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Riscoprire la Storia contro “il pensiero veloce” e dare spazio ai valori della democrazia europea

Riscoprire e studiare di più e meglio la storia. Non tanto perché sia magistra vitae e abbia qualcosa da insegnarci pragmaticamente. Ma soprattutto perché la conoscenza delle tensioni attive nel passato e della forza delle radici migliora la consapevolezza dell’importanza delle scelte e delle principali opzioni culturali, sociali e politiche secondo cui indirizzare valori, passioni, interessi.

In tempi così controversi, infatti, proprio mentre trionfano la retorica della forza e la prepotenza degli interessi e vanno in ombra le culture del rispetto e del dialogo e i valori delle diversità (la sostanza della democrazia liberale, insomma, “l’anima buona” del pur difficile Novecento) imparare a fare i conti con la Storia e le sue verità ci aiuta a capire come poter continuare a essere cives, cioè cittadini responsabili e consapevoli di una polis in cui coltivare le migliori eredità del passato e lasciare ai nostri figli e nipoti un capitale sociale di cultura democratica, senza ideologismi ma soprattutto senza inclinazioni autoritarie e smemorate dei guasti dei totalitarismi appena passati ma tutt’altro che scomparsi.

Che storia? La storia politica e quella militare. La storia economica e quella sociale. La public history e la global history. La storia dei grandi avvenimenti. E quella della cultura “alta” ma anche delle culture materiali (il cibo, la casa, l’abbigliamento, l’artigianato e l’industria, i consumi e i costumi, la cui essenzialità è stata documentata dalla scuola francese delle Annales). La storia patria. E le sue connessioni con le storie di altri popoli e altri paesi. Perché nessun uomo è un’isola, come ci ha insegnato John Donne, un grande poeta inglese. Nessuna valle è chiusa. E nessuno basta a se stesso.

L’identità, la migliore, la più feconda, sta non nel soggetto ma nelle relazioni, secondo la lezione filosofica di Emmanuel Lévinas. E, proprio per noi italiani ed europei, la nostra storia, la storia del Mediterraneo mare di conflitti e di confronti, di scontri e di commerci, mostra come nel corso del tempo lungo di cui abbiamo conoscenza, la durezza delle guerre sia stata compensata e superata dall’intelligenza dei dialoghi e degli scambi. Per averne consapevolezza, vale la pena rileggere le pagine lucide di Fernand Braudel e quelle, altrettanto sapienti ma anche profondamente poetiche, di Predrag Matvejevic, a cominciare dal suo “Breviario mediterraneo”, uno dei libri più importanti dell’intero Novecento.

Leggere di storia. Scrivere di storia, ben sapendo come ciò significhi seguire la disciplina severa del “dare fisionomia alla date” (Walter Benjamin), con grande rispetto per fatti e dati, evitando spregiudicate manipolazioni e falsificazioni. E scrivere storie, con senso di responsabilità. Cercando sempre la connessione con altre discipline, la letteratura e l’arte, la filosofia e la matematica, la sociologia, la psicologia, il diritto, la fisica e la chimica. I saperi umanistici e le conoscenze scientifiche. L’antropologia e l’economia.

Hanno appunto ragione i professori dell’Università Cattolica di Milano che stanno promuovendo un “Dottorato in storia dell’Economia: imprese, istituzioni, culture” e gli storici, i giuristi e gli economisti che, come Giuliano Amato, Piero Barucci, Pierluigi Ciocca, Claudio De Vincenti, Elsa Fornero, Giorgio La Malfa, Romano Prodi, Alberto Quadrio Curzio, Paolo Savona e Ignazio Visco, hanno pubblicato (Il Sole24Ore, 29 gennaio) un appello alle forze politiche e accademiche per “salvare il dottorato in storia dell’economia” e ridargli lo spazio che merita nei contesti formativi e di ricerca delle nostre università.

Storia, insomma, come pilastro di “cultura politecnica”. E anche di cultura d’impresa. Muovendosi in ampiezza e, contemporaneamente, in profondità. Tutto il contrario delle cattive abitudini così di moda sui social media e della propaganda, purtroppo vincente, ispirata dalla “semplificazione del pensiero veloce” (è il sapiente ammonimento di Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, per aver dimostrato la profonda incidenza degli aspetti psicologici nelle decisioni economiche).

Sono proprio queste attitudini, d’altronde, a costituire una parte essenziale del patrimonio culturale e morale della nostra Europa, oggi incerta e perfino smarrita di fronte alle sfide d’un quadro geopolitico dominato da giganti prepotenti, dagli Usa alla Russia e alla Cina, e dalle Big Tech che disprezzano la democrazia. Un’Europa che deve ritrovare orgoglio, potenza e consapevolezza dei propri punti di forza (la democrazia e il mercato, i valori dell’intraprendenza economica individuale e la diffusione del welfare, l’attitudine alle scoperte scientifiche e l’essenzialità del pensiero critico). Un’Europa protagonista del proprio destino, nonostante tutto. Un’Europa migliore di quella che abbiamo visto all’opera.

Ha ragione, in questo contesto, Giulio Tremonti, da critico delle distorsioni regolatorie e burocratiche della Ue (“un ventennio perduto”) e da politico di solida cultura liberale, quando insiste sulla necessità di rileggere attentamente uno dei documenti storici costitutivi dell’Europa di cui siamo parte, il “Manifesto di Ventotene” e da lì ripartire per parlare di moneta comune ed esercito comune, politiche di sviluppo, ruolo geopolitico del continente (Il Foglio, 18 febbraio).

Era stato scritto, quel “Manifesto per un’Europa libera e unita”, nel 1941, da tre giovani intellettuali, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, condannati dal regime fascista al confino nell’isola di Ventotene, proprio in uno dei momenti più bui della storia (le armate naziste occupavano gran parte del continente). Pubblicato nel 1944, ancora prima che finisse la guerra, e diffuso anche per l’intraprendenza di una donna di straordinarie qualità, Ursula Hirshmann, il Manifesto di Ventotene era diventato uno dei testi fondanti dell’unificazione europea, grazie all’intelligenza progettuale e alla generosa visionarietà politica di una classe dirigente (Adenauer, De Gasperi, Schuman, Monnet e Spaak, i “padri dell’Europa”) capace di fare sintesi tra interessi nazionali e valori europei. E ancora oggi molte di quelle ispirazioni hanno forza di attualità: mercato comune, moneta comune, fisco comune, esercito comune: “la moneta” e “la spada”, le relazioni economiche e la democrazia politica.

Per leggerne l’attualità, i Rapporti Letta e Draghi sul Mercato Unico e sugli investimenti europei da mille miliardi all’anno per dieci anni (con risorse a debito raccolte sui mercati da una Ue finalmente coesa e dunque autorevole), forniscono importanti riferimenti su cosa e come fare, tempestivamente, per rispondere alle pressioni Usa mai come adesso, in epoca Trump, così poco amichevoli e alle manovre degli altri grandi e potenti attori della scena internazionale. Un’Europa che, citando le parole di Draghi davanti al Parlamento Europeo, deve finalmente “agire come un unico Stato” (Corriere della Sera, 19 febbraio).

L’Italia, paese fondatore della Ue, ha un ruolo fondamentale. E sono d’aiuto, in questo processo di ripresa e riscatto, anche le culture di fondo che hanno ispirato il Quirinale, di presidente in presidente: il socialismo democratico di Sandro Pertini, il pensiero democristiano di Oscar Luigi Scalfaro (che aveva frequentato fin dall’Assemblea Costituente il leader Alcide De Gasperi e il giovane Aldo Moro), l’azionismo e la liberaldemocrazia di Carlo Azeglio Ciampi, il comunismo profondamente italiano e costituzionale di Giorgio Napolitano, lo spessore dei valori sociali cattolici e della passione istituzionale di Costantino Mortati (che fu maestro di Diritto Costituzionale sino alle generazioni che sono entrate all’università alla fine degli anni Sessanta) così cari a Sergio Mattarella. Diversità nell’unità della cultura istituzionale della Repubblica. Valori democratici profondi. Forza delle radici storiche delle nostre essenziali democrazie e cardini di un migliore futuro. Di cui siamo profondamente debitori ai nostri figli e ai nostri nipoti. Europei.

(Foto Getty Images)

Riscoprire e studiare di più e meglio la storia. Non tanto perché sia magistra vitae e abbia qualcosa da insegnarci pragmaticamente. Ma soprattutto perché la conoscenza delle tensioni attive nel passato e della forza delle radici migliora la consapevolezza dell’importanza delle scelte e delle principali opzioni culturali, sociali e politiche secondo cui indirizzare valori, passioni, interessi.

In tempi così controversi, infatti, proprio mentre trionfano la retorica della forza e la prepotenza degli interessi e vanno in ombra le culture del rispetto e del dialogo e i valori delle diversità (la sostanza della democrazia liberale, insomma, “l’anima buona” del pur difficile Novecento) imparare a fare i conti con la Storia e le sue verità ci aiuta a capire come poter continuare a essere cives, cioè cittadini responsabili e consapevoli di una polis in cui coltivare le migliori eredità del passato e lasciare ai nostri figli e nipoti un capitale sociale di cultura democratica, senza ideologismi ma soprattutto senza inclinazioni autoritarie e smemorate dei guasti dei totalitarismi appena passati ma tutt’altro che scomparsi.

Che storia? La storia politica e quella militare. La storia economica e quella sociale. La public history e la global history. La storia dei grandi avvenimenti. E quella della cultura “alta” ma anche delle culture materiali (il cibo, la casa, l’abbigliamento, l’artigianato e l’industria, i consumi e i costumi, la cui essenzialità è stata documentata dalla scuola francese delle Annales). La storia patria. E le sue connessioni con le storie di altri popoli e altri paesi. Perché nessun uomo è un’isola, come ci ha insegnato John Donne, un grande poeta inglese. Nessuna valle è chiusa. E nessuno basta a se stesso.

L’identità, la migliore, la più feconda, sta non nel soggetto ma nelle relazioni, secondo la lezione filosofica di Emmanuel Lévinas. E, proprio per noi italiani ed europei, la nostra storia, la storia del Mediterraneo mare di conflitti e di confronti, di scontri e di commerci, mostra come nel corso del tempo lungo di cui abbiamo conoscenza, la durezza delle guerre sia stata compensata e superata dall’intelligenza dei dialoghi e degli scambi. Per averne consapevolezza, vale la pena rileggere le pagine lucide di Fernand Braudel e quelle, altrettanto sapienti ma anche profondamente poetiche, di Predrag Matvejevic, a cominciare dal suo “Breviario mediterraneo”, uno dei libri più importanti dell’intero Novecento.

Leggere di storia. Scrivere di storia, ben sapendo come ciò significhi seguire la disciplina severa del “dare fisionomia alla date” (Walter Benjamin), con grande rispetto per fatti e dati, evitando spregiudicate manipolazioni e falsificazioni. E scrivere storie, con senso di responsabilità. Cercando sempre la connessione con altre discipline, la letteratura e l’arte, la filosofia e la matematica, la sociologia, la psicologia, il diritto, la fisica e la chimica. I saperi umanistici e le conoscenze scientifiche. L’antropologia e l’economia.

Hanno appunto ragione i professori dell’Università Cattolica di Milano che stanno promuovendo un “Dottorato in storia dell’Economia: imprese, istituzioni, culture” e gli storici, i giuristi e gli economisti che, come Giuliano Amato, Piero Barucci, Pierluigi Ciocca, Claudio De Vincenti, Elsa Fornero, Giorgio La Malfa, Romano Prodi, Alberto Quadrio Curzio, Paolo Savona e Ignazio Visco, hanno pubblicato (Il Sole24Ore, 29 gennaio) un appello alle forze politiche e accademiche per “salvare il dottorato in storia dell’economia” e ridargli lo spazio che merita nei contesti formativi e di ricerca delle nostre università.

Storia, insomma, come pilastro di “cultura politecnica”. E anche di cultura d’impresa. Muovendosi in ampiezza e, contemporaneamente, in profondità. Tutto il contrario delle cattive abitudini così di moda sui social media e della propaganda, purtroppo vincente, ispirata dalla “semplificazione del pensiero veloce” (è il sapiente ammonimento di Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, per aver dimostrato la profonda incidenza degli aspetti psicologici nelle decisioni economiche).

Sono proprio queste attitudini, d’altronde, a costituire una parte essenziale del patrimonio culturale e morale della nostra Europa, oggi incerta e perfino smarrita di fronte alle sfide d’un quadro geopolitico dominato da giganti prepotenti, dagli Usa alla Russia e alla Cina, e dalle Big Tech che disprezzano la democrazia. Un’Europa che deve ritrovare orgoglio, potenza e consapevolezza dei propri punti di forza (la democrazia e il mercato, i valori dell’intraprendenza economica individuale e la diffusione del welfare, l’attitudine alle scoperte scientifiche e l’essenzialità del pensiero critico). Un’Europa protagonista del proprio destino, nonostante tutto. Un’Europa migliore di quella che abbiamo visto all’opera.

Ha ragione, in questo contesto, Giulio Tremonti, da critico delle distorsioni regolatorie e burocratiche della Ue (“un ventennio perduto”) e da politico di solida cultura liberale, quando insiste sulla necessità di rileggere attentamente uno dei documenti storici costitutivi dell’Europa di cui siamo parte, il “Manifesto di Ventotene” e da lì ripartire per parlare di moneta comune ed esercito comune, politiche di sviluppo, ruolo geopolitico del continente (Il Foglio, 18 febbraio).

Era stato scritto, quel “Manifesto per un’Europa libera e unita”, nel 1941, da tre giovani intellettuali, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, condannati dal regime fascista al confino nell’isola di Ventotene, proprio in uno dei momenti più bui della storia (le armate naziste occupavano gran parte del continente). Pubblicato nel 1944, ancora prima che finisse la guerra, e diffuso anche per l’intraprendenza di una donna di straordinarie qualità, Ursula Hirshmann, il Manifesto di Ventotene era diventato uno dei testi fondanti dell’unificazione europea, grazie all’intelligenza progettuale e alla generosa visionarietà politica di una classe dirigente (Adenauer, De Gasperi, Schuman, Monnet e Spaak, i “padri dell’Europa”) capace di fare sintesi tra interessi nazionali e valori europei. E ancora oggi molte di quelle ispirazioni hanno forza di attualità: mercato comune, moneta comune, fisco comune, esercito comune: “la moneta” e “la spada”, le relazioni economiche e la democrazia politica.

Per leggerne l’attualità, i Rapporti Letta e Draghi sul Mercato Unico e sugli investimenti europei da mille miliardi all’anno per dieci anni (con risorse a debito raccolte sui mercati da una Ue finalmente coesa e dunque autorevole), forniscono importanti riferimenti su cosa e come fare, tempestivamente, per rispondere alle pressioni Usa mai come adesso, in epoca Trump, così poco amichevoli e alle manovre degli altri grandi e potenti attori della scena internazionale. Un’Europa che, citando le parole di Draghi davanti al Parlamento Europeo, deve finalmente “agire come un unico Stato” (Corriere della Sera, 19 febbraio).

L’Italia, paese fondatore della Ue, ha un ruolo fondamentale. E sono d’aiuto, in questo processo di ripresa e riscatto, anche le culture di fondo che hanno ispirato il Quirinale, di presidente in presidente: il socialismo democratico di Sandro Pertini, il pensiero democristiano di Oscar Luigi Scalfaro (che aveva frequentato fin dall’Assemblea Costituente il leader Alcide De Gasperi e il giovane Aldo Moro), l’azionismo e la liberaldemocrazia di Carlo Azeglio Ciampi, il comunismo profondamente italiano e costituzionale di Giorgio Napolitano, lo spessore dei valori sociali cattolici e della passione istituzionale di Costantino Mortati (che fu maestro di Diritto Costituzionale sino alle generazioni che sono entrate all’università alla fine degli anni Sessanta) così cari a Sergio Mattarella. Diversità nell’unità della cultura istituzionale della Repubblica. Valori democratici profondi. Forza delle radici storiche delle nostre essenziali democrazie e cardini di un migliore futuro. Di cui siamo profondamente debitori ai nostri figli e ai nostri nipoti. Europei.

(Foto Getty Images)

Per lo sviluppo non bastano le politiche, servono le persone

L’analisi degli interventi per favorire la crescita delle imprese, dice quanto siano importanti le relazioni umane

Strumenti giusti per far nascere e far crescere le imprese nel territorio. Obiettivo naturalmente condivisibile, ma non sempre così facilmente raggiungibile. Questione di strumenti, appunto, ma anche di modalità di comportamento, cultura dell’intraprendere, relazioni sociali prima ancora che economiche.

Domenico Barricelli e Alessandra Pedone con il loro “Politiche di sostegno alla creazione di impresa in Italia. Attori, sfide e prospettive per l’occupazione e la crescita economica” affrontano uno dei passaggi cruciali del tema: quali politiche di sostegno avviare. E come.

L’articolo esamina quindi il panorama delle politiche e degli attori chiave a supporto della creazione d’impresa in Italia, con attenzione particolare alle start-up innovative e alle piccole e medie imprese (PMI). Le prime pensate come “futuro” della struttura industriale di particolari comparti; le seconde interpretate storicamente come struttura portante di tutta l’economia nazionale.

Barricelli e Pedone forniscono una panoramica delle principali normative e misure a livello nazionale e regionale, e analizzano il ruolo cruciale delle politiche attive del mercato del lavoro nel promuovere l’imprenditorialità come strumento di inclusione sociale ed economica.

Politiche, dunque, ma anche persone come si diceva. Per questo, lo studio si sofferma pure sull’analisi delle dinamiche di interazione tra attori pubblici e privati, evidenziando le sfide legate a burocrazia, finanziamenti e competenze e le opportunità offerte dalle politiche di innovazione e coesione territoriale.

I risultati mostrano l’importanza della cooperazione tra istituzioni, imprese e associazioni, università e ricerca per promuovere un ecosistema imprenditoriale dinamico con effetti positivi sullo sviluppo economico e sull’occupazione, in particolare per i giovani, le donne e i migranti. In altri termini, Barricelli e Pedone dimostrano ancora una volta quanto lo sviluppo e la crescita economica di un territorio siano fondati su quel di più umano e culturale che risulta essere imprescindibile.

Politiche di sostegno alla creazione di impresa in Italia. Attori, sfide e prospettive per l’occupazione e la crescita economica

Domenico Barricelli, Alessandra Pedone

Quaderni di ricerca sull’artigianato, Fascicolo 3/2024, settembre-dicembre

L’analisi degli interventi per favorire la crescita delle imprese, dice quanto siano importanti le relazioni umane

Strumenti giusti per far nascere e far crescere le imprese nel territorio. Obiettivo naturalmente condivisibile, ma non sempre così facilmente raggiungibile. Questione di strumenti, appunto, ma anche di modalità di comportamento, cultura dell’intraprendere, relazioni sociali prima ancora che economiche.

Domenico Barricelli e Alessandra Pedone con il loro “Politiche di sostegno alla creazione di impresa in Italia. Attori, sfide e prospettive per l’occupazione e la crescita economica” affrontano uno dei passaggi cruciali del tema: quali politiche di sostegno avviare. E come.

L’articolo esamina quindi il panorama delle politiche e degli attori chiave a supporto della creazione d’impresa in Italia, con attenzione particolare alle start-up innovative e alle piccole e medie imprese (PMI). Le prime pensate come “futuro” della struttura industriale di particolari comparti; le seconde interpretate storicamente come struttura portante di tutta l’economia nazionale.

Barricelli e Pedone forniscono una panoramica delle principali normative e misure a livello nazionale e regionale, e analizzano il ruolo cruciale delle politiche attive del mercato del lavoro nel promuovere l’imprenditorialità come strumento di inclusione sociale ed economica.

Politiche, dunque, ma anche persone come si diceva. Per questo, lo studio si sofferma pure sull’analisi delle dinamiche di interazione tra attori pubblici e privati, evidenziando le sfide legate a burocrazia, finanziamenti e competenze e le opportunità offerte dalle politiche di innovazione e coesione territoriale.

I risultati mostrano l’importanza della cooperazione tra istituzioni, imprese e associazioni, università e ricerca per promuovere un ecosistema imprenditoriale dinamico con effetti positivi sullo sviluppo economico e sull’occupazione, in particolare per i giovani, le donne e i migranti. In altri termini, Barricelli e Pedone dimostrano ancora una volta quanto lo sviluppo e la crescita economica di un territorio siano fondati su quel di più umano e culturale che risulta essere imprescindibile.

Politiche di sostegno alla creazione di impresa in Italia. Attori, sfide e prospettive per l’occupazione e la crescita economica

Domenico Barricelli, Alessandra Pedone

Quaderni di ricerca sull’artigianato, Fascicolo 3/2024, settembre-dicembre

“Il progetto, la comunicazione visiva e la città. Valorizzare gli archivi d’impresa”

Dal 2 marzo 2025 torna MuseoCity, la manifestazione diffusa organizzata dall’Associazione MuseoCity ETS in collaborazione con il Comune di Milano che promuove le realtà museali e culturali della città e del suo hinterland. “Le strade dell’arte” è il tema-guida dell’edizione 2025. Fondazione Pirelli rinnova la sua partecipazione per il nono anno consecutivo con un’iniziativa che si svolgerà martedì 4 marzo 2025, un workshop con visita guidata dedicato alle scuole secondarie di secondo grado (triennio), università e accademie.

In occasione di Museocity 2025, Fondazione Pirelli organizza martedì 4 marzo ore 10-1230, un workshop con visita guidata, dedicato al rapporto tra l’impresa e i progettisti impegnati nella valorizzazione del patrimonio degli archivi di impresa. Parteciperanno Bruno Genovese, cofondatore e direttore creativo di Leftloft, e Laura Dellamotta, cofondatrice e general manager di Dotdotdot, due realtà impegnate in prima linea nell’utilizzo di nuove tecnologie e linguaggi innovativi nella comunicazione e valorizzazione dell’heritage aziendale. La visita guidata alla Fondazione Pirelli, dove è in corso la mostra “L’officina dello sport. Le squadre, la ricerca, la tecnologia, la passione e i valori sociali”, sarà l’occasione per immergersi nel ricco patrimonio iconografico e documentale dell’Archivio Storico Pirelli e approfondire il legame indissolubile tra Pirelli e Milano, che passa anche attraverso la rappresentazione della città nella comunicazione dell’azienda.

Dal 2 marzo 2025 torna MuseoCity, la manifestazione diffusa organizzata dall’Associazione MuseoCity ETS in collaborazione con il Comune di Milano che promuove le realtà museali e culturali della città e del suo hinterland. “Le strade dell’arte” è il tema-guida dell’edizione 2025. Fondazione Pirelli rinnova la sua partecipazione per il nono anno consecutivo con un’iniziativa che si svolgerà martedì 4 marzo 2025, un workshop con visita guidata dedicato alle scuole secondarie di secondo grado (triennio), università e accademie.

In occasione di Museocity 2025, Fondazione Pirelli organizza martedì 4 marzo ore 10-1230, un workshop con visita guidata, dedicato al rapporto tra l’impresa e i progettisti impegnati nella valorizzazione del patrimonio degli archivi di impresa. Parteciperanno Bruno Genovese, cofondatore e direttore creativo di Leftloft, e Laura Dellamotta, cofondatrice e general manager di Dotdotdot, due realtà impegnate in prima linea nell’utilizzo di nuove tecnologie e linguaggi innovativi nella comunicazione e valorizzazione dell’heritage aziendale. La visita guidata alla Fondazione Pirelli, dove è in corso la mostra “L’officina dello sport. Le squadre, la ricerca, la tecnologia, la passione e i valori sociali”, sarà l’occasione per immergersi nel ricco patrimonio iconografico e documentale dell’Archivio Storico Pirelli e approfondire il legame indissolubile tra Pirelli e Milano, che passa anche attraverso la rappresentazione della città nella comunicazione dell’azienda.

Incertezze e trasformazioni

Un intervento del Governatore di Banca d’Italia fornisce una lucida sintesi per capire meglio cosa sta accadendo

Guardare anche i grandi affreschi sociali, economici e storici per comprendere meglio il presente e intravvedere un possibile futuro. Operazione che spetta a molti, soprattutto a chi, imprenditore oppure manager, ha il  dovere di guidare bene le organizzazioni di cui ha la responsabilità. Questione di attenta cultura ma anche di attento esercizio d’informazione quotidiana, che in questi giorni è possibile arricchire leggendo l’intervento del Governatore di Banca d’Italia, Fabio Panetta, al 31° Congresso ASSIOM FOREX del 15 febbraio scorso.

“L’economia mondiale tra incertezza e trasformazione” è una lucida sintesi dei riflessi di quanto sta accadendo in economia, nelle relazioni e nel commercio internazionale. Panetta, indica, quindi, quanto la crescita sia orientata al ribasso, quali siano i cambiamenti nei commerci e come la loro geografia si stia ridisegnando “riducendo gli scambi tra paesi appartenenti a blocchi geopolitici contrapposti e aumentando quelli tra economie politicamente allineate”. Una tendenza che “riduce l’efficienza del commercio mondiale, aumentando i costi delle merci e rendendo le catene di approvvigionamento più complesse e vulnerabili. In diversi paesi ciò potrebbe limitare la disponibilità di alcuni prodotti, in particolare quelli tecnologici e quelli essenziali per la transizione climatica”. In una parola, parrebbe che il mondo si stia chiudendo in isole con scarsi collegamenti tra di loro, che la globalizzazione si stia riducendo lasciando spazio alle divisioni, che la multilateralità e l’integrazione siano a repentaglio. Una condizione, questa, che è a svantaggio di tutti. Anche dell’Europa e per l’Italia alle quali Panetta dedica un’attenzione particolare.

Di fronte a tutto questo, è il messaggio del Governatore, ci sono comunque gli strumenti – anche in Europa e in Italia – per riprendere un cammino diverso da quello attuale. È, tuttavia, questione di “scelte coraggiose, visione e unità d’intenti” ma anche di “lucidità e ambizione”. Leggere l’ultimo contributo di Fabio Panetta alla comprensione della realtà è cosa buona per tutti.

L’economia mondiale tra incertezza e trasformazione

Fabio Panetta

Intervento al 31° Congresso ASSIOM FOREX, Torino, 15 febbraio 2025

Un intervento del Governatore di Banca d’Italia fornisce una lucida sintesi per capire meglio cosa sta accadendo

Guardare anche i grandi affreschi sociali, economici e storici per comprendere meglio il presente e intravvedere un possibile futuro. Operazione che spetta a molti, soprattutto a chi, imprenditore oppure manager, ha il  dovere di guidare bene le organizzazioni di cui ha la responsabilità. Questione di attenta cultura ma anche di attento esercizio d’informazione quotidiana, che in questi giorni è possibile arricchire leggendo l’intervento del Governatore di Banca d’Italia, Fabio Panetta, al 31° Congresso ASSIOM FOREX del 15 febbraio scorso.

“L’economia mondiale tra incertezza e trasformazione” è una lucida sintesi dei riflessi di quanto sta accadendo in economia, nelle relazioni e nel commercio internazionale. Panetta, indica, quindi, quanto la crescita sia orientata al ribasso, quali siano i cambiamenti nei commerci e come la loro geografia si stia ridisegnando “riducendo gli scambi tra paesi appartenenti a blocchi geopolitici contrapposti e aumentando quelli tra economie politicamente allineate”. Una tendenza che “riduce l’efficienza del commercio mondiale, aumentando i costi delle merci e rendendo le catene di approvvigionamento più complesse e vulnerabili. In diversi paesi ciò potrebbe limitare la disponibilità di alcuni prodotti, in particolare quelli tecnologici e quelli essenziali per la transizione climatica”. In una parola, parrebbe che il mondo si stia chiudendo in isole con scarsi collegamenti tra di loro, che la globalizzazione si stia riducendo lasciando spazio alle divisioni, che la multilateralità e l’integrazione siano a repentaglio. Una condizione, questa, che è a svantaggio di tutti. Anche dell’Europa e per l’Italia alle quali Panetta dedica un’attenzione particolare.

Di fronte a tutto questo, è il messaggio del Governatore, ci sono comunque gli strumenti – anche in Europa e in Italia – per riprendere un cammino diverso da quello attuale. È, tuttavia, questione di “scelte coraggiose, visione e unità d’intenti” ma anche di “lucidità e ambizione”. Leggere l’ultimo contributo di Fabio Panetta alla comprensione della realtà è cosa buona per tutti.

L’economia mondiale tra incertezza e trasformazione

Fabio Panetta

Intervento al 31° Congresso ASSIOM FOREX, Torino, 15 febbraio 2025

Sostenibilità come e perché

Pubblicata da poco una raccolta di saggi attorno ad un concetto complesso e da comprendere bene

Sostenibilità prima di tutto. È sicuramente questa una delle indicazioni più importanti del momento. “Essere sostenibili” per essere competitivi, per convincere, per risuscitare a stare sul mercato, per avere consenso, per avere credibilità. Per investire, e quindi per crescere. Concetto complesso e importante quello della sostenibilità. Concetto che va compreso a fondo, e sempre rinnovato. “Il paradigma della sostenibilità” libro appena pubblicato a cura di Marilene Lorizio (che insegna economia politica presso l’università di Foggia) costituisce una raccolta di testi scritti a più mani che attorno alla sostenibilità ragionano partendo da punti di vista diversi da parte di studiosi del settore economico e statistico e che presentando su di essa riflessioni, analisi, approfondimenti e progetti.

Lorizio e i suoi collaboratori partono di fatto da una considerazione: la sostenibilità pare ormai destinata a modificare profondamente ed irreversibilmente i futuri scenari economici e sociali, coinvolgendo ed interessando una molteplicità di settori, grazie alla sua natura trasversale. È quindi partendo da un approccio trasversale che è necessario lavorare per capire senso, logica e applicazioni della sostenibilità. Un’operazione che deve tenere conto anche della crescente pressione dell’opinione pubblica mondiale per scelte più responsabili e sostenibili, sia delle imprese che dei cittadini e delle istituzioni. Una pressione alla quale è corrisposta una consistente produzione normativa in materia a livello sia europeo che nazionale; una conseguenza logica che deriva dalla richiesta di “un mondo più sostenibile” e che ha come obiettivo quello di orientare, incentivare ed agevolare un percorso verso la sostenibilità che non appare sempre semplice e trasparente. Già, perché sempre la sostenibilità deve fare i conti con la competitività del settore produttivo e la crescita del sistema paese. Il lavoro curato da Lorizio entra quindi nel dibattito tra obiettivi condivisibili, mezzi per raggiungerli e condizionamenti di cui è necessario tenere conto.

Il libro in diversi capitoli affronta temi come le relazioni tra digitalizzazione e sostenibilità, i modelli teorici di riferimento, gli indicatori della sostenibilità, i cambiamenti climatici e la sostenibilità, le relazioni di questa con particolari settori dell’economia.

Tutto con una convinzione di fondo: la conversione alla sostenibilità può rappresentare un fattore strategico di competitività per il settore produttivo, allineando e mettendo d’accordo molteplici e differenti obiettivi che fanno capo ai diversi attori, imprese, società ambiente ed istituzioni.

Il paradigma della sostenibilità

Marilene Lorizio (a cura di)

Franco Angeli, 2024

Pubblicata da poco una raccolta di saggi attorno ad un concetto complesso e da comprendere bene

Sostenibilità prima di tutto. È sicuramente questa una delle indicazioni più importanti del momento. “Essere sostenibili” per essere competitivi, per convincere, per risuscitare a stare sul mercato, per avere consenso, per avere credibilità. Per investire, e quindi per crescere. Concetto complesso e importante quello della sostenibilità. Concetto che va compreso a fondo, e sempre rinnovato. “Il paradigma della sostenibilità” libro appena pubblicato a cura di Marilene Lorizio (che insegna economia politica presso l’università di Foggia) costituisce una raccolta di testi scritti a più mani che attorno alla sostenibilità ragionano partendo da punti di vista diversi da parte di studiosi del settore economico e statistico e che presentando su di essa riflessioni, analisi, approfondimenti e progetti.

Lorizio e i suoi collaboratori partono di fatto da una considerazione: la sostenibilità pare ormai destinata a modificare profondamente ed irreversibilmente i futuri scenari economici e sociali, coinvolgendo ed interessando una molteplicità di settori, grazie alla sua natura trasversale. È quindi partendo da un approccio trasversale che è necessario lavorare per capire senso, logica e applicazioni della sostenibilità. Un’operazione che deve tenere conto anche della crescente pressione dell’opinione pubblica mondiale per scelte più responsabili e sostenibili, sia delle imprese che dei cittadini e delle istituzioni. Una pressione alla quale è corrisposta una consistente produzione normativa in materia a livello sia europeo che nazionale; una conseguenza logica che deriva dalla richiesta di “un mondo più sostenibile” e che ha come obiettivo quello di orientare, incentivare ed agevolare un percorso verso la sostenibilità che non appare sempre semplice e trasparente. Già, perché sempre la sostenibilità deve fare i conti con la competitività del settore produttivo e la crescita del sistema paese. Il lavoro curato da Lorizio entra quindi nel dibattito tra obiettivi condivisibili, mezzi per raggiungerli e condizionamenti di cui è necessario tenere conto.

Il libro in diversi capitoli affronta temi come le relazioni tra digitalizzazione e sostenibilità, i modelli teorici di riferimento, gli indicatori della sostenibilità, i cambiamenti climatici e la sostenibilità, le relazioni di questa con particolari settori dell’economia.

Tutto con una convinzione di fondo: la conversione alla sostenibilità può rappresentare un fattore strategico di competitività per il settore produttivo, allineando e mettendo d’accordo molteplici e differenti obiettivi che fanno capo ai diversi attori, imprese, società ambiente ed istituzioni.

Il paradigma della sostenibilità

Marilene Lorizio (a cura di)

Franco Angeli, 2024

Un piano triennale per rilanciare l’industria, ma anche per difendere mercato e democrazia

Un piano di rilancio industriale con prospettiva triennale chiede giustamente il presidente di Confindustria Emanuele Orsini alle istituzioni, “al governo e a tutte le forze politiche” per “liberare il potenziale delle imprese italiane” e fare uscire il Paese da un’allarmante condizione di crisi. Serve infatti avere la piena consapevolezza che “senza industria non c’è crescita né coesione sociale”. E dunque avviare un ciclo di scelte e di investimenti pubblici sui temi dell’energia, dell’innovazione, della produttività, di una maggiore competitività dell’Italia e dell’Europa su mercati sempre più difficili e in scenari dominati dall’incertezza geopolitica che adesso ha un nuovo protagonista: gli Usa di Trump, proprio quegli Usa un tempo amici indissolubili e affidabili e adesso invece ruvidamente polemici verso la Ue e i principali paesi europei.

Gli industriali, aggiunge Orsini, sono pronti a fare la loro parte, e cioè a investire e migliorare la competitività delle loro imprese, rafforzando proprio quei settori in cui, da tempo, abbiamo dato prova della forza del made in Italy (meccanica e meccatronica, robotica, farmaceutica e chimica, avionica e aerospazio, cantieristica navale, gomma e plastica, grandi infrastrutture, oltre ad arredamento, abbigliamento e industria agro-alimentare). Investire e innovare, confermando ancora una volta, proprio in tempi difficili, creatività, intraprendenza, flessibilità, sguardo lungo sui mercati.

Ma l’impresa non è, ovviamente, onnipotente. Ha bisogno di un contesto positivo in cui muoversi. E cioè, appunto, di scelte e atti di governo, di medio periodo, che assicurino alle imprese condizioni favorevoli per il prezzo dell’energia, i carichi fiscali (l’Ires premiale decisa dal governo con la Finanziaria va bene, ma allargando platea e coperture), l’abbattimento della burocrazia, il miglior funzionamento del mercato del lavoro e della formazione: le imprese crescerebbero di più se trovassero la mano d’opera di cui hanno bisogno e dunque servono più laureati e diplomati e una migliore strategia di governo dell’immigrazione.

Questioni note da tempo, ma prive ancora di risposte politiche adeguate: “Industria 4.0”, la migliore scelta di politica industriale dell’ultimo decennio, leva essenziale del nostro dinamismo manifatturiero e della forza delle nostre esportazioni di alta qualità, è adesso quanto mai carente di risorse e prospettive. E “Industria 5.0” che dovrebbe favorire la transizione digitale delle imprese, è poco operativa, per colpa dei meccanismi normativi e burocratici che impediscono o rallentano l’accesso delle aziende.

In sintesi: c’è la crisi produttiva (ne abbiamo parlato, con dati e fatti, nel blog della scorsa settimana), ci sono comunque degli ottimi attori in campo, intraprendenti e armati di buona volontà e progetti concreti, ma peggiorano le condizioni perché si possano avviare il recupero e la ripresa.

La necessità della politica industriale ambiziosa e di lungo respiro non riguarda naturalmente solo l’Italia, ma investe soprattutto la Germania, in profonda crisi strutturale e, più in generale, l’intera Europa. La “guerra dei dazi” aperta dagli Usa di Trump aggrava il quadro. “L’Italia e la Germania corrono i rischi più alti”, avverte il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta al Forex (La Stampa, 16 febbraio): 1,5 punti in meno di crescita globale, anche se l’impatto peggiore sarebbe, nel medio periodo, proprio sugli Usa, -2%. Ed Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria, che, da produttrice di acciaio, ha già sperimentato il peso dei dazi durante la prima presidenza Trump, teme i nuovi danni verso tutti e chiede proprio all’Europa una reazione forte. Che aiuti le imprese a stare sui mercati e, più in generale, rilanci i valori di un attore internazionale, la Ue, che ha saputo ben conciliare democrazia, mercato e welfare e cioè libertà, innovazione e inclusione sociale. Insiste il Governatore Panetta: serve “un patto europeo per la produttività” (Il Sole24Ore, 16 febbraio).

Ecco il punto cardine: serve un’Europa che, con sorprendente capacità politica, esca dall’angolo in cui la vorrebbero, per motivi diversi, gli Usa, la Russia e la Cina e affermi la forza e la validità di una cultura economica e politica fondata sui valori e sulle pratiche economiche di cui abbiamo appena detto e rivendichi con forza e orgoglio il proprio capitale sociale di democrazia competitiva.

Un’Europa progettuale, nonostante tutto. E un’Europa coraggiosa, cui guardano pure da altre parti del mondo: il Regno Unito, innanzitutto, ma anche parecchi paesi del Mediterraneo, dell’Africa e delle stesse Americhe (i recenti accordi commerciali Ue-Mercosur ne sono un buon esempio).

Per dirla con Mario Draghi, la Ue deve smetterla di imporre dazi a sé stessa, “barriere interne” che riducono l’innovazione e la produttività (la Repubblica, 16 febbraio). E fare concretamente buona politica. Come? Muoversi per un mercato unico, a cominciare da banche e finanza, proprio per rafforzare le imprese e i loro investimenti secondo la robusta attitudine all’innovazione nella strategica qualità della manifattura. E varare finalmente quel formidabile strumento degli eurobond, dei titoli di debito europei già considerati come essenziali da uno dei governanti più illuminati che l’Europa abbia avuto, Jacques Delors.

I mercati finanziari internazionali hanno già mostrato di considerare la Ue come debitore credibile. E le miopie dei paesi cosiddetti “frugali” rischiano di fare danni sconvolgenti non soltanto alle economie, ma alla stessa democrazia europea. La “frugalità” ideologica, in tempi carichi di incertezze e rischi, è tutt’altro che una virtù.

Eurobond, dunque. Per finanziare gli 800 miliardi di investimenti annui per un decennio per la transizione ambientale e digitale, come suggerito dal Piano per la competitività presentato da Mario Draghi su mandato della Commissione Ue, una visionaria e possibile via dello sviluppo per l’Europa. Per la difesa e l’esercito comune (colmando finalmente il deficit di un’Unione che ha la moneta ma non la spada). Ma anche per l’innovazione, le tecnologie, l’Intelligenza Artificiale, la formazione, la qualità dell’inclusione sociale, i progetti perché “Next Generation Ue” non sia solo una sigla degli investimenti post Covid ma una vera e propria politica per un avvenire migliore, in democrazia e sviluppo sostenibile, per i nostri figli e nipoti. “All’Europa serve un CERN per l’Intelligenza Artificiale”, suggerisce il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, testa pensante dei progetti di “supercalcolo” europeo (Il Sole24Ore, 16 febbraio).

Pensare in grande, insomma, proprio mentre hanno troppo corso i pensieri minimi dell’egoismo prepotente ma culturalmente e valoriarmente minuscolo. Pensare con ampiezza, di fronte ai sovranismi minacciosi e provare a essere “quel granello di sabbia sollevato dal vento che talvolta ha inceppato una macchina”, per riprendere un’intensa, poetica espressione di Norberto Bobbio, uno dei maggiori filosofi politici del Novecento. Pensare con generosità sociale, di fronte alle chiusure impaurite e socialmente sterili. Pensare europeo.

La nostra storia, nonostante le ombre covate al nostro stesso interno nei recessi di tenebra e d’orrore del Novecento, ce ne dà la forza.

Bisogna, dunque, imparare rapidamente a “Governare la fragilità”, come suggerisce un recente libro di Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella, edito da Mondadori, per parlare di “istituzioni, sicurezza nazionale e competitività”. E andare “oltre la fragilità”, come per esempio, proprio nella stagione terribile della pandemia da Covid, l’Europa ha saputo fare, per scienza, cultura della salute e rispetto dei diritti delle persone. Una buona Europa.

(Foto Getty Images)

Un piano di rilancio industriale con prospettiva triennale chiede giustamente il presidente di Confindustria Emanuele Orsini alle istituzioni, “al governo e a tutte le forze politiche” per “liberare il potenziale delle imprese italiane” e fare uscire il Paese da un’allarmante condizione di crisi. Serve infatti avere la piena consapevolezza che “senza industria non c’è crescita né coesione sociale”. E dunque avviare un ciclo di scelte e di investimenti pubblici sui temi dell’energia, dell’innovazione, della produttività, di una maggiore competitività dell’Italia e dell’Europa su mercati sempre più difficili e in scenari dominati dall’incertezza geopolitica che adesso ha un nuovo protagonista: gli Usa di Trump, proprio quegli Usa un tempo amici indissolubili e affidabili e adesso invece ruvidamente polemici verso la Ue e i principali paesi europei.

Gli industriali, aggiunge Orsini, sono pronti a fare la loro parte, e cioè a investire e migliorare la competitività delle loro imprese, rafforzando proprio quei settori in cui, da tempo, abbiamo dato prova della forza del made in Italy (meccanica e meccatronica, robotica, farmaceutica e chimica, avionica e aerospazio, cantieristica navale, gomma e plastica, grandi infrastrutture, oltre ad arredamento, abbigliamento e industria agro-alimentare). Investire e innovare, confermando ancora una volta, proprio in tempi difficili, creatività, intraprendenza, flessibilità, sguardo lungo sui mercati.

Ma l’impresa non è, ovviamente, onnipotente. Ha bisogno di un contesto positivo in cui muoversi. E cioè, appunto, di scelte e atti di governo, di medio periodo, che assicurino alle imprese condizioni favorevoli per il prezzo dell’energia, i carichi fiscali (l’Ires premiale decisa dal governo con la Finanziaria va bene, ma allargando platea e coperture), l’abbattimento della burocrazia, il miglior funzionamento del mercato del lavoro e della formazione: le imprese crescerebbero di più se trovassero la mano d’opera di cui hanno bisogno e dunque servono più laureati e diplomati e una migliore strategia di governo dell’immigrazione.

Questioni note da tempo, ma prive ancora di risposte politiche adeguate: “Industria 4.0”, la migliore scelta di politica industriale dell’ultimo decennio, leva essenziale del nostro dinamismo manifatturiero e della forza delle nostre esportazioni di alta qualità, è adesso quanto mai carente di risorse e prospettive. E “Industria 5.0” che dovrebbe favorire la transizione digitale delle imprese, è poco operativa, per colpa dei meccanismi normativi e burocratici che impediscono o rallentano l’accesso delle aziende.

In sintesi: c’è la crisi produttiva (ne abbiamo parlato, con dati e fatti, nel blog della scorsa settimana), ci sono comunque degli ottimi attori in campo, intraprendenti e armati di buona volontà e progetti concreti, ma peggiorano le condizioni perché si possano avviare il recupero e la ripresa.

La necessità della politica industriale ambiziosa e di lungo respiro non riguarda naturalmente solo l’Italia, ma investe soprattutto la Germania, in profonda crisi strutturale e, più in generale, l’intera Europa. La “guerra dei dazi” aperta dagli Usa di Trump aggrava il quadro. “L’Italia e la Germania corrono i rischi più alti”, avverte il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta al Forex (La Stampa, 16 febbraio): 1,5 punti in meno di crescita globale, anche se l’impatto peggiore sarebbe, nel medio periodo, proprio sugli Usa, -2%. Ed Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria, che, da produttrice di acciaio, ha già sperimentato il peso dei dazi durante la prima presidenza Trump, teme i nuovi danni verso tutti e chiede proprio all’Europa una reazione forte. Che aiuti le imprese a stare sui mercati e, più in generale, rilanci i valori di un attore internazionale, la Ue, che ha saputo ben conciliare democrazia, mercato e welfare e cioè libertà, innovazione e inclusione sociale. Insiste il Governatore Panetta: serve “un patto europeo per la produttività” (Il Sole24Ore, 16 febbraio).

Ecco il punto cardine: serve un’Europa che, con sorprendente capacità politica, esca dall’angolo in cui la vorrebbero, per motivi diversi, gli Usa, la Russia e la Cina e affermi la forza e la validità di una cultura economica e politica fondata sui valori e sulle pratiche economiche di cui abbiamo appena detto e rivendichi con forza e orgoglio il proprio capitale sociale di democrazia competitiva.

Un’Europa progettuale, nonostante tutto. E un’Europa coraggiosa, cui guardano pure da altre parti del mondo: il Regno Unito, innanzitutto, ma anche parecchi paesi del Mediterraneo, dell’Africa e delle stesse Americhe (i recenti accordi commerciali Ue-Mercosur ne sono un buon esempio).

Per dirla con Mario Draghi, la Ue deve smetterla di imporre dazi a sé stessa, “barriere interne” che riducono l’innovazione e la produttività (la Repubblica, 16 febbraio). E fare concretamente buona politica. Come? Muoversi per un mercato unico, a cominciare da banche e finanza, proprio per rafforzare le imprese e i loro investimenti secondo la robusta attitudine all’innovazione nella strategica qualità della manifattura. E varare finalmente quel formidabile strumento degli eurobond, dei titoli di debito europei già considerati come essenziali da uno dei governanti più illuminati che l’Europa abbia avuto, Jacques Delors.

I mercati finanziari internazionali hanno già mostrato di considerare la Ue come debitore credibile. E le miopie dei paesi cosiddetti “frugali” rischiano di fare danni sconvolgenti non soltanto alle economie, ma alla stessa democrazia europea. La “frugalità” ideologica, in tempi carichi di incertezze e rischi, è tutt’altro che una virtù.

Eurobond, dunque. Per finanziare gli 800 miliardi di investimenti annui per un decennio per la transizione ambientale e digitale, come suggerito dal Piano per la competitività presentato da Mario Draghi su mandato della Commissione Ue, una visionaria e possibile via dello sviluppo per l’Europa. Per la difesa e l’esercito comune (colmando finalmente il deficit di un’Unione che ha la moneta ma non la spada). Ma anche per l’innovazione, le tecnologie, l’Intelligenza Artificiale, la formazione, la qualità dell’inclusione sociale, i progetti perché “Next Generation Ue” non sia solo una sigla degli investimenti post Covid ma una vera e propria politica per un avvenire migliore, in democrazia e sviluppo sostenibile, per i nostri figli e nipoti. “All’Europa serve un CERN per l’Intelligenza Artificiale”, suggerisce il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, testa pensante dei progetti di “supercalcolo” europeo (Il Sole24Ore, 16 febbraio).

Pensare in grande, insomma, proprio mentre hanno troppo corso i pensieri minimi dell’egoismo prepotente ma culturalmente e valoriarmente minuscolo. Pensare con ampiezza, di fronte ai sovranismi minacciosi e provare a essere “quel granello di sabbia sollevato dal vento che talvolta ha inceppato una macchina”, per riprendere un’intensa, poetica espressione di Norberto Bobbio, uno dei maggiori filosofi politici del Novecento. Pensare con generosità sociale, di fronte alle chiusure impaurite e socialmente sterili. Pensare europeo.

La nostra storia, nonostante le ombre covate al nostro stesso interno nei recessi di tenebra e d’orrore del Novecento, ce ne dà la forza.

Bisogna, dunque, imparare rapidamente a “Governare la fragilità”, come suggerisce un recente libro di Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella, edito da Mondadori, per parlare di “istituzioni, sicurezza nazionale e competitività”. E andare “oltre la fragilità”, come per esempio, proprio nella stagione terribile della pandemia da Covid, l’Europa ha saputo fare, per scienza, cultura della salute e rispetto dei diritti delle persone. Una buona Europa.

(Foto Getty Images)

Far crescere la fiducia per far crescere la buona convivenza

Un saggio tra filosofia, diritto ed economia contribuisce a spiegare meglio un concetto importante per tutti

 

La fiducia come base dei buoni rapporti umani. E anche, a ben vedere, dell’economia che si fa strumento di sviluppo e benessere. Concetto solo in apparenza semplice, quello di fiducia merita un’attenzione particolare, soprattutto oggi al tempo della confusione digitale. Per questo è interessante leggere “Alle origini della fiducia: tra filosofia, diritto ed economia” saggio da poco pubblicato di Giordana Truscelli, Paolo D’Erasmo e Riccardo Merli che ragionano su aspetti diversi ma collegati dell’idea di fiducia e che, per questo, arrivano ad affrontare alcune delle molteplici implicazioni di questo concetto sul piano filosofico, giuridico ed economico.

Approccio multidisciplinare, dunque, che agli autori è parso l’unico capace di intercettare, “travalicando i confini ormai desueti delle singole discipline scientifiche, l’importanza e la direzione delle trasformazioni in atto”. Già, perché come molti dei capisaldi del vivere civile, anche quello di fiducia viene spesso sottoposto ad una revisione che rischia di trasformarsi in una distruzione.

Fiducia vista, nella prima parte, dal punto di vista filosofico ma con un forte collegamento con le ultime tecnologie a disposizione e quindi con l’Intelligenza Artificiale e cercando proprio di rispondere a quali possano essere le implicazioni filosofiche di questo principio a seguito della recente introduzione dell’AI Act europeo. Nella seconda parte, invece, vengono approfonditi i collegamenti tra fiducia e controllo e quindi tra questa e le regole dell’ordinamento giuridico. Nella parte finale, gli autori hanno poi cercato di delineare gli spunti che la scienza giuridica e quella economica possono fornire circa la necessità di costruire relazioni nuove tra questo principio ed il sistema economico-sociale.

Non è di facile lettura la ricerca di Truscelli, D’Erasmo e Merli ma pone certamente contenuti importanti anche per la creazione di una corretta cultura del produrre e dell’impresa. Particolarmente bello e importante è uno dei passaggi finali della ricerca: “Assumendo, pertanto, che la fiducia non è generata, né propagata spontaneamente, né tanto meno può essere imposta dall’alto, questa deve essere coltivata con oculate politiche economiche in sinergia con un impianto normativo adeguato, funzionale alla stabilizzazione delle aspettative e, conseguentemente, al raggiungimento di obiettivi soddisfacenti, sotto il profilo dell’efficienza di sistema e di crescita della cultura giuridica”. Coltivare la fiducia, dunque, con regole condivise e riconosciute.

 

 Alle origini della fiducia: tra filosofia, diritto ed economia

Giordana Truscelli, Paolo D’Erasmo, Riccardo Merli (Università degli Studi di Teramo)

Rivista trimestrale di scienze dell’amministrazione, 4/2024

 

Un saggio tra filosofia, diritto ed economia contribuisce a spiegare meglio un concetto importante per tutti

 

La fiducia come base dei buoni rapporti umani. E anche, a ben vedere, dell’economia che si fa strumento di sviluppo e benessere. Concetto solo in apparenza semplice, quello di fiducia merita un’attenzione particolare, soprattutto oggi al tempo della confusione digitale. Per questo è interessante leggere “Alle origini della fiducia: tra filosofia, diritto ed economia” saggio da poco pubblicato di Giordana Truscelli, Paolo D’Erasmo e Riccardo Merli che ragionano su aspetti diversi ma collegati dell’idea di fiducia e che, per questo, arrivano ad affrontare alcune delle molteplici implicazioni di questo concetto sul piano filosofico, giuridico ed economico.

Approccio multidisciplinare, dunque, che agli autori è parso l’unico capace di intercettare, “travalicando i confini ormai desueti delle singole discipline scientifiche, l’importanza e la direzione delle trasformazioni in atto”. Già, perché come molti dei capisaldi del vivere civile, anche quello di fiducia viene spesso sottoposto ad una revisione che rischia di trasformarsi in una distruzione.

Fiducia vista, nella prima parte, dal punto di vista filosofico ma con un forte collegamento con le ultime tecnologie a disposizione e quindi con l’Intelligenza Artificiale e cercando proprio di rispondere a quali possano essere le implicazioni filosofiche di questo principio a seguito della recente introduzione dell’AI Act europeo. Nella seconda parte, invece, vengono approfonditi i collegamenti tra fiducia e controllo e quindi tra questa e le regole dell’ordinamento giuridico. Nella parte finale, gli autori hanno poi cercato di delineare gli spunti che la scienza giuridica e quella economica possono fornire circa la necessità di costruire relazioni nuove tra questo principio ed il sistema economico-sociale.

Non è di facile lettura la ricerca di Truscelli, D’Erasmo e Merli ma pone certamente contenuti importanti anche per la creazione di una corretta cultura del produrre e dell’impresa. Particolarmente bello e importante è uno dei passaggi finali della ricerca: “Assumendo, pertanto, che la fiducia non è generata, né propagata spontaneamente, né tanto meno può essere imposta dall’alto, questa deve essere coltivata con oculate politiche economiche in sinergia con un impianto normativo adeguato, funzionale alla stabilizzazione delle aspettative e, conseguentemente, al raggiungimento di obiettivi soddisfacenti, sotto il profilo dell’efficienza di sistema e di crescita della cultura giuridica”. Coltivare la fiducia, dunque, con regole condivise e riconosciute.

 

 Alle origini della fiducia: tra filosofia, diritto ed economia

Giordana Truscelli, Paolo D’Erasmo, Riccardo Merli (Università degli Studi di Teramo)

Rivista trimestrale di scienze dell’amministrazione, 4/2024

 

Il lavoro delle donne con uno sguardo nuovo

In uscita un libro che cerca di superare i luoghi comuni del lavoro femminile

 

Lavoro delle donne. Tema importante per tutti, non solo per le imprese. Tema, tuttavia, che nel tempo ha preso forme diverse. E che oggi deve essere affrontato con approcci molto differenti e complessi rispetto a qualche tempo fa. È attorno al lavoro delle donne oggi che ha ragionato Luisa Corazza (ordinaria di diritto del lavoro all’università del Molise) con il suo “Il lavoro delle donne? Una questione redistributiva” in uscita tra pochi giorni.

Corazza parte da una constatazione oggettiva: i dati empirici indicano il persistere della penalizzazione delle donne nel mercato del lavoro e nelle imprese. Indagando le cause e l’esatta distribuzione di questa diseguaglianza, è possibile però proporre un nuovo programma, che affianchi al diritto antidiscriminatorio politiche in grado di superare il divario retributivo ancora presente, oltre che i numerosi casi di discriminazione. Serve, tuttavia, una prospettiva nuova dalla quale partire che preveda non più una “conciliazione” (tra attività professionale e vita familiare) ma un “equilibrio”. Un approccio che non vede più delle “donne” al lavoro, ma “genitori e prestatori di assistenza”. E poi ancora, un’attenzione maggiore alle modalità di diffusione del lavoro a distanza e soprattutto alla sua distribuzione per generi. Non si tratta, in altri termini, di ragionare “solo sulle donne” ma sulla globalità del mercato del lavoro, delle imprese e dell’organizzazione del lavoro al loro interno.

Il ragionamento di Luisa Corazza viene quindi condotto partendo da una fotografia del diritto antidiscriminatorio e, in particolare, sulla nozione di discriminazione di genere. Il libro passa poi alle modalità di tutela e quindi al tema del superamento delle discriminazioni per mezzo del concetto di redistribuzione dei compiti e al riesame di tutta l’organizzazione d’impresa. Il tema scottante del superamento dei divari retributivi costituisce l’ultimo tema che l’autrice pone sotto la lente.

Il libro di Luisa Corazza costituisce una sorta di base tecnica sulla quale costruire una nuova cultura del lavoro delle donne all’interno delle aziende e, a ben vedere, del lavoro in generale. Da leggere e applicare.

Il lavoro delle donne? Una questione redistributiva

Luisa Corazza

Franco Angeli, 2025

In uscita un libro che cerca di superare i luoghi comuni del lavoro femminile

 

Lavoro delle donne. Tema importante per tutti, non solo per le imprese. Tema, tuttavia, che nel tempo ha preso forme diverse. E che oggi deve essere affrontato con approcci molto differenti e complessi rispetto a qualche tempo fa. È attorno al lavoro delle donne oggi che ha ragionato Luisa Corazza (ordinaria di diritto del lavoro all’università del Molise) con il suo “Il lavoro delle donne? Una questione redistributiva” in uscita tra pochi giorni.

Corazza parte da una constatazione oggettiva: i dati empirici indicano il persistere della penalizzazione delle donne nel mercato del lavoro e nelle imprese. Indagando le cause e l’esatta distribuzione di questa diseguaglianza, è possibile però proporre un nuovo programma, che affianchi al diritto antidiscriminatorio politiche in grado di superare il divario retributivo ancora presente, oltre che i numerosi casi di discriminazione. Serve, tuttavia, una prospettiva nuova dalla quale partire che preveda non più una “conciliazione” (tra attività professionale e vita familiare) ma un “equilibrio”. Un approccio che non vede più delle “donne” al lavoro, ma “genitori e prestatori di assistenza”. E poi ancora, un’attenzione maggiore alle modalità di diffusione del lavoro a distanza e soprattutto alla sua distribuzione per generi. Non si tratta, in altri termini, di ragionare “solo sulle donne” ma sulla globalità del mercato del lavoro, delle imprese e dell’organizzazione del lavoro al loro interno.

Il ragionamento di Luisa Corazza viene quindi condotto partendo da una fotografia del diritto antidiscriminatorio e, in particolare, sulla nozione di discriminazione di genere. Il libro passa poi alle modalità di tutela e quindi al tema del superamento delle discriminazioni per mezzo del concetto di redistribuzione dei compiti e al riesame di tutta l’organizzazione d’impresa. Il tema scottante del superamento dei divari retributivi costituisce l’ultimo tema che l’autrice pone sotto la lente.

Il libro di Luisa Corazza costituisce una sorta di base tecnica sulla quale costruire una nuova cultura del lavoro delle donne all’interno delle aziende e, a ben vedere, del lavoro in generale. Da leggere e applicare.

Il lavoro delle donne? Una questione redistributiva

Luisa Corazza

Franco Angeli, 2025

Green economy, cultura e politiche di coesione per cercare di evitare il declino dell’industria  

L’industria italiana continua a lanciare segnali d’allarme. I ricavi nel ‘24 sono diminuiti di 42 miliardi, il 2,4% in meno che nel ‘23, con punte particolarmente negative per l’auto e la moda, ma comunque con 10 comparti in sofferenza su 15 (Il Sole24Ore, 7 febbraio). E se si allarga lo sguardo a un periodo più lungo, si scopre che in cinque anni (‘19-‘24) abbiamo perso ben 59mila aziende manifatturiere, soprattutto nei settori dell’abbigliamento, della metallurgia, del legno e dell’industria alimentare, il 10,6% di imprese in meno.

Non è ancora il caso di parlare di “deindustrializzazione”. Ma siamo certamente di fronte a un lungo processo di crisi che, in assenza di scelte radicali e credibili di politica industriale, nazionale ed europea, rischia di compromettere profondamente il ruolo dell’Italia come secondo paese industriale della Ue dopo la Germania.

Pesano, in questo declino, la caduta dell’economia tedesca (il nostro principale partner commerciale, il punto di riferimento di filiere di fornitura un tempo, a cominciare dall’automotive, solide e profittevoli). Ma anche l’alto costo dell’energia, le tensioni geopolitiche crescenti, le preoccupazioni per i dazi minacciati dall’amministrazione Trump alla Casa Bianca e tali da provocare altri elementi di reazione, dalla Cina a Bruxelles. E anche le incertezze legate alla genericità e alla scarsa applicabilità delle politiche governative di sostegno, per esempio, su Industria 5.0. Rallentano gli investimenti in innovazione. Si amplificano le preoccupazioni degli imprenditori, in ansia anche perché continuano a non trovare persone qualificate da assumere per fare crescere produttività e competitività.

Una situazione allarmante, insomma. Cui dare rapidamente risposte (ne abbiamo già parlato nel blog del 28 gennaio).

Eppure, nonostante tutto, chi conosce bene il sistema industriale nei territori più dinamici, a cominciare dalla Lombardia, oltre a confermare i segnali di allarme, può anche mettere in risalto elementi di resilienza e di capacità di reazione, punti di forza del sistema produttivo su cui fare leva per impostare politiche di ripresa e sviluppo.

Che elementi? Le attitudini alla green economy, gli investimenti in cultura e le indicazioni alle “politiche coesive”. Le considerazioni vengono alla ribalta da una recente analisi presentata la scorsa settimana da Symbola e dalla Fondazione Cariplo, con tre recenti rapporti della Fondazione presieduta da Ermete Realacci proprio sui temi della sostenibilità, dell’industria culturale e creativa e della coesione.

Le indagini del Rapporto Symbola e Unioncamere, infatti, documentano, con il sostegno del Centro Studi Tagliacarne, come 571mila imprese italiane, negli ultimi cinque anni, abbiano investito nella green economy e nella sostenibilità, creando 3,1 milioni di posti di lavoro e dimostrando di “affrontare meglio la crisi”, affrontando la transizione ecologica e sviluppando prodotti e processi produttivi contemporaneamente sostenibili, innovativi e competitivi. La Lombardia è la prima regione italiana per numero di imprese (102mila) che effettuano eco-investimenti. E lombardi sono i gruppi (Arvedi, Feralpi) all’avanguardia per la produzione di acciaio green, con tanto di certificazione di autorevoli istituzioni internazionali. In un paese povero di materie prime come l’Italia, essere leader nell’economia circolare, con la più alta percentuale di avvio a riciclo sulla totalità dei rifiuti (91,6%, rispetto a una media europea del 57,9%), è un vantaggio competitivo di grande rilievo.

La sostenibilità, nei tre aspetti della tutela ambientale, dei meccanismi di governance e della sostenibilità sociale (dalla sicurezza sui posti di lavoro alla qualità degli stabilimenti industriali (anche dal punto di vista architettonico: la “fabbrica bella” e cioè ben progettata, luminosa, accogliente e, appunto, sicura)) è diventata un vero e proprio asset di competitività, connotando positivamente anche le industrie costruite all’estero.

È una condizione che si rivela come un notevole punto di forza anche in un tempo in cui parlare di sostenibilità sembra una scelta in controtendenza in parecchi ambienti politici ed economici europei e internazionali.

Ci sono state, anche nel recentissimo passato, a Bruxelles, scelte ideologicamente green e decisioni burocratiche (la vicenda della frettolosità delle scelte a favore dell’auto elettrica e dei limiti ai motori endotermici ne è testimonianza) che hanno messo seriamente in difficoltà l’apparato industriale europeo, colpendo filiere produttive efficienti e investendo migliaia di posti di lavoro. Ma, seguendo le indicazioni del Rapporto Draghi sugli investimenti necessari alla doppia transizione ambientale e digitale, la Ue può sviluppare una sua originale politica industriale che, lungo i binari della neutralità tecnologica, consenta la vita e il rilancio della nostra industria, tenga testa alla concorrenza di Usa, Cina e India e rafforzi il peso europeo (e dei suoi valori economici, civili e sociali) nei nuovi scenari geopolitici e di mercato. Le imprese italiane sensibili alla green economy sono, insomma, sulla buona strada.

Fanno fede le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Per troppo tempo abbiamo affrontato in modo inadeguato la questione della tutela dell’ambiente e del cambiamento climatico, opponendo artificiosamente fra loro le ragioni della gestione dell’esistente e quelle del futuro dei nostri figli e nipoti. Per garantire la capacità di competere, l’Europa ha necessità, a lungo termine, di abbandonare i combustibili fossili e compiere la transizione, evidenziano il nesso – come ha fatto il Rapporto Draghi – tra decarbonizzazione e competitività”

Gli investimenti in cultura sono una componente essenziale di questa strategia. Cultura e creatività, infatti – documenta il Rapporto Symbola “Io sono cultura” – generano complessivamente un valore aggiunto di 296,9 miliardi di euro. E anche in questo caso la Lombardia è la prima regione, con quasi 30 miliardi.

Giocano positivamente le relazioni virtuose tra imprese industriali e di servizi e industria culturale, nel contesto di una dinamica “economia della conoscenza”, forte anche delle collaborazioni, per formazione e ricerca, con un sistema universitario lombardo di alto livello anche internazionale. Così come funziona la consapevolezza di come e quanto pesino le “imprese coesive” (quelle che hanno un forte legame con i territori di insediamento e con tutto il sistema degli stakeholders: un dinamico capitale sociale positivo) con stimoli maggiori per l’innovazione, la qualità del lavoro, la tendenza all’export e, in una sola parola, la competitività.

Sono dimensioni storiche, per buona parte delle nostre imprese (musei d’impresa e archivi storici ne offrono esemplari testimonianze). E scelte di attualità. Di cui è indispensabile che i soggetti politici e amministrativi e le organizzazioni sociali e di rappresentanza prendano sempre più chiara coscienza (la legge della Regione Lombardia sul riconoscimento e la promozione dei musei d’impresa ne è importante segno, che anche altre regioni potrebbero cogliere).

Le imprese, insomma, sono attori economici, naturalmente. Ma anche attori sociali e culturali. E come tali vanno considerate anche dall’opinione pubblica più ampia.

Fa testo, di questa indicazione, anche un vecchio giudizio di uno dei migliori economisti internazionali, che oggi vale la pena rileggere. È di John Kenneth Galbraith, contenuto in uno dei suoi libri di maggior successo, “The affluent society” del 1958 e poi ribadito durante il suo viaggio in Italia, a Torino, nel 1983. Eccolo: “L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana o l’efficacia della gestione amministrativa e politica. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Parma, Firenze, Siena, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del Pil, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società”.

Industria e cultura, bellezza e competitività. La lezione è sempre d’attualità.

(Foto Getty Images)

L’industria italiana continua a lanciare segnali d’allarme. I ricavi nel ‘24 sono diminuiti di 42 miliardi, il 2,4% in meno che nel ‘23, con punte particolarmente negative per l’auto e la moda, ma comunque con 10 comparti in sofferenza su 15 (Il Sole24Ore, 7 febbraio). E se si allarga lo sguardo a un periodo più lungo, si scopre che in cinque anni (‘19-‘24) abbiamo perso ben 59mila aziende manifatturiere, soprattutto nei settori dell’abbigliamento, della metallurgia, del legno e dell’industria alimentare, il 10,6% di imprese in meno.

Non è ancora il caso di parlare di “deindustrializzazione”. Ma siamo certamente di fronte a un lungo processo di crisi che, in assenza di scelte radicali e credibili di politica industriale, nazionale ed europea, rischia di compromettere profondamente il ruolo dell’Italia come secondo paese industriale della Ue dopo la Germania.

Pesano, in questo declino, la caduta dell’economia tedesca (il nostro principale partner commerciale, il punto di riferimento di filiere di fornitura un tempo, a cominciare dall’automotive, solide e profittevoli). Ma anche l’alto costo dell’energia, le tensioni geopolitiche crescenti, le preoccupazioni per i dazi minacciati dall’amministrazione Trump alla Casa Bianca e tali da provocare altri elementi di reazione, dalla Cina a Bruxelles. E anche le incertezze legate alla genericità e alla scarsa applicabilità delle politiche governative di sostegno, per esempio, su Industria 5.0. Rallentano gli investimenti in innovazione. Si amplificano le preoccupazioni degli imprenditori, in ansia anche perché continuano a non trovare persone qualificate da assumere per fare crescere produttività e competitività.

Una situazione allarmante, insomma. Cui dare rapidamente risposte (ne abbiamo già parlato nel blog del 28 gennaio).

Eppure, nonostante tutto, chi conosce bene il sistema industriale nei territori più dinamici, a cominciare dalla Lombardia, oltre a confermare i segnali di allarme, può anche mettere in risalto elementi di resilienza e di capacità di reazione, punti di forza del sistema produttivo su cui fare leva per impostare politiche di ripresa e sviluppo.

Che elementi? Le attitudini alla green economy, gli investimenti in cultura e le indicazioni alle “politiche coesive”. Le considerazioni vengono alla ribalta da una recente analisi presentata la scorsa settimana da Symbola e dalla Fondazione Cariplo, con tre recenti rapporti della Fondazione presieduta da Ermete Realacci proprio sui temi della sostenibilità, dell’industria culturale e creativa e della coesione.

Le indagini del Rapporto Symbola e Unioncamere, infatti, documentano, con il sostegno del Centro Studi Tagliacarne, come 571mila imprese italiane, negli ultimi cinque anni, abbiano investito nella green economy e nella sostenibilità, creando 3,1 milioni di posti di lavoro e dimostrando di “affrontare meglio la crisi”, affrontando la transizione ecologica e sviluppando prodotti e processi produttivi contemporaneamente sostenibili, innovativi e competitivi. La Lombardia è la prima regione italiana per numero di imprese (102mila) che effettuano eco-investimenti. E lombardi sono i gruppi (Arvedi, Feralpi) all’avanguardia per la produzione di acciaio green, con tanto di certificazione di autorevoli istituzioni internazionali. In un paese povero di materie prime come l’Italia, essere leader nell’economia circolare, con la più alta percentuale di avvio a riciclo sulla totalità dei rifiuti (91,6%, rispetto a una media europea del 57,9%), è un vantaggio competitivo di grande rilievo.

La sostenibilità, nei tre aspetti della tutela ambientale, dei meccanismi di governance e della sostenibilità sociale (dalla sicurezza sui posti di lavoro alla qualità degli stabilimenti industriali (anche dal punto di vista architettonico: la “fabbrica bella” e cioè ben progettata, luminosa, accogliente e, appunto, sicura)) è diventata un vero e proprio asset di competitività, connotando positivamente anche le industrie costruite all’estero.

È una condizione che si rivela come un notevole punto di forza anche in un tempo in cui parlare di sostenibilità sembra una scelta in controtendenza in parecchi ambienti politici ed economici europei e internazionali.

Ci sono state, anche nel recentissimo passato, a Bruxelles, scelte ideologicamente green e decisioni burocratiche (la vicenda della frettolosità delle scelte a favore dell’auto elettrica e dei limiti ai motori endotermici ne è testimonianza) che hanno messo seriamente in difficoltà l’apparato industriale europeo, colpendo filiere produttive efficienti e investendo migliaia di posti di lavoro. Ma, seguendo le indicazioni del Rapporto Draghi sugli investimenti necessari alla doppia transizione ambientale e digitale, la Ue può sviluppare una sua originale politica industriale che, lungo i binari della neutralità tecnologica, consenta la vita e il rilancio della nostra industria, tenga testa alla concorrenza di Usa, Cina e India e rafforzi il peso europeo (e dei suoi valori economici, civili e sociali) nei nuovi scenari geopolitici e di mercato. Le imprese italiane sensibili alla green economy sono, insomma, sulla buona strada.

Fanno fede le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Per troppo tempo abbiamo affrontato in modo inadeguato la questione della tutela dell’ambiente e del cambiamento climatico, opponendo artificiosamente fra loro le ragioni della gestione dell’esistente e quelle del futuro dei nostri figli e nipoti. Per garantire la capacità di competere, l’Europa ha necessità, a lungo termine, di abbandonare i combustibili fossili e compiere la transizione, evidenziano il nesso – come ha fatto il Rapporto Draghi – tra decarbonizzazione e competitività”

Gli investimenti in cultura sono una componente essenziale di questa strategia. Cultura e creatività, infatti – documenta il Rapporto Symbola “Io sono cultura” – generano complessivamente un valore aggiunto di 296,9 miliardi di euro. E anche in questo caso la Lombardia è la prima regione, con quasi 30 miliardi.

Giocano positivamente le relazioni virtuose tra imprese industriali e di servizi e industria culturale, nel contesto di una dinamica “economia della conoscenza”, forte anche delle collaborazioni, per formazione e ricerca, con un sistema universitario lombardo di alto livello anche internazionale. Così come funziona la consapevolezza di come e quanto pesino le “imprese coesive” (quelle che hanno un forte legame con i territori di insediamento e con tutto il sistema degli stakeholders: un dinamico capitale sociale positivo) con stimoli maggiori per l’innovazione, la qualità del lavoro, la tendenza all’export e, in una sola parola, la competitività.

Sono dimensioni storiche, per buona parte delle nostre imprese (musei d’impresa e archivi storici ne offrono esemplari testimonianze). E scelte di attualità. Di cui è indispensabile che i soggetti politici e amministrativi e le organizzazioni sociali e di rappresentanza prendano sempre più chiara coscienza (la legge della Regione Lombardia sul riconoscimento e la promozione dei musei d’impresa ne è importante segno, che anche altre regioni potrebbero cogliere).

Le imprese, insomma, sono attori economici, naturalmente. Ma anche attori sociali e culturali. E come tali vanno considerate anche dall’opinione pubblica più ampia.

Fa testo, di questa indicazione, anche un vecchio giudizio di uno dei migliori economisti internazionali, che oggi vale la pena rileggere. È di John Kenneth Galbraith, contenuto in uno dei suoi libri di maggior successo, “The affluent society” del 1958 e poi ribadito durante il suo viaggio in Italia, a Torino, nel 1983. Eccolo: “L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana o l’efficacia della gestione amministrativa e politica. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Parma, Firenze, Siena, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del Pil, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società”.

Industria e cultura, bellezza e competitività. La lezione è sempre d’attualità.

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Pirelli, la città,
la visione

Una storia che nasce a Milano oltre centocinquant’anni fa e continua fino a oggi nel mondo

Uno dei fili narrativi attraverso cui si può raccontare la storia di Pirelli è il legame con la città. Si tratta di un legame antico, che si forma già alle origini dell’impresa, e che non si interrompe nemmeno per un momento in oltre centocinquant’anni di storia, al passo con una dimensione che diventa sempre più internazionale. Anzi, possiamo dire che nel suo cammino di espansione e di evoluzione, l’azienda abbia continuato a trovare nella città quel partner fisico e culturale vivo e vitale, capace di ispirare e con cui costruire nel tempo una relazione di reciproco scambio e arricchimento, sempre con lo sguardo rivolto al futuro, sempre con una visione.

In primis parliamo del legame con Milano, che è la città dove – ancor prima della Pirelli – nasce l’idea della Pirelli: iscrivendosi nel 1867 all’Istituto tecnico superiore (il futuro Politecnico), Giovanni Battista, originario di Varenna, entra in un ambiente culturale e sociale fertile e vivace, caratterizzato da una forte attenzione verso il talento. È così che a Milano il giovane e brillante studente ha modo di entrare in contatto con professori illuminati e personalità filantropiche, che gli consentiranno – una volta conseguito tre anni dopo il diploma di ingegnere industriale con risultati eccellenti – di vincere una delle due borse di studio Berra Kramer, destinate ai due migliori laureati del Politecnico, e di intraprendere così un viaggio di studio di grande valore attraverso l’Europa industriale. Con queste premesse, nasce il 28 gennaio 1872 a Milano la società in accomandita semplice “G.B. Pirelli & C.”, prima azienda italiana per la manifattura di articoli in gomma elastica, la cui fabbrica entrerà in funzione un anno più tardi, producendo placche, guarnizioni e altri articoli per applicazioni industriali, in via Ponte Seveso (oggi via Fabio Filzi), a Milano.

La città di Milano incuba dunque il progetto Pirelli e continua a nutrirlo negli anni immediatamente successivi alla fondazione dell’azienda, grazie a quella molteplicità e simultaneità di esperienze industriali, sociali e culturali che la animavano e di cui Giovanni Battista diventa parte attiva, collaborando con i protagonisti del progresso della città e impegnandosi in prima persona anche nella vita politica milanese (nel 1877 entra a far parte del Consiglio comunale occupandosi in particolare dei problemi del quartiere dove abitava e dove aveva sede la fabbrica).

Così, il legame con la città di Milano diventa presto un carattere identitario: “Milano” entra nel nome dell’azienda e dei suoi prodotti, lasciando un segno nella costruzione della storia dell’impresa e del suo immaginario. Per esempio, la parola “Milano” compone il primo marchio di fabbrica di Pirelli – quello con la stella con l’iscrizione, registrato nel 1888 come contrassegno per l’intera produzione – e diventa ancor di più parte integrante nell’emblema successivo del 1901 dai tratti tenuemente liberty. Pirelli inizia nel frattempo ad ampliare la produzione verso il settore dei cavi isolati in gomma per il trasporto di energia e telecomunicazioni. Serve far costruire una nave con cui, a partire dal 1888, posare per conto del Governo Italiano ottocento chilometri di cavi destinati a collegare le isole minori all’Italia. Che nome dare a quest’impresa se non “Città di Milano”? La prima unità posacavi italiana attrezzerà i fondali di mari ben oltre la penisola e sarà un’esperienza destinata a entrare nella storia del Paese, fra mito e realtà. Ma tornando al nome della città che si incide sull’azienda: quando Pirelli comincia la fabbricazione delle “pneumatiche” per i velocipedi, tra i primi modelli del 1894 c’è il “Tipo Milano”. E così “Milano” si stampa nei cataloghi, listini prezzi, come già nella carta intestata, insomma in tutta la letteratura commerciale dell’azienda.

Pirelli, la città, la visione. La storia di Pirelli prosegue nel tempo e si amplia nella geografia così  come nella produzione, assumendo proporzioni multinazionali e molto diversificate.

Negli articoli che seguiranno sul nostro sito andremo ad approfondire, con l’aiuto dei documenti del nostro Archivio Storico, le diverse sfaccettature del rapporto fra Pirelli e la città, passando attraverso le città del mondo Pirelli – reali e immaginarie – fra espansione internazionale e contributo al dibattito culturale attraverso le pagine della Rivista Pirelli, fino ad arrivare al progetto della “Grande Bicocca” con lo straordinario contributo dell’azienda nella trasformazione urbanistica di Milano della fine del secolo scorso.

Protagoniste saranno anche le campagne di comunicazione e i grandi eventi, dove la città si prende la scena o fa da scena, rappresentandosi insieme a prodotti per loro natura legati alle sue strade, in movimento, in sintonia con l’esprit della vita delle metropoli. Ma soprattutto in dialogo con l’azienda, da sempre tesa a parlare i linguaggi dell’innovazione e del futuro.

Una storia che nasce a Milano oltre centocinquant’anni fa e continua fino a oggi nel mondo

Uno dei fili narrativi attraverso cui si può raccontare la storia di Pirelli è il legame con la città. Si tratta di un legame antico, che si forma già alle origini dell’impresa, e che non si interrompe nemmeno per un momento in oltre centocinquant’anni di storia, al passo con una dimensione che diventa sempre più internazionale. Anzi, possiamo dire che nel suo cammino di espansione e di evoluzione, l’azienda abbia continuato a trovare nella città quel partner fisico e culturale vivo e vitale, capace di ispirare e con cui costruire nel tempo una relazione di reciproco scambio e arricchimento, sempre con lo sguardo rivolto al futuro, sempre con una visione.

In primis parliamo del legame con Milano, che è la città dove – ancor prima della Pirelli – nasce l’idea della Pirelli: iscrivendosi nel 1867 all’Istituto tecnico superiore (il futuro Politecnico), Giovanni Battista, originario di Varenna, entra in un ambiente culturale e sociale fertile e vivace, caratterizzato da una forte attenzione verso il talento. È così che a Milano il giovane e brillante studente ha modo di entrare in contatto con professori illuminati e personalità filantropiche, che gli consentiranno – una volta conseguito tre anni dopo il diploma di ingegnere industriale con risultati eccellenti – di vincere una delle due borse di studio Berra Kramer, destinate ai due migliori laureati del Politecnico, e di intraprendere così un viaggio di studio di grande valore attraverso l’Europa industriale. Con queste premesse, nasce il 28 gennaio 1872 a Milano la società in accomandita semplice “G.B. Pirelli & C.”, prima azienda italiana per la manifattura di articoli in gomma elastica, la cui fabbrica entrerà in funzione un anno più tardi, producendo placche, guarnizioni e altri articoli per applicazioni industriali, in via Ponte Seveso (oggi via Fabio Filzi), a Milano.

La città di Milano incuba dunque il progetto Pirelli e continua a nutrirlo negli anni immediatamente successivi alla fondazione dell’azienda, grazie a quella molteplicità e simultaneità di esperienze industriali, sociali e culturali che la animavano e di cui Giovanni Battista diventa parte attiva, collaborando con i protagonisti del progresso della città e impegnandosi in prima persona anche nella vita politica milanese (nel 1877 entra a far parte del Consiglio comunale occupandosi in particolare dei problemi del quartiere dove abitava e dove aveva sede la fabbrica).

Così, il legame con la città di Milano diventa presto un carattere identitario: “Milano” entra nel nome dell’azienda e dei suoi prodotti, lasciando un segno nella costruzione della storia dell’impresa e del suo immaginario. Per esempio, la parola “Milano” compone il primo marchio di fabbrica di Pirelli – quello con la stella con l’iscrizione, registrato nel 1888 come contrassegno per l’intera produzione – e diventa ancor di più parte integrante nell’emblema successivo del 1901 dai tratti tenuemente liberty. Pirelli inizia nel frattempo ad ampliare la produzione verso il settore dei cavi isolati in gomma per il trasporto di energia e telecomunicazioni. Serve far costruire una nave con cui, a partire dal 1888, posare per conto del Governo Italiano ottocento chilometri di cavi destinati a collegare le isole minori all’Italia. Che nome dare a quest’impresa se non “Città di Milano”? La prima unità posacavi italiana attrezzerà i fondali di mari ben oltre la penisola e sarà un’esperienza destinata a entrare nella storia del Paese, fra mito e realtà. Ma tornando al nome della città che si incide sull’azienda: quando Pirelli comincia la fabbricazione delle “pneumatiche” per i velocipedi, tra i primi modelli del 1894 c’è il “Tipo Milano”. E così “Milano” si stampa nei cataloghi, listini prezzi, come già nella carta intestata, insomma in tutta la letteratura commerciale dell’azienda.

Pirelli, la città, la visione. La storia di Pirelli prosegue nel tempo e si amplia nella geografia così  come nella produzione, assumendo proporzioni multinazionali e molto diversificate.

Negli articoli che seguiranno sul nostro sito andremo ad approfondire, con l’aiuto dei documenti del nostro Archivio Storico, le diverse sfaccettature del rapporto fra Pirelli e la città, passando attraverso le città del mondo Pirelli – reali e immaginarie – fra espansione internazionale e contributo al dibattito culturale attraverso le pagine della Rivista Pirelli, fino ad arrivare al progetto della “Grande Bicocca” con lo straordinario contributo dell’azienda nella trasformazione urbanistica di Milano della fine del secolo scorso.

Protagoniste saranno anche le campagne di comunicazione e i grandi eventi, dove la città si prende la scena o fa da scena, rappresentandosi insieme a prodotti per loro natura legati alle sue strade, in movimento, in sintonia con l’esprit della vita delle metropoli. Ma soprattutto in dialogo con l’azienda, da sempre tesa a parlare i linguaggi dell’innovazione e del futuro.

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