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Fare (bene) impresa in un contesto complesso e composito

Il ruolo e la funzione della geopolitica nella gestione delle aziende

 

Complesso e composito. Può essere definito così il panorama – e soprattutto il sistema di relazioni – entro il quale le imprese oggi devono muoversi. Un contesto davvero nuovo per molti aspetti, che deve essere prima compreso e poi affrontato con grande attenzione. Anche con letture che possano fornire non un manuale d’istruzioni, ma un metodo di interpretazione della realtà funzionale alle migliori scelte da compiere. A questo serve leggere “Geopolitica per le imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali” scritto da Marco Valigi (politologo, docente presso ESCP Business School e Università Cattolica).

Il libro prende le mosse da una considerazione: dal 2020 a oggi una serie di eventi internazionali impropriamente definiti di “geopolitica” hanno esercitato un impatto notevole sugli individui, le società e le attività economiche. Di fronte a una globalizzazione che ha assunto un aspetto a macchia di leopardo, nella quale interconnessione e divisioni coesistono, alimentano conflitti commerciali che sempre di più diventano identitari e in molti casi militari, gli “affari” sono diventati un’attività molto più complicata di quanto non lo fosse in passato. Un’attività che, come si diceva all’inizio, deve fare i conti con un panorama complesso e composito.

Si tratta di una condizione alla quale imprenditori e manager devono rispondere senza, in molti casi, avere un adeguato bagaglio di conoscenze. È sempre più richiesta, in altri termini, la capacità di percepire e interpretare segnali estranei al contesto delle imprese, della formazione di chi le guida, della stessa sensibilità di chi è coinvolto.

Da qui l’utilità del libro di Valigi che, prima di tutto, cerca di fare chiarezza sul legame tra business e geopolitica e quindi sull’utilità di tenere conto di quest’ultima nelle attività d’impresa. Il libro inizia con una definizione di cosa sia la geopolitica per passare subito a considerare il contesto internazionale come potenziale ambito di generazione di valore e quindi arrivare a considerare questa materia come elemento delle organizzazioni della produzione. Il libro, poi, passa a considerare alcuni elementi puntuali delle relazioni che devono instaurarsi: la formazione delle persone, la sensibilità al rischio, le dimensioni aziendali, la capacità di riuscire a “guardare oltre l’impresa”.

Scrive l’autore nelle ultime pagine del suo libro: “Pensare al proprio business in una prospettiva effettivamente connotata da un approccio geopolitico (…) e progettare un’organizzazione strutturata in modo adeguato ad agire nel contesto internazionalizzato di oggi, imporrà di andare alla ricerca delle risorse finanziarie per costruirla, del know-how teologico necessario a farla funzionare e, infine, del capitale umano adatto a governarla”.

Geopolitica per le imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali

Marco Valigi

Egea, 2025

Fare (bene) impresa in un contesto complesso e composito
Fare (bene) impresa in un contesto complesso e composito

Il ruolo e la funzione della geopolitica nella gestione delle aziende

 

Complesso e composito. Può essere definito così il panorama – e soprattutto il sistema di relazioni – entro il quale le imprese oggi devono muoversi. Un contesto davvero nuovo per molti aspetti, che deve essere prima compreso e poi affrontato con grande attenzione. Anche con letture che possano fornire non un manuale d’istruzioni, ma un metodo di interpretazione della realtà funzionale alle migliori scelte da compiere. A questo serve leggere “Geopolitica per le imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali” scritto da Marco Valigi (politologo, docente presso ESCP Business School e Università Cattolica).

Il libro prende le mosse da una considerazione: dal 2020 a oggi una serie di eventi internazionali impropriamente definiti di “geopolitica” hanno esercitato un impatto notevole sugli individui, le società e le attività economiche. Di fronte a una globalizzazione che ha assunto un aspetto a macchia di leopardo, nella quale interconnessione e divisioni coesistono, alimentano conflitti commerciali che sempre di più diventano identitari e in molti casi militari, gli “affari” sono diventati un’attività molto più complicata di quanto non lo fosse in passato. Un’attività che, come si diceva all’inizio, deve fare i conti con un panorama complesso e composito.

Si tratta di una condizione alla quale imprenditori e manager devono rispondere senza, in molti casi, avere un adeguato bagaglio di conoscenze. È sempre più richiesta, in altri termini, la capacità di percepire e interpretare segnali estranei al contesto delle imprese, della formazione di chi le guida, della stessa sensibilità di chi è coinvolto.

Da qui l’utilità del libro di Valigi che, prima di tutto, cerca di fare chiarezza sul legame tra business e geopolitica e quindi sull’utilità di tenere conto di quest’ultima nelle attività d’impresa. Il libro inizia con una definizione di cosa sia la geopolitica per passare subito a considerare il contesto internazionale come potenziale ambito di generazione di valore e quindi arrivare a considerare questa materia come elemento delle organizzazioni della produzione. Il libro, poi, passa a considerare alcuni elementi puntuali delle relazioni che devono instaurarsi: la formazione delle persone, la sensibilità al rischio, le dimensioni aziendali, la capacità di riuscire a “guardare oltre l’impresa”.

Scrive l’autore nelle ultime pagine del suo libro: “Pensare al proprio business in una prospettiva effettivamente connotata da un approccio geopolitico (…) e progettare un’organizzazione strutturata in modo adeguato ad agire nel contesto internazionalizzato di oggi, imporrà di andare alla ricerca delle risorse finanziarie per costruirla, del know-how teologico necessario a farla funzionare e, infine, del capitale umano adatto a governarla”.

Geopolitica per le imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali

Marco Valigi

Egea, 2025

Dall’economia tradizionale all’economia green

Una ricerca di dottorato cerca di verificare la teoria nella pratica di due territori

Si fa presto a dire transizione ecologica. Perché il passaggio dall’attuale condizione della produzione – ancora piuttosto generalizzata – ad una più attenta ai risvolti ambientali della stessa, è certamente un percorso da compiere per tutte le aziende che, tuttavia, viene intrapreso in modi e forme diverse. Capirne gli impatti sociali oltre che economici (e con una particolare attenzione alle politiche di genere) è certamente cosa buona da fare. Ed è quanto si è prefissa Elisa Errico con il suo lavoro di dottorato di ricerca che ha preso forma compiuta nella tesi di dottorato “Le PMI alla prova della green economy: impatti sociali e inclusione di genere”.

La stessa Errico nelle prime pagine della ricerca spiega come l’intento del lavoro sia quello di esplorare “la transizione ecologica delle piccole e medie imprese (PMI) italiane, con un focus specifico sugli impatti distributivi, sociali e di genere generati da questi processi di cambiamento”.

Lo studio adotta quindi come riferimenti teorici la letteratura sui sistemi di innovazione territoriali, settoriali e sullo sviluppo locale, rapportandola a quella internazionale sulla governance delle transizioni  e sul rapporto tra queste, sistemi capitalistici e impatti sulle disuguaglianze. La ricerca ha quindi quattro obiettivi principali. Analizzare se, e per quali motivi, la transizione ecologica delle PMI rappresenti un processo di innovazione diverso rispetto a quello delle imprese più strutturate. Considerare come particolari fattori di contesto, che formano la governance della transizione ecologica, influenzino le capacità delle PMI di assorbire le cosiddette “eco-innovazioni”.  Valutare se e in che modo a differenti modelli di governance corrispondano impatti distributivi diversi. Elaborare, infine, suggerimenti per la ricerca futura e per le politiche utili ai decisori pubblici e agli operatori di settore per migliorare e rendere più inclusivi i processi di transizione. Errico, inoltre, unisce il ragionamento teorico con una parte di analisi sul campo con due casi, quello della bergamasca Rubber Valley e quello del distretto della gomma di Torino.

Il lavoro di ricerca di Elisa Errico aggiunge una tappa importante nel percorso di comprensione della diffusione della cosiddetta green economy in Italia.

Le PMI alla prova della green economy: impatti sociali e inclusione di genere

Elisa Errico

Tesi di dottorato in Sociologia, XXXVII ciclo, Scuola di Dottorato in Scienze Sociali ed Economiche

Sapienza Università di Roma, 2025

Dall’economia tradizionale all’economia green
Dall’economia tradizionale all’economia green

Una ricerca di dottorato cerca di verificare la teoria nella pratica di due territori

Si fa presto a dire transizione ecologica. Perché il passaggio dall’attuale condizione della produzione – ancora piuttosto generalizzata – ad una più attenta ai risvolti ambientali della stessa, è certamente un percorso da compiere per tutte le aziende che, tuttavia, viene intrapreso in modi e forme diverse. Capirne gli impatti sociali oltre che economici (e con una particolare attenzione alle politiche di genere) è certamente cosa buona da fare. Ed è quanto si è prefissa Elisa Errico con il suo lavoro di dottorato di ricerca che ha preso forma compiuta nella tesi di dottorato “Le PMI alla prova della green economy: impatti sociali e inclusione di genere”.

La stessa Errico nelle prime pagine della ricerca spiega come l’intento del lavoro sia quello di esplorare “la transizione ecologica delle piccole e medie imprese (PMI) italiane, con un focus specifico sugli impatti distributivi, sociali e di genere generati da questi processi di cambiamento”.

Lo studio adotta quindi come riferimenti teorici la letteratura sui sistemi di innovazione territoriali, settoriali e sullo sviluppo locale, rapportandola a quella internazionale sulla governance delle transizioni  e sul rapporto tra queste, sistemi capitalistici e impatti sulle disuguaglianze. La ricerca ha quindi quattro obiettivi principali. Analizzare se, e per quali motivi, la transizione ecologica delle PMI rappresenti un processo di innovazione diverso rispetto a quello delle imprese più strutturate. Considerare come particolari fattori di contesto, che formano la governance della transizione ecologica, influenzino le capacità delle PMI di assorbire le cosiddette “eco-innovazioni”.  Valutare se e in che modo a differenti modelli di governance corrispondano impatti distributivi diversi. Elaborare, infine, suggerimenti per la ricerca futura e per le politiche utili ai decisori pubblici e agli operatori di settore per migliorare e rendere più inclusivi i processi di transizione. Errico, inoltre, unisce il ragionamento teorico con una parte di analisi sul campo con due casi, quello della bergamasca Rubber Valley e quello del distretto della gomma di Torino.

Il lavoro di ricerca di Elisa Errico aggiunge una tappa importante nel percorso di comprensione della diffusione della cosiddetta green economy in Italia.

Le PMI alla prova della green economy: impatti sociali e inclusione di genere

Elisa Errico

Tesi di dottorato in Sociologia, XXXVII ciclo, Scuola di Dottorato in Scienze Sociali ed Economiche

Sapienza Università di Roma, 2025

Quell’inedito di Moravia il sogno segreto del cinema

Quell’inedito di Moravia il sogno segreto del cinema
Quell’inedito di Moravia il sogno segreto del cinema

Oltre il dollaro

Un libro di storia monetaria aiuta a capire meglio l’evoluzione e le prospettive dell’economia

Conoscere quanto è accaduto per meglio destreggiarsi nel presente. Indicazione ripetuta più volte, che, tuttavia, vale sempre ricordare. Anche quando, in apparenza, il tema è di quelli lontani dal proprio compito. È il caso dell’economia monetaria e della storia economica raccontate da Kenneth Rogoff con il suo “L’impero del dollaro” appena pubblicato in Italia.

Rogoff – un lungo passato come capo economista del Fondo Monetario Internazionale – nel libro sostiene che l’ascesa della valuta americana al vertice globale sia avvenuta anche grazie a una certa dose di fortuna. Tesi certo da valutare e verificare con attenzione ma che, comunque, si fonda su una serie di esperienze dirette vissute a contatto con decisori politici e leader mondiali. In particolare, l’autore racconta l’eccezionale corsa del «biglietto verde» nel dopoguerra: come ha superato lo yen giapponese, il rublo sovietico e l’euro. Dopo le vicende passate, il libro racconta le sfide che oggi il dollaro si trova ad affrontare: dalle cripto valute allo yuan cinese, dalla fine di un’epoca di tassi d’interesse e inflazione costantemente bassi, fino all’instabilità politica e alla possibile disgregazione del blocco del dollaro.

Il racconto inizia con la descrizione degli “sfidanti” del passato del dollaro, passa quindi ad approfondire la situazione dello “sfidante” attuale (la Cina), poi la narrazione prende in considerazione il significato del “vivere con il dollaro” e le possibili valute alternative.  Rogoff ritiene, infatti, che non sia affatto scontato che l’era della cosiddetta Pax Dollar sia destinata a durare per sempre. Analizzando come la valuta statunitense sia riuscita a mantenere la propria supremazia nonostante il malcontento diffuso tra molti paesi nei confronti del sistema monetario globale, Rogoff mostra così come un potere incontrastato e un insieme di privilegi senza eguali possano condurre a un futuro di crescente instabilità finanziaria a livello mondiale.

Quello di Kenneth Rogoff è un libro di economia e storia monetaria, ma fa parte della Erice di quei libri da leggere con attenzione perché contribuisce a creare in chi legge un’idea più consapevole della realtà.

L’impero del dollaro

Kenneth Rogoff

Egea, 2025

Oltre il dollaro
Oltre il dollaro

Un libro di storia monetaria aiuta a capire meglio l’evoluzione e le prospettive dell’economia

Conoscere quanto è accaduto per meglio destreggiarsi nel presente. Indicazione ripetuta più volte, che, tuttavia, vale sempre ricordare. Anche quando, in apparenza, il tema è di quelli lontani dal proprio compito. È il caso dell’economia monetaria e della storia economica raccontate da Kenneth Rogoff con il suo “L’impero del dollaro” appena pubblicato in Italia.

Rogoff – un lungo passato come capo economista del Fondo Monetario Internazionale – nel libro sostiene che l’ascesa della valuta americana al vertice globale sia avvenuta anche grazie a una certa dose di fortuna. Tesi certo da valutare e verificare con attenzione ma che, comunque, si fonda su una serie di esperienze dirette vissute a contatto con decisori politici e leader mondiali. In particolare, l’autore racconta l’eccezionale corsa del «biglietto verde» nel dopoguerra: come ha superato lo yen giapponese, il rublo sovietico e l’euro. Dopo le vicende passate, il libro racconta le sfide che oggi il dollaro si trova ad affrontare: dalle cripto valute allo yuan cinese, dalla fine di un’epoca di tassi d’interesse e inflazione costantemente bassi, fino all’instabilità politica e alla possibile disgregazione del blocco del dollaro.

Il racconto inizia con la descrizione degli “sfidanti” del passato del dollaro, passa quindi ad approfondire la situazione dello “sfidante” attuale (la Cina), poi la narrazione prende in considerazione il significato del “vivere con il dollaro” e le possibili valute alternative.  Rogoff ritiene, infatti, che non sia affatto scontato che l’era della cosiddetta Pax Dollar sia destinata a durare per sempre. Analizzando come la valuta statunitense sia riuscita a mantenere la propria supremazia nonostante il malcontento diffuso tra molti paesi nei confronti del sistema monetario globale, Rogoff mostra così come un potere incontrastato e un insieme di privilegi senza eguali possano condurre a un futuro di crescente instabilità finanziaria a livello mondiale.

Quello di Kenneth Rogoff è un libro di economia e storia monetaria, ma fa parte della Erice di quei libri da leggere con attenzione perché contribuisce a creare in chi legge un’idea più consapevole della realtà.

L’impero del dollaro

Kenneth Rogoff

Egea, 2025

Un “nuovo” futuro

L’ultima raccolta di ricerche del centro Luigi Einaudi propone una serie di analisi che forniscono letture diverse di quanto potrebbe accadere

 

Occhiali nuovi per vedere meglio la realtà. L’indicazione vale anche per l’economia e la società odierne: complesse, mutevoli, inaspettate, imprevedibili, veloci. Occhiali nuovi, quindi, che tutti dovrebbero calzare e che occorre, tuttavia, prima trovare. Per farlo, è possibile leggere la serie di ricerche che, come ogni anno, il Centro Luigi Einaudi di Torino ha messo in fila per fornire elementi di conoscenza della realtà che ci circonda.

“Un futuro da riprogettare”, questo il titolo della raccolta coordinato da Mario Deaglio, parte da una considerazione: gli equilibri mondiali che già erano instabili sono sempre più “sotto stress”; a questa condizione, si aggiungono, poi, gli effetti di quanto accaduto in questi ultimissimi mesi. Il risultato porta a chiedersi non solo quale futuro ci si possa aspettare, ma quale sia il destino delle democrazie. Per provare a rispondere a queste domande, la raccolta di indagini coordinate da Deaglio non analizza cosa sta cambiando (in economia, geopolitica, nella società, nel sistema produttivo e nel clima), e nemmeno tenta di “riattaccare a tavolino i cocci di una globalizzazione frantumata”. L’operazione condotta quest’anno dal Centro Luigi Einaudi è partire da una analisi – seppur sommaria – dei nuovi tratti che confusamente si intravedono e che potrebbero condurre a una struttura diversa da quella tradizionale. Inforcare, quindi, occhiali nuovi per cercare di vedere quanto di nuovo c’è attorno a noi.

La raccolta contiene approfondimenti sul ruolo degli Stati Uniti, sulle nuove caratteristiche del capitalismo, sul ruolo diverso dell’elettricità rispetto al passato, sul cibo e l’alimentazione, sull’intelligenza artificiale e il mercato del lavoro, sulla presenza ancora più forte dell’Africa, dell’Islam, del Medio Oriente; ma anche sul diverso ruolo dell’Europa, dell’ambiente, delle relazioni tra il Vecchio Continente e il resto del mondo. Le ricerche coordinate dal Centro Einaudi, non mancano poi di toccare l’Italia tra problemi e sorprese (anche positive) dell’economia, aspetti sociali e atteggiamenti della politica. Ogni ricerca è affidata ad una firma diversa (e quest’anno anche a firme nuove per il Centro come quelle di Marco Zatterin e Marco Cantamessa).

È così ancora una volta importante e stimolante il “rapporto” che ogni anno il Centro Luigi Einaudi mette a disposizione di chi vuole comprendere meglio dove siamo e, questa volta, anche dotarsi di occhiali nuovi.

Un futuro da riprogettare

Mario Deaglio (a cura di)

Guerini e Associati, 2025

Un “nuovo” futuro
Un “nuovo” futuro

L’ultima raccolta di ricerche del centro Luigi Einaudi propone una serie di analisi che forniscono letture diverse di quanto potrebbe accadere

 

Occhiali nuovi per vedere meglio la realtà. L’indicazione vale anche per l’economia e la società odierne: complesse, mutevoli, inaspettate, imprevedibili, veloci. Occhiali nuovi, quindi, che tutti dovrebbero calzare e che occorre, tuttavia, prima trovare. Per farlo, è possibile leggere la serie di ricerche che, come ogni anno, il Centro Luigi Einaudi di Torino ha messo in fila per fornire elementi di conoscenza della realtà che ci circonda.

“Un futuro da riprogettare”, questo il titolo della raccolta coordinato da Mario Deaglio, parte da una considerazione: gli equilibri mondiali che già erano instabili sono sempre più “sotto stress”; a questa condizione, si aggiungono, poi, gli effetti di quanto accaduto in questi ultimissimi mesi. Il risultato porta a chiedersi non solo quale futuro ci si possa aspettare, ma quale sia il destino delle democrazie. Per provare a rispondere a queste domande, la raccolta di indagini coordinate da Deaglio non analizza cosa sta cambiando (in economia, geopolitica, nella società, nel sistema produttivo e nel clima), e nemmeno tenta di “riattaccare a tavolino i cocci di una globalizzazione frantumata”. L’operazione condotta quest’anno dal Centro Luigi Einaudi è partire da una analisi – seppur sommaria – dei nuovi tratti che confusamente si intravedono e che potrebbero condurre a una struttura diversa da quella tradizionale. Inforcare, quindi, occhiali nuovi per cercare di vedere quanto di nuovo c’è attorno a noi.

La raccolta contiene approfondimenti sul ruolo degli Stati Uniti, sulle nuove caratteristiche del capitalismo, sul ruolo diverso dell’elettricità rispetto al passato, sul cibo e l’alimentazione, sull’intelligenza artificiale e il mercato del lavoro, sulla presenza ancora più forte dell’Africa, dell’Islam, del Medio Oriente; ma anche sul diverso ruolo dell’Europa, dell’ambiente, delle relazioni tra il Vecchio Continente e il resto del mondo. Le ricerche coordinate dal Centro Einaudi, non mancano poi di toccare l’Italia tra problemi e sorprese (anche positive) dell’economia, aspetti sociali e atteggiamenti della politica. Ogni ricerca è affidata ad una firma diversa (e quest’anno anche a firme nuove per il Centro come quelle di Marco Zatterin e Marco Cantamessa).

È così ancora una volta importante e stimolante il “rapporto” che ogni anno il Centro Luigi Einaudi mette a disposizione di chi vuole comprendere meglio dove siamo e, questa volta, anche dotarsi di occhiali nuovi.

Un futuro da riprogettare

Mario Deaglio (a cura di)

Guerini e Associati, 2025

Allarme Dia: non sottovalutare la mafia che guarda agli appalti e investe con flussi finanziari “opachi”

“La verità è moneta perdente”, scrive Beatrice Monroy, in un romanzo intenso e struggente, appena pubblicato da Zolfo e costruito per raccontare la disperazione e poi, però, la rivolta culturale e civile di una città, Palermo, contro le stragi mafiose e il silenzio lungamente imposto da complicità e paure verso i boss di Cosa Nostra e il “mondo grigio” dei conniventi. Il racconto prende le mosse dalle uccisioni di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte, nel maggio e poi nel luglio del 1992. E quel titolo provocatorio sulla sconfitta della verità vuole sottolineare, in realtà, il suo esatto contrario: il bisogno irrefrenabile di verità e di giustizia, di vita civile e di democrazia che cresce nel corpo stesso della città e della Sicilia, per poter segnare finalmente il tempo della sconfitta della mafia e dell’affermazione di una società dei diritti e dei doveri, delle libertà e delle responsabilità. Tutto il contrario, appunto, di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta e della camorra.

Questo bisogno di verità e di legalità, per la vita civile e l’economia di mercato, per lo sviluppo sociale e l’imprenditorialità sostenibile, va naturalmente oltre le dimensioni dell’Isola. E si ripresenta proprio adesso alla ribalta per la ricorrenza di alcuni fatti di cronaca. L’allarme della Dia (la Direzione investigativa antimafia) sulla ripresa d’attenzione dei clan criminali per gli appalti pubblici in tutta Italia (ne parleremo più approfonditamente tra poco). E l’uscita dal carcere, per fine pena, d’un feroce assassino mafioso, Giovanni Brusca, 150 omicidi sulle spalle e la responsabilità d’aver premuto il pulsante del detonatore che provocò la morte di Falcone: una libertà dopo 25 anni di carcere e 4 di libertà vigilata, come conseguenza della scelta di diventare “collaboratore di giustizia”, svelando ai magistrati attività, delitti e strategie di Cosa Nostra. Un’applicazione della legge sui cosiddetti “pentiti” voluta proprio da Giovanni Falcone, per rompere il cerchio dell’omertà mafiosa e bloccare le stragi organizzate dai “corleonesi” guidati da Totò Riina e di cui Brusca era uno dei capi e degli assassini più spietati.

Legge da rispettare e applicare. Ma, in un diffuso sentire comune, per nulla affatto giustizia, se ci leggono con attenzione le dichiarazioni dei familiari delle vittime. Una tra tutte, quella di Alfredo Morvillo, fratello di Francesca Morvillo, moglie di Falcone, uccisa anche lei nella strage di Capaci, lungo l’autostrada di Punta Raisi: “Brusca ha scontato la pena, ma resta un criminale”. O quella di Maria Falcone, sorella del magistrato: “È stata applicata la legge, ma sono molto amareggiata. Ritengo che questa non sia giustizia, né per i familiari né per le persone perbene” (Corriere della Sera, 6 giugno).

Amarezze a parte, resta il dato positivo dell’ottimo lavoro fatto, negli ultimi quindici anni del Novecento, dai magistrati di Palermo, contro Cosa Nostra (grazie anche al contributo di due “collaboratori di giustizia”, Tommaso Buscetta soprattutto ma anche Salvatore Contorno) e culminato nel maxi-processo iniziato nel febbraio ’86 e concluso con centinaia di condanne, confermate dalla Cassazione nella primavera del ’92.

“Lo Stato ha vinto, la mafia ha perso”, è la sintesi di quella stagione, con i boss in galera e gli affari mafiosi drasticamente ridimensionati. Una sintesi corretta, tenendo conto del fatto che i processi sono stati celebrati nel totale rispetto delle procedure e delle garanzie e sulla base di indagini condotte seriamente da polizia e carabinieri. Ma purtroppo una sintesi non esaustiva. Perché altre organizzazioni criminali, a cominciare dalla ‘ndrangheta calabrese, hanno preso il posto dei clan siciliani nel giro dei traffici internazionali della droga, in alleanza con i “narcos” sudamericani e orientali. E perché comunque i legami tra criminalità organizzata e “aree grigie” in circuiti dell’economia, della politica e delle pubbliche amministrazioni, pur scompaginati dalle inchieste giudiziarie tra Palermo, Roma e Milano, sono stati ricostituiti.

Ne fanno fede parecchie considerazioni in occasione della ricorrenza della strage di Capaci: “Falcone e Borsellino, i conti ancora aperti e il rischio di nuovi veleni” (Corriere della Sera, 23 maggio); “A 33 anni dalla strage la mafia ha ancora le sue truppe” (Il Sole24Ore, 24 maggio).

Valgono, per la memoria collettiva e la coscienza civile, le parole di commemorazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La mafia ha subìto colpi pesantissimi, ma all’opera di sradicamento va data continuità, cogliendo le sue trasformazioni, i nuovi legami con attività economiche e finanziarie, le zone grigie che si formano dove l’impegno civico cede il passo all’indifferenza”.

Rieccoci, anche così, al bisogno di verità che non può essere “moneta perdente”. E alla necessità di atti di governo efficaci e di un impegno politico responsabile, trasversale tra maggioranza e opposizione, contro il crimine organizzato, con interventi preventivi e repressivi e con scelte trasparenti di buona amministrazione.

D’altronde, proprio la legge che ha introdotto nuove misure di contrasto alla mafia, più severe, puntuali ed efficaci, era stata messa a punto da parlamentari di diverso orientamento politico, il comunista Pio La Torre e il democristiano Virginio Rognoni (al tempo ministro dell’Interno) e approvata con larghissima maggioranza in Parlamento il 13 settembre del 1982, pochi giorni dopo l’assassinio, a Palermo, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, mandato lì dal governo, come prefetto ma senza i necessari poteri d’intervento. Una legge ben costruita, in grado di colpire l’associazione mafiosa, seguendo il filo degli interessi, degli affari, dei legami criminali (proprio le indagini di Falcone e Borsellino e degli altri magistrati antimafia ne avrebbero fatto un uso intelligente e competente).

L’attualità del pericolo mafioso, adesso, è rivelata dall’ultimo Rapporto della Dia (Il Sole24Ore, 28 maggio) che ha accertato, nel ’24, manovre finanziarie “opache” per 49,2 miliardi di euro e indicato, in dettaglio, operazioni di investimento e riciclaggio di capitali di origine illecita in attività apparentemente legali. In primo piano, le mosse della ‘ndrangheta, ma anche di camorra e clan siciliani, particolarmente attivi a Milano (“Mafia, le ombre sulla Lombardia. Fari su appalti, ultrà del calcio e Olimpiadi”, titola la Repubblica, 28 maggio) ma anche in Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia. E puntuale attenzione per gli interessi relativi a tutto il mondo dei subappalti di opere pubbliche e a una serie di attività, soprattutto nei settori della finanza e dei servizi, per il riciclaggio del denaro.

Sono sempre alti, insomma, i rischi di inquinamento dei mercati e dell’economia, di travolgimento dell’attività delle imprese. E vale la pena, accanto alle necessarie commemorazioni, intensificare le iniziative, politiche e amministrative, necessarie a garantire legalità, trasparenza, funzionamento dei mercati e della concorrenza. Scelta essenziale, economica e civile.

(foto Getty Images)

Allarme Dia: non sottovalutare la mafia che guarda agli appalti e investe con flussi finanziari “opachi”
Allarme Dia: non sottovalutare la mafia che guarda agli appalti e investe con flussi finanziari “opachi”

“La verità è moneta perdente”, scrive Beatrice Monroy, in un romanzo intenso e struggente, appena pubblicato da Zolfo e costruito per raccontare la disperazione e poi, però, la rivolta culturale e civile di una città, Palermo, contro le stragi mafiose e il silenzio lungamente imposto da complicità e paure verso i boss di Cosa Nostra e il “mondo grigio” dei conniventi. Il racconto prende le mosse dalle uccisioni di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte, nel maggio e poi nel luglio del 1992. E quel titolo provocatorio sulla sconfitta della verità vuole sottolineare, in realtà, il suo esatto contrario: il bisogno irrefrenabile di verità e di giustizia, di vita civile e di democrazia che cresce nel corpo stesso della città e della Sicilia, per poter segnare finalmente il tempo della sconfitta della mafia e dell’affermazione di una società dei diritti e dei doveri, delle libertà e delle responsabilità. Tutto il contrario, appunto, di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta e della camorra.

Questo bisogno di verità e di legalità, per la vita civile e l’economia di mercato, per lo sviluppo sociale e l’imprenditorialità sostenibile, va naturalmente oltre le dimensioni dell’Isola. E si ripresenta proprio adesso alla ribalta per la ricorrenza di alcuni fatti di cronaca. L’allarme della Dia (la Direzione investigativa antimafia) sulla ripresa d’attenzione dei clan criminali per gli appalti pubblici in tutta Italia (ne parleremo più approfonditamente tra poco). E l’uscita dal carcere, per fine pena, d’un feroce assassino mafioso, Giovanni Brusca, 150 omicidi sulle spalle e la responsabilità d’aver premuto il pulsante del detonatore che provocò la morte di Falcone: una libertà dopo 25 anni di carcere e 4 di libertà vigilata, come conseguenza della scelta di diventare “collaboratore di giustizia”, svelando ai magistrati attività, delitti e strategie di Cosa Nostra. Un’applicazione della legge sui cosiddetti “pentiti” voluta proprio da Giovanni Falcone, per rompere il cerchio dell’omertà mafiosa e bloccare le stragi organizzate dai “corleonesi” guidati da Totò Riina e di cui Brusca era uno dei capi e degli assassini più spietati.

Legge da rispettare e applicare. Ma, in un diffuso sentire comune, per nulla affatto giustizia, se ci leggono con attenzione le dichiarazioni dei familiari delle vittime. Una tra tutte, quella di Alfredo Morvillo, fratello di Francesca Morvillo, moglie di Falcone, uccisa anche lei nella strage di Capaci, lungo l’autostrada di Punta Raisi: “Brusca ha scontato la pena, ma resta un criminale”. O quella di Maria Falcone, sorella del magistrato: “È stata applicata la legge, ma sono molto amareggiata. Ritengo che questa non sia giustizia, né per i familiari né per le persone perbene” (Corriere della Sera, 6 giugno).

Amarezze a parte, resta il dato positivo dell’ottimo lavoro fatto, negli ultimi quindici anni del Novecento, dai magistrati di Palermo, contro Cosa Nostra (grazie anche al contributo di due “collaboratori di giustizia”, Tommaso Buscetta soprattutto ma anche Salvatore Contorno) e culminato nel maxi-processo iniziato nel febbraio ’86 e concluso con centinaia di condanne, confermate dalla Cassazione nella primavera del ’92.

“Lo Stato ha vinto, la mafia ha perso”, è la sintesi di quella stagione, con i boss in galera e gli affari mafiosi drasticamente ridimensionati. Una sintesi corretta, tenendo conto del fatto che i processi sono stati celebrati nel totale rispetto delle procedure e delle garanzie e sulla base di indagini condotte seriamente da polizia e carabinieri. Ma purtroppo una sintesi non esaustiva. Perché altre organizzazioni criminali, a cominciare dalla ‘ndrangheta calabrese, hanno preso il posto dei clan siciliani nel giro dei traffici internazionali della droga, in alleanza con i “narcos” sudamericani e orientali. E perché comunque i legami tra criminalità organizzata e “aree grigie” in circuiti dell’economia, della politica e delle pubbliche amministrazioni, pur scompaginati dalle inchieste giudiziarie tra Palermo, Roma e Milano, sono stati ricostituiti.

Ne fanno fede parecchie considerazioni in occasione della ricorrenza della strage di Capaci: “Falcone e Borsellino, i conti ancora aperti e il rischio di nuovi veleni” (Corriere della Sera, 23 maggio); “A 33 anni dalla strage la mafia ha ancora le sue truppe” (Il Sole24Ore, 24 maggio).

Valgono, per la memoria collettiva e la coscienza civile, le parole di commemorazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La mafia ha subìto colpi pesantissimi, ma all’opera di sradicamento va data continuità, cogliendo le sue trasformazioni, i nuovi legami con attività economiche e finanziarie, le zone grigie che si formano dove l’impegno civico cede il passo all’indifferenza”.

Rieccoci, anche così, al bisogno di verità che non può essere “moneta perdente”. E alla necessità di atti di governo efficaci e di un impegno politico responsabile, trasversale tra maggioranza e opposizione, contro il crimine organizzato, con interventi preventivi e repressivi e con scelte trasparenti di buona amministrazione.

D’altronde, proprio la legge che ha introdotto nuove misure di contrasto alla mafia, più severe, puntuali ed efficaci, era stata messa a punto da parlamentari di diverso orientamento politico, il comunista Pio La Torre e il democristiano Virginio Rognoni (al tempo ministro dell’Interno) e approvata con larghissima maggioranza in Parlamento il 13 settembre del 1982, pochi giorni dopo l’assassinio, a Palermo, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, mandato lì dal governo, come prefetto ma senza i necessari poteri d’intervento. Una legge ben costruita, in grado di colpire l’associazione mafiosa, seguendo il filo degli interessi, degli affari, dei legami criminali (proprio le indagini di Falcone e Borsellino e degli altri magistrati antimafia ne avrebbero fatto un uso intelligente e competente).

L’attualità del pericolo mafioso, adesso, è rivelata dall’ultimo Rapporto della Dia (Il Sole24Ore, 28 maggio) che ha accertato, nel ’24, manovre finanziarie “opache” per 49,2 miliardi di euro e indicato, in dettaglio, operazioni di investimento e riciclaggio di capitali di origine illecita in attività apparentemente legali. In primo piano, le mosse della ‘ndrangheta, ma anche di camorra e clan siciliani, particolarmente attivi a Milano (“Mafia, le ombre sulla Lombardia. Fari su appalti, ultrà del calcio e Olimpiadi”, titola la Repubblica, 28 maggio) ma anche in Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia. E puntuale attenzione per gli interessi relativi a tutto il mondo dei subappalti di opere pubbliche e a una serie di attività, soprattutto nei settori della finanza e dei servizi, per il riciclaggio del denaro.

Sono sempre alti, insomma, i rischi di inquinamento dei mercati e dell’economia, di travolgimento dell’attività delle imprese. E vale la pena, accanto alle necessarie commemorazioni, intensificare le iniziative, politiche e amministrative, necessarie a garantire legalità, trasparenza, funzionamento dei mercati e della concorrenza. Scelta essenziale, economica e civile.

(foto Getty Images)

#Dallapartedelfuturo. Fondazione Pirelli per Archivissima 25

In occasione della nuova edizione di Archivissima – il festival culturale italiano interamente dedicato alla promozione e valorizzazione degli archivi storici, che quest’anno si svolge dal 5 all’8 giugno 2025 – gli alunni e le alunne dell’Istituto Comprensivo Paganelli di Cinisello Balsamo (Milano) hanno esplorato il ricco patrimonio fotografico custodito nell’Archivio Storico Pirelli: migliaia di scatti, tra lastre di vetro, diapositive, stampe su carta e foto in digitale che raccontano oltre un secolo di storia, dai primi del Novecento fino ai nostri giorni. Attraverso l’analisi di queste preziose testimonianze visive, gli studenti hanno ripercorso momenti significativi della storia aziendale e del nostro Paese, tra evoluzioni dei costumi, trasformazioni urbane e nuovi modi di muoversi e viaggiare.

Un viaggio nel tempo fatto di innovazione, passione e nuovi traguardi. Guardare al passato, però, è anche un modo per aprirsi al futuro: i ragazzi, partendo dalle fotografie, hanno immaginato futuri possibili — già scritti, visionari o ancora tutti da costruire — dando voce alle immagini con creatività. Un esercizio di memoria e fantasia, in cui il passato diventa terreno fertile per reinventare il domani.

Buona visione!

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