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La voce delle donne nella storia d’Italia per Cinema & Storia 2026

Anche nel 2026 Fondazione ISEC e Fondazione Pirelli promuovono il corso di formazione e aggiornamento per i docenti delle scuole secondarie Cinema & Storia, giunto alla XIV edizione e realizzato in collaborazione con la Cineteca di Bologna. Se la cittadinanza è il fitto intreccio di diritti e doveri che lega ciascuno/a alla propria comunità, “Cittadine!” non affronterà solo alcuni temi di storia delle donne, ma racconterà, a partire da specifici angoli visuali, la storia di tutto il popolo italiano.

In occasione dell’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente, data nella quale tutte le italiane per la prima volta hanno potuto esercitare i diritti elettorali, il corso di quest’anno intende riflettere su temi che continuano ad avere caratteri di grande attualità. Con quale peso e con quale riconoscimento le donne hanno contribuito alla ri/definizione delle istituzioni del Paese? Con quale ruolo e visibilità hanno condotto attività nel mondo imprenditoriale? Con quali linguaggi e quali accenti hanno fatto risuonare la loro voce nello sviluppo dell’editoria italiana? E ancora, dialogheremo su come la trasformazione del lavoro domestico abbia aperto spazi di rielaborazione dell’identità femminile e su come anche la guerra, pur con il suo immenso portato di dolore, abbia rappresentato un’occasione di presa di coscienza e protagonismo.

Il corso si articolerà in sei appuntamenti online e una visita in presenza presso la Fondazione Pirelli. Alle cinque lezioni storiche si affiancherà un incontro tenuto dalla Cineteca di Bologna e una selezione di film da loro curata.
Le lezioni si terranno dalle ore 16 alle ore 18, nelle seguenti date:

Lunedì 23 febbraio – 1° lezione online
Lunedì 2 marzo – 2° lezione online
Giovedì 12 marzo – 3° lezione online
Lunedì 16 marzo – 4° lezione online
Lunedì 23 marzo – 5° lezione online
Giovedì 26 marzo – Visita presso la Fondazione Pirelli
Lunedì 30 marzo – 6° lezione online

Clicca qui scopri il programma.
L’iscrizione al corso è gratuita ma obbligatoria, scrivendo a didattica2@fondazioneisec.it entro lunedì 16 febbraio 2026. Il corso è a numero chiuso e le iscrizioni saranno accettate in ordine di arrivo.
Gli incontri si terranno in diretta sulla piattaforma Microsoft Teams.

Appuntamento al 23 febbraio ore 16!

Anche nel 2026 Fondazione ISEC e Fondazione Pirelli promuovono il corso di formazione e aggiornamento per i docenti delle scuole secondarie Cinema & Storia, giunto alla XIV edizione e realizzato in collaborazione con la Cineteca di Bologna. Se la cittadinanza è il fitto intreccio di diritti e doveri che lega ciascuno/a alla propria comunità, “Cittadine!” non affronterà solo alcuni temi di storia delle donne, ma racconterà, a partire da specifici angoli visuali, la storia di tutto il popolo italiano.

In occasione dell’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale e dell’elezione dell’Assemblea Costituente, data nella quale tutte le italiane per la prima volta hanno potuto esercitare i diritti elettorali, il corso di quest’anno intende riflettere su temi che continuano ad avere caratteri di grande attualità. Con quale peso e con quale riconoscimento le donne hanno contribuito alla ri/definizione delle istituzioni del Paese? Con quale ruolo e visibilità hanno condotto attività nel mondo imprenditoriale? Con quali linguaggi e quali accenti hanno fatto risuonare la loro voce nello sviluppo dell’editoria italiana? E ancora, dialogheremo su come la trasformazione del lavoro domestico abbia aperto spazi di rielaborazione dell’identità femminile e su come anche la guerra, pur con il suo immenso portato di dolore, abbia rappresentato un’occasione di presa di coscienza e protagonismo.

Il corso si articolerà in sei appuntamenti online e una visita in presenza presso la Fondazione Pirelli. Alle cinque lezioni storiche si affiancherà un incontro tenuto dalla Cineteca di Bologna e una selezione di film da loro curata.
Le lezioni si terranno dalle ore 16 alle ore 18, nelle seguenti date:

Lunedì 23 febbraio – 1° lezione online
Lunedì 2 marzo – 2° lezione online
Giovedì 12 marzo – 3° lezione online
Lunedì 16 marzo – 4° lezione online
Lunedì 23 marzo – 5° lezione online
Giovedì 26 marzo – Visita presso la Fondazione Pirelli
Lunedì 30 marzo – 6° lezione online

Clicca qui scopri il programma.
L’iscrizione al corso è gratuita ma obbligatoria, scrivendo a didattica2@fondazioneisec.it entro lunedì 16 febbraio 2026. Il corso è a numero chiuso e le iscrizioni saranno accettate in ordine di arrivo.
Gli incontri si terranno in diretta sulla piattaforma Microsoft Teams.

Appuntamento al 23 febbraio ore 16!

Il ruolo dell’Europa: attrarre talenti da tutto il mondo per ricerca, innovazione, tecnologie e formazione

Andare alla ricerca del senso e del ruolo dell’Europa, nella stagione della sua radicale, drammatica crisi, quando persino i suoi ex tradizionali amici si impegnano, con sarcasmo e talvolta con disprezzo, a ribadirne l’irrilevanza. E non rassegnarsi alla previsione pessimista del “Financial Times” che la vede ridotta a un Grand Hotel, per vacanze lussuose dei nuovi ricchi e potenti del mondo.

Mario Draghi, commentando il Premio Carlo Magno, appena ricevuto per il suo impegno per l’unità europea, è costretto a commentare: “L’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente, politicamente”. Una nuova scossa, perché l’Europa si rimetta orgogliosamente ed efficacemente in piedi, come l’attore politico che ancora non è ma che è indispensabile diventi rapidamente.

Dunque, innanzitutto, serve individuare, pur nella crisi, i punti di forza, resistenza e ripresa e cioè “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, seguendo la lezione di Italo Calvino ne “Le città invisibili”.

Cosa non è inferno? Leggere la storia dal punto di vista delle “madri dell’Europa”, per esempio, valorizzando il soft power femminile, quella cultura delle relazioni e del governo della complessità tutta all’opposto dell’esibizione della potenza e prepotenza “maschile” oggi tanto di moda (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana). Un radicale cambio di cultura politica, un “nuovo senso del dovere” e del futuro da perseguire.

Oppure seguire “il filo infinito” – un filo culturale e spirituale, un percorso di idee e valori – che porta Paolo Rumiz, nel viaggio tra le abbazie benedettine (proprio quelle in cui, seguendo la regola di San Benedetto dell’ora et labora, sono nate le radici dell’Europa) a cercare di capire come muoversi nel tempo del “disfacimento” e dell’attacco “all’Europa dei diritti”, verificando pure come costruire “un argine alla sua dissoluzione”, una ragione spirituale, culturale, civile e dunque anche politica. E trovandone un’ipotesi: “Nel mio vagabondare ho scoperto di pensare cristiano, ma cristiano in quanto greco, appartenente alla civiltà della parola libera, dell’ascolto paziente, della perpetua ricerca del vero e della supremazia del dia logos sulle tentazioni veterotestamentarie della spada e della vendetta”, “il cristianesimo sinodale e democratico delle origini” (de “Il filo infinito” è appena uscita una nuova edizione Feltrinelli, da leggere con appassionata attenzione). Una radicale rilettura di metodi e culture dello stare insieme, una “spiritualità” cui informare scelte e relazioni, una dimensione di valori civili (la polis, la civitas…) che non potranno non ispirare una nuova buona politica e una religiosità dialogante, i cui valori non siano ispirati al Gott mit uns dei nuovi e vecchi oltranzisti della fede e tengano invece conto della lezione ancora viva di Papa Francesco sul bisogno di costruire ponti e non muri.

C’è anche una terza direzione verso cui muoversi, ben sapendo che le strade dense di ipotesi di buon futuro finiscono per convergere (anche questa è una lezione benedettina, sul dove fare sorgere le abbazie): quella del maggiore e migliore coinvolgimento delle nuove generazioni.

La sfida per l’Europa è chiara: investire massicciamente per diventare un polo attrattivo non solo per i suoi giovani, che sono cresciuti come “generazione Erasmus” e dunque abituati a muoversi per lavorare nei vari paesi europei considerati come un “unico mercato” (un obiettivo che sta da tempo nelle indicazioni del Rapporto curato da Enrico Letta per la Commissione Ue, accanto agli altri “mercati unici” di beni, capitali e servizi) ma anche per le ragazze e i ragazzi che guardano all’Europa, alla vastità e varietà della sua cultura, alle sue libertà e alle tante opportunità, partendo dal grande bacino del Mediterraneo, dai paesi del Golfo Arabo, dall’Africa ma adesso anche dagli stessi Usa, man mano che le scelte politiche della Casa Bianca limitano le libertà di ricerca, di sperimentazione e di studio in quelli che sono sempre stati i principali attrattori universitari e scientifici internazionali (da Harvard alla Columbia, da Stanford a Berkeley).

Servono scelte politiche Ue, per andare in questa direzione. Contro i protezionismi. E sulla ricerca scientifica e sulla formazione, innanzitutto. Investire risorse consistenti sui laboratori e le imprese high tech. E favorire le riforme sulla mobilità del mercato del lavoro. Ma anche fare crescere i salari, in Italia in particolare troppo bassi rispetto al resto dell’Europa (un laureato tedesco guadagna l’80% in più di un laureato italiano a parità di livelli formativi e professionali).

Eccola, la sfida: un grande piano Ue, analogo al Next Generation Eu, per fare dell’Europa una straordinaria piattaforma economica, scientifica e tecnologica in cui convivono, in modo originale, manifattura d’avanguardia, sofisticati processi di conoscenza e strumenti dell’Artificial Intelligence ben diversi da quelli dominanti finora negli Usa (un grande mercato con poche regole e grandi capitali) e in Cina (un dirigismo statuale e politico con massicci supporti pubblici). L’Europa, insomma, ha a disposizione uno straordinario capitale sociale e culturale. Deve saperne fare rapidamente un elemento di forza economica e politica nel confronto sia con i grandi Stati che con la stesse Big Tech.

“Tra i colossi di Cina e Usa la via italiana all’intelligenza artificiale”, ha documentato, con una lunga inchiesta, Stefano Cingolani su “Il Foglio” (17 gennaio), scrivendo su “come umanizzare l’algoritmo” e notando che “il modello europeo si fa strada e l’Italia ha un posto tutto suo. Tra università, laboratori e imprese c’è un brulicare di nuove idee e menti brillanti” e facendo esempi concreti di aziende, anche piccole ma molto innovative, in cui i nuovi prodotti di una sofisticata robotica si legano a un uso accorto dell’AI nel processare dati e costruire algoritmi utilissimi per la ricerca, il controllo dei processi produttivi, la manutenzione predittiva, la sicurezza (anche rispetto al cybercrime), la logistica, etc.

Analogo il racconto che fa La Stampa nella lunga inchiesta a puntate su “Il bosco del futuro”. Una testimonianza tra tante, è quella di Andrea Bellini, professore al Max Plank Institute di Berlino: “Lavoriamo per creare le cellule del futuro. Artificiali ma intelligenti” (18 gennaio).

L’Europa, da questo punto di vista, è in movimento, tra scienza, tecnologia e impresa. Frenata da una tendenza regolatrice burocratica e inefficiente (come molti processi del mondo Ue). Ma anche forte di una straordinaria diversità di culture, da una forza manifatturiera ancora rilevante e dalla consapevolezza della necessità di costruire rapidamente un suo ruolo autonomo, nel contesto dell’alleanza privilegiata con gli Usa, ma pure con altre dinamiche aree del mondo (l’accordo con il Mercosur, appena firmato, ne è conferma: abbattere barriere commerciali, costruire ponti per scambi migliori).

Se questo è il contesto, l’Italia ha molto da fare per stare al passo con il resto della Ue. E deve sapere ascoltatore con grande attenzione le indicazioni che pochi giorni fa proprio il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha dato con grande chiarezza nel discorso di inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università di Messina (con un omaggio a un insegnante d’eccezione di quell’Ateneo, Gaetano Salvemini): spendere di più in istruzione e fare crescere la produttività delle nostre imprese e soprattutto del Sistema Italia nel suo complesso, a cominciare dalla Pubblica amministrazione e dai servizi pubblici, in modo da poter fare crescere anche salari e stipendi, attualmente tra i peggiori d’Europa (d’altronde in Italia la produttività è ferma da un quarto di secolo).

Eccola, allora la strada dell’Europa e quella dell’Italia nel contesto europeo: investire sulla conoscenza. E di questo fare leva per l’attrattività dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze (fermare la “fuga dei cervelli e favorirne il ritorno) ma anche per arruolare nuovi talenti internazionali e allargare e stimolare il mercato del lavoro, l’innovazione, la crescita economica.

Sfida difficile, naturalmente. Ma tutt’altro che persa. C’è bisogno, semmai, di chiarezza e lungimiranza politica: meno soldi per pensioni e sussidi di favore a categorie elettoralmente rilevanti, maggiori risorse su istruzione, formazione, innovazione.

“Adesso che abbiamo i conti pubblici a posto, dobbiamo investire sui giovani”, sostiene Elsa Fornero, economista, ex ministro del Lavoro nel governo Monti (La Stampa, 17 gennaio). Ha proprio ragione.

(foto Getty Images)

Andare alla ricerca del senso e del ruolo dell’Europa, nella stagione della sua radicale, drammatica crisi, quando persino i suoi ex tradizionali amici si impegnano, con sarcasmo e talvolta con disprezzo, a ribadirne l’irrilevanza. E non rassegnarsi alla previsione pessimista del “Financial Times” che la vede ridotta a un Grand Hotel, per vacanze lussuose dei nuovi ricchi e potenti del mondo.

Mario Draghi, commentando il Premio Carlo Magno, appena ricevuto per il suo impegno per l’unità europea, è costretto a commentare: “L’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente, politicamente”. Una nuova scossa, perché l’Europa si rimetta orgogliosamente ed efficacemente in piedi, come l’attore politico che ancora non è ma che è indispensabile diventi rapidamente.

Dunque, innanzitutto, serve individuare, pur nella crisi, i punti di forza, resistenza e ripresa e cioè “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, seguendo la lezione di Italo Calvino ne “Le città invisibili”.

Cosa non è inferno? Leggere la storia dal punto di vista delle “madri dell’Europa”, per esempio, valorizzando il soft power femminile, quella cultura delle relazioni e del governo della complessità tutta all’opposto dell’esibizione della potenza e prepotenza “maschile” oggi tanto di moda (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana). Un radicale cambio di cultura politica, un “nuovo senso del dovere” e del futuro da perseguire.

Oppure seguire “il filo infinito” – un filo culturale e spirituale, un percorso di idee e valori – che porta Paolo Rumiz, nel viaggio tra le abbazie benedettine (proprio quelle in cui, seguendo la regola di San Benedetto dell’ora et labora, sono nate le radici dell’Europa) a cercare di capire come muoversi nel tempo del “disfacimento” e dell’attacco “all’Europa dei diritti”, verificando pure come costruire “un argine alla sua dissoluzione”, una ragione spirituale, culturale, civile e dunque anche politica. E trovandone un’ipotesi: “Nel mio vagabondare ho scoperto di pensare cristiano, ma cristiano in quanto greco, appartenente alla civiltà della parola libera, dell’ascolto paziente, della perpetua ricerca del vero e della supremazia del dia logos sulle tentazioni veterotestamentarie della spada e della vendetta”, “il cristianesimo sinodale e democratico delle origini” (de “Il filo infinito” è appena uscita una nuova edizione Feltrinelli, da leggere con appassionata attenzione). Una radicale rilettura di metodi e culture dello stare insieme, una “spiritualità” cui informare scelte e relazioni, una dimensione di valori civili (la polis, la civitas…) che non potranno non ispirare una nuova buona politica e una religiosità dialogante, i cui valori non siano ispirati al Gott mit uns dei nuovi e vecchi oltranzisti della fede e tengano invece conto della lezione ancora viva di Papa Francesco sul bisogno di costruire ponti e non muri.

C’è anche una terza direzione verso cui muoversi, ben sapendo che le strade dense di ipotesi di buon futuro finiscono per convergere (anche questa è una lezione benedettina, sul dove fare sorgere le abbazie): quella del maggiore e migliore coinvolgimento delle nuove generazioni.

La sfida per l’Europa è chiara: investire massicciamente per diventare un polo attrattivo non solo per i suoi giovani, che sono cresciuti come “generazione Erasmus” e dunque abituati a muoversi per lavorare nei vari paesi europei considerati come un “unico mercato” (un obiettivo che sta da tempo nelle indicazioni del Rapporto curato da Enrico Letta per la Commissione Ue, accanto agli altri “mercati unici” di beni, capitali e servizi) ma anche per le ragazze e i ragazzi che guardano all’Europa, alla vastità e varietà della sua cultura, alle sue libertà e alle tante opportunità, partendo dal grande bacino del Mediterraneo, dai paesi del Golfo Arabo, dall’Africa ma adesso anche dagli stessi Usa, man mano che le scelte politiche della Casa Bianca limitano le libertà di ricerca, di sperimentazione e di studio in quelli che sono sempre stati i principali attrattori universitari e scientifici internazionali (da Harvard alla Columbia, da Stanford a Berkeley).

Servono scelte politiche Ue, per andare in questa direzione. Contro i protezionismi. E sulla ricerca scientifica e sulla formazione, innanzitutto. Investire risorse consistenti sui laboratori e le imprese high tech. E favorire le riforme sulla mobilità del mercato del lavoro. Ma anche fare crescere i salari, in Italia in particolare troppo bassi rispetto al resto dell’Europa (un laureato tedesco guadagna l’80% in più di un laureato italiano a parità di livelli formativi e professionali).

Eccola, la sfida: un grande piano Ue, analogo al Next Generation Eu, per fare dell’Europa una straordinaria piattaforma economica, scientifica e tecnologica in cui convivono, in modo originale, manifattura d’avanguardia, sofisticati processi di conoscenza e strumenti dell’Artificial Intelligence ben diversi da quelli dominanti finora negli Usa (un grande mercato con poche regole e grandi capitali) e in Cina (un dirigismo statuale e politico con massicci supporti pubblici). L’Europa, insomma, ha a disposizione uno straordinario capitale sociale e culturale. Deve saperne fare rapidamente un elemento di forza economica e politica nel confronto sia con i grandi Stati che con la stesse Big Tech.

“Tra i colossi di Cina e Usa la via italiana all’intelligenza artificiale”, ha documentato, con una lunga inchiesta, Stefano Cingolani su “Il Foglio” (17 gennaio), scrivendo su “come umanizzare l’algoritmo” e notando che “il modello europeo si fa strada e l’Italia ha un posto tutto suo. Tra università, laboratori e imprese c’è un brulicare di nuove idee e menti brillanti” e facendo esempi concreti di aziende, anche piccole ma molto innovative, in cui i nuovi prodotti di una sofisticata robotica si legano a un uso accorto dell’AI nel processare dati e costruire algoritmi utilissimi per la ricerca, il controllo dei processi produttivi, la manutenzione predittiva, la sicurezza (anche rispetto al cybercrime), la logistica, etc.

Analogo il racconto che fa La Stampa nella lunga inchiesta a puntate su “Il bosco del futuro”. Una testimonianza tra tante, è quella di Andrea Bellini, professore al Max Plank Institute di Berlino: “Lavoriamo per creare le cellule del futuro. Artificiali ma intelligenti” (18 gennaio).

L’Europa, da questo punto di vista, è in movimento, tra scienza, tecnologia e impresa. Frenata da una tendenza regolatrice burocratica e inefficiente (come molti processi del mondo Ue). Ma anche forte di una straordinaria diversità di culture, da una forza manifatturiera ancora rilevante e dalla consapevolezza della necessità di costruire rapidamente un suo ruolo autonomo, nel contesto dell’alleanza privilegiata con gli Usa, ma pure con altre dinamiche aree del mondo (l’accordo con il Mercosur, appena firmato, ne è conferma: abbattere barriere commerciali, costruire ponti per scambi migliori).

Se questo è il contesto, l’Italia ha molto da fare per stare al passo con il resto della Ue. E deve sapere ascoltatore con grande attenzione le indicazioni che pochi giorni fa proprio il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha dato con grande chiarezza nel discorso di inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università di Messina (con un omaggio a un insegnante d’eccezione di quell’Ateneo, Gaetano Salvemini): spendere di più in istruzione e fare crescere la produttività delle nostre imprese e soprattutto del Sistema Italia nel suo complesso, a cominciare dalla Pubblica amministrazione e dai servizi pubblici, in modo da poter fare crescere anche salari e stipendi, attualmente tra i peggiori d’Europa (d’altronde in Italia la produttività è ferma da un quarto di secolo).

Eccola, allora la strada dell’Europa e quella dell’Italia nel contesto europeo: investire sulla conoscenza. E di questo fare leva per l’attrattività dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze (fermare la “fuga dei cervelli e favorirne il ritorno) ma anche per arruolare nuovi talenti internazionali e allargare e stimolare il mercato del lavoro, l’innovazione, la crescita economica.

Sfida difficile, naturalmente. Ma tutt’altro che persa. C’è bisogno, semmai, di chiarezza e lungimiranza politica: meno soldi per pensioni e sussidi di favore a categorie elettoralmente rilevanti, maggiori risorse su istruzione, formazione, innovazione.

“Adesso che abbiamo i conti pubblici a posto, dobbiamo investire sui giovani”, sostiene Elsa Fornero, economista, ex ministro del Lavoro nel governo Monti (La Stampa, 17 gennaio). Ha proprio ragione.

(foto Getty Images)

Com’è cambiato il mondo dal 1945 ad oggi?

Pubblicata una buona guida per comprendere meglio il presente anche attraverso il racconto del passato

Avere buone guide per percorrere più agevolmente il presente. Anche rifacendosi al passato. Letture importanti, da fare. E aggiornare. Per questo vale la fatica leggere “Storia internazionale. Dal 1919 a oggi” di Antonio Varsori da poco pubblicato.

Il libro ha un’origine duplice: da un lato essere “manuale” per apprendere la storia del Novecento, dall’altro, essere “una riflessione intorno” alla materia. Libro di apprendimento, dunque, ma anche di analisi. Ma accessibile pure a chi – cittadino come imprenditore oppure impegnato nel governo della cosa pubblica – deve avere informazione corretta di quanto accaduto per comprendere meglio l’attualità.

Il libro di Varsori racconta delle vicende internazionali dalla ridefinizione degli assetti europei e internazionali tentata a Versailles al termine della Prima Guerra Mondiale fino al “nuovo disordine internazionale” scaturito dalla fine del bipolarismo della Guerra Fredda. Il racconto quindi si dipana dal 1919 all’epoca del fallimento dell’ordine internazionale presago di un nuovo conflitto mondiale, viene quindi affrontata la Seconda Guerra Mondiale e quindi la Guerra Fredda e la nascita di due sistemi contrapposti. Il testo, quindi, prosegue a raccontare la creazione di un nuovo ordine mondiale tra il 1945 e il 1960 per continuare con le vicende degli anni Sessanta a Settanta e arrivare a quella che viene indicata come “nuova guerra fredda” e all’illusione di un nuovo ordine internazionale e quindi all’apparire sulla scena di un “disordine internazionale” quale quello che si sta vivendo adesso con gli sviluppi recenti nel sistema internazionale, tra cui la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, le elezioni americane e l’impatto che la rivincita di Trump ha avuto sul panorama globale.

Varsori offre una visione innovativa della storia delle relazioni internazionali contemporanee: non più in una prospettiva esclusivamente diplomatica, ma un approccio più inclusivo che integra gli aspetti economici, sociali e culturali, i processi transnazionali e i forti legami tra politica interna e politica estera. Libro da leggere, quello di Antonio Varsori, e da tenere davvero come guida di percorso.

Storia internazionale. Dal 1919 a oggi

Antonio Varsori

Mulino, 2026

Pubblicata una buona guida per comprendere meglio il presente anche attraverso il racconto del passato

Avere buone guide per percorrere più agevolmente il presente. Anche rifacendosi al passato. Letture importanti, da fare. E aggiornare. Per questo vale la fatica leggere “Storia internazionale. Dal 1919 a oggi” di Antonio Varsori da poco pubblicato.

Il libro ha un’origine duplice: da un lato essere “manuale” per apprendere la storia del Novecento, dall’altro, essere “una riflessione intorno” alla materia. Libro di apprendimento, dunque, ma anche di analisi. Ma accessibile pure a chi – cittadino come imprenditore oppure impegnato nel governo della cosa pubblica – deve avere informazione corretta di quanto accaduto per comprendere meglio l’attualità.

Il libro di Varsori racconta delle vicende internazionali dalla ridefinizione degli assetti europei e internazionali tentata a Versailles al termine della Prima Guerra Mondiale fino al “nuovo disordine internazionale” scaturito dalla fine del bipolarismo della Guerra Fredda. Il racconto quindi si dipana dal 1919 all’epoca del fallimento dell’ordine internazionale presago di un nuovo conflitto mondiale, viene quindi affrontata la Seconda Guerra Mondiale e quindi la Guerra Fredda e la nascita di due sistemi contrapposti. Il testo, quindi, prosegue a raccontare la creazione di un nuovo ordine mondiale tra il 1945 e il 1960 per continuare con le vicende degli anni Sessanta a Settanta e arrivare a quella che viene indicata come “nuova guerra fredda” e all’illusione di un nuovo ordine internazionale e quindi all’apparire sulla scena di un “disordine internazionale” quale quello che si sta vivendo adesso con gli sviluppi recenti nel sistema internazionale, tra cui la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, le elezioni americane e l’impatto che la rivincita di Trump ha avuto sul panorama globale.

Varsori offre una visione innovativa della storia delle relazioni internazionali contemporanee: non più in una prospettiva esclusivamente diplomatica, ma un approccio più inclusivo che integra gli aspetti economici, sociali e culturali, i processi transnazionali e i forti legami tra politica interna e politica estera. Libro da leggere, quello di Antonio Varsori, e da tenere davvero come guida di percorso.

Storia internazionale. Dal 1919 a oggi

Antonio Varsori

Mulino, 2026

Archivi d’impresa vivi in relazione con le persone e i territori

Una ricerca delinea il percorso per unire passato e presente attraverso l’applicazione delle nuove tecnologie alla memoria del produrre

Memoria che si fa realtà presente. Attualità del passato. E premessa per un futuro fatto di riuso e rilancio di luoghi altrimenti dimenticati o comunque non utilizzati per le loro potenzialità. Tema complesso, quello del collegamento tra gli archivi d’impresa (e le memorie d’impresa) e la complessità attuale.

È attorno a questo nodo di questioni (e di suggestioni) che hanno ragionato Daniela Anna Calabi, Benedetta Bellucci, Mario Bisson e Stefania Palmieri con il loro intervento “Memorie d’impresa, luoghi e culture: interfacce generative e dispositivi estesi per risignificare il made in Italy” contenuto in una ampia raccolta di indagini sul “ripensare il made in Italy”.

Lo studio, viene spiegato all’inizio dell’indagine, parte di una raccolta più ampia di ricerche sul made in Italy, cerca di proporre un “paradigma di riconnessione fra memorie industriali e luoghi effettivi, rendendo percepibili le atmosfere dei territori e le loro trasformazioni attraverso” più narrazioni contemporanee aiutate dalle nuove tecnologie. Lo sforzo è quello di integrare memorie orali e scritte, documenti, artefatti materiali e immateriali in reti di “archivi relazionali”, cioè raccolte che siano capaci di comunicare a chi le frequenta e le usa indicazioni concrete sull’attività industriale e d’impresa del passato e l’attualità della produzione e della vita sociale del territorio. Un modo diverso e più completo di raccontare quello che sinteticamente viene indicato come made in Italy.

Contemporaneità di fonti, quindi, che forniscono notizie a più livelli. E possono essere adoperate secondo molteplici modalità. Con una forte relazione con il territorio che, scrivono gli autori, “non è la piattaforma sulla quale poggia l’archivio ma contenuto e contenitore di memorie; l’archivio è quindi il dispositivo guida capace di rileggere territori e filiere. Il territorio si offre nella sua complessità produttiva, paesaggistica e culturale, che acquista senso quando è attraversata, annotata e comunicata”.

Archivi d’impresa, dunque, che prendono vita attraverso le nuove tecnologie, che riescono a raccontare il loro contenuto collegandosi per davvero con i luoghi che hanno ospitato le attività di cui conservano memoria. Ancora gli autori precisano: “Prendendo le distanze dallo stereotipo che standardizza memorie e radici, l’archivio diventa narratore attivo e processo aperto”. Come dire, base per la costruzione e la trasmissione di una cultura (anche del produrre) che riesce ad essere comprensibile ed inclusiva.

La ricerca di Calabi, Bellucci, Bisson e Palmieri delinea – seppur non sempre con facilità di comprensione – un modo diverso di vedere i legami tra passato e presente di imprese e territori.

 

 

Memorie d’impresa, luoghi e culture: interfacce generative e dispositivi estesi per risignificare il made in Italy

Daniela Anna Calabi, Benedetta Bellucci, Mario Bisson, Stefania Palmieri

in Ripensare il Made in Italy Esperienze, questioni e progetti di una cultura circolare e sostenibile

a cura di Andreas Sicklinger, Francesco Spampinato, Ines Tolic, Bologna University Press, 2025

Una ricerca delinea il percorso per unire passato e presente attraverso l’applicazione delle nuove tecnologie alla memoria del produrre

Memoria che si fa realtà presente. Attualità del passato. E premessa per un futuro fatto di riuso e rilancio di luoghi altrimenti dimenticati o comunque non utilizzati per le loro potenzialità. Tema complesso, quello del collegamento tra gli archivi d’impresa (e le memorie d’impresa) e la complessità attuale.

È attorno a questo nodo di questioni (e di suggestioni) che hanno ragionato Daniela Anna Calabi, Benedetta Bellucci, Mario Bisson e Stefania Palmieri con il loro intervento “Memorie d’impresa, luoghi e culture: interfacce generative e dispositivi estesi per risignificare il made in Italy” contenuto in una ampia raccolta di indagini sul “ripensare il made in Italy”.

Lo studio, viene spiegato all’inizio dell’indagine, parte di una raccolta più ampia di ricerche sul made in Italy, cerca di proporre un “paradigma di riconnessione fra memorie industriali e luoghi effettivi, rendendo percepibili le atmosfere dei territori e le loro trasformazioni attraverso” più narrazioni contemporanee aiutate dalle nuove tecnologie. Lo sforzo è quello di integrare memorie orali e scritte, documenti, artefatti materiali e immateriali in reti di “archivi relazionali”, cioè raccolte che siano capaci di comunicare a chi le frequenta e le usa indicazioni concrete sull’attività industriale e d’impresa del passato e l’attualità della produzione e della vita sociale del territorio. Un modo diverso e più completo di raccontare quello che sinteticamente viene indicato come made in Italy.

Contemporaneità di fonti, quindi, che forniscono notizie a più livelli. E possono essere adoperate secondo molteplici modalità. Con una forte relazione con il territorio che, scrivono gli autori, “non è la piattaforma sulla quale poggia l’archivio ma contenuto e contenitore di memorie; l’archivio è quindi il dispositivo guida capace di rileggere territori e filiere. Il territorio si offre nella sua complessità produttiva, paesaggistica e culturale, che acquista senso quando è attraversata, annotata e comunicata”.

Archivi d’impresa, dunque, che prendono vita attraverso le nuove tecnologie, che riescono a raccontare il loro contenuto collegandosi per davvero con i luoghi che hanno ospitato le attività di cui conservano memoria. Ancora gli autori precisano: “Prendendo le distanze dallo stereotipo che standardizza memorie e radici, l’archivio diventa narratore attivo e processo aperto”. Come dire, base per la costruzione e la trasmissione di una cultura (anche del produrre) che riesce ad essere comprensibile ed inclusiva.

La ricerca di Calabi, Bellucci, Bisson e Palmieri delinea – seppur non sempre con facilità di comprensione – un modo diverso di vedere i legami tra passato e presente di imprese e territori.

 

 

Memorie d’impresa, luoghi e culture: interfacce generative e dispositivi estesi per risignificare il made in Italy

Daniela Anna Calabi, Benedetta Bellucci, Mario Bisson, Stefania Palmieri

in Ripensare il Made in Italy Esperienze, questioni e progetti di una cultura circolare e sostenibile

a cura di Andreas Sicklinger, Francesco Spampinato, Ines Tolic, Bologna University Press, 2025

Inverno, per sport e per passione

La bella stagione del freddo, da vivere in sicurezza e con piacere, diventa per l’azienda anche un’occasione da condividere con i dipendenti nel tempo del dopolavoro. In questo articolo del nostro approfondimento “Pirelli, l’inverno, lo sport” scopriamo il lato welfare dell’inverno secondo Pirelli

Negli articoli – “L’inverno, una stagione da vivere” e “Tre storie d’inverno” – abbiamo visto come l’incontro fra Pirelli e l’inverno abbia generato invenzioni di prodotto e campagne di comunicazione dal carattere innovativo e per questo capaci di trasformare la stagione fredda in una stagione da vivere appieno, all’insegna del comfort e inseguendo il divertimento.

Nella cronologia di questa storia, che inizia con le prime borse per l’acqua calda Pirelli di fine Ottocento e si allunga fino ai nostri giorni con il lancio del pneumatico invernale Cinturato Winter 3 e la collaborazione di Pirelli con i XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 come “Olympic and Paralympic Partner”, entrano in scena negli anni Venti il “Dopolavoro aziendale Pirelli” e lo “Sport Club Pirelli”. Due esperienze di welfare aziendale – per usare una definizione contemporanea –  che insieme alle iniziative di assistenza alla salute, alla casa, all’istruzione e all’educazione personale e della famiglia, costituiscono uno dei programmi fra i più significativi e di ampia portata di quegli anni in Europa.

È il 1922, Pirelli compie con orgoglio cinquant’anni di attività, e fra le numerose iniziative che segnano le celebrazioni di questo importante anniversario c’è la costituzione, il 13 dicembre, dello Sport Club Pirelli, con campi e impianti sportivi costruiti al di là di Viale Sarca, di fronte alla fabbrica, allestiti in collaborazione con la storica società sportiva Pro Patria 1883 e via via dotati di spogliatoi e tribune e di moderne infrastrutture. La polisportiva è riservata ai dipendenti Pirelli di Bicocca che possono, dopo il lavoro, allenarsi regolarmente, prendere parte a gare o tornei, partecipare a gite o escursioni, infine ricevere l’onore di un riconoscimento aziendale per merito o dedizione.

Negli anni il ventaglio delle discipline offerte si allarga sempre più arrivando, negli anni Settanta, a includere 18 sezioni con oltre 2.500 iscritti; è interessante notare come sci e alpinismo siano inclusi sin dall’inizio dell’attività del Club (insieme a calcio, tennis, pallacanestro, scherma, atletica, bocce, ciclo e moto turismo) e come la passione per la montagna, l’escursionismo e lo sci fossero “caldamente” promosse non solo per i loro benefici sul benessere fisico delle persone, ma anche per la loro capacità di rinvigorire lo spirito di appartenenza alla comunità aziendale. L’articolo di Cesare Piantanida “Gita al Mottarone” pubblicato sulle pagine in carta grigio-verde del Bollettino dello Sport Club Pirelli, custodito presso il nostro Archivio Storico, ci racconta la gita ai campi innevati del Mottarone, montagna allora nel novarese oggi in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, tra l’8 e il 9 dicembre 1923, restituendoci un ritratto vivido della comunità dei colleghi appassionati di sci e di montagna – fra ingegneri, ragionieri, signori e signorine – oltre ad alcune curiose note storiche su lessico e ortografia dello sport sciistico (“…Gli skiatori vengono giù veloci per la china…”).

Nel suo libro “La Pirelli. Vita di un’azienda industriale” del 1946, il presidente Alberto Pirelli scrive «La Ditta ha sempre incoraggiato e favorito queste manifestazioni: gare sportive, gite alpine, escursioni ciclistiche, affratellamento ed emulazione, spirito di corpo», così riconoscendo allo sport la dignità di valore aziendale. Gli anni Cinquanta rappresentano in effetti un “secondo rinascimento” per gli impianti sportivi della Bicocca e le attività dello Sport Club Pirelli – e nello specifico della sezione Sci Alpinismo – uno sviluppo che corre in parallelo con la produzione di una serie di articoli in gomma per gli sciatori – giacche, scarponi, manopole e rotelle dei bastoni da sci, cinghiette, cinturini per gli attacchi – delle suole in gomma, punto forte nella produzione del settore Prodotti Diversificati, e del primo pneumatico invernale con battistrada a spina di pesce di nome “Inverno”.

Gli appuntamenti e le imprese dello Sport Club Pirelli entrano regolarmente nelle cronache della stampa aziendale. È il mensile “Fatti e Notizie”, il periodico di informazione per il personale del Gruppo Pirelli in Italia, la principale fonte di documentazione della vita della sezione Sci Alpinismo, fra escursioni, arrampicate, gare, campionati e storie personali. Già sul primo numero del febbraio 1950, oltre a dare conto delle attività del mese, si racconta del “nobile gesto di altruismo compiuto dalla guida del CAI e maestro di sci Jean Pellisier nei riguardi della nostra collega Pasetti Alma”. Sciistica, allenamento in roccia, alpinistica; Grignone, Marmolada, Corno Stella, Punta d’Arbola, Blindenhorn sono le escursioni in programma per l’aprile del 1950 – secondo Fatti e Notizie 1950, n. 3. Settimana sciistica in Val Gardena, Giro dei Quattro Passi e campionati sociali di discesa maschile e femminile movimentano invece il bimestre febbraio-marzo del 1951 – ci racconta Fatti e Notizie 1951, n. 3, mentre Fatti e Notizie 1952, n. 3 ci testimonia della partecipazione al Trofeo dell’Industria che si disputa all’Alpe Devero l’8 marzo fra le principali industrie milanesi, comprendente una gara di fondo e una di discesa maschile, e una gara di discesa libera femminile come corsa di contorno: “La nostra squadra di fondo (Guizzetti, Cacciatori, Zumelli) si è classificata 1° con punti 284, precedendo l’Alfa Romeo, la C.G.E., l’AEM ecc.”. Su Fatti e Notizie 1951, n. 1 si traccia il “lusinghiero bilancio” dell’attività della sezione Alpinismo e Sci per l’anno 1950: 30 gite per un numero totale di 2.347 partecipanti – un “primato fra le 32 Sezioni Sci-Alpinistiche Aziendali iscritte al CAI Milano”.

Da Fatti e Notizie 1952, n. 7 si apprende che con 450 soci, la sezione Alpinismo Sci Pirelli iscritta al CAI è la prima per importanza fra le sottosezioni del CAI, grazie in particolare all’Ing. Giuseppe Schiavoni. Fatti e Notizie 1955, n. 4 ci racconta invece le “targhe interdipartimentali” con le relative classifiche che ci parlano di squadre “Stabilimenti e consociate”, “Servizi generali”, “Vendite Pneumatici ed Articoli Vari” ecc.

C’è anche il pattinaggio sul ghiaccio fra gli sport invernali promossi dallo Sport Club Pirelli. Fatti e Notizie 1956, n. 5 traccia il bilancio della stagione novembre ‘55-aprile ‘56, che ha “all’attivo un buon numero di lusinghiere affermazioni e di brillanti risultati”. A livello agonistico e nel solo ambito della velocità, la squadra ha partecipato a diverse competizioni provinciali e regionali, in particolare nel trofeo “Targa d’Argento” i pattinatori Pirelli si sono piazzati in posizioni di vertice.

La passione per la montagna e lo sci dei “pirelliani” continua in città, in auditorium e in biblioteca, con la realizzazione di iniziative di carattere culturale che promuovono la conoscenza e il rispetto dell’ecosistema montagna. Si legge su “Fatti e Notizie” 1951, n. 11 che “la Sezione ha organizzato all’Istituto Gonzaga una serata di bellissimi films a colori a soggetto alpino, folcloristico e di flora e fauna delle Alpi… e provveduto… ad acquistare per la Biblioteca un notevole numero di libri e guide alpine”.

Sono cambiate molte cose nella società dai tempi dello Sport Club Pirelli. Con gli anni Ottanta si trasfor,amoo anche gli stili di vita dei “pirelliani” e il welfare aziendale entra in una nuova fase. L’impegno per lo sport continua a crescere, nella dimensione “globale”, con le collaborazioni – nello specifico per quello sulla neve – con il mondo degli sport agonistici invernali – da FISI ai Giochi Olimpici Invernali. Milano-Cortina 2026 è alle porte, con i dipendenti Pirelli protagonisti come tedofori, chiamati a portare avanti la fiamma olimpica nella staffetta che trasmette da secoli i valori più nobili dello sport.

La bella stagione del freddo, da vivere in sicurezza e con piacere, diventa per l’azienda anche un’occasione da condividere con i dipendenti nel tempo del dopolavoro. In questo articolo del nostro approfondimento “Pirelli, l’inverno, lo sport” scopriamo il lato welfare dell’inverno secondo Pirelli

Negli articoli – “L’inverno, una stagione da vivere” e “Tre storie d’inverno” – abbiamo visto come l’incontro fra Pirelli e l’inverno abbia generato invenzioni di prodotto e campagne di comunicazione dal carattere innovativo e per questo capaci di trasformare la stagione fredda in una stagione da vivere appieno, all’insegna del comfort e inseguendo il divertimento.

Nella cronologia di questa storia, che inizia con le prime borse per l’acqua calda Pirelli di fine Ottocento e si allunga fino ai nostri giorni con il lancio del pneumatico invernale Cinturato Winter 3 e la collaborazione di Pirelli con i XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 come “Olympic and Paralympic Partner”, entrano in scena negli anni Venti il “Dopolavoro aziendale Pirelli” e lo “Sport Club Pirelli”. Due esperienze di welfare aziendale – per usare una definizione contemporanea –  che insieme alle iniziative di assistenza alla salute, alla casa, all’istruzione e all’educazione personale e della famiglia, costituiscono uno dei programmi fra i più significativi e di ampia portata di quegli anni in Europa.

È il 1922, Pirelli compie con orgoglio cinquant’anni di attività, e fra le numerose iniziative che segnano le celebrazioni di questo importante anniversario c’è la costituzione, il 13 dicembre, dello Sport Club Pirelli, con campi e impianti sportivi costruiti al di là di Viale Sarca, di fronte alla fabbrica, allestiti in collaborazione con la storica società sportiva Pro Patria 1883 e via via dotati di spogliatoi e tribune e di moderne infrastrutture. La polisportiva è riservata ai dipendenti Pirelli di Bicocca che possono, dopo il lavoro, allenarsi regolarmente, prendere parte a gare o tornei, partecipare a gite o escursioni, infine ricevere l’onore di un riconoscimento aziendale per merito o dedizione.

Negli anni il ventaglio delle discipline offerte si allarga sempre più arrivando, negli anni Settanta, a includere 18 sezioni con oltre 2.500 iscritti; è interessante notare come sci e alpinismo siano inclusi sin dall’inizio dell’attività del Club (insieme a calcio, tennis, pallacanestro, scherma, atletica, bocce, ciclo e moto turismo) e come la passione per la montagna, l’escursionismo e lo sci fossero “caldamente” promosse non solo per i loro benefici sul benessere fisico delle persone, ma anche per la loro capacità di rinvigorire lo spirito di appartenenza alla comunità aziendale. L’articolo di Cesare Piantanida “Gita al Mottarone” pubblicato sulle pagine in carta grigio-verde del Bollettino dello Sport Club Pirelli, custodito presso il nostro Archivio Storico, ci racconta la gita ai campi innevati del Mottarone, montagna allora nel novarese oggi in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, tra l’8 e il 9 dicembre 1923, restituendoci un ritratto vivido della comunità dei colleghi appassionati di sci e di montagna – fra ingegneri, ragionieri, signori e signorine – oltre ad alcune curiose note storiche su lessico e ortografia dello sport sciistico (“…Gli skiatori vengono giù veloci per la china…”).

Nel suo libro “La Pirelli. Vita di un’azienda industriale” del 1946, il presidente Alberto Pirelli scrive «La Ditta ha sempre incoraggiato e favorito queste manifestazioni: gare sportive, gite alpine, escursioni ciclistiche, affratellamento ed emulazione, spirito di corpo», così riconoscendo allo sport la dignità di valore aziendale. Gli anni Cinquanta rappresentano in effetti un “secondo rinascimento” per gli impianti sportivi della Bicocca e le attività dello Sport Club Pirelli – e nello specifico della sezione Sci Alpinismo – uno sviluppo che corre in parallelo con la produzione di una serie di articoli in gomma per gli sciatori – giacche, scarponi, manopole e rotelle dei bastoni da sci, cinghiette, cinturini per gli attacchi – delle suole in gomma, punto forte nella produzione del settore Prodotti Diversificati, e del primo pneumatico invernale con battistrada a spina di pesce di nome “Inverno”.

Gli appuntamenti e le imprese dello Sport Club Pirelli entrano regolarmente nelle cronache della stampa aziendale. È il mensile “Fatti e Notizie”, il periodico di informazione per il personale del Gruppo Pirelli in Italia, la principale fonte di documentazione della vita della sezione Sci Alpinismo, fra escursioni, arrampicate, gare, campionati e storie personali. Già sul primo numero del febbraio 1950, oltre a dare conto delle attività del mese, si racconta del “nobile gesto di altruismo compiuto dalla guida del CAI e maestro di sci Jean Pellisier nei riguardi della nostra collega Pasetti Alma”. Sciistica, allenamento in roccia, alpinistica; Grignone, Marmolada, Corno Stella, Punta d’Arbola, Blindenhorn sono le escursioni in programma per l’aprile del 1950 – secondo Fatti e Notizie 1950, n. 3. Settimana sciistica in Val Gardena, Giro dei Quattro Passi e campionati sociali di discesa maschile e femminile movimentano invece il bimestre febbraio-marzo del 1951 – ci racconta Fatti e Notizie 1951, n. 3, mentre Fatti e Notizie 1952, n. 3 ci testimonia della partecipazione al Trofeo dell’Industria che si disputa all’Alpe Devero l’8 marzo fra le principali industrie milanesi, comprendente una gara di fondo e una di discesa maschile, e una gara di discesa libera femminile come corsa di contorno: “La nostra squadra di fondo (Guizzetti, Cacciatori, Zumelli) si è classificata 1° con punti 284, precedendo l’Alfa Romeo, la C.G.E., l’AEM ecc.”. Su Fatti e Notizie 1951, n. 1 si traccia il “lusinghiero bilancio” dell’attività della sezione Alpinismo e Sci per l’anno 1950: 30 gite per un numero totale di 2.347 partecipanti – un “primato fra le 32 Sezioni Sci-Alpinistiche Aziendali iscritte al CAI Milano”.

Da Fatti e Notizie 1952, n. 7 si apprende che con 450 soci, la sezione Alpinismo Sci Pirelli iscritta al CAI è la prima per importanza fra le sottosezioni del CAI, grazie in particolare all’Ing. Giuseppe Schiavoni. Fatti e Notizie 1955, n. 4 ci racconta invece le “targhe interdipartimentali” con le relative classifiche che ci parlano di squadre “Stabilimenti e consociate”, “Servizi generali”, “Vendite Pneumatici ed Articoli Vari” ecc.

C’è anche il pattinaggio sul ghiaccio fra gli sport invernali promossi dallo Sport Club Pirelli. Fatti e Notizie 1956, n. 5 traccia il bilancio della stagione novembre ‘55-aprile ‘56, che ha “all’attivo un buon numero di lusinghiere affermazioni e di brillanti risultati”. A livello agonistico e nel solo ambito della velocità, la squadra ha partecipato a diverse competizioni provinciali e regionali, in particolare nel trofeo “Targa d’Argento” i pattinatori Pirelli si sono piazzati in posizioni di vertice.

La passione per la montagna e lo sci dei “pirelliani” continua in città, in auditorium e in biblioteca, con la realizzazione di iniziative di carattere culturale che promuovono la conoscenza e il rispetto dell’ecosistema montagna. Si legge su “Fatti e Notizie” 1951, n. 11 che “la Sezione ha organizzato all’Istituto Gonzaga una serata di bellissimi films a colori a soggetto alpino, folcloristico e di flora e fauna delle Alpi… e provveduto… ad acquistare per la Biblioteca un notevole numero di libri e guide alpine”.

Sono cambiate molte cose nella società dai tempi dello Sport Club Pirelli. Con gli anni Ottanta si trasfor,amoo anche gli stili di vita dei “pirelliani” e il welfare aziendale entra in una nuova fase. L’impegno per lo sport continua a crescere, nella dimensione “globale”, con le collaborazioni – nello specifico per quello sulla neve – con il mondo degli sport agonistici invernali – da FISI ai Giochi Olimpici Invernali. Milano-Cortina 2026 è alle porte, con i dipendenti Pirelli protagonisti come tedofori, chiamati a portare avanti la fiamma olimpica nella staffetta che trasmette da secoli i valori più nobili dello sport.

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Benessere d’impresa

Una tesi discussa presso l’Università di Padova affronta l’evoluzione del welfare aziendale e le sue prospettive

 

Benessere in azienda come elemento cruciale e determinante per il successo d’impresa. Realtà ormai per molte organizzazioni della produzione, ma non per tutti. Anche se il welfare è ormai parte integrante nei contratti di lavoro. Attorno al tema ragiona Giorgia Scomparin con la sua ricerca trasformata in una tesi discussa presso l’Università di Padova Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali.

Scomparin parte da una considerazione: negli ultimi anni, il welfare aziendale ha assunto un ruolo sempre più rilevante all’interno delle strategie organizzative di molte imprese italiane. Constatazione che è solo in apparenza banale, perché, come ricorda la stessa Scomparin, nato come strumento integrativo rispetto al welfare pubblico, “il welfare aziendale si è trasformato in un vero e proprio sistema di benefit volto a migliorare il benessere dei lavoratori, aumentare la produttività e fidelizzare il personale a un costo inferiore per le aziende rispetto alle normali erogazioni salariali”.

Oggi si ha a che fare con ciò che i tecnici indicano come “work-life balance” e qualità della vita lavorativa che hanno reso il welfare aziendale una leva strategica sempre più diffusa, incentivata anche dal legislatore attraverso vantaggi fiscali.

Scomparin tuttavia ricorda come “accanto ai benefici, emergono anche importanti criticità”. Ed è anche su queste che si concentra l’indagine. In particolare, sulla natura selettiva del modello che rischia di creare disuguaglianze tra lavoratori, territori e settori produttivi. Senza dire, stando sempre a Scomparin, che “l’esenzione fiscale concessa ai benefit aziendali comporta una perdita di gettito per lo Stato, con potenziali ricadute sul finanziamento del welfare pubblico”.

La ricerca analizza quindi il fenomeno del welfare aziendale in Italia, partendo dalla sua definizione ed evoluzione normativa, passando poi ad esaminare i vantaggi e le criticità per poi proporre alcune prospettive di sviluppo sostenibile ed equo.

Il lavoro di Giorgia Scomparin non aggiunge particolari novità al tema del welfare e delle sue evoluzioni, ma ha il grande merito di dare ordine ad un argomento che continua ad avere un grande interesse per la buona cultura d’impresa.

Il welfare aziendale in Italia: vantaggi, criticità e prospettive future tra pubblico e privato

Giorgia Scomparin

Tesi, Università degli studi di Padova Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali Corso di laurea Triennale in Scienze politiche, Relazioni internazionali, Diritti Umani, 2025

Una tesi discussa presso l’Università di Padova affronta l’evoluzione del welfare aziendale e le sue prospettive

 

Benessere in azienda come elemento cruciale e determinante per il successo d’impresa. Realtà ormai per molte organizzazioni della produzione, ma non per tutti. Anche se il welfare è ormai parte integrante nei contratti di lavoro. Attorno al tema ragiona Giorgia Scomparin con la sua ricerca trasformata in una tesi discussa presso l’Università di Padova Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali.

Scomparin parte da una considerazione: negli ultimi anni, il welfare aziendale ha assunto un ruolo sempre più rilevante all’interno delle strategie organizzative di molte imprese italiane. Constatazione che è solo in apparenza banale, perché, come ricorda la stessa Scomparin, nato come strumento integrativo rispetto al welfare pubblico, “il welfare aziendale si è trasformato in un vero e proprio sistema di benefit volto a migliorare il benessere dei lavoratori, aumentare la produttività e fidelizzare il personale a un costo inferiore per le aziende rispetto alle normali erogazioni salariali”.

Oggi si ha a che fare con ciò che i tecnici indicano come “work-life balance” e qualità della vita lavorativa che hanno reso il welfare aziendale una leva strategica sempre più diffusa, incentivata anche dal legislatore attraverso vantaggi fiscali.

Scomparin tuttavia ricorda come “accanto ai benefici, emergono anche importanti criticità”. Ed è anche su queste che si concentra l’indagine. In particolare, sulla natura selettiva del modello che rischia di creare disuguaglianze tra lavoratori, territori e settori produttivi. Senza dire, stando sempre a Scomparin, che “l’esenzione fiscale concessa ai benefit aziendali comporta una perdita di gettito per lo Stato, con potenziali ricadute sul finanziamento del welfare pubblico”.

La ricerca analizza quindi il fenomeno del welfare aziendale in Italia, partendo dalla sua definizione ed evoluzione normativa, passando poi ad esaminare i vantaggi e le criticità per poi proporre alcune prospettive di sviluppo sostenibile ed equo.

Il lavoro di Giorgia Scomparin non aggiunge particolari novità al tema del welfare e delle sue evoluzioni, ma ha il grande merito di dare ordine ad un argomento che continua ad avere un grande interesse per la buona cultura d’impresa.

Il welfare aziendale in Italia: vantaggi, criticità e prospettive future tra pubblico e privato

Giorgia Scomparin

Tesi, Università degli studi di Padova Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali Corso di laurea Triennale in Scienze politiche, Relazioni internazionali, Diritti Umani, 2025

Gli “occhi nuovi” delle donne per un’Europa più attenta ai valori delle persone e al soft power della cultura civile

“L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”, amava dire Jean Monnet, uno dei padri dell’unità europea, Alto Commissario per la Comunità del carbone e dell’acciaio, il nucleo da cui poi sarebbero nate, crisi dopo crisi, tutte le istituzioni, dal Mercato Comune all’Unione Europea, dal Parlamento europeo alla Bce e all’euro. Vale la pena ricordare la figura di Monnet e il pragmatico ma lungimirante realismo degli altri capi di Stato e di governo che hanno dato vita all’Europa (Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak, innanzitutto, e poi, nel tempo, Mitterrand, Kohl, Delors e tutti gli altri ancora), proprio nel momento in cui la Ue rischia di finire stritolata tra le spinte aggressive e le prove di forza bellica dei “grandi del mondo” (Usa e Cina, innanzitutto, ma anche la Russia) e si ritrova priva di una serie di politiche comuni sulla sicurezza (e la difesa), l’energia, l’innovazione, l’industria, la ricerca scientifica e tecnologica e l’Artificial Intelligence (ne abbiamo parlato nei blog delle scorse settimane, sino a intravvedere la possibilità dell’entrata in scena di Mario Draghi).

Ma, forse, la risposta alla crisi, l’opportunità su cui fare leva, non è soltanto quella istituzionale, politica, industriale e finanziaria, pur comunque indispensabile. È indispensabile una svolta culturale e sociale.

Come nei veri viaggi di scoperta, servono soprattutto “occhi nuovi, per vedere”. E dunque per ripensare l’Europa e trovare risposte alle fratture e ai rischi. “Rammendare” le lacerazioni. Migliorare gli equilibri. Ecco: servono gli occhi delle donne. E quelli delle nuove generazioni.

Proviamo un percorso eccentrico, diverso ma non alternativo a quello istituzionale. Una ricostruzione e un rilancio di valori e idee forti d’un migliore futuro. E partiamo da una figura apparentemente minore, nella grande storia europea. Quella di Ursula Hirschmann.

Famiglia ebrea tedesca benestante e di grande spessore intellettuale (suo fratello, Albert, diventerà presto uno dei maggiori economisti europei). Ursula si ritrova a seguire al confino, nell’isola di Ventotene, il marito Eugenio Colorni e gli altri due amici antifascisti, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (e sua moglie Ada), appassionati, proprio in quei terribili ultimi anni Trenta, di una idea possibile per una nuova Europa.

Dai loro dialoghi nascerà il “Manifesto di Ventotene”, che tanta capacità di incidere e stimolare intelligenze e volontà politiche di riscatto avrà negli anni successivi, sino a ieri. E sarà proprio Ursula, l’unica non condannata al confino e dunque libera di viaggiare, a diffondere le prime copie clandestine del “Manifesto” e a stimolarne il dibattito.

Ucciso Colorni da una banda di nazifascisti durante la Resistenza, Ursula sarà la compagna e poi la moglie di Altiero Spinelli (e una figlia, Eva, sposerà Amartya Sen, premio Nobel per l’economia). Idee, passioni politiche, sguardi generosi sul futuro, un’idea forte della responsabilità culturale e civile. Per anni, proprio Ursula, sarà l’animatrice del gruppo “Femmes pour l’Europe”, particolarmente attivo sui temi dei diritti e dell’impegno politico di rinnovamento delle istituzioni.

Ricordare Ursula Hirschmann e ripensare al Manifesto di Ventotene (attualissimo, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al netto di alcune schematicità legate al momento storico contingente in cui è stato elaborato) può significare, oggi, porsi una questione di fondo: come coinvolgere il più possibile, proprio nel dibattito sul rinnovamento e il rilancio delle istituzioni europee, le donne, la loro intelligenza progettuale, le loro capacità creative e di gestione della complessità, soprattutto le nuove generazioni.

Ecco un punto chiave. Fare storia, ricordando le “madri dell’Europa”. E trovare così radici robuste al ruolo femminile nelle attuali istituzioni europee.

Parlare delle elaborazioni politiche di Anna Kuliscioff e del suo socialismo umanitario, di Simone Weil, di Hannah Arendt e di Sophie Scholl (che con l’associazione “La Rosa Bianca” sfida apertamente il nazismo). Ricordare Maria De Unterrichter Jervolino, la più attiva tra le 21 donne elette nel 1946 all’Assemblea Costituente italiana, sostenitrice delle cause delle donne, dell’educazione e dell’unità europea. E raccontare come non siano mancate, naturalmente, nel corso della storia europea, le grandi donne ai vertici delle istituzioni UE e dei governi nazionali più impegnati. Louise Weiss, che nel 1979 apre la prima seduta del Parlamento Europeo parlando di pace e la stessa presidentessa di quel Parlamento, Simon Weil. Sofia Corradi, l’inventrice dell’Erasmus, che ha insegnato a milioni di giovani come e perché essere e sentirsi “europei”, frequentando scuole comuni. Per arrivare infine all’attualità di Ursula von der Leyen e Roberta Metsola e di Christine Lagarde alla Bce. La figura di Emma Bonino ha ancora una forte rilevanza. E donne di governi nazionali (Angela Merkel in Germania per lunghissimo tempo, Giorgia Meloni oggi in Italia) hanno avuto o hanno un ruolo forte, per tenere l’Europa ancorata ai suoi valori democratici, ai suoi principi e alle sue alleanze atlantiche.

Ma qui il discorso da fare per la ripresa dell’Europa è più ampio della presenza femminile ai vertici della Ue. E va discusso, semmai, con impegno, il come imparare a usare il soft power delle donne attivamente dentro il processo di rilancio di nuove idee, nuovi linguaggi, nuove culture dei diritti e delle responsabilità, nuovi orizzonti, nuove riforme di partecipazione e di governance.

Proprio il loro soft power, infatti, ha alcune caratteristiche particolari rispetto agli schemi teorizzati da Joseph Nye e applicati a lungo, e con un buon grado di successo, alle relazioni internazionali, se cultura, dialogo, confronto, rispetto per le diversità sono valori forti, tipici delle democrazie e da mettere a disposizione del confronto politico internazionale.

Quello femminile è un soft power sensibile alla capacità di “farsi carico” e ai valori della “cura”. Un soft power da economia civile e circolare. Un soft power da “economia generativa” e sostenibile. Un soft power da valori di comunità. Tutto il contrario della politica aggressiva, muscolare, militarizzata, darwiniana e narcisista che occupa purtroppo la scena contemporanea del mondo (sui guasti del narcisismo, peraltro un mito di vanità, solitudine, impotenza e morte, abbiamo scritto più volte in questo blog).

E ancora: le idee delle capability di Martha Nussbaum e cioè della necessità di fare leva su istruzione, salute, qualità della vita degna. E le implicazioni di una demografia che tragga stimoli dalle condizioni dello sviluppo sostenibile e non dal primato della forza finanziaria e tecnologica della finanza e delle Big Tech. Un’Europa più femminile. Dunque, più attenta alle persone.

Non si tratta solo di attenzione alle differenze e ai valori di genere. Ma di cura per la qualità della vita, del futuro, dell’ambiente, delle città, della famiglia nelle sue varie forme storicamente assunte. Temi trasversali, su cui però letteratura, impostazioni economiche, cultura di fondo hanno proprio nelle donne interlocutrici fondamentali. Anche perché sanno usare parole come gentilezza, amore, attenzione, affettuosità, comprensione, dialogo, solidarietà, riconoscimento “dell’altro” con maggior incidenza e maggiore pertinenza di quanto non sappia fare il tradizionale lessico delle relazioni maschili. Sanno avere a disposizione strumenti per provare a riformare la politica, come scienza e governo della polis.

Penso, insomma, per fare esempi di vita quotidiana, alle qualità civili e personali delle donne italiane, oramai capaci di aver sfondato il “tetto di cristallo” (anche se molto resta ancora da fare) e più che mai responsabili, attente e attive nei loro mondi professionali: presiedono corti giudiziarie e università, hanno responsabilità di governo, amministrative e politiche, guidano imprese anche di rilevanti dimensioni (e proprio le imprese sono non solo soggetti economici con forte vocazione produttiva, ma anche attori sociali e culturali di spessore), dirigono ed editano quotidiani e periodici di prestigio e peso nazionale, amministrano importanti case editrici, organizzano teatri, hanno la responsabilità di delicati uffici pubblici, hanno presieduto la Rai e sono ai vertici di altre istituzioni televisive e del cinema. Sono scienziate e ricercatrici di rilievo internazionale, possono vantare un peso professionale, intellettuale e di indirizzo dell’opinione pubblica di notevole importanza e incisività, intervenendo, con competenza e rigore, su tutti i grandi temi del discorso pubblico. Leggono (molto più degli uomini) e scrivono bene, con linguaggio originale e profonda attenzione di equilibrato giudizio. È il loro sguardo, competente e profondo e “leggero” (sono le migliori eredi di Italo Calvino), in parte estraneo ai tradizionali stilemi del potere maschile e sensibile alle relazioni tra questioni economiche e ricadute sociali e personali, che serve a ridare spessore e umanità all’Europa. E a fare da guida alle nuove generazioni di trentenni e di ventenni, tra università e ingresso nel mondo del lavoro.

C’è un’eredità, da prendere in mano. E cioè l’ultimo discorso di Aldo Moro in Parlamento, il 28 febbraio 1978, pochi giorni prima di essere sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

È uno dei passaggi più alti del discorso pubblico non solo di quel terribili anni Settanta “di piombo”, ma dell’intera storia della Repubblica. E oggi va riletto, proprio con “occhi nuovi”, soprattutto dalle ragazze e più in generale dalle nuove generazioni, cui tocca studiare e approfondire lucidamente e criticamente la nostra storia, tenendo presenti anche le lezioni di due grandi donne delle istituzioni del tempo, Tina Anselmi (democristiana, seguace di Moro, prima donna ministro nella storia della Repubblica) e Nilde Jotti, (comunista, a lungo prima presidentessa della Camera dei deputati).

Io, come gli anziani, sto a guardare, ricordare e pensare. Pensare alle mie nipoti Iolanda, Olivia e Sveva (e sì, anche a te, piccolo Emilio, prima che tu dica “E io?). Così come tutti i nonni e le nonne pensano ai loro e alle loro nipoti. Non solo con dolcezza, ma con un forte senso di responsabilità. Che Europa, democratica e civile, si prepara, anche con le nostre antiche eppur abili mani, per loro?

C’è un ostacolo da superare, proprio perché questo contributo femminile possa avere agibilità politica e condizioni necessarie per essere esplicato. L’ostacolo è il gender gap. Le scelte da fare sono le politiche per la natalità, il lavoro, i servizi, la partecipazione. Il buon governo civile.

I giornali migliori ne scrivono da tempo. Le scelte politiche, di governo e di investimenti pubblici, non se ne curano a sufficienza.

Un’inchiesta per tutte, la più recente, sulla condizione femminile. È del “Quotidiano Nazionale” (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, 19 dicembre, su dati dell’Università di Padova). Il titolo è esemplare: l’Italia “Non è un Paese per madri”. Si documenta come nel ‘24 si sia toccato il minimo storico delle nascite, poco meno di 370 mila e nel ‘25 si scenda ancora, con un’età media al parto salita a 32,6 anni E si nota che sono “senza figli il 45,4% delle donne tra i 18 e i 49 anni”. E se la maternità è naturalmente un diritto ma non un obbligo né la sua mancanza può essere uno stigma sociale, su quel dato pesano molto le condizioni generali del lavoro, dei salari, dei servizi, del costo dell’abitazione.

Ancora qualche dato, sulle disparità di genere nel mondo del lavoro: le donne senza figli che lavorano sono il 68,9%, le donne madri che lavorano sono il 65,6% con un figlio minore e solo il 60,1% con due o più figli.

Demografia con una forte valenza politica, dunque. E con effetti di discriminazione, contro lo stesso dettato della Costituzione. Da affrontare. Rapidamente.

La strada torna all’Europa e al peso necessario delle donne. Next Generation Ue, il maggior stanziamento europeo sui temi della crescita, della formazione e della qualità della vita, non ha risposto se non in parte alle aspettative per cui era stato pensato, voluto, finanziato dal Parlamento con fondi raccolti sui mercati dalla Commissione Ue. Serve, per il futuro, una voce femminile più incisiva, più determinata, più forte. Più umana.

(foto Getty Images)

“L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”, amava dire Jean Monnet, uno dei padri dell’unità europea, Alto Commissario per la Comunità del carbone e dell’acciaio, il nucleo da cui poi sarebbero nate, crisi dopo crisi, tutte le istituzioni, dal Mercato Comune all’Unione Europea, dal Parlamento europeo alla Bce e all’euro. Vale la pena ricordare la figura di Monnet e il pragmatico ma lungimirante realismo degli altri capi di Stato e di governo che hanno dato vita all’Europa (Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak, innanzitutto, e poi, nel tempo, Mitterrand, Kohl, Delors e tutti gli altri ancora), proprio nel momento in cui la Ue rischia di finire stritolata tra le spinte aggressive e le prove di forza bellica dei “grandi del mondo” (Usa e Cina, innanzitutto, ma anche la Russia) e si ritrova priva di una serie di politiche comuni sulla sicurezza (e la difesa), l’energia, l’innovazione, l’industria, la ricerca scientifica e tecnologica e l’Artificial Intelligence (ne abbiamo parlato nei blog delle scorse settimane, sino a intravvedere la possibilità dell’entrata in scena di Mario Draghi).

Ma, forse, la risposta alla crisi, l’opportunità su cui fare leva, non è soltanto quella istituzionale, politica, industriale e finanziaria, pur comunque indispensabile. È indispensabile una svolta culturale e sociale.

Come nei veri viaggi di scoperta, servono soprattutto “occhi nuovi, per vedere”. E dunque per ripensare l’Europa e trovare risposte alle fratture e ai rischi. “Rammendare” le lacerazioni. Migliorare gli equilibri. Ecco: servono gli occhi delle donne. E quelli delle nuove generazioni.

Proviamo un percorso eccentrico, diverso ma non alternativo a quello istituzionale. Una ricostruzione e un rilancio di valori e idee forti d’un migliore futuro. E partiamo da una figura apparentemente minore, nella grande storia europea. Quella di Ursula Hirschmann.

Famiglia ebrea tedesca benestante e di grande spessore intellettuale (suo fratello, Albert, diventerà presto uno dei maggiori economisti europei). Ursula si ritrova a seguire al confino, nell’isola di Ventotene, il marito Eugenio Colorni e gli altri due amici antifascisti, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (e sua moglie Ada), appassionati, proprio in quei terribili ultimi anni Trenta, di una idea possibile per una nuova Europa.

Dai loro dialoghi nascerà il “Manifesto di Ventotene”, che tanta capacità di incidere e stimolare intelligenze e volontà politiche di riscatto avrà negli anni successivi, sino a ieri. E sarà proprio Ursula, l’unica non condannata al confino e dunque libera di viaggiare, a diffondere le prime copie clandestine del “Manifesto” e a stimolarne il dibattito.

Ucciso Colorni da una banda di nazifascisti durante la Resistenza, Ursula sarà la compagna e poi la moglie di Altiero Spinelli (e una figlia, Eva, sposerà Amartya Sen, premio Nobel per l’economia). Idee, passioni politiche, sguardi generosi sul futuro, un’idea forte della responsabilità culturale e civile. Per anni, proprio Ursula, sarà l’animatrice del gruppo “Femmes pour l’Europe”, particolarmente attivo sui temi dei diritti e dell’impegno politico di rinnovamento delle istituzioni.

Ricordare Ursula Hirschmann e ripensare al Manifesto di Ventotene (attualissimo, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al netto di alcune schematicità legate al momento storico contingente in cui è stato elaborato) può significare, oggi, porsi una questione di fondo: come coinvolgere il più possibile, proprio nel dibattito sul rinnovamento e il rilancio delle istituzioni europee, le donne, la loro intelligenza progettuale, le loro capacità creative e di gestione della complessità, soprattutto le nuove generazioni.

Ecco un punto chiave. Fare storia, ricordando le “madri dell’Europa”. E trovare così radici robuste al ruolo femminile nelle attuali istituzioni europee.

Parlare delle elaborazioni politiche di Anna Kuliscioff e del suo socialismo umanitario, di Simone Weil, di Hannah Arendt e di Sophie Scholl (che con l’associazione “La Rosa Bianca” sfida apertamente il nazismo). Ricordare Maria De Unterrichter Jervolino, la più attiva tra le 21 donne elette nel 1946 all’Assemblea Costituente italiana, sostenitrice delle cause delle donne, dell’educazione e dell’unità europea. E raccontare come non siano mancate, naturalmente, nel corso della storia europea, le grandi donne ai vertici delle istituzioni UE e dei governi nazionali più impegnati. Louise Weiss, che nel 1979 apre la prima seduta del Parlamento Europeo parlando di pace e la stessa presidentessa di quel Parlamento, Simon Weil. Sofia Corradi, l’inventrice dell’Erasmus, che ha insegnato a milioni di giovani come e perché essere e sentirsi “europei”, frequentando scuole comuni. Per arrivare infine all’attualità di Ursula von der Leyen e Roberta Metsola e di Christine Lagarde alla Bce. La figura di Emma Bonino ha ancora una forte rilevanza. E donne di governi nazionali (Angela Merkel in Germania per lunghissimo tempo, Giorgia Meloni oggi in Italia) hanno avuto o hanno un ruolo forte, per tenere l’Europa ancorata ai suoi valori democratici, ai suoi principi e alle sue alleanze atlantiche.

Ma qui il discorso da fare per la ripresa dell’Europa è più ampio della presenza femminile ai vertici della Ue. E va discusso, semmai, con impegno, il come imparare a usare il soft power delle donne attivamente dentro il processo di rilancio di nuove idee, nuovi linguaggi, nuove culture dei diritti e delle responsabilità, nuovi orizzonti, nuove riforme di partecipazione e di governance.

Proprio il loro soft power, infatti, ha alcune caratteristiche particolari rispetto agli schemi teorizzati da Joseph Nye e applicati a lungo, e con un buon grado di successo, alle relazioni internazionali, se cultura, dialogo, confronto, rispetto per le diversità sono valori forti, tipici delle democrazie e da mettere a disposizione del confronto politico internazionale.

Quello femminile è un soft power sensibile alla capacità di “farsi carico” e ai valori della “cura”. Un soft power da economia civile e circolare. Un soft power da “economia generativa” e sostenibile. Un soft power da valori di comunità. Tutto il contrario della politica aggressiva, muscolare, militarizzata, darwiniana e narcisista che occupa purtroppo la scena contemporanea del mondo (sui guasti del narcisismo, peraltro un mito di vanità, solitudine, impotenza e morte, abbiamo scritto più volte in questo blog).

E ancora: le idee delle capability di Martha Nussbaum e cioè della necessità di fare leva su istruzione, salute, qualità della vita degna. E le implicazioni di una demografia che tragga stimoli dalle condizioni dello sviluppo sostenibile e non dal primato della forza finanziaria e tecnologica della finanza e delle Big Tech. Un’Europa più femminile. Dunque, più attenta alle persone.

Non si tratta solo di attenzione alle differenze e ai valori di genere. Ma di cura per la qualità della vita, del futuro, dell’ambiente, delle città, della famiglia nelle sue varie forme storicamente assunte. Temi trasversali, su cui però letteratura, impostazioni economiche, cultura di fondo hanno proprio nelle donne interlocutrici fondamentali. Anche perché sanno usare parole come gentilezza, amore, attenzione, affettuosità, comprensione, dialogo, solidarietà, riconoscimento “dell’altro” con maggior incidenza e maggiore pertinenza di quanto non sappia fare il tradizionale lessico delle relazioni maschili. Sanno avere a disposizione strumenti per provare a riformare la politica, come scienza e governo della polis.

Penso, insomma, per fare esempi di vita quotidiana, alle qualità civili e personali delle donne italiane, oramai capaci di aver sfondato il “tetto di cristallo” (anche se molto resta ancora da fare) e più che mai responsabili, attente e attive nei loro mondi professionali: presiedono corti giudiziarie e università, hanno responsabilità di governo, amministrative e politiche, guidano imprese anche di rilevanti dimensioni (e proprio le imprese sono non solo soggetti economici con forte vocazione produttiva, ma anche attori sociali e culturali di spessore), dirigono ed editano quotidiani e periodici di prestigio e peso nazionale, amministrano importanti case editrici, organizzano teatri, hanno la responsabilità di delicati uffici pubblici, hanno presieduto la Rai e sono ai vertici di altre istituzioni televisive e del cinema. Sono scienziate e ricercatrici di rilievo internazionale, possono vantare un peso professionale, intellettuale e di indirizzo dell’opinione pubblica di notevole importanza e incisività, intervenendo, con competenza e rigore, su tutti i grandi temi del discorso pubblico. Leggono (molto più degli uomini) e scrivono bene, con linguaggio originale e profonda attenzione di equilibrato giudizio. È il loro sguardo, competente e profondo e “leggero” (sono le migliori eredi di Italo Calvino), in parte estraneo ai tradizionali stilemi del potere maschile e sensibile alle relazioni tra questioni economiche e ricadute sociali e personali, che serve a ridare spessore e umanità all’Europa. E a fare da guida alle nuove generazioni di trentenni e di ventenni, tra università e ingresso nel mondo del lavoro.

C’è un’eredità, da prendere in mano. E cioè l’ultimo discorso di Aldo Moro in Parlamento, il 28 febbraio 1978, pochi giorni prima di essere sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

È uno dei passaggi più alti del discorso pubblico non solo di quel terribili anni Settanta “di piombo”, ma dell’intera storia della Repubblica. E oggi va riletto, proprio con “occhi nuovi”, soprattutto dalle ragazze e più in generale dalle nuove generazioni, cui tocca studiare e approfondire lucidamente e criticamente la nostra storia, tenendo presenti anche le lezioni di due grandi donne delle istituzioni del tempo, Tina Anselmi (democristiana, seguace di Moro, prima donna ministro nella storia della Repubblica) e Nilde Jotti, (comunista, a lungo prima presidentessa della Camera dei deputati).

Io, come gli anziani, sto a guardare, ricordare e pensare. Pensare alle mie nipoti Iolanda, Olivia e Sveva (e sì, anche a te, piccolo Emilio, prima che tu dica “E io?). Così come tutti i nonni e le nonne pensano ai loro e alle loro nipoti. Non solo con dolcezza, ma con un forte senso di responsabilità. Che Europa, democratica e civile, si prepara, anche con le nostre antiche eppur abili mani, per loro?

C’è un ostacolo da superare, proprio perché questo contributo femminile possa avere agibilità politica e condizioni necessarie per essere esplicato. L’ostacolo è il gender gap. Le scelte da fare sono le politiche per la natalità, il lavoro, i servizi, la partecipazione. Il buon governo civile.

I giornali migliori ne scrivono da tempo. Le scelte politiche, di governo e di investimenti pubblici, non se ne curano a sufficienza.

Un’inchiesta per tutte, la più recente, sulla condizione femminile. È del “Quotidiano Nazionale” (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, 19 dicembre, su dati dell’Università di Padova). Il titolo è esemplare: l’Italia “Non è un Paese per madri”. Si documenta come nel ‘24 si sia toccato il minimo storico delle nascite, poco meno di 370 mila e nel ‘25 si scenda ancora, con un’età media al parto salita a 32,6 anni E si nota che sono “senza figli il 45,4% delle donne tra i 18 e i 49 anni”. E se la maternità è naturalmente un diritto ma non un obbligo né la sua mancanza può essere uno stigma sociale, su quel dato pesano molto le condizioni generali del lavoro, dei salari, dei servizi, del costo dell’abitazione.

Ancora qualche dato, sulle disparità di genere nel mondo del lavoro: le donne senza figli che lavorano sono il 68,9%, le donne madri che lavorano sono il 65,6% con un figlio minore e solo il 60,1% con due o più figli.

Demografia con una forte valenza politica, dunque. E con effetti di discriminazione, contro lo stesso dettato della Costituzione. Da affrontare. Rapidamente.

La strada torna all’Europa e al peso necessario delle donne. Next Generation Ue, il maggior stanziamento europeo sui temi della crescita, della formazione e della qualità della vita, non ha risposto se non in parte alle aspettative per cui era stato pensato, voluto, finanziato dal Parlamento con fondi raccolti sui mercati dalla Commissione Ue. Serve, per il futuro, una voce femminile più incisiva, più determinata, più forte. Più umana.

(foto Getty Images)

Economia italiana dal 1945 ad oggi, che cosa abbiamo alle spalle

Ripubblicata aggiornata e approfondita una buona lettura per comprendere meglio il presente

 

Comprendere che cosa è accaduto ieri, per capire meglio cosa accade oggi ed essere preparati di più a cosa accadrà domani. È il significato della storia, ma anche il risultato dell’attenzione alle origini di un’attualità sempre più complessa e, solo in apparenza, inspiegabile. Compito, quello del porre attenzione al passato, che compete a tutti e il cui svolgimento serve a formare una buona cultura (anche d’impresa). Per questo, è importante avere buone fonti d’informazione come “Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi”, libro scritto da Gioacchino Garofoli due decenni fa circa e adesso aggiornato e rivisto per essere nuovamente utile a chi legge.

Garofoli ha posto nelle circa 260 pagine dedicate alla storia dell’economia italiana dal 1945 ad oggi, tutta la sua esperienza di ricercatore ma anche di insegnante di politica economica e riprende una rilevante tradizione di studi degli economisti italiani raccontando, per fatti correttamente stilizzati, l’evoluzione dell’economia, mostrando i problemi che si sono manifestati nei vari periodi e le scelte di politica economica che sono state adottate. Sono analizzate le condizioni sia del contesto nazionale sia di quello internazionale, anche per comprendere il ruolo dei vincoli esterni oltre che di quelli interni, e senza dimenticare le opportunità che si sono presentate.
L’esposizione prende avvio con gli anni della ricostruzione economica e con le scelte del modello di sviluppo che, per almeno vent’anni, hanno caratterizzato il nostro Paese. Si considerano poi gli anni del cosiddetto “miracolo economico” (1953-1963) e quelli delle occasioni mancate (1963-1970). Successivamente, vengono discussi i periodi di grande cambiamento degli anni Settanta (la crisi petrolifera e il passaggio ai cambi flessibili) e quindi degli anni Ottanta (la progressiva integrazione nell’economia europea e l’introduzione del Sistema monetario europeo) per arrivare ai decenni fortemente improntati alla costruzione della moneta unica europea e alle conseguenti politiche deflative in Italia e in Europa. Gli ultimi capitoli affrontano la progressiva stagnazione economica, iniziata con le politiche europee di austerity e sfociata nella grande crisi economica e finanziaria del 2008. Garofoli, tuttavia, ricorda come le economie italiana ed europea non si riprenderanno per effetto di altre due crisi e per la sostanziale incomprensione della causa fondamentale della crisi, rappresentata dall’insufficienza di domanda interna in Europa. Completano il libro due parti in appendice: pagine sulle interpretazioni date allo sviluppo del Paese e altre dedicate all’articolazione territoriale del sistema economico nazionale.

Il libro di Garofoli ha un gran pregio, quello di essere scritto con un linguaggio semplice ma non semplicistico, facile ma non approssimativo. Ed è per questo che può essere letto da parte di chi voglia essere consapevole delle scelte economiche effettuate nel passato, delle questioni sul tappeto oggi e delle opportunità per il prossimo futuro.

Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi

Gioacchino Garofoli

Franco Angeli, 2026

Ripubblicata aggiornata e approfondita una buona lettura per comprendere meglio il presente

 

Comprendere che cosa è accaduto ieri, per capire meglio cosa accade oggi ed essere preparati di più a cosa accadrà domani. È il significato della storia, ma anche il risultato dell’attenzione alle origini di un’attualità sempre più complessa e, solo in apparenza, inspiegabile. Compito, quello del porre attenzione al passato, che compete a tutti e il cui svolgimento serve a formare una buona cultura (anche d’impresa). Per questo, è importante avere buone fonti d’informazione come “Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi”, libro scritto da Gioacchino Garofoli due decenni fa circa e adesso aggiornato e rivisto per essere nuovamente utile a chi legge.

Garofoli ha posto nelle circa 260 pagine dedicate alla storia dell’economia italiana dal 1945 ad oggi, tutta la sua esperienza di ricercatore ma anche di insegnante di politica economica e riprende una rilevante tradizione di studi degli economisti italiani raccontando, per fatti correttamente stilizzati, l’evoluzione dell’economia, mostrando i problemi che si sono manifestati nei vari periodi e le scelte di politica economica che sono state adottate. Sono analizzate le condizioni sia del contesto nazionale sia di quello internazionale, anche per comprendere il ruolo dei vincoli esterni oltre che di quelli interni, e senza dimenticare le opportunità che si sono presentate.
L’esposizione prende avvio con gli anni della ricostruzione economica e con le scelte del modello di sviluppo che, per almeno vent’anni, hanno caratterizzato il nostro Paese. Si considerano poi gli anni del cosiddetto “miracolo economico” (1953-1963) e quelli delle occasioni mancate (1963-1970). Successivamente, vengono discussi i periodi di grande cambiamento degli anni Settanta (la crisi petrolifera e il passaggio ai cambi flessibili) e quindi degli anni Ottanta (la progressiva integrazione nell’economia europea e l’introduzione del Sistema monetario europeo) per arrivare ai decenni fortemente improntati alla costruzione della moneta unica europea e alle conseguenti politiche deflative in Italia e in Europa. Gli ultimi capitoli affrontano la progressiva stagnazione economica, iniziata con le politiche europee di austerity e sfociata nella grande crisi economica e finanziaria del 2008. Garofoli, tuttavia, ricorda come le economie italiana ed europea non si riprenderanno per effetto di altre due crisi e per la sostanziale incomprensione della causa fondamentale della crisi, rappresentata dall’insufficienza di domanda interna in Europa. Completano il libro due parti in appendice: pagine sulle interpretazioni date allo sviluppo del Paese e altre dedicate all’articolazione territoriale del sistema economico nazionale.

Il libro di Garofoli ha un gran pregio, quello di essere scritto con un linguaggio semplice ma non semplicistico, facile ma non approssimativo. Ed è per questo che può essere letto da parte di chi voglia essere consapevole delle scelte economiche effettuate nel passato, delle questioni sul tappeto oggi e delle opportunità per il prossimo futuro.

Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi

Gioacchino Garofoli

Franco Angeli, 2026

La “fabbrica comunitaria”, regole e possibilità

Pubblicata una analisi dal punto di vista giuridico dell’esperimento di Olivetti

La cultura d’impresa e l’esperienza di Adriano Olivetti nel Mezzogiorno vista non solo dal punto di vista storico ed economico, ma anche da quello giuridico. Punto di osservazione interessante, utile per comprendere meglio il profilo di un imprenditore preso a modello da molti ma che non si smette mai di riscoprire. E’ l’intento di “L’impegno di Olivetti per il Mezzogiorno: il diritto e la “Comunità”, la pianificazione e la fabbrica di Pozzuoli”, ricerca di Andrea Zauri (Università di Salerno) da poco pubblicata su Iura & Legal Systems.

“Cos’è questa fabbrica comunitaria? È un luogo di lavoro dove alberga la giustizia, ove domina il progresso, dove si fa luce la bellezza, nei dintorni della quale l’amore, la carità, la tolleranza sono nomi e voci non prive di senso”. Così inizia l’indagine di Zauri che coglie in poche righe il nesso da indagare: il rapporto tra la dimensione giuridica e quella sociale in una esperienza significativa come quella vissuta nella fabbrica olivettiana.

Zauri ricorda che l’idea di “Comunità” costituiva per Olivetti il nucleo essenziale della società e il banco di prova di ogni esperimento sociale. Collettività e fabbrica rappresentavano una diade inscindibile intorno a ciò che furono le esperienze d’Ivrea e di Pozzuoli. Non semplicemente un’utopia, ma un risultato concreto dell’azione di Olivetti: un luogo di lavoro ideale e una realtà di fatto. Zauri si chiede: “Si trattava di comprendere quale fine ulteriore si potesse attribuire al lavoro industriale: era concepibile l’aspirazione al raggiungimento di migliori condizioni, non solo economiche, come effetto del tempo trascorso in fabbrica? Era possibile inserire un opificio tra i fattori di miglioramento della vita dei singoli, così come collocati nel loro contesto sociale, industriale e, naturalmente, e non ultimo, territoriale?”.

L’articolo tenta quindi di analizzare il rapporto tra diritto ed economia attraverso la vicenda esemplare della fabbrica inaugurata a Pozzuoli da Adriano Olivetti e di seguire la concreta attuazione del diritto fondamentale previsto dalla nostra Costituzione.

La ricerca di Andrea Zauri non è sempre di facile lettura, ma è importante perché osserva da un punto di vista diverso un tema esplorato più volte e fornisce così un’interpretazione particolare della cultura del produrre olivettiana.

 

L’impegno di Olivetti per il Mezzogiorno: il diritto e la “Comunità”, la pianificazione e la fabbrica di Pozzuoli

Andrea Zauri

Iura & Legal Systems – 2025/4, B (5): 62-72

Pubblicata una analisi dal punto di vista giuridico dell’esperimento di Olivetti

La cultura d’impresa e l’esperienza di Adriano Olivetti nel Mezzogiorno vista non solo dal punto di vista storico ed economico, ma anche da quello giuridico. Punto di osservazione interessante, utile per comprendere meglio il profilo di un imprenditore preso a modello da molti ma che non si smette mai di riscoprire. E’ l’intento di “L’impegno di Olivetti per il Mezzogiorno: il diritto e la “Comunità”, la pianificazione e la fabbrica di Pozzuoli”, ricerca di Andrea Zauri (Università di Salerno) da poco pubblicata su Iura & Legal Systems.

“Cos’è questa fabbrica comunitaria? È un luogo di lavoro dove alberga la giustizia, ove domina il progresso, dove si fa luce la bellezza, nei dintorni della quale l’amore, la carità, la tolleranza sono nomi e voci non prive di senso”. Così inizia l’indagine di Zauri che coglie in poche righe il nesso da indagare: il rapporto tra la dimensione giuridica e quella sociale in una esperienza significativa come quella vissuta nella fabbrica olivettiana.

Zauri ricorda che l’idea di “Comunità” costituiva per Olivetti il nucleo essenziale della società e il banco di prova di ogni esperimento sociale. Collettività e fabbrica rappresentavano una diade inscindibile intorno a ciò che furono le esperienze d’Ivrea e di Pozzuoli. Non semplicemente un’utopia, ma un risultato concreto dell’azione di Olivetti: un luogo di lavoro ideale e una realtà di fatto. Zauri si chiede: “Si trattava di comprendere quale fine ulteriore si potesse attribuire al lavoro industriale: era concepibile l’aspirazione al raggiungimento di migliori condizioni, non solo economiche, come effetto del tempo trascorso in fabbrica? Era possibile inserire un opificio tra i fattori di miglioramento della vita dei singoli, così come collocati nel loro contesto sociale, industriale e, naturalmente, e non ultimo, territoriale?”.

L’articolo tenta quindi di analizzare il rapporto tra diritto ed economia attraverso la vicenda esemplare della fabbrica inaugurata a Pozzuoli da Adriano Olivetti e di seguire la concreta attuazione del diritto fondamentale previsto dalla nostra Costituzione.

La ricerca di Andrea Zauri non è sempre di facile lettura, ma è importante perché osserva da un punto di vista diverso un tema esplorato più volte e fornisce così un’interpretazione particolare della cultura del produrre olivettiana.

 

L’impegno di Olivetti per il Mezzogiorno: il diritto e la “Comunità”, la pianificazione e la fabbrica di Pozzuoli

Andrea Zauri

Iura & Legal Systems – 2025/4, B (5): 62-72

Una nuova geografia per persone e imprese

In un libro una buona sintesi dei nuovi confini e delle nuove relazioni di scambio e potere

Non monadi ma componenti di una rete di relazioni fitta e complessa e soprattutto in continuo mutamento. Sono sempre state così le imprese. E lo sono ancora di più oggi: organizzazioni della produzione permeabili alle sollecitazioni esterne ed interne, nelle quali donne e uomini devono prendere continuamente decisioni per migliorare il loro destino. Avere le informazioni corrette per collocare adeguatamente la propria attività, diventa importante e spesso determinante. Leggere “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” scritto con attenzione e sapienza da Luca Picotti, può allora essere una bona cosa da fare.

Il libro – poco più di 140 pagine con quattro capitoli – si basa su una constatazione: se vale sempre l’economia dello scambio, in un mondo organizzato in Stati, confini e relative giurisdizioni, una nuova lente di osservazione, quella della geografia giuridica della globalizzazione, può illuminare i meccanismi delle relazioni commerciali in una fase storica segnata da diverse fratture. Catene del valore, dazi, triangolazioni commerciali, sanzioni finanziarie, multinazionali, infrastrutture digitali, dati: tutto si muove in uno scacchiere composito, percorso da linee invisibili. Bisogna allora capire dove si trovano queste linee, quando si attivano, come scompongono e plasmano la realtà.

Il cammino verso una maggiore comprensione della realtà e dei suoi mutamenti, inizia con una sintesi “di che cosa è successo negli ultimi anni” e cioè della “globalizzazione sotto assedio”. Chi legge passa quindi ad affrontare la “complessità del mondo” e quindi il tema delle differenze, discrasie, tra teoria e prassi internazionale. Picotti prende poi in considerazione due grandi temi: prima i conflitti che hanno preso forma in guerre economiche, poi quelli che scaturiscono dalle nuove tecnologie.

Fornire le informazioni per comprendere la realtà è l’obiettivo del libro di Luca Picotti: un traguardo sicuramente raggiunto.

Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati

Luca Picotti

Egea, 2025

In un libro una buona sintesi dei nuovi confini e delle nuove relazioni di scambio e potere

Non monadi ma componenti di una rete di relazioni fitta e complessa e soprattutto in continuo mutamento. Sono sempre state così le imprese. E lo sono ancora di più oggi: organizzazioni della produzione permeabili alle sollecitazioni esterne ed interne, nelle quali donne e uomini devono prendere continuamente decisioni per migliorare il loro destino. Avere le informazioni corrette per collocare adeguatamente la propria attività, diventa importante e spesso determinante. Leggere “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” scritto con attenzione e sapienza da Luca Picotti, può allora essere una bona cosa da fare.

Il libro – poco più di 140 pagine con quattro capitoli – si basa su una constatazione: se vale sempre l’economia dello scambio, in un mondo organizzato in Stati, confini e relative giurisdizioni, una nuova lente di osservazione, quella della geografia giuridica della globalizzazione, può illuminare i meccanismi delle relazioni commerciali in una fase storica segnata da diverse fratture. Catene del valore, dazi, triangolazioni commerciali, sanzioni finanziarie, multinazionali, infrastrutture digitali, dati: tutto si muove in uno scacchiere composito, percorso da linee invisibili. Bisogna allora capire dove si trovano queste linee, quando si attivano, come scompongono e plasmano la realtà.

Il cammino verso una maggiore comprensione della realtà e dei suoi mutamenti, inizia con una sintesi “di che cosa è successo negli ultimi anni” e cioè della “globalizzazione sotto assedio”. Chi legge passa quindi ad affrontare la “complessità del mondo” e quindi il tema delle differenze, discrasie, tra teoria e prassi internazionale. Picotti prende poi in considerazione due grandi temi: prima i conflitti che hanno preso forma in guerre economiche, poi quelli che scaturiscono dalle nuove tecnologie.

Fornire le informazioni per comprendere la realtà è l’obiettivo del libro di Luca Picotti: un traguardo sicuramente raggiunto.

Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati

Luca Picotti

Egea, 2025

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