risalto). Il pretesto della critica: la denatalità. Ma quel giudizio, così drammaticamente illustrato, finisce per avere caratteri più generali. E dunque, anche al di là delle intenzioni di Musk (ce l’aveva con il governo dell’un tempo amica Meloni? sta giocando una partita sul dominio delle telecomunicazioni? conferma la sua ossessione per i rischi di “sostituzione etnica”?), l’allarme va preso sul serio. E messo in evidenza sul tavolo del discorso pubblico anche in relazione con altri dati e giudizi emersi sui media negli stessi giorni.
L’allarme della Bce sulla crescita, in un’Europa a due velocità, con le buone performances di Spagna e Olanda per l’andamento del Pil nel terzo trimestre e la situazione piatta di Italia e Germania (la Repubblica, 14 novembre). E soprattutto l’analisi del Rapporto Istat sul Bes, l’indice del Benessere Equo e Sostenibile: “L’Italia è longeva ma povera. Avanza lentamente in economia, arretra nei rapporti sociali. Bisogna sanare le crescenti disuguaglianze”, sostiene Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro (governi Letta e Draghi) e statistico autorevole, autore, appunto, dell’Indice Bes così apprezzato anche dall’Onu (intervista su QN/ Il Giorno, 14 novembre).
Come stiamo veramente, allora? Male, non c’è dubbio. A cominciare proprio dalla denatalità e dalla condizione via via sempre peggiore d’un paese che invecchia e non fa figli (ne abbiamo parlato nel blog del 28 ottobre): il tasso di fertilità è di appena 1,18 figli per donna, il più basso in Europa e tende a diminuire, tanto da fare parlare gli economisti più attenti (Luca Paolazzi, per esempio) non di “crisi demografica” (le crisi passano), né di “inverno” (come se fosse possibile una prossima primavera), ma di “glaciazione demografica”: uno stato che è proprio difficile invertire.
Gli ottimisti sulle sorti italiane (soprattutto negli ambienti di governo) citano i dati positivi sul boom dell’occupazione. Giovannini, sempre su QN/Il Giorno, nota che “la definizione statistica di occupato individua una persona che ha lavorato in modo retribuito almeno un’ora nella settimana di riferimento. In Italia abbiamo tanto part time involontario, soprattutto femminile, molto lavoro povero e 3 milioni di ‘irregolari’. Il dato ufficiale va dunque analizzato con attenzione e non corrisponde sempre a lavori di qualità, ben retribuiti e corrispondenti alle aspettative”.
La crescita del numero dei giovani italiani che, spesso con una laurea in tasca, cercano altrove, in Europa e nel mondo, migliori condizioni di lavoro e di vita, conferma i limiti e le distorsioni del nostro mercato del lavoro.
Eppure, nonostante tutto, l’Italia sta in piedi. Esporta (resta tra i primi cinque paesi al mondo). E ha un settore industriale che continua a manifestare elementi positivi di sviluppo, innovazione, sostenibilità.
Ecco il punto cardine di ogni riflessione che non sia propagandistica, preconcetta, di parte. Sapere quali sono i nostri punti di forza. E fare leva su di loro per risalire la china. Esiste, infatti, un’Italia fragile e che cede alla malinconia del declino. Ma la malinconia può pur essere un’elegante, ironica manifestazione d’una condizione umana, personale. Di certo, non può diventare una postura del Paese. Che invece ha l’obbligo della storia e soprattutto del futuro.
“Così si può tornare a crescere”, scrive Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 14 novembre), parlando di necessità di investimenti sulla formazione, l’innovazione, il miglioramento culturale (anche della classe politica) e insistendo sulle riforme necessarie (a cominciare dalla pubblica amministrazione) per “sbloccare lo sviluppo” e liberare le energie creative e l’intraprendenza che, nonostante tutto, è ancora diffusa in Italia.
Una conferma emerge nei tanti incontri in corso, proprio in questi giorni, per la “Settimana della cultura d’impresa” (una settimana lunga: dal 14 al 28 di novembre), organizzata da Confindustria e Museimpresa, ispirata dal tema “Raccontare l’intraprendenza” e impegnata a fare emergere in modo originale la condizione di “imprese aperte e connesse”. Imprese che investono, utilizzano sapientemente l’Artificial Intelligence, fanno acquisizioni internazionali e comunque conquistano nuovi spazi nelle nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati globali, sono testimoni di eccellenza del peso del made in Italy, in settori di alto livello, profittabilità e qualità: meccatronica e meccanica, robotica, aerospazio, chimica, farmaceutica, cantieristica navale, gomma e plastica, automotive, oltre che nei tradizionali comparti di arredamento, abbigliamento e agroalimentare. È questa la leva della crescita: puntare sull’industria, con politiche industriali di respiro europeo (tutto il contrario dei limiti e dei freni di governo a Industria 5.0 e 4.0), investire su ricerca e formazione di alto livello, fare decrescere il peso della mano pubblica come attore di mercato e ridurre i gravami dell’eccesso burocratico di regolazione.
Le imprese sono attori economici e culturali di primo piano, motore di crescita. Ma anche raro esempio di ascensore sociale, in un’Italia intorpidita e restia al cambiamento. Occasione di realizzazione per le nuove generazioni. Lievito di miglioramento per i territori e le comunità. Il loro rafforzamento è un cardine per la ripresa del sistema Paese. E la loro migliore rappresentazione è un buon racconto dell’Italia. Tutt’altro rispetto alla narrazione stanca sull’Italietta.

(foto Getty Images)

L’Italia delle imprese che investono e innovano è tutt’altro che la retorica stanca dell’Italietta
L’Italia delle imprese che investono e innovano è tutt’altro che la retorica stanca dell’Italietta

Parlare male dell’Italia. Vezzo e vizio diffuso, soprattutto tra gli italiani. L’Italietta, si diceva ai primi del Novecento, con un vocabolo dispregiativo per indicare una mentalità grezza e provinciale comune alla piccola borghesia dello “strapaese”. “La terra dei cachi”, si cantava al Festival di Sanremo nel 1996 (Elio e le Storie Tese: “Appalti truccati, trapianti truccati… papaveri e papi…”). E così via continuando, in un’ampia antologia di giudizi critici e sentenze taglienti, che portano anche le firme di grandi letterati, da Dante a Leopardi e Manzoni. “Non amo l’Italia, ma gli italiani”, è la sintesi del pensiero di Cesare Pavese, uno dei maggiori intellettuali del nostro Novecento (nelle pagine de “Il mestiere di vivere”).
Siamo un paese difficile, complesso, denso di contrasti e contraddizioni. Assolutamente restio alle semplificazioni e ai giudizi apodittici (“In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”, ironizzava Ennio Flaiano). Eppure, nonostante tutto, siamo un paese vivo e vitale, spesso sorprendente.
E così non può non fare effetto quel ruvido “L’Italia sta scomparendo” sentenziato da Elon Musk sulla sua piattaforma X, con l’immagine choc d’una bandiera tricolore che brucia (La Stampa, 14 novembre, il quotidiano che gli ha dato maggiori risalto). Il pretesto della critica: la denatalità. Ma quel giudizio, così drammaticamente illustrato, finisce per avere caratteri più generali. E dunque, anche al di là delle intenzioni di Musk (ce l’aveva con il governo dell’un tempo amica Meloni? sta giocando una partita sul dominio delle telecomunicazioni? conferma la sua ossessione per i rischi di “sostituzione etnica”?), l’allarme va preso sul serio. E messo in evidenza sul tavolo del discorso pubblico anche in relazione con altri dati e giudizi emersi sui media negli stessi giorni.
L’allarme della Bce sulla crescita, in un’Europa a due velocità, con le buone performances di Spagna e Olanda per l’andamento del Pil nel terzo trimestre e la situazione piatta di Italia e Germania (la Repubblica, 14 novembre). E soprattutto l’analisi del Rapporto Istat sul Bes, l’indice del Benessere Equo e Sostenibile: “L’Italia è longeva ma povera. Avanza lentamente in economia, arretra nei rapporti sociali. Bisogna sanare le crescenti disuguaglianze”, sostiene Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro (governi Letta e Draghi) e statistico autorevole, autore, appunto, dell’Indice Bes così apprezzato anche dall’Onu (intervista su QN/ Il Giorno, 14 novembre).
Come stiamo veramente, allora? Male, non c’è dubbio. A cominciare proprio dalla denatalità e dalla condizione via via sempre peggiore d’un paese che invecchia e non fa figli (ne abbiamo parlato nel blog del 28 ottobre): il tasso di fertilità è di appena 1,18 figli per donna, il più basso in Europa e tende a diminuire, tanto da fare parlare gli economisti più attenti (Luca Paolazzi, per esempio) non di “crisi demografica” (le crisi passano), né di “inverno” (come se fosse possibile una prossima primavera), ma di “glaciazione demografica”: uno stato che è proprio difficile invertire.
Gli ottimisti sulle sorti italiane (soprattutto negli ambienti di governo) citano i dati positivi sul boom dell’occupazione. Giovannini, sempre su QN/Il Giorno, nota che “la definizione statistica di occupato individua una persona che ha lavorato in modo retribuito almeno un’ora nella settimana di riferimento. In Italia abbiamo tanto part time involontario, soprattutto femminile, molto lavoro povero e 3 milioni di ‘irregolari’. Il dato ufficiale va dunque analizzato con attenzione e non corrisponde sempre a lavori di qualità, ben retribuiti e corrispondenti alle aspettative”.
La crescita del numero dei giovani italiani che, spesso con una laurea in tasca, cercano altrove, in Europa e nel mondo, migliori condizioni di lavoro e di vita, conferma i limiti e le distorsioni del nostro mercato del lavoro.
Eppure, nonostante tutto, l’Italia sta in piedi. Esporta (resta tra i primi cinque paesi al mondo). E ha un settore industriale che continua a manifestare elementi positivi di sviluppo, innovazione, sostenibilità.
Ecco il punto cardine di ogni riflessione che non sia propagandistica, preconcetta, di parte. Sapere quali sono i nostri punti di forza. E fare leva su di loro per risalire la china. Esiste, infatti, un’Italia fragile e che cede alla malinconia del declino. Ma la malinconia può pur essere un’elegante, ironica manifestazione d’una condizione umana, personale. Di certo, non può diventare una postura del Paese. Che invece ha l’obbligo della storia e soprattutto del futuro.
“Così si può tornare a crescere”, scrive Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 14 novembre), parlando di necessità di investimenti sulla formazione, l’innovazione, il miglioramento culturale (anche della classe politica) e insistendo sulle riforme necessarie (a cominciare dalla pubblica amministrazione) per “sbloccare lo sviluppo” e liberare le energie creative e l’intraprendenza che, nonostante tutto, è ancora diffusa in Italia.
Una conferma emerge nei tanti incontri in corso, proprio in questi giorni, per la “Settimana della cultura d’impresa” (una settimana lunga: dal 14 al 28 di novembre), organizzata da Confindustria e Museimpresa, ispirata dal tema “Raccontare l’intraprendenza” e impegnata a fare emergere in modo originale la condizione di “imprese aperte e connesse”. Imprese che investono, utilizzano sapientemente l’Artificial Intelligence, fanno acquisizioni internazionali e comunque conquistano nuovi spazi nelle nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati globali, sono testimoni di eccellenza del peso del made in Italy, in settori di alto livello, profittabilità e qualità: meccatronica e meccanica, robotica, aerospazio, chimica, farmaceutica, cantieristica navale, gomma e plastica, automotive, oltre che nei tradizionali comparti di arredamento, abbigliamento e agroalimentare. È questa la leva della crescita: puntare sull’industria, con politiche industriali di respiro europeo (tutto il contrario dei limiti e dei freni di governo a Industria 5.0 e 4.0), investire su ricerca e formazione di alto livello, fare decrescere il peso della mano pubblica come attore di mercato e ridurre i gravami dell’eccesso burocratico di regolazione.
Le imprese sono attori economici e culturali di primo piano, motore di crescita. Ma anche raro esempio di ascensore sociale, in un’Italia intorpidita e restia al cambiamento. Occasione di realizzazione per le nuove generazioni. Lievito di miglioramento per i territori e le comunità. Il loro rafforzamento è un cardine per la ripresa del sistema Paese. E la loro migliore rappresentazione è un buon racconto dell’Italia. Tutt’altro rispetto alla narrazione stanca sull’Italietta.

(foto Getty Images)

Guardare al futuro partendo dalle persone

Le prospettive per società e imprese italiane delineate un libro denso e importante

Cambiare passo. Necessità comune ai sistemi sociali ed economici, così come alle imprese, quando lo richiedono le circostanze. E per fare davvero un “salto di qualità”, in alto, nelle prospettive di sviluppo. È la situazione in cui si trova l’Italia e che è oggetto de “Il futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere” bel libro scritto da Stefano Caselli (professore ordinario di Finanza presso l’Università Bocconi) che ha provato a raccogliere una serie di riflessioni sulle trasformazioni che si stanno attraversando.
Caselli parte da una considerazione: l’Italia si trova di fronte a una scelta decisiva. Il Paese può, infatti, continuare a essere un Paese “da numeratore”, concentrato cioè sulla componente del debito nel rapporto debito/PIL, oppure diventare finalmente un Paese “da denominatore”, puntando a far crescere il PIL attraverso investimenti coraggiosi e una visione di lungo termine.
Nel libro viene quindi delineato un percorso positivo che passa attraverso il capitale di rischio, la crescita dimensionale delle imprese e la valorizzazione del patrimonio di risparmi. Con alcuni elementi che non possono mancare. Come l’Europa e il ruolo che può giocare in un mondo sempre più polarizzato, dove la dimensione diventa cruciale per competere con le grandi piattaforme globali. Per Caselli, tuttavia, la chiave del futuro rimane il capitale umano: dalla scuola all’università, dalle startup alle grandi imprese, sono le persone e i loro talenti a determinare il destino di un paese. Un “capitale”, quello umano, che, scrive l’autore, non deve essere considerato come una risorsa scontata ma, anzi, deve essere curato e fatto crescere con grande attenzione.
Il libro di Stefano Caselli è una lettura da compiere con scrupolo, soprattutto perché invita chi legge a non subire il futuro ma a costruirlo. Viene scritto nelle conclusioni: “Adesso la sfida è sedersi al tavolo e progettare il futuro”. E poi ancora: “La domanda inevitabile è: ce la faremo? Proviamo a scrivere un finale sorprendente e diverso?”. Alcune possibili risposte a questi interrogativi le indica proprio Stefano Caselli.

Il Futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere
Stefano Caselli
EGEA, 2025

Guardare al futuro partendo dalle persone
Guardare al futuro partendo dalle persone

Le prospettive per società e imprese italiane delineate un libro denso e importante

Cambiare passo. Necessità comune ai sistemi sociali ed economici, così come alle imprese, quando lo richiedono le circostanze. E per fare davvero un “salto di qualità”, in alto, nelle prospettive di sviluppo. È la situazione in cui si trova l’Italia e che è oggetto de “Il futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere” bel libro scritto da Stefano Caselli (professore ordinario di Finanza presso l’Università Bocconi) che ha provato a raccogliere una serie di riflessioni sulle trasformazioni che si stanno attraversando.
Caselli parte da una considerazione: l’Italia si trova di fronte a una scelta decisiva. Il Paese può, infatti, continuare a essere un Paese “da numeratore”, concentrato cioè sulla componente del debito nel rapporto debito/PIL, oppure diventare finalmente un Paese “da denominatore”, puntando a far crescere il PIL attraverso investimenti coraggiosi e una visione di lungo termine.
Nel libro viene quindi delineato un percorso positivo che passa attraverso il capitale di rischio, la crescita dimensionale delle imprese e la valorizzazione del patrimonio di risparmi. Con alcuni elementi che non possono mancare. Come l’Europa e il ruolo che può giocare in un mondo sempre più polarizzato, dove la dimensione diventa cruciale per competere con le grandi piattaforme globali. Per Caselli, tuttavia, la chiave del futuro rimane il capitale umano: dalla scuola all’università, dalle startup alle grandi imprese, sono le persone e i loro talenti a determinare il destino di un paese. Un “capitale”, quello umano, che, scrive l’autore, non deve essere considerato come una risorsa scontata ma, anzi, deve essere curato e fatto crescere con grande attenzione.
Il libro di Stefano Caselli è una lettura da compiere con scrupolo, soprattutto perché invita chi legge a non subire il futuro ma a costruirlo. Viene scritto nelle conclusioni: “Adesso la sfida è sedersi al tavolo e progettare il futuro”. E poi ancora: “La domanda inevitabile è: ce la faremo? Proviamo a scrivere un finale sorprendente e diverso?”. Alcune possibili risposte a questi interrogativi le indica proprio Stefano Caselli.

Il Futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere
Stefano Caselli
EGEA, 2025

Fondazione Pirelli e #ioleggoperchè presentano il documentario “Leggere può cambiare tutto”

Nell’ambito di BookCity Milano e in occasione dei dieci anni di #ioleggoperché – l’iniziativa nazionale di AIE a favore delle biblioteche scolastiche – Pirelli e Fondazione Pirelli hanno confermato il loro impegno nella promozione della lettura tra le nuove generazioni. Presso l’Auditorium Pirelli, all’interno dell’Headquarters dell’azienda, si è svolto un evento speciale dedicato alle scuole primarie e secondarie, durante il quale è stato presentato il documentario “Leggere può cambiare tutto. Dieci anni di #ioleggoperché”, che ha celebrato l’importanza della lettura a scuola e il valore delle biblioteche.

A condurre l’evento è stata Sara Zambotti, nota speaker radiofonica italiana, che ha guidato gli studenti e le studentesse in un dialogo coinvolgente sul potere delle storie come motore di cambiamento. Ospite della mattinata è stato Luigi Garlando, scrittore e giornalista, che ha raccontato come i libri possano diventare strumenti di crescita e di coesione, sottolineando l’importanza di arricchire le biblioteche scolastiche e di creare comunità attive intorno alla lettura.

All’incontro sono intervenuti anche Antonio Calabrò, Direttore di Fondazione Pirelli, Innocenzo Cipolletta, Presidente di AIE, e Luca Formenton, Presidente di BookCity Milano, che hanno approfondito il ruolo della lettura come leva di crescita culturale e civile. Dopo gli interventi, la parola è passata ai veri protagonisti dell’iniziativa, ragazzi e ragazze, che hanno condiviso i loro titoli preferiti, parlato dei generi e degli autori amati e raccontato le proprie esperienze personali. È stato un momento di scambio e ispirazione, dove le voci dei giovani lettori sono diventate il cuore pulsante dell’evento.

Guarda un estratto dal documentario Leggere può cambiare tutto”. Buona visione!

Fondazione Pirelli e #ioleggoperchè presentano il documentario “Leggere può cambiare tutto”
Fondazione Pirelli e #ioleggoperchè presentano il documentario “Leggere può cambiare tutto”

Nell’ambito di BookCity Milano e in occasione dei dieci anni di #ioleggoperché – l’iniziativa nazionale di AIE a favore delle biblioteche scolastiche – Pirelli e Fondazione Pirelli hanno confermato il loro impegno nella promozione della lettura tra le nuove generazioni. Presso l’Auditorium Pirelli, all’interno dell’Headquarters dell’azienda, si è svolto un evento speciale dedicato alle scuole primarie e secondarie, durante il quale è stato presentato il documentario “Leggere può cambiare tutto. Dieci anni di #ioleggoperché”, che ha celebrato l’importanza della lettura a scuola e il valore delle biblioteche.

A condurre l’evento è stata Sara Zambotti, nota speaker radiofonica italiana, che ha guidato gli studenti e le studentesse in un dialogo coinvolgente sul potere delle storie come motore di cambiamento. Ospite della mattinata è stato Luigi Garlando, scrittore e giornalista, che ha raccontato come i libri possano diventare strumenti di crescita e di coesione, sottolineando l’importanza di arricchire le biblioteche scolastiche e di creare comunità attive intorno alla lettura.

All’incontro sono intervenuti anche Antonio Calabrò, Direttore di Fondazione Pirelli, Innocenzo Cipolletta, Presidente di AIE, e Luca Formenton, Presidente di BookCity Milano, che hanno approfondito il ruolo della lettura come leva di crescita culturale e civile. Dopo gli interventi, la parola è passata ai veri protagonisti dell’iniziativa, ragazzi e ragazze, che hanno condiviso i loro titoli preferiti, parlato dei generi e degli autori amati e raccontato le proprie esperienze personali. È stato un momento di scambio e ispirazione, dove le voci dei giovani lettori sono diventate il cuore pulsante dell’evento.

Guarda un estratto dal documentario Leggere può cambiare tutto”. Buona visione!

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