Assistenza alla consultazione

Per richiedere la consultazione del materiale conservato nell'Archivio Storico e nelle Biblioteche della Fondazione Pirelli al fine di studi e ricerche e conoscere le modalità di utilizzo dei materiali per prestiti e mostre, compila il seguente modulo.
Riceverai una mail di conferma dell'avvenuta ricezione della richiesta e sarai ricontattato.

Percorsi Fondazione Pirelli Educational

Seleziona il grado di istruzione della scuola di appartenenza

Visita la Fondazione

Per informazioni sulle attività della Fondazione, visite guidate e l'accessibilità agli spazi contattare il numero 0264423971 o compilare il form qui sotto anticipando nel campo note i dettagli nella richiesta.

Ricostruire fiducia e investire su cultura e futuro, le parole di Mattarella per i cinquant’anni del Fai

Ricostruire fiducia. E ridare speranza, soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, molti, troppi dei quali abbandonano l’Italia in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. In tempi di crisi, quali quelli che stiamo vivendo, è necessario avere la chiara consapevolezza delle tensioni, delle fratture e dei  rischi di degrado delle condizioni politiche, economiche e sociali. Ma anche provare a intravvedere, e cercare di costruire, progetti di ripresa, di riscatto. Al di là del buon senso che racconta come il punto più oscuro delle notte sia proprio alla vigilia dell’alba, a mettere un limite alla disperazione contribuiscono le pagine più lucide della nostra letteratura. Come quella che conclude “Le città invisibili” di Italo Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’é uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

La lezione di Calvino è parte integrante di un modo responsabile di concepire il lavoro intellettuale e dunque anche l’impegno politico. E vale la pena tenerla a mente di fronte ai tanti segnali di crisi che affollano il nostro tempo inquieto. Cercandone tracce nel tessuto stesso del discorso pubblico con cui viviamo, raccontiamo, progettiamo una più soddisfacente condizione nel nostro essere cives, cittadini responsabili di una comunità.

Un buon esempio sta nelle parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciate nei giorni scorsi durante la cerimonia, al Quirinale, per i cinquant’anni del Fai, il Fondo che, meritoriamente, tutela e valorizza i beni ambientali italiani e dunque anche il paesaggio, i monumenti, le testimonianze storiche di una straordinaria civiltà. In linea, appunto, con la recente versione dell’articolo 9 della Costituzione che, nella modifica del febbraio 2022, ha introdotto, accanto allo “sviluppo della cultura”, alla “ricerca scientifica e tecnica” e alla tutela del “paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione” pure “la tutela dell’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”.

Sostiene il presidente Mattarella che la cultura ha la responsabilità della “costruzione di identità condivise e comuni, nel rispetto delle identità di ciascuno” e definisce una civiltà “che genera capitale sociale, incontro, pace, sviluppo”. Quest’Italia è, appunto, “un suggestivo mosaico” frutto di “tante storie e vicende” e “pazientemente composto a beneficio delle nuove generazioni”. Tocca a loro, infatti, “trovare alimento nella storia da cui hanno origine” e da essa “alzare l’orizzonte nel nostro sguardo”. In altri termini, “il destino dell’uomo e il destino dell’ambiente non sono mai stati così strettamente connessi”.

Ambiente, cultura, storia e sviluppo sostenibile sono cardini essenziali di una più equilibrata crescita economica e sociale (ne abbiamo parlato anche nei blog delle ultime due settimane). E se in tempi di radicali sconvolgimenti degli equilibri geopolitici e di profondo turbamento dei mercati a causa delle gravi guerre commerciali in corso, vanno ridefinite ragioni e metodi delle competizioni e delle ricostruzioni delle catene del valore, proprio l’Italia, nel contesto dell’Europa, non può non fare leva sulle caratteristiche culturali, economiche e civili che ne connotano storia e futuro.

Ecco perché il presidente Mattarella ricorda che “non si tratta di imbalsamare luoghi, ma di mettere a disposizione della comunità risorse che si rischia di disperdere se non più valorizzate”.

Sono luoghi, infatti, densi di bellezza e di cultura. E i 72 beni affidati al Fai (56, quelli aperti al pubblico e protetti e valorizzati grazie all’impegno di 300mila iscritti e 16mila volontari) sono un campione di quella straordinaria ricchezza italiana che vale non solo come stimolo per un turismo colto, lento, consapevole e responsabile, ma soprattutto come patrimonio culturale e come capitale sociale da usare bene come leva di sviluppo sostenibile.

A ragione, il presidente Mattarella, nell’incontro con i delegati del Fai (guidati dal presidente Marco Magnifico e dall’ex presidente Andrea Carandini) ha ricordato le parole di Benedetto Croce, promotore nel 1922 della prima legge sul paesaggio e convinto che “lo spirito di una comunità fosse legato ai territori e al paesaggio, degradando i quali si rischiava di indebolire e sradicare le proprie ragioni storiche e culturali”. Un rischio, purtroppo, ancora attuale, anche in violazione delle serie norme di tutela.

Valori culturali e morali. E valori di rilievo economico. La cultura italiana, in cui affonda le sue radici vitali il miglior Made in Italy, è infatti un ricco tessuto intrecciato di senso della bellezza e conoscenze scientifiche e tecnologiche, sapienza letteraria, artistica e filosofica e spirito matematico, creatività originale e capacità manifatturiera di fare “cose belle che piacciono al mondo”.

Le imprese migliori del Made in Italy ne sono consapevoli. Hanno fatto dei valori ESG parte essenziale del loro modo di produrre, lavorare, stare sul mercato, crescere ed essere competitive. E sanno che la propria storia è un fattore distintivo, in una competizione in cui pesano negativamente concorrenze improprie ed emulazioni. E che, appunto, il legame con i territori è un fattore identitario di qualità e sostenibilità, per trasmettere conoscenze e costruirne di nuove. Le esperienze raccontate negli oltre 160 musei e archivi storici d’impresa iscritti a Museimpresa (l’associazione nata oltre vent’anni fa da Assolombarda e Confindustria) ne sono chiare testimonianze. E la collaborazione che da tempo va avanti tra il Fai, il mondo delle imprese sostenitrici (Pirelli è una di queste) e la stessa Museimpresa dicono di un impegno comune che ha forti valenze economiche e culturali.

Come andare avanti? Se questo è il nostro patrimonio di sviluppo sostenibile, sono necessari forti investimenti pubblici sulla cultura, sulla ricerca scientifica, sulla scuola e sulla formazione di lungo periodo, cercando di raggiungere velocemente standard europei. Utili, anche, forti incentivi fiscali per le imprese private che investono in quelle direzioni (un’estensione dell’Art Bonus sarebbe quanto mai opportuna, dando finalmente ascolto a chi, come Museimpresa, lo chiede da tempo).

Il nostro futuro, infatti, ha un cuore antico (parafrasando l’efficace titolo di un libro di Carlo Levi). Ed è indispensabile affrontare le sfide di una contemporaneità che si presenta carica di complessità e aspetti controversi, ma anche di straordinarie opportunità. Di complessità, d’altronde, proprio l’esperienza culturale e sociale italiana è sempre stata straordinariamente densa. E quel “mosaico di storie diverse” ricordato dal presidente Mattarella proprio oggi è un elemento su cui fare leva. Per ricostruire fiducia e dare ai giovani stimoli per investire, lavorare, fare ricerca, rafforzare la propria creatività e intraprendenza.

Tracce di storia, percorsi di futuro.

(foto Getty Images)

Ricostruire fiducia. E ridare speranza, soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, molti, troppi dei quali abbandonano l’Italia in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. In tempi di crisi, quali quelli che stiamo vivendo, è necessario avere la chiara consapevolezza delle tensioni, delle fratture e dei  rischi di degrado delle condizioni politiche, economiche e sociali. Ma anche provare a intravvedere, e cercare di costruire, progetti di ripresa, di riscatto. Al di là del buon senso che racconta come il punto più oscuro delle notte sia proprio alla vigilia dell’alba, a mettere un limite alla disperazione contribuiscono le pagine più lucide della nostra letteratura. Come quella che conclude “Le città invisibili” di Italo Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’é uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

La lezione di Calvino è parte integrante di un modo responsabile di concepire il lavoro intellettuale e dunque anche l’impegno politico. E vale la pena tenerla a mente di fronte ai tanti segnali di crisi che affollano il nostro tempo inquieto. Cercandone tracce nel tessuto stesso del discorso pubblico con cui viviamo, raccontiamo, progettiamo una più soddisfacente condizione nel nostro essere cives, cittadini responsabili di una comunità.

Un buon esempio sta nelle parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciate nei giorni scorsi durante la cerimonia, al Quirinale, per i cinquant’anni del Fai, il Fondo che, meritoriamente, tutela e valorizza i beni ambientali italiani e dunque anche il paesaggio, i monumenti, le testimonianze storiche di una straordinaria civiltà. In linea, appunto, con la recente versione dell’articolo 9 della Costituzione che, nella modifica del febbraio 2022, ha introdotto, accanto allo “sviluppo della cultura”, alla “ricerca scientifica e tecnica” e alla tutela del “paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione” pure “la tutela dell’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”.

Sostiene il presidente Mattarella che la cultura ha la responsabilità della “costruzione di identità condivise e comuni, nel rispetto delle identità di ciascuno” e definisce una civiltà “che genera capitale sociale, incontro, pace, sviluppo”. Quest’Italia è, appunto, “un suggestivo mosaico” frutto di “tante storie e vicende” e “pazientemente composto a beneficio delle nuove generazioni”. Tocca a loro, infatti, “trovare alimento nella storia da cui hanno origine” e da essa “alzare l’orizzonte nel nostro sguardo”. In altri termini, “il destino dell’uomo e il destino dell’ambiente non sono mai stati così strettamente connessi”.

Ambiente, cultura, storia e sviluppo sostenibile sono cardini essenziali di una più equilibrata crescita economica e sociale (ne abbiamo parlato anche nei blog delle ultime due settimane). E se in tempi di radicali sconvolgimenti degli equilibri geopolitici e di profondo turbamento dei mercati a causa delle gravi guerre commerciali in corso, vanno ridefinite ragioni e metodi delle competizioni e delle ricostruzioni delle catene del valore, proprio l’Italia, nel contesto dell’Europa, non può non fare leva sulle caratteristiche culturali, economiche e civili che ne connotano storia e futuro.

Ecco perché il presidente Mattarella ricorda che “non si tratta di imbalsamare luoghi, ma di mettere a disposizione della comunità risorse che si rischia di disperdere se non più valorizzate”.

Sono luoghi, infatti, densi di bellezza e di cultura. E i 72 beni affidati al Fai (56, quelli aperti al pubblico e protetti e valorizzati grazie all’impegno di 300mila iscritti e 16mila volontari) sono un campione di quella straordinaria ricchezza italiana che vale non solo come stimolo per un turismo colto, lento, consapevole e responsabile, ma soprattutto come patrimonio culturale e come capitale sociale da usare bene come leva di sviluppo sostenibile.

A ragione, il presidente Mattarella, nell’incontro con i delegati del Fai (guidati dal presidente Marco Magnifico e dall’ex presidente Andrea Carandini) ha ricordato le parole di Benedetto Croce, promotore nel 1922 della prima legge sul paesaggio e convinto che “lo spirito di una comunità fosse legato ai territori e al paesaggio, degradando i quali si rischiava di indebolire e sradicare le proprie ragioni storiche e culturali”. Un rischio, purtroppo, ancora attuale, anche in violazione delle serie norme di tutela.

Valori culturali e morali. E valori di rilievo economico. La cultura italiana, in cui affonda le sue radici vitali il miglior Made in Italy, è infatti un ricco tessuto intrecciato di senso della bellezza e conoscenze scientifiche e tecnologiche, sapienza letteraria, artistica e filosofica e spirito matematico, creatività originale e capacità manifatturiera di fare “cose belle che piacciono al mondo”.

Le imprese migliori del Made in Italy ne sono consapevoli. Hanno fatto dei valori ESG parte essenziale del loro modo di produrre, lavorare, stare sul mercato, crescere ed essere competitive. E sanno che la propria storia è un fattore distintivo, in una competizione in cui pesano negativamente concorrenze improprie ed emulazioni. E che, appunto, il legame con i territori è un fattore identitario di qualità e sostenibilità, per trasmettere conoscenze e costruirne di nuove. Le esperienze raccontate negli oltre 160 musei e archivi storici d’impresa iscritti a Museimpresa (l’associazione nata oltre vent’anni fa da Assolombarda e Confindustria) ne sono chiare testimonianze. E la collaborazione che da tempo va avanti tra il Fai, il mondo delle imprese sostenitrici (Pirelli è una di queste) e la stessa Museimpresa dicono di un impegno comune che ha forti valenze economiche e culturali.

Come andare avanti? Se questo è il nostro patrimonio di sviluppo sostenibile, sono necessari forti investimenti pubblici sulla cultura, sulla ricerca scientifica, sulla scuola e sulla formazione di lungo periodo, cercando di raggiungere velocemente standard europei. Utili, anche, forti incentivi fiscali per le imprese private che investono in quelle direzioni (un’estensione dell’Art Bonus sarebbe quanto mai opportuna, dando finalmente ascolto a chi, come Museimpresa, lo chiede da tempo).

Il nostro futuro, infatti, ha un cuore antico (parafrasando l’efficace titolo di un libro di Carlo Levi). Ed è indispensabile affrontare le sfide di una contemporaneità che si presenta carica di complessità e aspetti controversi, ma anche di straordinarie opportunità. Di complessità, d’altronde, proprio l’esperienza culturale e sociale italiana è sempre stata straordinariamente densa. E quel “mosaico di storie diverse” ricordato dal presidente Mattarella proprio oggi è un elemento su cui fare leva. Per ricostruire fiducia e dare ai giovani stimoli per investire, lavorare, fare ricerca, rafforzare la propria creatività e intraprendenza.

Tracce di storia, percorsi di futuro.

(foto Getty Images)

Diversity Management come buona cultura del produrre

Una tesi discussa all’Università di Genova pone in rilievo i passi avanti compiuti ma anche il cammino ancora da fare

Valorizzare e rispettare chi lavora nelle imprese. Assunto importante e fondamentale, quasi scontato, che, in realtà, non sempre viene applicato come dovrebbe. Questione di cultura prima che di gestione. Questione ormai imprescindibile per ogni organizzazione della produzione, tanto da aver fatto nascere un particolare approccio. Il Diversity Management è ormai bagaglio obbligatorio per ogni buona cultura del produrre, ma è ancora un bagaglio che non tutti si portano dietro.

Erica Rovina, con la sua tesi discussa presso la Scuola di Scienze Sociali dell’Università di Genova, affronta il tema guardandolo da più punti di vista. “Diversity Management nelle imprese: una visione strategica” – questo il titolo della ricerca – ha l’obiettivo di analizzare quelle che sono le cause, le sfide e le opportunità del Diversity Management, come viene spiegato nelle prima pagine del lavoro, andandosi a concentrare su alcune forme di discriminazione, tra cui quelle razziali, di genere e culturali.

Erica Rovina mette a fuoco prima i tratti fondamentali del Diversity Management inteso come strategia essenziale per le organizzazioni, che ha l’obiettivo di valorizzare le differenze individuali oltre che promuovere ambienti di lavoro inclusivi e competitivi. Per questo motivo, nella tesi viene esplorato anche l’insieme delle attuali regole che normano queste pratiche non solo in Italia e in Europa ma anche negli USA. Successivamente la ricerca cerca di mettere in luce il livello di applicazione reale delle regole nelle diverse imprese e quindi le difficoltà ancora da risolvere. La teoria viene poi confrontata con la pratica attraverso un caso studio, quello di Cirfood, azienda che si occupa della ristorazione collettiva e commerciale.

Il quadro che emerge è complesso e variegato. La reale applicazione delle indicazioni del Diversity Management passa infatti dal semplice rispetto delle regole di legge ad iniziative di marketing a vere azioni di strategia per il coinvolgimento e la valorizzazione di chi lavora in azienda. Ed è un lungo cammino quello che appare ancora da compiere.

 

Diversity Management nelle imprese: una visione strategica

Erica Rovina

Tesi, Università degli Studi di Genova, Scuola di Scienze Sociali, Dipartimento di Economia Corso di Laurea Magistrale in Management, 2025

Una tesi discussa all’Università di Genova pone in rilievo i passi avanti compiuti ma anche il cammino ancora da fare

Valorizzare e rispettare chi lavora nelle imprese. Assunto importante e fondamentale, quasi scontato, che, in realtà, non sempre viene applicato come dovrebbe. Questione di cultura prima che di gestione. Questione ormai imprescindibile per ogni organizzazione della produzione, tanto da aver fatto nascere un particolare approccio. Il Diversity Management è ormai bagaglio obbligatorio per ogni buona cultura del produrre, ma è ancora un bagaglio che non tutti si portano dietro.

Erica Rovina, con la sua tesi discussa presso la Scuola di Scienze Sociali dell’Università di Genova, affronta il tema guardandolo da più punti di vista. “Diversity Management nelle imprese: una visione strategica” – questo il titolo della ricerca – ha l’obiettivo di analizzare quelle che sono le cause, le sfide e le opportunità del Diversity Management, come viene spiegato nelle prima pagine del lavoro, andandosi a concentrare su alcune forme di discriminazione, tra cui quelle razziali, di genere e culturali.

Erica Rovina mette a fuoco prima i tratti fondamentali del Diversity Management inteso come strategia essenziale per le organizzazioni, che ha l’obiettivo di valorizzare le differenze individuali oltre che promuovere ambienti di lavoro inclusivi e competitivi. Per questo motivo, nella tesi viene esplorato anche l’insieme delle attuali regole che normano queste pratiche non solo in Italia e in Europa ma anche negli USA. Successivamente la ricerca cerca di mettere in luce il livello di applicazione reale delle regole nelle diverse imprese e quindi le difficoltà ancora da risolvere. La teoria viene poi confrontata con la pratica attraverso un caso studio, quello di Cirfood, azienda che si occupa della ristorazione collettiva e commerciale.

Il quadro che emerge è complesso e variegato. La reale applicazione delle indicazioni del Diversity Management passa infatti dal semplice rispetto delle regole di legge ad iniziative di marketing a vere azioni di strategia per il coinvolgimento e la valorizzazione di chi lavora in azienda. Ed è un lungo cammino quello che appare ancora da compiere.

 

Diversity Management nelle imprese: una visione strategica

Erica Rovina

Tesi, Università degli Studi di Genova, Scuola di Scienze Sociali, Dipartimento di Economia Corso di Laurea Magistrale in Management, 2025

Non più solo ingranaggi

Pubblicato un libro che approfondisce gli aspetti umani delle imprese

Da ingranaggio ad essere umano. Seguendo l’evoluzione delle indicazioni di gestione d’impresa, e compiendo una grande sintesi, può essere questa la parabola del ruolo del lavoro e dei lavoratori. Percorso complesso, non ancora completamente compiuto. Percorso che va comunque aiutato e prima ancora ben compreso. Elementi fondamentali in questa direzione arrivano da “Il lato umano dell’impresa. Vivere la comunità dentro le organizzazioni” libro di Francesco Limone da poco pubblicato che dice molto fin dal titolo: guardare alle organizzazioni della produzione anche come comunità e non solo come meccanismi.

La base di partenza è il management scientifico, nato durante la seconda rivoluzione industriale, che vedeva (appunto) i lavoratori come ingranaggi di una macchina, con il lavoro percepito come qualcosa di separato dalla vita. In quell’era, le aziende affrontavano problemi tecnici risolvibili attraverso esperti e competenze specifiche. Oggi è tutto diverso, a partire dal contesto nel quale le imprese agiscono. E’ un sistema sociale indicato dall’acronimo B.A.N.I.: Brittle, Anxious, Nonlinear, Incomprehensibile e cioè fragile, ansioso, non lineare e incomprensibile. L’incertezza e la complessità richiedono un approccio diverso, dove ciascuno conta e contribuisce, conciliando obiettivi aziendali con una visione antropologica, e cioè umana, dell’impresa.

È su queste constatazioni che Francesco Limone fonda il suo ragionamento. Le sfide attuali – viene spiegato – sono prevalentemente adattive: nuove per tutti, con risposte che nascono dal confronto e dalle conversazioni di qualità all’interno di una comunità. Il motore dell’impresa non sono solo i talenti individuali, ma l’intera comunità che al suo interno vive e opera. La leadership diventa diffusa, combinando sfida e cura, basandosi sul senso di appartenenza e di comunità.

Senso di comunità, dunque. Condizione complessa e difficile da costruire, eppure fondamentale. Anche per le imprese. E non solo per rispondere alle sfide correnti, ma per valorizzare l’intreccio di vite interdipendenti.

È da leggere con attenzione il libro di Limone, arricchito da una prefazione di Stefano Zamagni che pone il testo in una prospettiva umanistica e storica che aiuta a comprenderlo meglio.

Il lato umano dell’impresa. Vivere la comunità dentro le organizzazioni

Francesco Limone

Egea, 2025

Pubblicato un libro che approfondisce gli aspetti umani delle imprese

Da ingranaggio ad essere umano. Seguendo l’evoluzione delle indicazioni di gestione d’impresa, e compiendo una grande sintesi, può essere questa la parabola del ruolo del lavoro e dei lavoratori. Percorso complesso, non ancora completamente compiuto. Percorso che va comunque aiutato e prima ancora ben compreso. Elementi fondamentali in questa direzione arrivano da “Il lato umano dell’impresa. Vivere la comunità dentro le organizzazioni” libro di Francesco Limone da poco pubblicato che dice molto fin dal titolo: guardare alle organizzazioni della produzione anche come comunità e non solo come meccanismi.

La base di partenza è il management scientifico, nato durante la seconda rivoluzione industriale, che vedeva (appunto) i lavoratori come ingranaggi di una macchina, con il lavoro percepito come qualcosa di separato dalla vita. In quell’era, le aziende affrontavano problemi tecnici risolvibili attraverso esperti e competenze specifiche. Oggi è tutto diverso, a partire dal contesto nel quale le imprese agiscono. E’ un sistema sociale indicato dall’acronimo B.A.N.I.: Brittle, Anxious, Nonlinear, Incomprehensibile e cioè fragile, ansioso, non lineare e incomprensibile. L’incertezza e la complessità richiedono un approccio diverso, dove ciascuno conta e contribuisce, conciliando obiettivi aziendali con una visione antropologica, e cioè umana, dell’impresa.

È su queste constatazioni che Francesco Limone fonda il suo ragionamento. Le sfide attuali – viene spiegato – sono prevalentemente adattive: nuove per tutti, con risposte che nascono dal confronto e dalle conversazioni di qualità all’interno di una comunità. Il motore dell’impresa non sono solo i talenti individuali, ma l’intera comunità che al suo interno vive e opera. La leadership diventa diffusa, combinando sfida e cura, basandosi sul senso di appartenenza e di comunità.

Senso di comunità, dunque. Condizione complessa e difficile da costruire, eppure fondamentale. Anche per le imprese. E non solo per rispondere alle sfide correnti, ma per valorizzare l’intreccio di vite interdipendenti.

È da leggere con attenzione il libro di Limone, arricchito da una prefazione di Stefano Zamagni che pone il testo in una prospettiva umanistica e storica che aiuta a comprenderlo meglio.

Il lato umano dell’impresa. Vivere la comunità dentro le organizzazioni

Francesco Limone

Egea, 2025

Le parole per raccontare creatività, cultura e industria e fare crescere il valore della lingua italiana nel mondo

“L’Italia deve far bene l’Italia”, sostiene da tempo la Fondazione Symbola. E cioè valorizzare la sua originale attitudine a tenere insieme creatività artistica e intraprendenza economica, gusto per il “bello e ben fatto” e passione per l’innovazione, spirito civico e qualità d’impresa, rispetto per l’ambiente e cultura del mercato. Dare spazio, insomma, a un capitale sociale intessuto da produttività e solidarietà. Se ne parlerà al seminario annuale estivo di Symbola a Mantova, alla fine di giugno, intitolato appunto “Se l’Italia fa l’Italia – Sostenibilità, Europa, Futuro”. E ne saranno protagonisti economisti, sociologi, politici e donne e uomini al vertice di quelle imprese che, facendo della sostenibilità ambientale e sociale un asset fondamentale della propria competitività, continuano ad occupare i migliori spazi sui mercati internazionali, nelle nicchie di alta qualità ed elevato valore aggiunto.

In questi tempi difficili e incerti, in cui le crisi geopolitiche travolgono i tradizionali assetti di potere e le guerre commerciali compromettono le possibilità di crescita economica sia globale che in moltissimi paesi, ridefinire le ragioni di competitività e riorganizzare le catene del valore è una sfida essenziale, anche e soprattutto per le imprese italiane ed europee. La diffusione dell’IA (l’Artificial Intelligence) aiuta ad affrontarla con un certo successo. E il Centro di Supercalcolo “Leonardo”, a Bologna, in raccordo con le università del Nord, le reti d’impresa e i centri di ricerca pubblici e privati, può fare la differenza a nostro vantaggio.

Da sempre, d’altronde, la “cultura politecnica” italiana, capace di trovare sintesi virtuose tra saperi umanistici e conoscenze scientifiche, da Leonardo da Vinci a Galileo Galilei, dai fisici di via Panisperna ai chimici alla Giulio Natta, premio Nobel per la Chimica nel 1963, dalla Olivetti alla Pirelli e alla Finmeccanica (oggi Leonardo), ne offre indicazioni preziose.

Come fare crescere, insomma, il Made in Italy? E come costruire maggior valore economico facendo leva sui valori cari sia ai mercati che agli stakeholders delle nostre imprese? Investimenti pubblici e privati o in ricerca e innovazione, superando la tradizionale tendenza, di governo in governo, a spendere meno della media Ue sulla ricerca e sulla formazione. Ma anche un’ambiziosa strategia di politica culturale e di politica industriale che, nel contesto delle scelte europee, valorizzi il “sapere italiano”, la nostra cultura (quella dimensione “politecnica” di cui abbiamo detto) e, naturalmente, anche la diffusione della nostra lingua. Senza retoriche nazionaliste. Ma con la consapevolezza delle relazioni, mediterranee ed europee, di cui una lingua come l’italiano è un prodotto esemplare.

Proprio quest’ultimo aspetto dei valori linguistici ed espressivi è stato al centro, a metà aprile, degli “Stati Generali della Lingua italiana”, organizzati al Maxxi di Roma, per iniziativa del ministero degli Esteri e della Società Dante Alighieri. E nel corso del dibattito sono stati analizzati anche gli aspetti legati al Made in Italy e alle attività industriali.

Come valorizzare, dunque, l’italiano come parte fondamentale delle nostre capacità sociali, culturali ed economiche? Si può partire da una frase di Gio Ponti, grande architetto, progettista, designer: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”. Ponti ha interpretato i processi di modernizzazione del Paese in una lunga stagione del Novecento, come mostrano il Grattacielo Pirelli, icona del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche una serie di oggetti di design e d’arte che hanno caratterizzato l’evoluzione del gusto italiano e dello stile di vita e la sua diffusione internazionale come prodotto culturale e industriale.

La cultura industriale, la cultura d’impresa, in altri termini, sono parti essenziali del patrimonio culturale italiano. Radici storiche e visioni del futuro. Un patrimonio ricco, complesso, vario, di creatività e originale operosità. D’immaginazione e produzione. La nostra lingua letteraria e scientifica ne rivela profonde tracce.

C’è, in questo patrimonio, la grande letteratura di Dante, Leopardi e Manzoni, tanto per fare solo pochi nomi. L’opera lirica di Verdi e Rossini. Le arti figurative che, da Giotto a Michelangelo, da Caravaggio a De Chirico e Modigliani segnano tutto il corso di un millennio di capolavori. Il teatro di Goldoni e Pirandello. Il cinema e la fotografia. Ma anche la matematica e la fisica, la chimica e l’architettura. Le tipografie e i caratteri di Bodoni e Manuzio. E il design e l’industria. Una cultura composita, ricca di intrecci e relazioni. Con la capacità di “fare cose belle che piacciono al mondo”. Una civiltà delle macchine, del lavoro, dell’intraprendenza e della creatività.

Arte e industria, dunque. Sapendo che fare industria significa fare cultura. E con un Made in Italy che ha una robusta connotazione industriale, di grande attualità, nei settori della meccanica e della meccatronica, della robotica, dell’automotive, della chimica e della farmaceutica, della gomma e della plastica, dell’avionica e dell’aerospazio, della cantieristica navale, oltre che naturalmente dell’abbigliamento, dell’arredamento e dell’agroalimentare. Che parole usare per raccontarlo?

Vale la pena ricordare un’essenziale lezione latina: “Nomina sunt consequentia rerum”. Guardiamo le res, allora. E ragioniamo sull’identità italiana, ben sapendo che “l’identità non sta nel soggetto, ma nella relazione”, secondo l’acuta riflessione di un grande filosofo francese, Emmanuel Lévinas. L’identità italiana, molteplice, dialettica, aperta, inclusiva, sta nel senso della bellezza, dell’equilibrio, della misura, in una forma che esprime una funzione e accompagna (spesso preannuncia) il cambiamento economico e sociale, il movimento, la trasformazione. Identità italiana come metamorfosi. Consapevolezza della storia. E sguardo aperto sul futuro (i documenti e gli oggetti custoditi e valorizzati dagli oltre 160 musei e archivi storici aziendali iscritti a Museimpresa, ne offrono esemplari testimonianze) una novità, una presenza sui mercati.

Senso della misura, dunque. Artigianalità. Qualità.

Artigianalità non vuol dire chiudersi nell’orizzonte della piccola bottega artigiana, comunque importante. Indica invece, in senso più ampio, un metodo del fare a mano, la precisione, la cura del dettaglio, l’attenzione per l’equilibrio tra le forme e le funzioni, un senso del prodotto curato per il singolo uso del singolo cliente. L’artigianalità applicata al grande processo industriale, alle sue nicchie a maggior valore aggiunto.

E la misura? Cosa vuol dire misura? Il senso della misura, dell’equilibrio, delle proporzioni e delle relazioni è parte fondamentale della bellezza. Per averne un’idea, si può andare a Milano, alla Biblioteca Ambrosiana e aprire le pagine del “Codice Atlantico” di Leonardo da Vinci. Lì, nelle oltre mille tavole, ci sono raffigurazioni di ingranaggi, macchine di scavo e lavoro, disegni tecnici che colpiscono per la bellezza del tratto e la sofisticatezza della tecnologia raffigurata, il senso dell’equilibrio e la forza della precisione, qualità che poi, secoli dopo, si sarebbero tradotte in tutto quello che la manifattura italiana ha saputo fare nel tempo, e che ancora oggi sa realizzare. Coerentemente, quando la Confindustria, nel giugno del ‘23 ha deciso di aprire un suo ufficio di rappresentanza a Washington, ha portato in esposizione, alla Public Library della capitale Usa, appunto i disegni leonardeschi del Codice Atlantico.

C’è una parola che, adesso, vale la pena sottolineare: design. Disegno industriale. Bellezza e funzionalità legate alla qualità della vita quotidiana, dei consumi e dell’evoluzione dei consumi.  Estetica e uso degli oggetti di produzione industriale. Espressione della “cultura politecnica” di cui continuiamo a parlare. Una cultura del progetto e del prodotto e, adesso, dei servizi. Potremmo anche dire così: la qualità dell’industria italiana, la sua bellezza, la forza distintiva, la forza competitiva del Made in Italy, meritano un racconto migliore di quello che è stato fatto sino a oggi. Un racconto che esprima più compiutamente le nostre potenzialità. La flessibilità, la ricchezza, la musicalità della lingua ci vengono in aiuto. Esportare i prodotti e i servizi del made in Italy e ampliare gli orizzonti di studio e uso della lingua italiana sono parti di un identico progetto di sviluppo culturale e civile.

Ma fermiamoci ancora un momento sulla parola “bellezza”. Se non indica soltanto un insieme di valori e di fattori estetici, ma anche elementi di qualità e di funzionalità, ecco che scopriamo che, nel corso della tradizione, la bellezza ha a che fare anche con le radici della nostra coscienza civile e con quella “economia civile” di cui è stato esemplare teorico Antonio Genovesi, uno dei principali illuministi napoletani, considerato da Adam Smith, il padre dell’economia liberale, “il mio maestro”. Produttività e consapevolezza dei valori delle comunità, innovazione e solidarietà. Costruzione di ricchezza. E miglioramento degli equilibri sociali.

La bellezza dei monumenti, la bellezza del paesaggio, delle relazioni, delle città e dei quartieri, la bellezza delle aggregazioni e delle produzioni. Ma anche la bellezza delle fabbriche ben progettate, la “fabbrica bella”, cioè ben disegnata, sicura, accogliente, inclusiva, sostenibile. L’industria italiana ha dato vita e continua a far nascere e crescere “fabbriche belle” in cui lavorare è piacevole e in cui si produce meglio e con maggiore qualità. È una lezione d’esperienza e una capacità di progetto. E ragionare delle nostre parole per dire della qualità manifatturiera è un compito non solo economico, ma culturale e civile. Un’eredità storica. E un progetto futuro.

(foto Getty Images)

“L’Italia deve far bene l’Italia”, sostiene da tempo la Fondazione Symbola. E cioè valorizzare la sua originale attitudine a tenere insieme creatività artistica e intraprendenza economica, gusto per il “bello e ben fatto” e passione per l’innovazione, spirito civico e qualità d’impresa, rispetto per l’ambiente e cultura del mercato. Dare spazio, insomma, a un capitale sociale intessuto da produttività e solidarietà. Se ne parlerà al seminario annuale estivo di Symbola a Mantova, alla fine di giugno, intitolato appunto “Se l’Italia fa l’Italia – Sostenibilità, Europa, Futuro”. E ne saranno protagonisti economisti, sociologi, politici e donne e uomini al vertice di quelle imprese che, facendo della sostenibilità ambientale e sociale un asset fondamentale della propria competitività, continuano ad occupare i migliori spazi sui mercati internazionali, nelle nicchie di alta qualità ed elevato valore aggiunto.

In questi tempi difficili e incerti, in cui le crisi geopolitiche travolgono i tradizionali assetti di potere e le guerre commerciali compromettono le possibilità di crescita economica sia globale che in moltissimi paesi, ridefinire le ragioni di competitività e riorganizzare le catene del valore è una sfida essenziale, anche e soprattutto per le imprese italiane ed europee. La diffusione dell’IA (l’Artificial Intelligence) aiuta ad affrontarla con un certo successo. E il Centro di Supercalcolo “Leonardo”, a Bologna, in raccordo con le università del Nord, le reti d’impresa e i centri di ricerca pubblici e privati, può fare la differenza a nostro vantaggio.

Da sempre, d’altronde, la “cultura politecnica” italiana, capace di trovare sintesi virtuose tra saperi umanistici e conoscenze scientifiche, da Leonardo da Vinci a Galileo Galilei, dai fisici di via Panisperna ai chimici alla Giulio Natta, premio Nobel per la Chimica nel 1963, dalla Olivetti alla Pirelli e alla Finmeccanica (oggi Leonardo), ne offre indicazioni preziose.

Come fare crescere, insomma, il Made in Italy? E come costruire maggior valore economico facendo leva sui valori cari sia ai mercati che agli stakeholders delle nostre imprese? Investimenti pubblici e privati o in ricerca e innovazione, superando la tradizionale tendenza, di governo in governo, a spendere meno della media Ue sulla ricerca e sulla formazione. Ma anche un’ambiziosa strategia di politica culturale e di politica industriale che, nel contesto delle scelte europee, valorizzi il “sapere italiano”, la nostra cultura (quella dimensione “politecnica” di cui abbiamo detto) e, naturalmente, anche la diffusione della nostra lingua. Senza retoriche nazionaliste. Ma con la consapevolezza delle relazioni, mediterranee ed europee, di cui una lingua come l’italiano è un prodotto esemplare.

Proprio quest’ultimo aspetto dei valori linguistici ed espressivi è stato al centro, a metà aprile, degli “Stati Generali della Lingua italiana”, organizzati al Maxxi di Roma, per iniziativa del ministero degli Esteri e della Società Dante Alighieri. E nel corso del dibattito sono stati analizzati anche gli aspetti legati al Made in Italy e alle attività industriali.

Come valorizzare, dunque, l’italiano come parte fondamentale delle nostre capacità sociali, culturali ed economiche? Si può partire da una frase di Gio Ponti, grande architetto, progettista, designer: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”. Ponti ha interpretato i processi di modernizzazione del Paese in una lunga stagione del Novecento, come mostrano il Grattacielo Pirelli, icona del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche una serie di oggetti di design e d’arte che hanno caratterizzato l’evoluzione del gusto italiano e dello stile di vita e la sua diffusione internazionale come prodotto culturale e industriale.

La cultura industriale, la cultura d’impresa, in altri termini, sono parti essenziali del patrimonio culturale italiano. Radici storiche e visioni del futuro. Un patrimonio ricco, complesso, vario, di creatività e originale operosità. D’immaginazione e produzione. La nostra lingua letteraria e scientifica ne rivela profonde tracce.

C’è, in questo patrimonio, la grande letteratura di Dante, Leopardi e Manzoni, tanto per fare solo pochi nomi. L’opera lirica di Verdi e Rossini. Le arti figurative che, da Giotto a Michelangelo, da Caravaggio a De Chirico e Modigliani segnano tutto il corso di un millennio di capolavori. Il teatro di Goldoni e Pirandello. Il cinema e la fotografia. Ma anche la matematica e la fisica, la chimica e l’architettura. Le tipografie e i caratteri di Bodoni e Manuzio. E il design e l’industria. Una cultura composita, ricca di intrecci e relazioni. Con la capacità di “fare cose belle che piacciono al mondo”. Una civiltà delle macchine, del lavoro, dell’intraprendenza e della creatività.

Arte e industria, dunque. Sapendo che fare industria significa fare cultura. E con un Made in Italy che ha una robusta connotazione industriale, di grande attualità, nei settori della meccanica e della meccatronica, della robotica, dell’automotive, della chimica e della farmaceutica, della gomma e della plastica, dell’avionica e dell’aerospazio, della cantieristica navale, oltre che naturalmente dell’abbigliamento, dell’arredamento e dell’agroalimentare. Che parole usare per raccontarlo?

Vale la pena ricordare un’essenziale lezione latina: “Nomina sunt consequentia rerum”. Guardiamo le res, allora. E ragioniamo sull’identità italiana, ben sapendo che “l’identità non sta nel soggetto, ma nella relazione”, secondo l’acuta riflessione di un grande filosofo francese, Emmanuel Lévinas. L’identità italiana, molteplice, dialettica, aperta, inclusiva, sta nel senso della bellezza, dell’equilibrio, della misura, in una forma che esprime una funzione e accompagna (spesso preannuncia) il cambiamento economico e sociale, il movimento, la trasformazione. Identità italiana come metamorfosi. Consapevolezza della storia. E sguardo aperto sul futuro (i documenti e gli oggetti custoditi e valorizzati dagli oltre 160 musei e archivi storici aziendali iscritti a Museimpresa, ne offrono esemplari testimonianze) una novità, una presenza sui mercati.

Senso della misura, dunque. Artigianalità. Qualità.

Artigianalità non vuol dire chiudersi nell’orizzonte della piccola bottega artigiana, comunque importante. Indica invece, in senso più ampio, un metodo del fare a mano, la precisione, la cura del dettaglio, l’attenzione per l’equilibrio tra le forme e le funzioni, un senso del prodotto curato per il singolo uso del singolo cliente. L’artigianalità applicata al grande processo industriale, alle sue nicchie a maggior valore aggiunto.

E la misura? Cosa vuol dire misura? Il senso della misura, dell’equilibrio, delle proporzioni e delle relazioni è parte fondamentale della bellezza. Per averne un’idea, si può andare a Milano, alla Biblioteca Ambrosiana e aprire le pagine del “Codice Atlantico” di Leonardo da Vinci. Lì, nelle oltre mille tavole, ci sono raffigurazioni di ingranaggi, macchine di scavo e lavoro, disegni tecnici che colpiscono per la bellezza del tratto e la sofisticatezza della tecnologia raffigurata, il senso dell’equilibrio e la forza della precisione, qualità che poi, secoli dopo, si sarebbero tradotte in tutto quello che la manifattura italiana ha saputo fare nel tempo, e che ancora oggi sa realizzare. Coerentemente, quando la Confindustria, nel giugno del ‘23 ha deciso di aprire un suo ufficio di rappresentanza a Washington, ha portato in esposizione, alla Public Library della capitale Usa, appunto i disegni leonardeschi del Codice Atlantico.

C’è una parola che, adesso, vale la pena sottolineare: design. Disegno industriale. Bellezza e funzionalità legate alla qualità della vita quotidiana, dei consumi e dell’evoluzione dei consumi.  Estetica e uso degli oggetti di produzione industriale. Espressione della “cultura politecnica” di cui continuiamo a parlare. Una cultura del progetto e del prodotto e, adesso, dei servizi. Potremmo anche dire così: la qualità dell’industria italiana, la sua bellezza, la forza distintiva, la forza competitiva del Made in Italy, meritano un racconto migliore di quello che è stato fatto sino a oggi. Un racconto che esprima più compiutamente le nostre potenzialità. La flessibilità, la ricchezza, la musicalità della lingua ci vengono in aiuto. Esportare i prodotti e i servizi del made in Italy e ampliare gli orizzonti di studio e uso della lingua italiana sono parti di un identico progetto di sviluppo culturale e civile.

Ma fermiamoci ancora un momento sulla parola “bellezza”. Se non indica soltanto un insieme di valori e di fattori estetici, ma anche elementi di qualità e di funzionalità, ecco che scopriamo che, nel corso della tradizione, la bellezza ha a che fare anche con le radici della nostra coscienza civile e con quella “economia civile” di cui è stato esemplare teorico Antonio Genovesi, uno dei principali illuministi napoletani, considerato da Adam Smith, il padre dell’economia liberale, “il mio maestro”. Produttività e consapevolezza dei valori delle comunità, innovazione e solidarietà. Costruzione di ricchezza. E miglioramento degli equilibri sociali.

La bellezza dei monumenti, la bellezza del paesaggio, delle relazioni, delle città e dei quartieri, la bellezza delle aggregazioni e delle produzioni. Ma anche la bellezza delle fabbriche ben progettate, la “fabbrica bella”, cioè ben disegnata, sicura, accogliente, inclusiva, sostenibile. L’industria italiana ha dato vita e continua a far nascere e crescere “fabbriche belle” in cui lavorare è piacevole e in cui si produce meglio e con maggiore qualità. È una lezione d’esperienza e una capacità di progetto. E ragionare delle nostre parole per dire della qualità manifatturiera è un compito non solo economico, ma culturale e civile. Un’eredità storica. E un progetto futuro.

(foto Getty Images)

Progetti delll’Istituto Leopoldo Pirelli

Di seguito i progetti realizzati dagli studenti dell’Istituto Leopoldo Pirelli

LINGUISTICO

Progetto 1: PremioPirelli2024-2025_classe4BLL alunniGastanuediAstoraySamantha-CastrucioCastraccaniGiulia

Progetto 2: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5DLL ORTEGA D. SANTALUCIA M.

Progetto 3: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5DLL COSSUTO F. CRUPI E.

Progetto 4: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5BLL CURATOLO C. GARCIA G. PEDEMONTI G

Progetto 5: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5BLL AGOSTA A. BRUNO G. MORALES S.

Progetto 6: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5BLL ELSAYED C. CHIESENA M.

Progetto 7: PREMIO PIRELLI 2024-2025 4BLL DE LULLO L. MORONI G. VIGLIATURO E.

Progetto 8: PREMIO PIRELLI 2024-2025 4ALL INNOCENTI A. FALASCA C. LONGARI L.

Progetto 9: PREMIO PIRELLI 2024-2025 4ALL BERTUZZI L. VALDEZ MENDOZA M.

Progetto 10: Premio Pirelli 2024-25_classe 4ALL alunna Nicole Delle Donne

Progetto 11: Premio Pirelli 2024-25_4BLL Minchella Olivieri Piscaglia

Progetto 12: Premio PIRELLI 2024 2025 5ALL Vicini Bruno Gammoudi

Progetto 13: Premio pirelli 2024 2025 5AL IMPERATORE S. BRUGIA E. CARINI M

ECONOMICO

Progetto 1: PREMIO PIRELLI 24-25_ 3CSIA De Gennaro Flavio e Alessio EvangelistiLa Costituzione_20250404_174949

Progetto 2: PREMIO PIRELLI 24-25_ 4 C SIA 4CSIAGEEKIYANAGE KENOTH RANDAYA HOSSAIN RAHATTARONNA EMILIANOLA COSTITUZIONE ITALIANA E LA RESISTE

Progetto 3: Premio Pirelli 2024-25_classe 3B AFM Francesco Malta

Progetto 4:Premio Pirelli 2025 Ludovica Di Marino 3D RIM

Progetto 5: Premio Pirelli 2025 Miriam Rahmaoui 3D R.I.M.

Progetto 6:Premio Pirelli classe 4D RIM (Mancini, Marucci, Vadislav)

Progetto 7: PREMIO PIRELLI 24-25_ 3CSIALudovica Miulli ed Angelica Pette

TECNOLOGICO

Progetto 1: Premio Pirelli 2024-25_classe 5A CAT alunne Berardi Valeria_Pedone Beatrice

Progetto 2: PremioPirelli 2024-25_5ACAT_Imbratta-Gambelunghe

Progetto 3: Premio Pirelli 2024-25_classe 3Acat alunni D’Ambrosio Mathilde_Laurenti Elisa_Silvestri Giada

Di seguito i progetti realizzati dagli studenti dell’Istituto Leopoldo Pirelli

LINGUISTICO

Progetto 1: PremioPirelli2024-2025_classe4BLL alunniGastanuediAstoraySamantha-CastrucioCastraccaniGiulia

Progetto 2: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5DLL ORTEGA D. SANTALUCIA M.

Progetto 3: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5DLL COSSUTO F. CRUPI E.

Progetto 4: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5BLL CURATOLO C. GARCIA G. PEDEMONTI G

Progetto 5: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5BLL AGOSTA A. BRUNO G. MORALES S.

Progetto 6: PREMIO PIRELLI 2024-2025 5BLL ELSAYED C. CHIESENA M.

Progetto 7: PREMIO PIRELLI 2024-2025 4BLL DE LULLO L. MORONI G. VIGLIATURO E.

Progetto 8: PREMIO PIRELLI 2024-2025 4ALL INNOCENTI A. FALASCA C. LONGARI L.

Progetto 9: PREMIO PIRELLI 2024-2025 4ALL BERTUZZI L. VALDEZ MENDOZA M.

Progetto 10: Premio Pirelli 2024-25_classe 4ALL alunna Nicole Delle Donne

Progetto 11: Premio Pirelli 2024-25_4BLL Minchella Olivieri Piscaglia

Progetto 12: Premio PIRELLI 2024 2025 5ALL Vicini Bruno Gammoudi

Progetto 13: Premio pirelli 2024 2025 5AL IMPERATORE S. BRUGIA E. CARINI M

ECONOMICO

Progetto 1: PREMIO PIRELLI 24-25_ 3CSIA De Gennaro Flavio e Alessio EvangelistiLa Costituzione_20250404_174949

Progetto 2: PREMIO PIRELLI 24-25_ 4 C SIA 4CSIAGEEKIYANAGE KENOTH RANDAYA HOSSAIN RAHATTARONNA EMILIANOLA COSTITUZIONE ITALIANA E LA RESISTE

Progetto 3: Premio Pirelli 2024-25_classe 3B AFM Francesco Malta

Progetto 4:Premio Pirelli 2025 Ludovica Di Marino 3D RIM

Progetto 5: Premio Pirelli 2025 Miriam Rahmaoui 3D R.I.M.

Progetto 6:Premio Pirelli classe 4D RIM (Mancini, Marucci, Vadislav)

Progetto 7: PREMIO PIRELLI 24-25_ 3CSIALudovica Miulli ed Angelica Pette

TECNOLOGICO

Progetto 1: Premio Pirelli 2024-25_classe 5A CAT alunne Berardi Valeria_Pedone Beatrice

Progetto 2: PremioPirelli 2024-25_5ACAT_Imbratta-Gambelunghe

Progetto 3: Premio Pirelli 2024-25_classe 3Acat alunni D’Ambrosio Mathilde_Laurenti Elisa_Silvestri Giada

Campiello Junior 2025: con le vincitrici al Salone del Libro di Torino

Dopo la premiazione delle vincitrici del Campiello Junior 2025 continuano gli appuntamenti del riconoscimento nato grazie a Fondazione Il Campiello, Pirelli e la Fondazione Pirelli. A partire da quest’anno il Premio si arricchisce con due importanti collaborazioni: con Rai Radio Kids, la radio destinata ai piccoli ascoltatori di Rai − Radiotelevisione Italiana S.p.A. −, grazie alla quale il Premio è stato promosso e raccontato, e con il Salone Internazionale del Libro di Torino, prestigioso appuntamento per tutti gli appassionati di lettura.

All’interno del palinsesto della XXXVII edizione del Salone, le ragazze e i ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado potranno partecipare giovedì 15 maggio 2025 alle ore 14.30 presso la Sala Azzurra, a un incontro con le vincitrici del Premio Campiello Junior 2025: Ilaria Mattioni, con La figlia del gigante (Feltrinelli) e Chiara Carminati con Nella tua pelle (Bompiani), che dialogheranno insieme ad Armando Traverso, conduttore di Rai Radio Kids e volto storico della tv per ragazzi. Con loro, Antonio Calabrò (Fondazione Pirelli) e Raffaele Boscaini (Fondazione Il Campiello). Le vincitrici del Premio sono state scelte grazie ai voti della Giuria dei Giovani Lettori, composta da 240 ragazze e ragazzi tra i 7 e i 14 anni, da tutta Italia e anche dall’estero, suddivisi in due categorie: 7-10 anni e 11-14 anni.

Se conosci insegnanti interessati al mondo della letteratura per ragazzi puoi segnalare l’evento, per invitarli a partecipare con i loro studenti e dare loro l’opportunità di conoscere le due scrittrici.

Per prenotarti clicca qui.

 

Dopo la premiazione delle vincitrici del Campiello Junior 2025 continuano gli appuntamenti del riconoscimento nato grazie a Fondazione Il Campiello, Pirelli e la Fondazione Pirelli. A partire da quest’anno il Premio si arricchisce con due importanti collaborazioni: con Rai Radio Kids, la radio destinata ai piccoli ascoltatori di Rai − Radiotelevisione Italiana S.p.A. −, grazie alla quale il Premio è stato promosso e raccontato, e con il Salone Internazionale del Libro di Torino, prestigioso appuntamento per tutti gli appassionati di lettura.

All’interno del palinsesto della XXXVII edizione del Salone, le ragazze e i ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado potranno partecipare giovedì 15 maggio 2025 alle ore 14.30 presso la Sala Azzurra, a un incontro con le vincitrici del Premio Campiello Junior 2025: Ilaria Mattioni, con La figlia del gigante (Feltrinelli) e Chiara Carminati con Nella tua pelle (Bompiani), che dialogheranno insieme ad Armando Traverso, conduttore di Rai Radio Kids e volto storico della tv per ragazzi. Con loro, Antonio Calabrò (Fondazione Pirelli) e Raffaele Boscaini (Fondazione Il Campiello). Le vincitrici del Premio sono state scelte grazie ai voti della Giuria dei Giovani Lettori, composta da 240 ragazze e ragazzi tra i 7 e i 14 anni, da tutta Italia e anche dall’estero, suddivisi in due categorie: 7-10 anni e 11-14 anni.

Se conosci insegnanti interessati al mondo della letteratura per ragazzi puoi segnalare l’evento, per invitarli a partecipare con i loro studenti e dare loro l’opportunità di conoscere le due scrittrici.

Per prenotarti clicca qui.

 

Nella città-scena

Quarta tappa del nostro approfondimento Pirelli, la città, la visione”: immagini e testimonianze di un’azienda partecipe sin dalle origini alle grandi esposizioni internazionali

I visitatori che entrano nell’Archivio Storico di Fondazione Pirelli vengono accolti da un’immagine fotografica di grande impatto visivo e di notevole rilevanza – per la storia dell’azienda e anche per l’evoluzione della fotografia. Posizionata proprio all’ingresso del percorso di visita, “L’uscita delle maestranze Pirelli dallo stabilimento di via Ponte Seveso” è stata scattata nel 1905 da Luca Comerio, grande fotografo e pioniere del cinema; ritrae le migliaia di lavoratori dello stabilimento milanese di via Ponte Seveso (ora via Fabio Filzi) e nella fattispecie, è un ingrandimento della misura di cm 245 x 150, realizzato per l’Esposizione Universale che il 28 aprile 1906 inaugurava a Milano, in omaggio al traforo del Sempione. In questa grande manifestazione che attirava espositori da tutto il mondo, Pirelli allestiva i suoi stand nella sala dell’Automobilismo e nel padiglione dell’Aeronautica, tra esibizioni di voli aerostatici e dirigibili che navigavano il cielo della città e altre attrazioni, celebrando il grande tema ispiratore della manifestazione “La scienza, la città e la vita” attraverso i propri prodotti e tecnologie, ma anche con un orgoglioso ritratto collettivo delle proprie lavoratrici e lavoratori.

La storia di Pirelli e della sua partecipazione alle esposizioni internazionali inizia già nel 1889 con l’Esposizione Universale di Parigi ed è attraversata dall’entusiasmo per le nuove frontiere tecnologiche e le magnifiche opportunità di creare sempre nuove relazioni, preziose per ampliare gli orizzonti commerciali e culturali. A quella manifestazione che celebrava i 100 anni dalla Rivoluzione Francese è presente Giovanni Battista Pirelli, fondatore dell’azienda nel 1872, che invita con una lettera Giuseppe Borghero, direttore dello stabilimento Pirelli di La Spezia dove si producono cavi telegrafici sottomarini, a visitare la parte dedicata all’elettricità.

Ma la prima effettiva partecipazione di Pirelli a una Esposizione Universale con l’allestimento di uno stand risale al 1900, sempre a Parigi, con campioni di cavi di ogni sorta (isolati in guttaperca, in materie tessili, in caoutchouc vulcanizzato, per telegrafi, telefoni, luce elettrica, trasporto di energia a distanza) oltre a quelli sottomarini e sotterranei, tra cui un modello speciale, per il trasporto di energia a 2500 volt, in grado di illuminare 500 lampade disposte su un quadro all’interno dello stand, dimostrando la capacità di Pirelli di trasportare l’energia elettrica ad altissime tensioni.

Dimostrare la propria potenza tecnologica e il proprio protagonismo in quella fase della storia dell’umanità in cui il progresso era una gioiosa competizione di capacità, risorse, competenze, ma anche slancio creativo, che andava in scena nelle esposizioni universali nelle città del mondo, che diventavano città-mondo, palcoscenico dei migliori traguardi e dunque momenti di ispirazione per tutta la comunità. Questo è l’aspetto che ci interessa esplorare in questo articolo, che si inserisce nel racconto dedicato al legame intenso e continuo fra Pirelli e la città, con lo sguardo rivolto in avanti.

Nel 1904 è la volta dell’Esposizione internazionale della Lousiana, la “Louisiana Purchaise”, con la supervisione diretta di Piero Pirelli, recatosi negli Stati Uniti anche per osservare l’industria americana e stipulare nuovi accordi commerciali e di fornitura. La presenta come un’occasione da non perdere, con espositori da tutta Europa, America latina, Canada, Cina e Giappone e la possibilità, dunque, di entrare in contatto con i rappresentanti di questi paesi oltre che degli Stati Uniti.

Nel 1958 l’esposizione universale entra nelle pagine della Rivista Pirelli. Nel numero 4 si legge l’articolo “Taccuino dell’Expo” a firma Franco Fellini, pseudonimo di Giovanni Pirelli, dove si descrive lo spirito cosmopolita dell’Esposizione Universale di Bruxelles, con la folla protagonista  “una folla internazionale ed eterogenea il cui comune denominatore sembra essere l’ansia di vedere tutto, di tutto sperimentare” e quella dimensione di euforia per le atmosfere fantascientifiche create dall’Atomium, simbolo dell’Expo, e per i grandiosi padiglioni rappresentativi di tutti i mondi allora possibili.

È il 1961. A Torino va in scena l’Esposizione Internazionale del Lavoro per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia. Pirelli allestisce un padiglione sul tema della ricerca scientifica e all’ingresso espone il grande mosaico realizzato dai maestri dell’Accademia delle Belle Arti di Ravenna, su cartone preparatorio di Renato Guttuso, oggi conservato nella sala consultazione in Fondazione Pirelli. Raffigura uomini e donne in camice bianco, intenti a studiare il mondo con strumenti e microscopi. Una partecipazione che sta dalla parte della cultura politecnica in cui l’azienda si è già radicalmente identificata.

Facendo un lungo salto temporale che include fiere e saloni di richiamo internazionale dove Pirelli è presente con i suoi prodotti, tecnologia e valori d’impresa (fra tutti, la prima edizione del Salone del Mobile a Milano nel 1961) riatterriamo a Milano, dove il 1° maggio 2015 – (ri)apre le porte l’Expo, il tema questa volta è “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita”. Per Marco Tronchetti Provera, Vice Presidente Esecutivo di Pirelli, Expo Milano 2015 è stata “una grande opportunità per Milano e per l’intero Paese. Per questo Pirelli ha scelto di sostenere una serie di iniziative a questo collegate, tra cui l’Albero della Vita, una grande opera contemporanea destinata a diventare un’icona della creatività e della qualità industriale di Milano e del sistema Italia, un simbolo forte della manifestazione in tutto il mondo”.

Pirelli aveva iniziato molto presto a presentare i propri prodotti in fiere nazionali e di settore (come le esposizioni generali italiane del 1881 e del 1884, o quella internazionale di panificazione e macinazione di Milano nel 1897, con un padiglione dedicato all’elettricità).

Ma è nelle grandi esposizioni internazionali che si coglie il nesso fra un’azienda come Pirelli con lo sguardo rivolto in avanti e la città capace di mettere in scena la visione. “L’Esposizione Universale di Bruxelles è un’immagine di ciò che è, ciò che vuole sembrare, ciò che vuole diventare il mondo in cui viviamo”. Lo dice bene ancora una volta l’articolo “Taccuino dall’Expo”, introducendo il concetto del “diventare”, ovvero del futuro e del saperlo vedere. La visione, appunto.

Quarta tappa del nostro approfondimento Pirelli, la città, la visione”: immagini e testimonianze di un’azienda partecipe sin dalle origini alle grandi esposizioni internazionali

I visitatori che entrano nell’Archivio Storico di Fondazione Pirelli vengono accolti da un’immagine fotografica di grande impatto visivo e di notevole rilevanza – per la storia dell’azienda e anche per l’evoluzione della fotografia. Posizionata proprio all’ingresso del percorso di visita, “L’uscita delle maestranze Pirelli dallo stabilimento di via Ponte Seveso” è stata scattata nel 1905 da Luca Comerio, grande fotografo e pioniere del cinema; ritrae le migliaia di lavoratori dello stabilimento milanese di via Ponte Seveso (ora via Fabio Filzi) e nella fattispecie, è un ingrandimento della misura di cm 245 x 150, realizzato per l’Esposizione Universale che il 28 aprile 1906 inaugurava a Milano, in omaggio al traforo del Sempione. In questa grande manifestazione che attirava espositori da tutto il mondo, Pirelli allestiva i suoi stand nella sala dell’Automobilismo e nel padiglione dell’Aeronautica, tra esibizioni di voli aerostatici e dirigibili che navigavano il cielo della città e altre attrazioni, celebrando il grande tema ispiratore della manifestazione “La scienza, la città e la vita” attraverso i propri prodotti e tecnologie, ma anche con un orgoglioso ritratto collettivo delle proprie lavoratrici e lavoratori.

La storia di Pirelli e della sua partecipazione alle esposizioni internazionali inizia già nel 1889 con l’Esposizione Universale di Parigi ed è attraversata dall’entusiasmo per le nuove frontiere tecnologiche e le magnifiche opportunità di creare sempre nuove relazioni, preziose per ampliare gli orizzonti commerciali e culturali. A quella manifestazione che celebrava i 100 anni dalla Rivoluzione Francese è presente Giovanni Battista Pirelli, fondatore dell’azienda nel 1872, che invita con una lettera Giuseppe Borghero, direttore dello stabilimento Pirelli di La Spezia dove si producono cavi telegrafici sottomarini, a visitare la parte dedicata all’elettricità.

Ma la prima effettiva partecipazione di Pirelli a una Esposizione Universale con l’allestimento di uno stand risale al 1900, sempre a Parigi, con campioni di cavi di ogni sorta (isolati in guttaperca, in materie tessili, in caoutchouc vulcanizzato, per telegrafi, telefoni, luce elettrica, trasporto di energia a distanza) oltre a quelli sottomarini e sotterranei, tra cui un modello speciale, per il trasporto di energia a 2500 volt, in grado di illuminare 500 lampade disposte su un quadro all’interno dello stand, dimostrando la capacità di Pirelli di trasportare l’energia elettrica ad altissime tensioni.

Dimostrare la propria potenza tecnologica e il proprio protagonismo in quella fase della storia dell’umanità in cui il progresso era una gioiosa competizione di capacità, risorse, competenze, ma anche slancio creativo, che andava in scena nelle esposizioni universali nelle città del mondo, che diventavano città-mondo, palcoscenico dei migliori traguardi e dunque momenti di ispirazione per tutta la comunità. Questo è l’aspetto che ci interessa esplorare in questo articolo, che si inserisce nel racconto dedicato al legame intenso e continuo fra Pirelli e la città, con lo sguardo rivolto in avanti.

Nel 1904 è la volta dell’Esposizione internazionale della Lousiana, la “Louisiana Purchaise”, con la supervisione diretta di Piero Pirelli, recatosi negli Stati Uniti anche per osservare l’industria americana e stipulare nuovi accordi commerciali e di fornitura. La presenta come un’occasione da non perdere, con espositori da tutta Europa, America latina, Canada, Cina e Giappone e la possibilità, dunque, di entrare in contatto con i rappresentanti di questi paesi oltre che degli Stati Uniti.

Nel 1958 l’esposizione universale entra nelle pagine della Rivista Pirelli. Nel numero 4 si legge l’articolo “Taccuino dell’Expo” a firma Franco Fellini, pseudonimo di Giovanni Pirelli, dove si descrive lo spirito cosmopolita dell’Esposizione Universale di Bruxelles, con la folla protagonista  “una folla internazionale ed eterogenea il cui comune denominatore sembra essere l’ansia di vedere tutto, di tutto sperimentare” e quella dimensione di euforia per le atmosfere fantascientifiche create dall’Atomium, simbolo dell’Expo, e per i grandiosi padiglioni rappresentativi di tutti i mondi allora possibili.

È il 1961. A Torino va in scena l’Esposizione Internazionale del Lavoro per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia. Pirelli allestisce un padiglione sul tema della ricerca scientifica e all’ingresso espone il grande mosaico realizzato dai maestri dell’Accademia delle Belle Arti di Ravenna, su cartone preparatorio di Renato Guttuso, oggi conservato nella sala consultazione in Fondazione Pirelli. Raffigura uomini e donne in camice bianco, intenti a studiare il mondo con strumenti e microscopi. Una partecipazione che sta dalla parte della cultura politecnica in cui l’azienda si è già radicalmente identificata.

Facendo un lungo salto temporale che include fiere e saloni di richiamo internazionale dove Pirelli è presente con i suoi prodotti, tecnologia e valori d’impresa (fra tutti, la prima edizione del Salone del Mobile a Milano nel 1961) riatterriamo a Milano, dove il 1° maggio 2015 – (ri)apre le porte l’Expo, il tema questa volta è “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita”. Per Marco Tronchetti Provera, Vice Presidente Esecutivo di Pirelli, Expo Milano 2015 è stata “una grande opportunità per Milano e per l’intero Paese. Per questo Pirelli ha scelto di sostenere una serie di iniziative a questo collegate, tra cui l’Albero della Vita, una grande opera contemporanea destinata a diventare un’icona della creatività e della qualità industriale di Milano e del sistema Italia, un simbolo forte della manifestazione in tutto il mondo”.

Pirelli aveva iniziato molto presto a presentare i propri prodotti in fiere nazionali e di settore (come le esposizioni generali italiane del 1881 e del 1884, o quella internazionale di panificazione e macinazione di Milano nel 1897, con un padiglione dedicato all’elettricità).

Ma è nelle grandi esposizioni internazionali che si coglie il nesso fra un’azienda come Pirelli con lo sguardo rivolto in avanti e la città capace di mettere in scena la visione. “L’Esposizione Universale di Bruxelles è un’immagine di ciò che è, ciò che vuole sembrare, ciò che vuole diventare il mondo in cui viviamo”. Lo dice bene ancora una volta l’articolo “Taccuino dall’Expo”, introducendo il concetto del “diventare”, ovvero del futuro e del saperlo vedere. La visione, appunto.

Multimedia

Images

Economia e industria in Europa, cosa è accaduto in questi anni

Uno studio di Banca d’Italia analizza le conseguenze degli shock susseguitisi dal 2020

Conoscere l’evoluzione dei sistemi sociali ed economici, e industriali in particolare, per essere in condizione di prendere decisioni avvedute. Anche di questo è fatta la buona cultura d’impresa (e, d’altra parte, la consapevolezza di ogni buon componente della società). Condizione che vale soprattutto oggi, un periodo alle prese con le conseguenze (ancora di lunga durata) di una pandemia, con due guerre e sollecitazioni sociali importanti. “La politica industriale dell’Unione europea tra crisi e doppia transizione” – ricerca scritta da Claire Giordano, Giacomo Roma, Alessandro Schiavone, Filippo Vergara Caffarelli e Stefania Villa del servizio studi e statistiche  di Banca d’Italia – contribuisce certamente alla migliore conoscenza dal punto di vista economico dei fatti degli ultimi anni.

Il lavoro (apparso nella serie degli Occasional Papers della banca centrale italiana) analizza l’impatto degli shock che dal 2020 hanno influito sull’attività e sulla competitività internazionale dell’industria dell’Unione europea. Delineate le conseguenze di quanto avvenuto, l’indagine descrive poi gli strumenti di politica industriale costruiti dall’Unione europea e adottati a livello sia nazionale sia europeo. Una particolare attenzione, inoltre, viene posta sulle iniziative intraprese per contrastare queste crisi e far fronte alla doppia transizione verde e digitale e al mutato contesto politica internazionale.

Il gruppo di ricerca di Banca d’Italia, indica quindi i settori più colpiti dai recenti shock e dalle trasformazioni strutturali per la transizione verde e digitale: quelli energivori, la meccanica, l’elettronica e l’industria automobilistica. Viene poi evidenziato come l’approccio della Ue alla politica industriale dia sempre più enfasi alle iniziative settoriali per promuovere gli investimenti nei comparti strategici e aumentare la sicurezza economica e nazionale. Rimane, viene sottolineato, la questione della competitività dell’intero sistema industriale europeo che richiederebbe un ripensamento delle regole attuali, maggiore collaborazione tra istituzioni europee e Stati membri e finanziamenti mirati e adeguati.

Lo studio di Banca d’Italia sugli ultimi anni dell’economia europea industriale, è una buona lettura per imprenditori e manager, ma anche per chiunque voglia farsi un’idea chiara su quanto accaduto con particolare attenzione all’industria europea.

La politica industriale dell’Unione europea tra crisi e doppia transizione

Claire Giordano, Giacomo Roma, Alessandro Schiavone, Filippo Vergara Caffarelli e Stefania Villa

Banca d’Italia, Occasional Papers, n. 931, aprile 2025

Uno studio di Banca d’Italia analizza le conseguenze degli shock susseguitisi dal 2020

Conoscere l’evoluzione dei sistemi sociali ed economici, e industriali in particolare, per essere in condizione di prendere decisioni avvedute. Anche di questo è fatta la buona cultura d’impresa (e, d’altra parte, la consapevolezza di ogni buon componente della società). Condizione che vale soprattutto oggi, un periodo alle prese con le conseguenze (ancora di lunga durata) di una pandemia, con due guerre e sollecitazioni sociali importanti. “La politica industriale dell’Unione europea tra crisi e doppia transizione” – ricerca scritta da Claire Giordano, Giacomo Roma, Alessandro Schiavone, Filippo Vergara Caffarelli e Stefania Villa del servizio studi e statistiche  di Banca d’Italia – contribuisce certamente alla migliore conoscenza dal punto di vista economico dei fatti degli ultimi anni.

Il lavoro (apparso nella serie degli Occasional Papers della banca centrale italiana) analizza l’impatto degli shock che dal 2020 hanno influito sull’attività e sulla competitività internazionale dell’industria dell’Unione europea. Delineate le conseguenze di quanto avvenuto, l’indagine descrive poi gli strumenti di politica industriale costruiti dall’Unione europea e adottati a livello sia nazionale sia europeo. Una particolare attenzione, inoltre, viene posta sulle iniziative intraprese per contrastare queste crisi e far fronte alla doppia transizione verde e digitale e al mutato contesto politica internazionale.

Il gruppo di ricerca di Banca d’Italia, indica quindi i settori più colpiti dai recenti shock e dalle trasformazioni strutturali per la transizione verde e digitale: quelli energivori, la meccanica, l’elettronica e l’industria automobilistica. Viene poi evidenziato come l’approccio della Ue alla politica industriale dia sempre più enfasi alle iniziative settoriali per promuovere gli investimenti nei comparti strategici e aumentare la sicurezza economica e nazionale. Rimane, viene sottolineato, la questione della competitività dell’intero sistema industriale europeo che richiederebbe un ripensamento delle regole attuali, maggiore collaborazione tra istituzioni europee e Stati membri e finanziamenti mirati e adeguati.

Lo studio di Banca d’Italia sugli ultimi anni dell’economia europea industriale, è una buona lettura per imprenditori e manager, ma anche per chiunque voglia farsi un’idea chiara su quanto accaduto con particolare attenzione all’industria europea.

La politica industriale dell’Unione europea tra crisi e doppia transizione

Claire Giordano, Giacomo Roma, Alessandro Schiavone, Filippo Vergara Caffarelli e Stefania Villa

Banca d’Italia, Occasional Papers, n. 931, aprile 2025

Intelligenza artificiale, etica accanto a tecnica

Un libro scritto da un informatico e un filosofo contribuisce alla comprensione delle nuove tercnologie

Comprendere per agire meglio e con più avvedutezza. Indicazione che vale per tutti e in particolare per alcune categorie di componenti della società e dell’economia. Avere, in altri termini, gli strumenti corretti per capire. E agire, dopo, con maggiore attenzione. E’ quanto occorre fare anche con le nuove tecnologie a disposizione, tra cui l’intelligenza artificiale costituisce, forse, una delle più importanti, interessanti e promettenti. A patto, appunto, che ben la si comprenda.

E’ utile allora leggere “Per un’ecologia dell’intelligenza artificiale. Dialoghi tra un filosofo e un informatico” scritto a quattro mani da Vincenzo Ambriola (già professore di Informatica e direttore del Dipartimento di Informatica dell’Università di Pisa) e Adriano Fabris (professore di Filosofia morale sempre all’Università di Pisa). Entrambi gli autori, partendo da formazioni ed esperienze diverse, hanno un punto in comune: l’attenzione etica alla tecnologia. Il libro è un dialogo tra i due che prende le mosse da una constatazione: L’avvento dell’intelligenza artificiale sta ridefinendo i confini dell’umano, intrecciando in modo inesorabile tecnologia e coscienza. I due cercano quindi di rispondere ad una serie di interrogativi importanti per tutti che tutto sommato possono essere riuniti in una sola grande domanda. Come cambierà, con l’intelligenza artificiale, il nostro modo di lavorare, relazionarci e concepire noi stessi? Ad essere interessata dal nostro rapporto con le tecnologie è infatti l’idea stessa di essere umano che l’intelligenza artificiale introduce.

I due studiosi, portando le loro diverse lenti con le quali osservano la realtà e la tecnologia, si confrontano su questa rivoluzione epocale. Ed è proprio qui l’interesse del libro (nemmeno 100 pagine da leggere con grande attenzione). Mentre l’informatico guida chi legge attraverso i meandri dell’algoritmo, svelando le potenzialità e i limiti di questa nuova intelligenza; il filosofo invita a riflettere sulle implicazioni morali di questa trasformazione. Una visione della realtà non esclude l’altra e, anzi, la arricchisce.

Il libro è costruito in tre passi (che sono altrettanti grandi capitoli). Nel primo si ragiona sull’etica dell’intelligenza artificiale “nei sistemi socio-tecnologici” approfondendo quindi di quale etica si parla, sulla base di quali codici si discute e sulla effettiva novità delle “nuove tecnologie”. Nel secondo capitolo, poi, si riflette sul linguaggio e sui “mondi creati dalle entità artificiali” cercando di capire funzione, utilità e responsabilità che questi mondi implicano. E’ in questa parte che viene anche posto un esempio di “conversazione con un’entità artificiale”. Il terzo passo riguarda “l’ecologia degli ambienti digitali” e concerne luoghi e spazi di questi ambienti cercando di arrivare a definire, appunto, un nuovo modo di fare ecologia.

Ogni capitolo è costruito sulla base di testi scritti a quattro mani e su altri scritti alternativamente dalle mani dell’informatico oppure del filosofo.

Nelle conclusioni, i due autori chiariscono quanto oggi sia importante l’etica non solo dell’uomo ma anche delle macchine e quanto i criteri di progettazione di queste ultime debbano “essere ispirati a principi quali trasparenza, spiegabilità, rispetto di regole predefinite e inviolabili. Devono essere chiariti i meccanismi di responsabilità che governano il funzionamento di questi sistemi, separando la fase di addestramento da quelle di esercizio”. Il libro – ed è un altro suo pregio – non fornisce tuttavia una risposta a tutti gli interrogativi ancora aperti e, anzi, si conclude sottolineando quanto sia complesso e arduo arrivare ad un equilibrio nell’uso delle nuove tecnologie.

Per un’ecologia dell’intelligenza artificiale. Dialoghi tra un filosofo e un informatico

Vincenzo Ambriola, Adriano Fabris

Castelvecchi, 2025

Un libro scritto da un informatico e un filosofo contribuisce alla comprensione delle nuove tercnologie

Comprendere per agire meglio e con più avvedutezza. Indicazione che vale per tutti e in particolare per alcune categorie di componenti della società e dell’economia. Avere, in altri termini, gli strumenti corretti per capire. E agire, dopo, con maggiore attenzione. E’ quanto occorre fare anche con le nuove tecnologie a disposizione, tra cui l’intelligenza artificiale costituisce, forse, una delle più importanti, interessanti e promettenti. A patto, appunto, che ben la si comprenda.

E’ utile allora leggere “Per un’ecologia dell’intelligenza artificiale. Dialoghi tra un filosofo e un informatico” scritto a quattro mani da Vincenzo Ambriola (già professore di Informatica e direttore del Dipartimento di Informatica dell’Università di Pisa) e Adriano Fabris (professore di Filosofia morale sempre all’Università di Pisa). Entrambi gli autori, partendo da formazioni ed esperienze diverse, hanno un punto in comune: l’attenzione etica alla tecnologia. Il libro è un dialogo tra i due che prende le mosse da una constatazione: L’avvento dell’intelligenza artificiale sta ridefinendo i confini dell’umano, intrecciando in modo inesorabile tecnologia e coscienza. I due cercano quindi di rispondere ad una serie di interrogativi importanti per tutti che tutto sommato possono essere riuniti in una sola grande domanda. Come cambierà, con l’intelligenza artificiale, il nostro modo di lavorare, relazionarci e concepire noi stessi? Ad essere interessata dal nostro rapporto con le tecnologie è infatti l’idea stessa di essere umano che l’intelligenza artificiale introduce.

I due studiosi, portando le loro diverse lenti con le quali osservano la realtà e la tecnologia, si confrontano su questa rivoluzione epocale. Ed è proprio qui l’interesse del libro (nemmeno 100 pagine da leggere con grande attenzione). Mentre l’informatico guida chi legge attraverso i meandri dell’algoritmo, svelando le potenzialità e i limiti di questa nuova intelligenza; il filosofo invita a riflettere sulle implicazioni morali di questa trasformazione. Una visione della realtà non esclude l’altra e, anzi, la arricchisce.

Il libro è costruito in tre passi (che sono altrettanti grandi capitoli). Nel primo si ragiona sull’etica dell’intelligenza artificiale “nei sistemi socio-tecnologici” approfondendo quindi di quale etica si parla, sulla base di quali codici si discute e sulla effettiva novità delle “nuove tecnologie”. Nel secondo capitolo, poi, si riflette sul linguaggio e sui “mondi creati dalle entità artificiali” cercando di capire funzione, utilità e responsabilità che questi mondi implicano. E’ in questa parte che viene anche posto un esempio di “conversazione con un’entità artificiale”. Il terzo passo riguarda “l’ecologia degli ambienti digitali” e concerne luoghi e spazi di questi ambienti cercando di arrivare a definire, appunto, un nuovo modo di fare ecologia.

Ogni capitolo è costruito sulla base di testi scritti a quattro mani e su altri scritti alternativamente dalle mani dell’informatico oppure del filosofo.

Nelle conclusioni, i due autori chiariscono quanto oggi sia importante l’etica non solo dell’uomo ma anche delle macchine e quanto i criteri di progettazione di queste ultime debbano “essere ispirati a principi quali trasparenza, spiegabilità, rispetto di regole predefinite e inviolabili. Devono essere chiariti i meccanismi di responsabilità che governano il funzionamento di questi sistemi, separando la fase di addestramento da quelle di esercizio”. Il libro – ed è un altro suo pregio – non fornisce tuttavia una risposta a tutti gli interrogativi ancora aperti e, anzi, si conclude sottolineando quanto sia complesso e arduo arrivare ad un equilibrio nell’uso delle nuove tecnologie.

Per un’ecologia dell’intelligenza artificiale. Dialoghi tra un filosofo e un informatico

Vincenzo Ambriola, Adriano Fabris

Castelvecchi, 2025

Sicilia California d’Europa? Oltre il sogno, servono investimenti, buon governo e cultura

Sicilia come “California d’Europa”. E Palermo come polo d’eccellenza internazionale per le biotecnologie e la ricerca biomedica, in grado di ”attrarre ricercatori, giovani e maturi, da tutto il resto del mondo”. Non è un sogno sicilianista né una boutade di propaganda su originali strategie di sviluppo del Sud, affascinanti da raccontare e storicamente, però, improduttive di risultati. Piuttosto, un progetto concreto, in corso di realizzazione. C’è infatti una Fondazione Rimed, che se ne occupa. E un piano di lavoro, finanziariamente sostenuto, che prevede che entro due anni a Carini, un paese a ovest di Palermo, vicino all’aeroporto di Punta Raisi intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sorga un Centro internazionale per la ricerca sulle biotecnologie. Palermo high tech, Sicilia terra di scienze e di lavoro di qualità.

Se ne scrive sulle autorevoli pagine de “Il Sole24Ore” (20 aprile), in una conversazione, firmata da Paolo Bricco, con Giulio Superti-Furga, direttore, da vent’anni, del CeMM di Vienna, il Centro di ricerca di medicina molecolare dell’Accademia delle Scienze e adesso coordinatore delle attività della Fondazione siciliana: “Oggi nel polo viennese ci sono trecento ricercatori e sei imprese biotech. Perché non possiamo fare lo stesso in Sicilia? E’ una terra complessa ma meravigliosa, con una gran voglia di rinascita e di riscatto, in grado di ospitare una struttura scientifica di standard internazionale e di attrarre scienziati e ricercatori da tutto il mondo”.

La Fondazione Rimed ha cinque soci fondatori, la presidenza del Consiglio dei ministri, il Cnr, la Regione Sicilia, l’università americana di Pittsburgh e il Pittsburgh Medical Center, le due strutture sanitarie che da oltre 25 anni hanno costituito, proprio a Palermo, l’Ismett, un efficiente centro trapianti di rilievo mondiale. E accanto al Centro di di ricerca biomedica, sorgerà un Ismett2. 250 milioni d’investimento iniziale per il Centro, altri 348 per l’ospedale. Sostiene Superti-Furga: “Saremo un polo biomedico unico in Europa, con un’idea culturale precisa: la medicina di precisione, basata sui meccanismi patologici molecolari e la salute come effetto combinato dei geni e dell’ambiente, la prevenzione quale viatico privilegiato all’efficacia delle medicine, un’impostazione quasi filosofica e antropologica della ricerca biomedica”.

Lavori in corso. Speranze da coltivare e da non deludere.

L’intuizione è corretta. E può fare da paradigma per riflessioni e iniziative più ampie, sulla crescita civile, economica e sociale della Sicilia e del Mezzogiorno. Superando limiti e condizioni di crisi.

La salute, in Sicilia, infatti, non rappresenta una delle pagine più luminose ed esemplari dell’esperienza regionale. “Il miglior medico, qui, è l’aereo” è il luogo comune diffuso, confermato anche dal fatto che la Regione spende, ogni anno, circa 140 milioni (metà dei quali per interventi “ad alta complessità”) per rimborsare alle amministrazioni sanitarie regionali più virtuose ed efficienti (l’Emilia, la Lombardia e il Veneto, innanzitutto) le cure prestate a cittadini siciliani. E se è vero che anche in Sicilia ci sono strutture sanitarie pubbliche e private di grande qualità, è altrettanto vero che la spesa pubblica è tra le più alte d’Italia, ma il livello delle cure tutt’altro che all’altezza sia della spesa che degli standard nazionali.

Eppure, proprio elevate prestazioni sui temi della salute e, più in generale, della qualità della vita sono fattori essenziali di attrattività, sia per le famiglie che per i giovani “talenti” in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. E per provare a ridurre l’allarmante “fuga dei cervelli” (quei 191mila giovani dai 18 ai 34 anni, che nel ‘24 sono andati via dall’Italia, il 20,5% in più dell’anno precedente) che impoverisce il paese e ne compromette il futuro.

Nel contesto di una nuova centralità del Mediterraneo, per motivi legati ai profondi rivolgimenti geopolitici in corso, il nostro Mezzogiorno, infatti, può ritrovare un significativo ruolo, come hub di ricerca scientifica, formazione, industria e servizi high tech, in raccordo con le università (ne fanno fede gli investimenti  di Apple e Microsoft a Napoli, di Pirelli in Puglia e di Bip, Business Integration Partners, a Palermo). Per non parlare delle opportunità rivolte a un turismo di lunga stanzialità della silver generation, gli anziani europei, innanzitutto.

Ecco l’obiettivo: una Sicilia e un Sud in grado di offrire nuove opportunità di lavoro e di studio ai giovani che tornino o anche arrivino da tutto l’ampio bacino dell’Europa e del Mediterraneo, ma anche da altri paesi che apprezzano il Made in Italy e le sue dimensioni economiche e culturali, oltre che un originale e piacevole stile di vita.

L’ambiente gioca a nostro favore. La cultura mediterranea e meridionale, aperta, dialettica, inclusiva, rafforza l’attrattività di cui stiamo parlando. Senza naturalmente dimenticare che la Sicilia ha una storia e un’attualità di cultura di alto livello nelle arti figurative, in letteratura, nel cinema, nel teatro e nella fotografia, ma anche una solida cultura scientifica (il circolo matematico di Palermo e le scuole di biologia molecolare e marina, di fisica e di medicina ne offrono testimonianze storiche esemplari).

Una Sicilia accogliente e dinamica, insomma. In cerca di relazioni con altre aree economiche e culturali di respiro europeo (ne è conferma il Forum Milano-Palermo, promosso dai due sindaci Beppe Sala e Roberto Lagalla nei mesi scorsi e pronto ad approfondire le collaborazioni tra imprese, università, organizzazioni culturali).

Cosa serve, dunque, per rafforzare l’attrattività siciliana? Salute e qualità della vita, come abbiamo detto. Un’attenzione puntuale ed efficace per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e del paesaggio. Una serie di strutture culturali di livello (teatri, musica, musei, biblioteche) e di offerte per il tempo libero (a cominciare dagli impianti per fare sport). Un sistema formativo di qualità e di respiro internazionale, dalle primarie all’università, per i figli delle famiglie che sceglieranno di venire a lavorare in Sicilia. E infrastrutture efficienti per la mobilità, a cominciare da un sistema aeroportuale ricco di servizi e collegamenti con il resto dell’Europa e del mondo, potenziando di molto le offerte degli scali di Palermo e Catania, pensando non solo al turismo, ma alle attività professionali, imprenditoriali, di lavoro.

Serve, in altri termini, una lungimirante idea di sviluppo sostenibile. E una svolta di buon governo. La Sicilia, nonostante una storia di ombre e di intrecci tra cattiva amministrazione e criminalità organizzata, se ne è dimostrata capace. Il governo delle “carte in regola” di Piersanti Mattarella, presidente della Regione, alla fine degli anni Settanta. Il governo attento ad attrarre investimenti nazionali e internazionali guidato da Rino Nicolosi, nella seconda metà degli anni Ottanta. E altre esperienze sia in Regione che in alcune città e comuni.

Esperienze da studiare. E considerare come buoni esempi, aggiornandoli ai contesti contemporanei. Perché ha ragione Superti-Furga quando parla di “voglia di riscatto, di rinascita”. E hanno ragione anche tutti coloro che, in ambienti culturali ed economici, non si arrendono all’idea della “irredimibilità” della Sicilia temuta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa e alla “terribile insularità dell’anima” rilevata con preoccupazione da Leonardo Sciascia  (due esempi positivi recenti tra tanti: “Marea” a Catania, un’iniziativa promossa da Antonio Perdichizzi, imprenditore, per stimolare collegamenti e scambi tra siciliani andati via e siciliani rimasti; e “Sud Innovation” di Roberto Ruggeri a Messina, per proporre relazioni sulle nuove tecnologie utili allo sviluppo del territorio).

C’è, insomma, una speranza ricorrente, una volontà di non rassegnarsi a uno stereotipo della Sicilia e di un Mezzogiorno ridotti alla marginalità.

“L’alba della Sicilia” era il titolo di una raccolta di saggi di un gruppo di economisti, giuristi e politologi pubblicata nel 1996, quasi trent’anni fa, da Sellerio (e curata da chi scrive). Un’ipotesi di buon augurio, pur prendendo atto che “nel dialetto siciliano la forma del futuro non c’è, come se esistesse un’incapacità storica o una paura a dare espressione al tempo che verrà, a nominare l’evoluzione, a riconoscere dignità di linguaggio al domani”.

Oggi, nonostante tutto, anche grazie agli investimenti in scienza, cultura e buona economia, si può pur pensare che il viaggio al termine della notte consenta di far intravvedere presto un nuovo chiarore.

(Foto Getty Images)

Sicilia come “California d’Europa”. E Palermo come polo d’eccellenza internazionale per le biotecnologie e la ricerca biomedica, in grado di ”attrarre ricercatori, giovani e maturi, da tutto il resto del mondo”. Non è un sogno sicilianista né una boutade di propaganda su originali strategie di sviluppo del Sud, affascinanti da raccontare e storicamente, però, improduttive di risultati. Piuttosto, un progetto concreto, in corso di realizzazione. C’è infatti una Fondazione Rimed, che se ne occupa. E un piano di lavoro, finanziariamente sostenuto, che prevede che entro due anni a Carini, un paese a ovest di Palermo, vicino all’aeroporto di Punta Raisi intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sorga un Centro internazionale per la ricerca sulle biotecnologie. Palermo high tech, Sicilia terra di scienze e di lavoro di qualità.

Se ne scrive sulle autorevoli pagine de “Il Sole24Ore” (20 aprile), in una conversazione, firmata da Paolo Bricco, con Giulio Superti-Furga, direttore, da vent’anni, del CeMM di Vienna, il Centro di ricerca di medicina molecolare dell’Accademia delle Scienze e adesso coordinatore delle attività della Fondazione siciliana: “Oggi nel polo viennese ci sono trecento ricercatori e sei imprese biotech. Perché non possiamo fare lo stesso in Sicilia? E’ una terra complessa ma meravigliosa, con una gran voglia di rinascita e di riscatto, in grado di ospitare una struttura scientifica di standard internazionale e di attrarre scienziati e ricercatori da tutto il mondo”.

La Fondazione Rimed ha cinque soci fondatori, la presidenza del Consiglio dei ministri, il Cnr, la Regione Sicilia, l’università americana di Pittsburgh e il Pittsburgh Medical Center, le due strutture sanitarie che da oltre 25 anni hanno costituito, proprio a Palermo, l’Ismett, un efficiente centro trapianti di rilievo mondiale. E accanto al Centro di di ricerca biomedica, sorgerà un Ismett2. 250 milioni d’investimento iniziale per il Centro, altri 348 per l’ospedale. Sostiene Superti-Furga: “Saremo un polo biomedico unico in Europa, con un’idea culturale precisa: la medicina di precisione, basata sui meccanismi patologici molecolari e la salute come effetto combinato dei geni e dell’ambiente, la prevenzione quale viatico privilegiato all’efficacia delle medicine, un’impostazione quasi filosofica e antropologica della ricerca biomedica”.

Lavori in corso. Speranze da coltivare e da non deludere.

L’intuizione è corretta. E può fare da paradigma per riflessioni e iniziative più ampie, sulla crescita civile, economica e sociale della Sicilia e del Mezzogiorno. Superando limiti e condizioni di crisi.

La salute, in Sicilia, infatti, non rappresenta una delle pagine più luminose ed esemplari dell’esperienza regionale. “Il miglior medico, qui, è l’aereo” è il luogo comune diffuso, confermato anche dal fatto che la Regione spende, ogni anno, circa 140 milioni (metà dei quali per interventi “ad alta complessità”) per rimborsare alle amministrazioni sanitarie regionali più virtuose ed efficienti (l’Emilia, la Lombardia e il Veneto, innanzitutto) le cure prestate a cittadini siciliani. E se è vero che anche in Sicilia ci sono strutture sanitarie pubbliche e private di grande qualità, è altrettanto vero che la spesa pubblica è tra le più alte d’Italia, ma il livello delle cure tutt’altro che all’altezza sia della spesa che degli standard nazionali.

Eppure, proprio elevate prestazioni sui temi della salute e, più in generale, della qualità della vita sono fattori essenziali di attrattività, sia per le famiglie che per i giovani “talenti” in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. E per provare a ridurre l’allarmante “fuga dei cervelli” (quei 191mila giovani dai 18 ai 34 anni, che nel ‘24 sono andati via dall’Italia, il 20,5% in più dell’anno precedente) che impoverisce il paese e ne compromette il futuro.

Nel contesto di una nuova centralità del Mediterraneo, per motivi legati ai profondi rivolgimenti geopolitici in corso, il nostro Mezzogiorno, infatti, può ritrovare un significativo ruolo, come hub di ricerca scientifica, formazione, industria e servizi high tech, in raccordo con le università (ne fanno fede gli investimenti  di Apple e Microsoft a Napoli, di Pirelli in Puglia e di Bip, Business Integration Partners, a Palermo). Per non parlare delle opportunità rivolte a un turismo di lunga stanzialità della silver generation, gli anziani europei, innanzitutto.

Ecco l’obiettivo: una Sicilia e un Sud in grado di offrire nuove opportunità di lavoro e di studio ai giovani che tornino o anche arrivino da tutto l’ampio bacino dell’Europa e del Mediterraneo, ma anche da altri paesi che apprezzano il Made in Italy e le sue dimensioni economiche e culturali, oltre che un originale e piacevole stile di vita.

L’ambiente gioca a nostro favore. La cultura mediterranea e meridionale, aperta, dialettica, inclusiva, rafforza l’attrattività di cui stiamo parlando. Senza naturalmente dimenticare che la Sicilia ha una storia e un’attualità di cultura di alto livello nelle arti figurative, in letteratura, nel cinema, nel teatro e nella fotografia, ma anche una solida cultura scientifica (il circolo matematico di Palermo e le scuole di biologia molecolare e marina, di fisica e di medicina ne offrono testimonianze storiche esemplari).

Una Sicilia accogliente e dinamica, insomma. In cerca di relazioni con altre aree economiche e culturali di respiro europeo (ne è conferma il Forum Milano-Palermo, promosso dai due sindaci Beppe Sala e Roberto Lagalla nei mesi scorsi e pronto ad approfondire le collaborazioni tra imprese, università, organizzazioni culturali).

Cosa serve, dunque, per rafforzare l’attrattività siciliana? Salute e qualità della vita, come abbiamo detto. Un’attenzione puntuale ed efficace per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e del paesaggio. Una serie di strutture culturali di livello (teatri, musica, musei, biblioteche) e di offerte per il tempo libero (a cominciare dagli impianti per fare sport). Un sistema formativo di qualità e di respiro internazionale, dalle primarie all’università, per i figli delle famiglie che sceglieranno di venire a lavorare in Sicilia. E infrastrutture efficienti per la mobilità, a cominciare da un sistema aeroportuale ricco di servizi e collegamenti con il resto dell’Europa e del mondo, potenziando di molto le offerte degli scali di Palermo e Catania, pensando non solo al turismo, ma alle attività professionali, imprenditoriali, di lavoro.

Serve, in altri termini, una lungimirante idea di sviluppo sostenibile. E una svolta di buon governo. La Sicilia, nonostante una storia di ombre e di intrecci tra cattiva amministrazione e criminalità organizzata, se ne è dimostrata capace. Il governo delle “carte in regola” di Piersanti Mattarella, presidente della Regione, alla fine degli anni Settanta. Il governo attento ad attrarre investimenti nazionali e internazionali guidato da Rino Nicolosi, nella seconda metà degli anni Ottanta. E altre esperienze sia in Regione che in alcune città e comuni.

Esperienze da studiare. E considerare come buoni esempi, aggiornandoli ai contesti contemporanei. Perché ha ragione Superti-Furga quando parla di “voglia di riscatto, di rinascita”. E hanno ragione anche tutti coloro che, in ambienti culturali ed economici, non si arrendono all’idea della “irredimibilità” della Sicilia temuta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa e alla “terribile insularità dell’anima” rilevata con preoccupazione da Leonardo Sciascia  (due esempi positivi recenti tra tanti: “Marea” a Catania, un’iniziativa promossa da Antonio Perdichizzi, imprenditore, per stimolare collegamenti e scambi tra siciliani andati via e siciliani rimasti; e “Sud Innovation” di Roberto Ruggeri a Messina, per proporre relazioni sulle nuove tecnologie utili allo sviluppo del territorio).

C’è, insomma, una speranza ricorrente, una volontà di non rassegnarsi a uno stereotipo della Sicilia e di un Mezzogiorno ridotti alla marginalità.

“L’alba della Sicilia” era il titolo di una raccolta di saggi di un gruppo di economisti, giuristi e politologi pubblicata nel 1996, quasi trent’anni fa, da Sellerio (e curata da chi scrive). Un’ipotesi di buon augurio, pur prendendo atto che “nel dialetto siciliano la forma del futuro non c’è, come se esistesse un’incapacità storica o una paura a dare espressione al tempo che verrà, a nominare l’evoluzione, a riconoscere dignità di linguaggio al domani”.

Oggi, nonostante tutto, anche grazie agli investimenti in scienza, cultura e buona economia, si può pur pensare che il viaggio al termine della notte consenta di far intravvedere presto un nuovo chiarore.

(Foto Getty Images)

Iscriviti alla newsletter