Assistenza alla consultazione

Per richiedere la consultazione del materiale conservato nell'Archivio Storico e nelle Biblioteche della Fondazione Pirelli al fine di studi e ricerche e conoscere le modalità di utilizzo dei materiali per prestiti e mostre, compila il seguente modulo.
Riceverai una mail di conferma dell'avvenuta ricezione della richiesta e sarai ricontattato.

Percorsi Fondazione Pirelli Educational

Seleziona il grado di istruzione della scuola di appartenenza

Visita la Fondazione

Per informazioni sulle attività della Fondazione, visite guidate e l'accessibilità agli spazi contattare il numero 0264423971 o compilare il form qui sotto anticipando nel campo note i dettagli nella richiesta.

Miracolo a Milano: vivere in una casettina di 13 metri quadri

Miracolo a Milano: provare a vivere in una microcasa da 13 metri quadri, in un vecchio palazzo popolare del 1881. Ristrutturata, certo, alla meno peggio. E con bagno autonomo (non più all’esterno, in ringhiera. anche se di appena 1,09 metri quadrati). Nell’intreccio delle trasformazioni che vive la metropoli tra le più care al mondo, la storia della casina finisce giustamente sulle pagine di cronaca (il Corriere e Il Giorno, 11 aprile). E apre un’altra delle tante discussioni sulla qualità della vita di una città che si spacca sempre più profondamente: da una parte le mille luci delle vetrine di lusso e i palazzi che passano di mano per oltre un miliardo da un fondo immobiliare all’altro; dall’altra le nuove e vecchie povertà che colpiscono i ceti medi e popolari, in difficoltà proprio di fronte a un bene primario: la casa.

La storia della “microcasa” (si può abitare? si può vendere?) è complicata da controversie su certificati, “scia” concesse ma poi rimesse in discussione, dubbi burocratici su come si possa vivere in 13 metri quadri (in realtà quelli abitabili sono meno di 10), quando i regolamenti edilizi di Milano fissano un minimo di 28 metri quadri per l’abitabilità (ma il palazzo è dell’Ottocento e le regole sono successive…) e infine anche da una sentenza del TAR (il Tribunale amministrativo regionale), che consente che quel povero disgraziato venda la sua minuscola abitazione a qualcuno che la voleva già (e ha pagato la caparra). Si andrà avanti così per un po’.

Resta il retrogusto amarognolo di una storia umana da pochi soldi, per cercare di sopravvivere alla meno peggio, mentre case qualunque a diecimila euro a metro quadro non scandalizzano più nessuno del ceto medio benestante.

Miracolo a Milano, appunto.

Eppure era altro, Milano. Senza cedere alla nostalgia canaglia o al demone della malinconia, vale la pena fare un salto indietro nei ricordi e andarsene una sera al Piccolo Teatro di Milano, dove Claudio Longhi, da quel grande regista qual è, ha mandato sul palcoscenico appunto “Miracolo a Milano”, una “fiaba teatrale in venti capitoli e un prologo”, partendo dal testo del film del 1951 di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica e affidandolo alla riscrittura di Paolo Di Paolo e di Lino Guanciale (che ne è anche eccellente interprete).

Storie di poveri con fantasia e creatività nell’arte d’arrangiarsi, robusta solidarietà sociale, capacità di inventarsi un’esistenza per quanto sgangherata, attitudine disincantata ma mai cinica a fare i conti con la vita com’è, con il suo dolore, le assenze, le solitudini, le delusioni, l’abbandono, l’amore mancato e i soldi che non bastano neppure per concedersi il lusso della nostalgia. Anzi, se si può, si ride. O almeno si sorride. Sogni, seguendo i navigli. E dando saggiamente retta all’ottimismo, nonostante tutto, dell’orfano Totò “il buono”.

“Miracolo a Milano”, per raccontare le vite poveracce e tirare a campare, Zavattini e De Sica lo scrissero in attesa che tra poco arrivasse il boom economico e le vetrine luminose riflettessero cappotti doppiopetto di cammello da commendatore e pellicce da sciura. E fu un successo: dalla cupezza del neorealismo alla lieve malinconia dell’ironia.

“Forse una città non l’amiamo mai per intero né la conosciamo mai per intero. C’è sempre troppa vita altrove. Vita che ignoriamo. Una città è soprattutto il resto delle cose esclusi noi, escluso me, escluso te, gli infiniti punti in cui siamo”, scriveranno all’epoca De Sica e Zavattini.

“Una fiaba”, dice Claudio Longhi. Quante cose ci stanno in una fiaba? Quante speranze? Quante attese di qualcosa e qualcuno che non arriva mai? Quante lacrime? Quante risate? Quante case da 13 metri quadri? Ci si può vivere, sognando, una storia d’amore?

È tempo che Milano, grazie anche al lavoro intelligente dei suoi teatri, ricominci a fare i conti con se stessa e, alla Savinio, impari nuovamente ad ascoltare il suo cuore.

Perché le cronache giornalistiche sono impietose e ti fanno sapere che “dopo NoLo, via Padova: il caro-casa sfratta le famiglie più povere” (la Repubblica 27 marzo), dando conto dei dati di una ricerca del Politecnico sulla “gentrificazione” in atto: tra i nuovi residenti, il 44% è laureato, il 60% di chi è andato via è finito fuori città. Sempre il Politecnico spiega che tra Gorla, Precotto e Quartiere Adriano, un tempo i quartieri popolari e operai, i prezzi immobiliari sono aumentati in 20 anni del 61%, i redditi invece soltanto del 7%”. Le cronache, scrupolose, informano che si sta diffondendo il “cohousing”: a parte la cattiva abitudine a usare gli inglesismi, ci sono famiglie anziane che a Cinisello hanno dato vita a un nuovo tipo di comunità in cui anziani soli e giovani in difficoltà con il trovar casa scambiano ospitalità in cambio di servizi offerti a questa piccola, inedita comunità (Corriere della Sera, 27 marzo).

Le metropoli sono creative. Né lamentazione né stupore: le città sono corpi viventi, in cambiamento, in movimento, seguono l’andamento di mercato (ma non andrebbero abbandonate solo alle dinamiche del mercato), non si occupano dei sogni o dei “miracoli”. Eppure, anche senza aspettarsi un miracolo, ma solo buona amministrazione, qualcosa va fatta  (e qualcosa il Comune assicura che sta facendo. E Milano più volte ha dimostrato di saper essere, nonostante tutto, comunità).

La magia di Milano, infatti, sta anche qui. Non essere un miracolo, ma aiutare a vivere una vita dignitosa grazie a buona amministrazione e senso civile. E se si va teatro, al Piccolo, è anche per non dimenticare l’importanza dell’umanità mai indifferente, dell’accoglienza e della solidarietà, magari tra uno sberleffo e un sorriso.

La magia può persino tornare rileggendo una poesia. Come suggerirebbe Umberto Saba: “Tra le tue pietre e le tue nebbie/ faccio villeggiatura/. Mi riposo in piazza del Duomo. Invece di stelle ogni sera si accendono parole.”

Foto © Masiar Pasquali / Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Miracolo a Milano: vivere in una casettina di 13 metri quadri
Miracolo a Milano: vivere in una casettina di 13 metri quadri

Miracolo a Milano: provare a vivere in una microcasa da 13 metri quadri, in un vecchio palazzo popolare del 1881. Ristrutturata, certo, alla meno peggio. E con bagno autonomo (non più all’esterno, in ringhiera. anche se di appena 1,09 metri quadrati). Nell’intreccio delle trasformazioni che vive la metropoli tra le più care al mondo, la storia della casina finisce giustamente sulle pagine di cronaca (il Corriere e Il Giorno, 11 aprile). E apre un’altra delle tante discussioni sulla qualità della vita di una città che si spacca sempre più profondamente: da una parte le mille luci delle vetrine di lusso e i palazzi che passano di mano per oltre un miliardo da un fondo immobiliare all’altro; dall’altra le nuove e vecchie povertà che colpiscono i ceti medi e popolari, in difficoltà proprio di fronte a un bene primario: la casa.

La storia della “microcasa” (si può abitare? si può vendere?) è complicata da controversie su certificati, “scia” concesse ma poi rimesse in discussione, dubbi burocratici su come si possa vivere in 13 metri quadri (in realtà quelli abitabili sono meno di 10), quando i regolamenti edilizi di Milano fissano un minimo di 28 metri quadri per l’abitabilità (ma il palazzo è dell’Ottocento e le regole sono successive…) e infine anche da una sentenza del TAR (il Tribunale amministrativo regionale), che consente che quel povero disgraziato venda la sua minuscola abitazione a qualcuno che la voleva già (e ha pagato la caparra). Si andrà avanti così per un po’.

Resta il retrogusto amarognolo di una storia umana da pochi soldi, per cercare di sopravvivere alla meno peggio, mentre case qualunque a diecimila euro a metro quadro non scandalizzano più nessuno del ceto medio benestante.

Miracolo a Milano, appunto.

Eppure era altro, Milano. Senza cedere alla nostalgia canaglia o al demone della malinconia, vale la pena fare un salto indietro nei ricordi e andarsene una sera al Piccolo Teatro di Milano, dove Claudio Longhi, da quel grande regista qual è, ha mandato sul palcoscenico appunto “Miracolo a Milano”, una “fiaba teatrale in venti capitoli e un prologo”, partendo dal testo del film del 1951 di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica e affidandolo alla riscrittura di Paolo Di Paolo e di Lino Guanciale (che ne è anche eccellente interprete).

Storie di poveri con fantasia e creatività nell’arte d’arrangiarsi, robusta solidarietà sociale, capacità di inventarsi un’esistenza per quanto sgangherata, attitudine disincantata ma mai cinica a fare i conti con la vita com’è, con il suo dolore, le assenze, le solitudini, le delusioni, l’abbandono, l’amore mancato e i soldi che non bastano neppure per concedersi il lusso della nostalgia. Anzi, se si può, si ride. O almeno si sorride. Sogni, seguendo i navigli. E dando saggiamente retta all’ottimismo, nonostante tutto, dell’orfano Totò “il buono”.

“Miracolo a Milano”, per raccontare le vite poveracce e tirare a campare, Zavattini e De Sica lo scrissero in attesa che tra poco arrivasse il boom economico e le vetrine luminose riflettessero cappotti doppiopetto di cammello da commendatore e pellicce da sciura. E fu un successo: dalla cupezza del neorealismo alla lieve malinconia dell’ironia.

“Forse una città non l’amiamo mai per intero né la conosciamo mai per intero. C’è sempre troppa vita altrove. Vita che ignoriamo. Una città è soprattutto il resto delle cose esclusi noi, escluso me, escluso te, gli infiniti punti in cui siamo”, scriveranno all’epoca De Sica e Zavattini.

“Una fiaba”, dice Claudio Longhi. Quante cose ci stanno in una fiaba? Quante speranze? Quante attese di qualcosa e qualcuno che non arriva mai? Quante lacrime? Quante risate? Quante case da 13 metri quadri? Ci si può vivere, sognando, una storia d’amore?

È tempo che Milano, grazie anche al lavoro intelligente dei suoi teatri, ricominci a fare i conti con se stessa e, alla Savinio, impari nuovamente ad ascoltare il suo cuore.

Perché le cronache giornalistiche sono impietose e ti fanno sapere che “dopo NoLo, via Padova: il caro-casa sfratta le famiglie più povere” (la Repubblica 27 marzo), dando conto dei dati di una ricerca del Politecnico sulla “gentrificazione” in atto: tra i nuovi residenti, il 44% è laureato, il 60% di chi è andato via è finito fuori città. Sempre il Politecnico spiega che tra Gorla, Precotto e Quartiere Adriano, un tempo i quartieri popolari e operai, i prezzi immobiliari sono aumentati in 20 anni del 61%, i redditi invece soltanto del 7%”. Le cronache, scrupolose, informano che si sta diffondendo il “cohousing”: a parte la cattiva abitudine a usare gli inglesismi, ci sono famiglie anziane che a Cinisello hanno dato vita a un nuovo tipo di comunità in cui anziani soli e giovani in difficoltà con il trovar casa scambiano ospitalità in cambio di servizi offerti a questa piccola, inedita comunità (Corriere della Sera, 27 marzo).

Le metropoli sono creative. Né lamentazione né stupore: le città sono corpi viventi, in cambiamento, in movimento, seguono l’andamento di mercato (ma non andrebbero abbandonate solo alle dinamiche del mercato), non si occupano dei sogni o dei “miracoli”. Eppure, anche senza aspettarsi un miracolo, ma solo buona amministrazione, qualcosa va fatta  (e qualcosa il Comune assicura che sta facendo. E Milano più volte ha dimostrato di saper essere, nonostante tutto, comunità).

La magia di Milano, infatti, sta anche qui. Non essere un miracolo, ma aiutare a vivere una vita dignitosa grazie a buona amministrazione e senso civile. E se si va teatro, al Piccolo, è anche per non dimenticare l’importanza dell’umanità mai indifferente, dell’accoglienza e della solidarietà, magari tra uno sberleffo e un sorriso.

La magia può persino tornare rileggendo una poesia. Come suggerirebbe Umberto Saba: “Tra le tue pietre e le tue nebbie/ faccio villeggiatura/. Mi riposo in piazza del Duomo. Invece di stelle ogni sera si accendono parole.”

Foto © Masiar Pasquali / Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Tecnologia da usare, dopo averla compresa

L’era digitale non comporta la sopraffazione dell’uomo alle macchine

 

Conoscere la tecnologia per usarla e non per farsi oltrepassare da questa. Conoscerla nel senso di capirne la vera natura. Indicazione che vale per tutti, anche – e in molti casi soprattutto – per le imprese e chi le deve governare. È uno dei punti di interesse di “Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale” scritto da Antonio Palmieri e da poco pubblicato.

Palmieri parte da una considerazione. Da anni è facile far passare la narrazione di essere vittime della tecnologia: prigionieri degli algoritmi, manipolati dai social, sopraffatti da un’intelligenza artificiale che decide al posto dell’essere umano. Narrazione, questa, diffusa, seducente e profondamente comoda che, tuttavia, rischia di diventare una scorciatoia che assolve e finisce per indebolire proprio l’uomo. Il libro propone invece un cambio di prospettiva partendo da un’altra considerazione: piattaforme digitali e intelligenza artificiale non sono soggetti autonomi, ma strumenti progettati da esseri umani e alimentati quotidianamente dalle scelte di esseri umani.

Se la tecnologia funziona in un determinato modo, è perché viene usata in quel modo. Se, poi, la tecnologia condiziona le scelte, è perché si rinuncia al suo corretto governo. Senza negare i rischi reali dell’ecosistema digitale – dalla sorveglianza alla polarizzazione, dalla dipendenza alla manipolazione – l’autore si concentra quindi su ciò che spesso viene rimosso dal dibattito pubblico: la responsabilità personale.

Così, al centro della tecnologia (e del libro) torna ad essere la persona, con la sua libertà concreta, imperfetta ma decisiva. Chi legge lo capisce con una serie di esempi, riflessioni e provocazioni che toccano la politica, la scuola, il lavoro e la vita quotidiana.

Il libro propone in definitiva una postura controcorrente: abitare il digitale senza subirlo, usare la tecnologia senza farsi usare, allenare la libertà invece di delegarla. È da leggere con attenzione il libro di Antonio Palmieri.

Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale

Antonio Palmieri

Egea, 2026

Tecnologia da usare, dopo averla compresa
Tecnologia da usare, dopo averla compresa

L’era digitale non comporta la sopraffazione dell’uomo alle macchine

 

Conoscere la tecnologia per usarla e non per farsi oltrepassare da questa. Conoscerla nel senso di capirne la vera natura. Indicazione che vale per tutti, anche – e in molti casi soprattutto – per le imprese e chi le deve governare. È uno dei punti di interesse di “Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale” scritto da Antonio Palmieri e da poco pubblicato.

Palmieri parte da una considerazione. Da anni è facile far passare la narrazione di essere vittime della tecnologia: prigionieri degli algoritmi, manipolati dai social, sopraffatti da un’intelligenza artificiale che decide al posto dell’essere umano. Narrazione, questa, diffusa, seducente e profondamente comoda che, tuttavia, rischia di diventare una scorciatoia che assolve e finisce per indebolire proprio l’uomo. Il libro propone invece un cambio di prospettiva partendo da un’altra considerazione: piattaforme digitali e intelligenza artificiale non sono soggetti autonomi, ma strumenti progettati da esseri umani e alimentati quotidianamente dalle scelte di esseri umani.

Se la tecnologia funziona in un determinato modo, è perché viene usata in quel modo. Se, poi, la tecnologia condiziona le scelte, è perché si rinuncia al suo corretto governo. Senza negare i rischi reali dell’ecosistema digitale – dalla sorveglianza alla polarizzazione, dalla dipendenza alla manipolazione – l’autore si concentra quindi su ciò che spesso viene rimosso dal dibattito pubblico: la responsabilità personale.

Così, al centro della tecnologia (e del libro) torna ad essere la persona, con la sua libertà concreta, imperfetta ma decisiva. Chi legge lo capisce con una serie di esempi, riflessioni e provocazioni che toccano la politica, la scuola, il lavoro e la vita quotidiana.

Il libro propone in definitiva una postura controcorrente: abitare il digitale senza subirlo, usare la tecnologia senza farsi usare, allenare la libertà invece di delegarla. È da leggere con attenzione il libro di Antonio Palmieri.

Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale

Antonio Palmieri

Egea, 2026

La sicurezza che passa dalla cultura economica e d’impresa

Un intervento del Direttore generale della Banca d’Italia approfondisce le complesse relazioni tra contesto internazionale e agire nazionale

 

Sicurezza economica e sociale a confronto con le turbolenze di un mondo complesso e in movimento sempre più frenetico e imprevedibile. Obiettivo per tutti, soprattutto per chi – imprenditore o manager ma anche decisore pubblico – ha il carico di responsabilità decisionali che vanno al di là della propria sfera personale ma toccano quelle di altri individui e comunità. È attorno a questo nodo di temi che Paolo Angelini – Direttore generale di Banca d’Italia – ragiona in un suo intervento tenuto a inizio aprile alla XVI Conferenza MAECI –  Banca d’Italia con i delegati e gli addetti finanziari accreditati all’estero.

Angelini isola uno dei numerosi aspetti del produrre e del vivere sociale che vengono toccati dalla situazione e dalla complessità internazionale: quello dell’energia e dell’approvvigionamento energetico con particolare riguardo alla dipendenza energetica dell’Italia. Sotteso a questo argomento, è quello più generale e cioè quali possano essere le strategie da adottare per elevare la “sicurezza economica” del Paese.

Angelini, affrontando il tema specifico, dimostra quanto siano intrecciate le relazioni tra componenti diverse dell’economia e della società: dalle grandi decisioni politiche volte ad incentivare alcune fonti energetiche piuttosto che altre, alla necessità di coinvolgere le persone e le comunità locali nelle scelte adottate. È – quello dell’attrezzarsi su più livelli per affrontare i temi dell’economia e della società – un compito che implica l’adozione di strumenti tecnici e politici, culturali e sociali. E tutto senza dire della necessità di adottare, spesso, strade d’emergenza per affrontare problemi (e scelte) che non possono aspettare. Resilienza appare essere il vocabolo e il concetto più importante di cui tenere conto: una resilienza che non si costruisce dall’oggi al domani e che molto ha di culturale oltre che di tecnologico. L’intervento di Paolo Angelini aiuta proprio alla migliore comprensione di tutto questo.

Un mondo turbolento: crisi politiche e shock economico-finanziari. Quali strategie per la sicurezza economica dell’Italia?

Paolo Angelini

Banca d’Italia, Intervento alla XVI Conferenza MAECI – Banca d’Italia con i delegati e gli addetti finanziari accreditati all’estero, 2 aprile 2026

La sicurezza che passa dalla cultura economica e d’impresa
La sicurezza che passa dalla cultura economica e d’impresa

Un intervento del Direttore generale della Banca d’Italia approfondisce le complesse relazioni tra contesto internazionale e agire nazionale

 

Sicurezza economica e sociale a confronto con le turbolenze di un mondo complesso e in movimento sempre più frenetico e imprevedibile. Obiettivo per tutti, soprattutto per chi – imprenditore o manager ma anche decisore pubblico – ha il carico di responsabilità decisionali che vanno al di là della propria sfera personale ma toccano quelle di altri individui e comunità. È attorno a questo nodo di temi che Paolo Angelini – Direttore generale di Banca d’Italia – ragiona in un suo intervento tenuto a inizio aprile alla XVI Conferenza MAECI –  Banca d’Italia con i delegati e gli addetti finanziari accreditati all’estero.

Angelini isola uno dei numerosi aspetti del produrre e del vivere sociale che vengono toccati dalla situazione e dalla complessità internazionale: quello dell’energia e dell’approvvigionamento energetico con particolare riguardo alla dipendenza energetica dell’Italia. Sotteso a questo argomento, è quello più generale e cioè quali possano essere le strategie da adottare per elevare la “sicurezza economica” del Paese.

Angelini, affrontando il tema specifico, dimostra quanto siano intrecciate le relazioni tra componenti diverse dell’economia e della società: dalle grandi decisioni politiche volte ad incentivare alcune fonti energetiche piuttosto che altre, alla necessità di coinvolgere le persone e le comunità locali nelle scelte adottate. È – quello dell’attrezzarsi su più livelli per affrontare i temi dell’economia e della società – un compito che implica l’adozione di strumenti tecnici e politici, culturali e sociali. E tutto senza dire della necessità di adottare, spesso, strade d’emergenza per affrontare problemi (e scelte) che non possono aspettare. Resilienza appare essere il vocabolo e il concetto più importante di cui tenere conto: una resilienza che non si costruisce dall’oggi al domani e che molto ha di culturale oltre che di tecnologico. L’intervento di Paolo Angelini aiuta proprio alla migliore comprensione di tutto questo.

Un mondo turbolento: crisi politiche e shock economico-finanziari. Quali strategie per la sicurezza economica dell’Italia?

Paolo Angelini

Banca d’Italia, Intervento alla XVI Conferenza MAECI – Banca d’Italia con i delegati e gli addetti finanziari accreditati all’estero, 2 aprile 2026

Ero giovane e squattrinato. Ora disegno qui il mio hotel

Ero giovane e squattrinato. Ora disegno qui il mio hotel
Ero giovane e squattrinato. Ora disegno qui il mio hotel

Un racconto digitale per celebrare i 500 GP di Pirelli in Formula 1

In concomitanza con l’uscita del volume Emozioni. I 500 GP di Pirelli nel Campionato del Mondo di F1, curato da Fondazione Pirelli ed edito da Marsilio Arte, è online il digital hub che celebra questo traguardo attraverso materiali e fotografie storiche provenienti in gran parte dall’Archivio Storico Pirelli e che restituisce la ricchezza di una storia lunga 75 anni.

Il sito è sviluppato in tre periodi storici: la prima (1950–1958), che ripercorre gli esordi del Mondiale con Pirelli al fianco di Alfa Romeo, Ferrari e Mercedes‑Benz e di campioni come Giuseppe “Nino” Farina, Juan Manuel Fangio e Alberto Ascari; la seconda (1981–1991), che segna il ritorno di Pirelli in Formula 1 negli anni del turbo, delle sfide epiche tra Alain Prost, Ayrton Senna e Nelson Piquet e dell’ascesa di Michael Schumacher; e la terza (dal 2011 a oggi) in cui Pirelli fornisce pneumatici a tutti i team contribuendo a gare sempre più strategiche e spettacolari, dall’era Red Bull a quella Mercedes fino al duello Hamilton–Verstappen, con le nuove regole del 2022 e il successo globale della serie Drive to Survive, che avvicina nuovi fan e giovani talenti come Lando Norris.

Il racconto è inoltre arricchito da una selezione di immagini tratte dal reportage d’autore realizzato dal fotografo Darren Heath durante il GP di Silverstone 2025, capace di catturare e restituire l’energia, l’adrenalina e lo spirito contemporaneo della Formula 1.

Sviluppato con attenzione all’accessibilità e alla qualità dell’esperienza utente, il sito valorizza il patrimonio fotografico ed editoriale che racconta, dalla prima gara del 13 maggio 1950 sul circuito di Silverstone ad oggi, la lunga presenza di Pirelli nel Mondiale F1 raccogliendo anche contributi istituzionali, dati, dashboard e infografiche su piloti, scuderie, record e traguardi raggiunti in sette decenni di competizioni.

Visita il sito: pirelli500gp.fondazionepirelli.org

Un racconto digitale per celebrare i 500 GP di Pirelli in Formula 1
Un racconto digitale per celebrare i 500 GP di Pirelli in Formula 1

In concomitanza con l’uscita del volume Emozioni. I 500 GP di Pirelli nel Campionato del Mondo di F1, curato da Fondazione Pirelli ed edito da Marsilio Arte, è online il digital hub che celebra questo traguardo attraverso materiali e fotografie storiche provenienti in gran parte dall’Archivio Storico Pirelli e che restituisce la ricchezza di una storia lunga 75 anni.

Il sito è sviluppato in tre periodi storici: la prima (1950–1958), che ripercorre gli esordi del Mondiale con Pirelli al fianco di Alfa Romeo, Ferrari e Mercedes‑Benz e di campioni come Giuseppe “Nino” Farina, Juan Manuel Fangio e Alberto Ascari; la seconda (1981–1991), che segna il ritorno di Pirelli in Formula 1 negli anni del turbo, delle sfide epiche tra Alain Prost, Ayrton Senna e Nelson Piquet e dell’ascesa di Michael Schumacher; e la terza (dal 2011 a oggi) in cui Pirelli fornisce pneumatici a tutti i team contribuendo a gare sempre più strategiche e spettacolari, dall’era Red Bull a quella Mercedes fino al duello Hamilton–Verstappen, con le nuove regole del 2022 e il successo globale della serie Drive to Survive, che avvicina nuovi fan e giovani talenti come Lando Norris.

Il racconto è inoltre arricchito da una selezione di immagini tratte dal reportage d’autore realizzato dal fotografo Darren Heath durante il GP di Silverstone 2025, capace di catturare e restituire l’energia, l’adrenalina e lo spirito contemporaneo della Formula 1.

Sviluppato con attenzione all’accessibilità e alla qualità dell’esperienza utente, il sito valorizza il patrimonio fotografico ed editoriale che racconta, dalla prima gara del 13 maggio 1950 sul circuito di Silverstone ad oggi, la lunga presenza di Pirelli nel Mondiale F1 raccogliendo anche contributi istituzionali, dati, dashboard e infografiche su piloti, scuderie, record e traguardi raggiunti in sette decenni di competizioni.

Visita il sito: pirelli500gp.fondazionepirelli.org

Longevità che produce sviluppo

Caratteristiche e potenzialità dell’allungamento della vita come strumento di cambiamento positivo della società e dell’economia

L’invecchiamento come risorsa e non come peso da trascinarsi appresso. Suggestione importante soprattutto oggi, all’epoca del welfare e dell’innalzamento dell’età generalizzato almeno in tutte le società cosiddette opulente. Ciò nonostante, l’invecchiamento della popolazione è spesso raccontato come un problema per i conti pubblici e proprio per il sistema di welfare che, invece, ha contribuito al suo manifestarsi. Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, con il suo  “Longevity Economy. Da Silver a Longevity, la grande economia dei prossimi decenni” appena pubblicato si chiede, invece, se proprio l’invecchiamento non sia una delle più grandi opportunità economiche dei prossimi decenni.

Per rispondere a questa domanda Brambilla analizza, con dati e considerazioni, la trasformazione strutturale delle società occidentali: l’allungamento della vita e il peso crescente dei chi ha più di 50 nei consumi, nei risparmi e nelle dinamiche economiche. Soprattutto, l’autore evidenzia come proprio questa componente di molte delle società di oggi costituisca un patrimonio di esperienza, competenze, capacità di spesa e risparmio ancora largamente sottovalutato. Da qui l’indicazione che emerge dal libro: valorizzare il ruolo dei più che cinquantenni ripensando politiche pubbliche, strategie d’impresa e servizi alla persona in modo più aderente alla realtà demografica.

E’ la Longevity Economy quella che Brambilla illustra e che può orientare strategie d’impresa, servizi e politiche pubbliche verso un modello capace di valorizzare ogni fase della vita. In questo modo, la longevità come conseguenza del progresso diventa elemento essa stessa di progresso e inclusione, una sorta di forza importante che può cambiare la cultura del vivere in comunità e del produrre.

Longevity Economy. Da Silver a Longevity, la grande economia dei prossimi decenni

Alberto Brambilla

Guerini Next, 2026

Longevità che produce sviluppo
Longevità che produce sviluppo

Caratteristiche e potenzialità dell’allungamento della vita come strumento di cambiamento positivo della società e dell’economia

L’invecchiamento come risorsa e non come peso da trascinarsi appresso. Suggestione importante soprattutto oggi, all’epoca del welfare e dell’innalzamento dell’età generalizzato almeno in tutte le società cosiddette opulente. Ciò nonostante, l’invecchiamento della popolazione è spesso raccontato come un problema per i conti pubblici e proprio per il sistema di welfare che, invece, ha contribuito al suo manifestarsi. Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, con il suo  “Longevity Economy. Da Silver a Longevity, la grande economia dei prossimi decenni” appena pubblicato si chiede, invece, se proprio l’invecchiamento non sia una delle più grandi opportunità economiche dei prossimi decenni.

Per rispondere a questa domanda Brambilla analizza, con dati e considerazioni, la trasformazione strutturale delle società occidentali: l’allungamento della vita e il peso crescente dei chi ha più di 50 nei consumi, nei risparmi e nelle dinamiche economiche. Soprattutto, l’autore evidenzia come proprio questa componente di molte delle società di oggi costituisca un patrimonio di esperienza, competenze, capacità di spesa e risparmio ancora largamente sottovalutato. Da qui l’indicazione che emerge dal libro: valorizzare il ruolo dei più che cinquantenni ripensando politiche pubbliche, strategie d’impresa e servizi alla persona in modo più aderente alla realtà demografica.

E’ la Longevity Economy quella che Brambilla illustra e che può orientare strategie d’impresa, servizi e politiche pubbliche verso un modello capace di valorizzare ogni fase della vita. In questo modo, la longevità come conseguenza del progresso diventa elemento essa stessa di progresso e inclusione, una sorta di forza importante che può cambiare la cultura del vivere in comunità e del produrre.

Longevity Economy. Da Silver a Longevity, la grande economia dei prossimi decenni

Alberto Brambilla

Guerini Next, 2026

La guerra prepara la recessione, oltre che distruzione, dolore e morte

Conviene a pochi, la guerra. Ai mercanti e fabbricanti d’armi, ai grandi speculatori finanziari sulle materie prime (il petrolio, per dire), a chi butta giù intere città (Gaza, per fare un esempio) per ricostruirle. Fatte poche altre eccezioni, il resto è un disastro. Per le distruzioni e per i morti, innanzitutto, per le famiglie orfane, per le vite spezzate dei tanti che molto di più avrebbero serenamente meritato. E per la povertà che si diffonde bruciando risorse che altro miglior uso avrebbero potuto avere.

Tranne per pochi, la guerra è un pessimo affare. Eppure continuano.

Giustamente segnata da uno sfondo color rosso mattone cupo, “Il Sole24Ore” di alcuni giorni fa (il 3 aprile, per l’esattezza) ha fatto una prima pagina inquietante. Il titolo, a tutta pagina, diceva “Europa a rischio di recessione tecnica”. I dati sono tutti negativi. Il Pil frena, l’inflazione cresce, l’economia arranca e i posti di lavoro diminuiscono. Tutti fenomeni noti, per chi ogni giorno si occupa di economia. Più in generale, in parole povere, ciò significa che ci sono molti meno soldi in circolazione nelle casse degli Stati e della Ue per fare una serie di spese e di investimenti essenziali, per i servizi pubblici, per le retribuzioni. Recessione come incubo, minaccia, rischio di ulteriori tensioni politiche e sociali.

Verso la fine del suo pontificato Papa Francesco aveva parlato di “terza guerra mondiale a pezzi”. Aveva ragione. Basta guardare la carta geografica e segnare le aree di conflitto, Hormuz e le aree del Medio Oriente sotto tensione, Gaza, l’Ucraina, i cieli percorsi dagli aerei di guerra perennemente a rischio di incidente. Le flotte in movimento verso luoghi strategici, a cominciare dalle acque attorno a Taiwan. La Groenlandia pretesa con le buone o le cattive. E così via peggiorando: le cronache più aggiornate ci dicono di una gigantesca partita bellica nello spazio sopra di noi.

Potrebbe venirci in mente una gigantesca sfida a Risiko. Solo che non è un gioco. La Storia riguarda tutti noi. Se stiamo attenti alle parole che riempiono il linguaggio di ogni giorno, ci accorgiamo come sia aumentato il numero delle parole comunemente usate in modo aggressivo. Derubricando le minacce più terribili a linguaggio della politica. Trump: “Ancora due o tre settimane di conflitto. Ridurremo l’Iran all’età della pietra”. L’età della pietra…

A parte la consapevolezza che non esiste azione terribile che non ne provochi di altrettanto tremende (buon senso, non sofisticati studi di West Point; e l’Iran è armato di missili intercontinentali che possono raggiungere le principali città europee), il tema su cui concentrare il massimo dell’attenzione degli uomini che ancora ragionano e dei politici e delle persone di cultura e conoscenza che sanno ancora avere a che fare con una coscienza è come giocare le poche carte sul tavolo per impedire il disastro. La recessione oggi, l’inferno di Hormuz domani, le guerre stellari dopodomani.

In questo scenario terribile, l’Europa ha un ruolo tutt’altro che marginale. Solide democrazie (per quanto messe troppo spesso in crisi dalla mediocrità dei suoi gruppi dirigenti), un’attitudine robusta a tenere insieme welfare, imprese e libertà, una formale abitudine a negoziare. I suoi limiti, di scarsa incisività politica, sono stati tutti messi in evidenza proprio in questa stagione di drammatica crisi. Ma restano la sua capacità diplomatica nei confronti di vaste aree del mondo (India, America Latina, Canada). E resta una solida cultura comune su cui fare leva per costruire politiche e istituzioni su cui rifondare una stagione di scambi, trovando vie d’uscita al confronto muscolare tra Usa e Cina. Siamo Occidente democratico, abbiamo culture e capacità da approvare e fare valere.

Serve un’Europa, insomma, che innanzitutto prenda consapevolezza di sé e affronti, con un primo gruppo di paesi, i temi della sicurezza, dell’energia, dell’innovazione, della paziente ricostruzione dei tessuti del commercio internazionale. Il “Piano Draghi” ne consente utili indicazioni.

Nella confusione dei linguaggi guerreschi e nelle crescenti difficoltà che investono le istituzioni occidentali e la stessa Nato, l’Europa dà piccole ma significative prove di capacità di tenuta di rafforzamento del proprio ruolo. Una strada indispensabile.

Quanto al linguaggio e alla cultura diffusa, mentre c’è chi parla di “età della pietra” potrebbe essere utile anche usare il buon vecchio cinema per ricordare, anche alle nuove generazioni, cosa significhi guerra, non per le scene spettacolari, ma, andando al di là di quelle più spettacolari, per rimemorare il peso di distruzione, dolore e morte.

Potrebbe perfino essere utile, appunto, se le principali reti televisive del mondo cominciassero a trasmettere film sulla stupidità e la disastrosità della guerra. Dai classici come “All’Ovest niente di nuovo a ”Il deserto dei tartari”, da “La Grande Guerra” con Gassman e Sordi a “Le bandiere dei nostri padri” di Clint Eastwood e a “L’ora più buia” con Gary Oldman. Aiutare a non dimenticare.

(Foto Getty Images)

La guerra prepara la recessione, oltre che distruzione, dolore e morte
La guerra prepara la recessione, oltre che distruzione, dolore e morte

Conviene a pochi, la guerra. Ai mercanti e fabbricanti d’armi, ai grandi speculatori finanziari sulle materie prime (il petrolio, per dire), a chi butta giù intere città (Gaza, per fare un esempio) per ricostruirle. Fatte poche altre eccezioni, il resto è un disastro. Per le distruzioni e per i morti, innanzitutto, per le famiglie orfane, per le vite spezzate dei tanti che molto di più avrebbero serenamente meritato. E per la povertà che si diffonde bruciando risorse che altro miglior uso avrebbero potuto avere.

Tranne per pochi, la guerra è un pessimo affare. Eppure continuano.

Giustamente segnata da uno sfondo color rosso mattone cupo, “Il Sole24Ore” di alcuni giorni fa (il 3 aprile, per l’esattezza) ha fatto una prima pagina inquietante. Il titolo, a tutta pagina, diceva “Europa a rischio di recessione tecnica”. I dati sono tutti negativi. Il Pil frena, l’inflazione cresce, l’economia arranca e i posti di lavoro diminuiscono. Tutti fenomeni noti, per chi ogni giorno si occupa di economia. Più in generale, in parole povere, ciò significa che ci sono molti meno soldi in circolazione nelle casse degli Stati e della Ue per fare una serie di spese e di investimenti essenziali, per i servizi pubblici, per le retribuzioni. Recessione come incubo, minaccia, rischio di ulteriori tensioni politiche e sociali.

Verso la fine del suo pontificato Papa Francesco aveva parlato di “terza guerra mondiale a pezzi”. Aveva ragione. Basta guardare la carta geografica e segnare le aree di conflitto, Hormuz e le aree del Medio Oriente sotto tensione, Gaza, l’Ucraina, i cieli percorsi dagli aerei di guerra perennemente a rischio di incidente. Le flotte in movimento verso luoghi strategici, a cominciare dalle acque attorno a Taiwan. La Groenlandia pretesa con le buone o le cattive. E così via peggiorando: le cronache più aggiornate ci dicono di una gigantesca partita bellica nello spazio sopra di noi.

Potrebbe venirci in mente una gigantesca sfida a Risiko. Solo che non è un gioco. La Storia riguarda tutti noi. Se stiamo attenti alle parole che riempiono il linguaggio di ogni giorno, ci accorgiamo come sia aumentato il numero delle parole comunemente usate in modo aggressivo. Derubricando le minacce più terribili a linguaggio della politica. Trump: “Ancora due o tre settimane di conflitto. Ridurremo l’Iran all’età della pietra”. L’età della pietra…

A parte la consapevolezza che non esiste azione terribile che non ne provochi di altrettanto tremende (buon senso, non sofisticati studi di West Point; e l’Iran è armato di missili intercontinentali che possono raggiungere le principali città europee), il tema su cui concentrare il massimo dell’attenzione degli uomini che ancora ragionano e dei politici e delle persone di cultura e conoscenza che sanno ancora avere a che fare con una coscienza è come giocare le poche carte sul tavolo per impedire il disastro. La recessione oggi, l’inferno di Hormuz domani, le guerre stellari dopodomani.

In questo scenario terribile, l’Europa ha un ruolo tutt’altro che marginale. Solide democrazie (per quanto messe troppo spesso in crisi dalla mediocrità dei suoi gruppi dirigenti), un’attitudine robusta a tenere insieme welfare, imprese e libertà, una formale abitudine a negoziare. I suoi limiti, di scarsa incisività politica, sono stati tutti messi in evidenza proprio in questa stagione di drammatica crisi. Ma restano la sua capacità diplomatica nei confronti di vaste aree del mondo (India, America Latina, Canada). E resta una solida cultura comune su cui fare leva per costruire politiche e istituzioni su cui rifondare una stagione di scambi, trovando vie d’uscita al confronto muscolare tra Usa e Cina. Siamo Occidente democratico, abbiamo culture e capacità da approvare e fare valere.

Serve un’Europa, insomma, che innanzitutto prenda consapevolezza di sé e affronti, con un primo gruppo di paesi, i temi della sicurezza, dell’energia, dell’innovazione, della paziente ricostruzione dei tessuti del commercio internazionale. Il “Piano Draghi” ne consente utili indicazioni.

Nella confusione dei linguaggi guerreschi e nelle crescenti difficoltà che investono le istituzioni occidentali e la stessa Nato, l’Europa dà piccole ma significative prove di capacità di tenuta di rafforzamento del proprio ruolo. Una strada indispensabile.

Quanto al linguaggio e alla cultura diffusa, mentre c’è chi parla di “età della pietra” potrebbe essere utile anche usare il buon vecchio cinema per ricordare, anche alle nuove generazioni, cosa significhi guerra, non per le scene spettacolari, ma, andando al di là di quelle più spettacolari, per rimemorare il peso di distruzione, dolore e morte.

Potrebbe perfino essere utile, appunto, se le principali reti televisive del mondo cominciassero a trasmettere film sulla stupidità e la disastrosità della guerra. Dai classici come “All’Ovest niente di nuovo a ”Il deserto dei tartari”, da “La Grande Guerra” con Gassman e Sordi a “Le bandiere dei nostri padri” di Clint Eastwood e a “L’ora più buia” con Gary Oldman. Aiutare a non dimenticare.

(Foto Getty Images)

Cambiamento, innovazione e continuità

Pubblicato il settimo rapporto Nomisma, CRIF, CRIBIS sulle “imprese Controvento”

Aziende che sono esempi non da imitare pedissequamente ma da cui trarre ispirazione. Imprese a tutto tondo del settore manifatturiero italiano capaci di ottenere risultati superiori alla media anche in contesti economici complessi. Si tratta delle “imprese Controvento”, oggetto di analisi particolari da tempo. Imprese di questo genere ve ne sono – e numerose – e, come si è detto da alcuni anni, sono oggetto di studi particolari condotti dall’Osservatorio “Controvento: le aziende che guidano il Paese” – curato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, società del gruppo CRIF specializzata nel fornire informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese – che ha da poco pubblicato il suo settimo rapporto.

Imprese, dunque, che possono essere poste come esempi e che, negli anni, continuano a rafforzarsi, segno della loro non estemporaneità di prestazioni. Imprese che, evidentemente, sono forti di una loro cultura del produrre non comune ma non per questo inimitabile. L’indagine che ogni anno viene prodotta, indica, tuttavia, che le “imprese Controvento” evidenziano una divergenza strutturale tra modelli produttivi in grado di generare valore e modelli che faticano ad intraprendere solidi percorsi di crescita. I ricercatori di Nomisma, CRIF e CRIBIS avvertono comunque che questo gruppo di imprese virtuose non è per nulla minoritario. Dall’analisi aggregata dei bilanci 2024 – gli ultimi disponibili analizzato dalla ricerca – emerge come il 7,4% delle aziende manifatturiere italiane presenti livelli di competitività tali da rientrare nel gruppo delle “imprese Controvento” che attraversa tutte le classi dimensionali, dalle piccole e medie imprese fino a un nucleo più ristretto di aziende di grandi dimensioni con un peso rilevante in termini di ricavi. Questa distribuzione evidenzia come la capacità di generare prestazioni superiori alla media non dipenda esclusivamente dalla scala produttiva, ma da un insieme di fattori.

Ma quali sono quindi gli elementi che fanno la differenza? Gli indicatori analizzati dall’Osservatorio delineano un sistema di imprese caratterizzato da maggiore resilienza, forte propensione al cambiamento e un orientamento competitivo più marcato. Caratteristiche che, declinate in altro modo, significano attenzione all’innovazione ma anche capacità di adattamento, capacità di continuità nelle prestazioni produttive unita all’attenzione al cambiamento oltre che all’integrazione delle tecnologie digitali con quello che sinteticamente viene definito come “capitale umano”.

La ricerca di Nomisma, CRIF e CRIBIS fa parte di quella serie di analisi e ricerche che contribuiscono a chiarire situazione e prospettive dell’economia e delle imprese che la animano.

Controvento: le aziende che guidano il Paese

AA.VV.

Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, 2026

Cambiamento, innovazione e continuità
Cambiamento, innovazione e continuità

Pubblicato il settimo rapporto Nomisma, CRIF, CRIBIS sulle “imprese Controvento”

Aziende che sono esempi non da imitare pedissequamente ma da cui trarre ispirazione. Imprese a tutto tondo del settore manifatturiero italiano capaci di ottenere risultati superiori alla media anche in contesti economici complessi. Si tratta delle “imprese Controvento”, oggetto di analisi particolari da tempo. Imprese di questo genere ve ne sono – e numerose – e, come si è detto da alcuni anni, sono oggetto di studi particolari condotti dall’Osservatorio “Controvento: le aziende che guidano il Paese” – curato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, società del gruppo CRIF specializzata nel fornire informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese – che ha da poco pubblicato il suo settimo rapporto.

Imprese, dunque, che possono essere poste come esempi e che, negli anni, continuano a rafforzarsi, segno della loro non estemporaneità di prestazioni. Imprese che, evidentemente, sono forti di una loro cultura del produrre non comune ma non per questo inimitabile. L’indagine che ogni anno viene prodotta, indica, tuttavia, che le “imprese Controvento” evidenziano una divergenza strutturale tra modelli produttivi in grado di generare valore e modelli che faticano ad intraprendere solidi percorsi di crescita. I ricercatori di Nomisma, CRIF e CRIBIS avvertono comunque che questo gruppo di imprese virtuose non è per nulla minoritario. Dall’analisi aggregata dei bilanci 2024 – gli ultimi disponibili analizzato dalla ricerca – emerge come il 7,4% delle aziende manifatturiere italiane presenti livelli di competitività tali da rientrare nel gruppo delle “imprese Controvento” che attraversa tutte le classi dimensionali, dalle piccole e medie imprese fino a un nucleo più ristretto di aziende di grandi dimensioni con un peso rilevante in termini di ricavi. Questa distribuzione evidenzia come la capacità di generare prestazioni superiori alla media non dipenda esclusivamente dalla scala produttiva, ma da un insieme di fattori.

Ma quali sono quindi gli elementi che fanno la differenza? Gli indicatori analizzati dall’Osservatorio delineano un sistema di imprese caratterizzato da maggiore resilienza, forte propensione al cambiamento e un orientamento competitivo più marcato. Caratteristiche che, declinate in altro modo, significano attenzione all’innovazione ma anche capacità di adattamento, capacità di continuità nelle prestazioni produttive unita all’attenzione al cambiamento oltre che all’integrazione delle tecnologie digitali con quello che sinteticamente viene definito come “capitale umano”.

La ricerca di Nomisma, CRIF e CRIBIS fa parte di quella serie di analisi e ricerche che contribuiscono a chiarire situazione e prospettive dell’economia e delle imprese che la animano.

Controvento: le aziende che guidano il Paese

AA.VV.

Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, 2026

Automotive in movimento

La quarta edizione della ricerca OTEA mette in luce un cambio di cultura del produrre

Avere le informazioni giuste per agire meglio e con maggiore avvedutezza. Necessità imprescindibile da soddisfare, quella di poter fruire di dati affidabili sul contesto in cui si opera. Per questo è importante il quarto rapporto OTEA “Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025” coordinato da Giuseppe Giulio Calabrese e Francesco Zirpoli, che, quest’anno in particolare, analizza l’impatto della trasformazione tecnologica sul comparto dell’automotive italiano.

Obiettivo della ricerca di OTEA è esaminare in che misura l’accelerazione verso la commercializzazione di veicoli a zero emissioni e l’evoluzione delle architetture di prodotto e di processo, sempre più caratterizzate dal ruolo centrale della digitalizzazione e del software, stiano modificando la struttura e il funzionamento della filiera, e se tali cambiamenti generino prevalentemente criticità o opportunità.

Oltre  tutto questo, OTEA approfondisce le modalità con cui la filiera sta adattando il proprio assetto produttivo per cogliere le opportunità connesse allo sviluppo di componenti e moduli legati al software e all’elettronica. Tutto con un’attenzione da sottolineare: i confini radizionali della filiera automotive si ampliano fino a includere imprese impegnate nella digitalizzazione del prodotto e dei processi, nonché nello sviluppo delle tecnologie per l’auto connessa. Non più, in altri termini, “semplice” meccanica, ma ben altro di più complesso e vario.

E’ da questa fotografia che la ricerca OTEA cerca di passare dall’analisi di una singola filiera a quella di ciò che viene indicato come “ecosistema industriale” e la cui immagine comporta più scatti che mettono a fuoco tecnologie, innovazioni, relazioni umane fino ad arrivare ad un cambio della cultura del produrre.

Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025
a cura di Giuseppe Giulio Calabrese e Francesco Zirpoli

Venezia, Edizioni Ca’ Foscari – Venice University Press, 2025

Automotive in movimento
Automotive in movimento

La quarta edizione della ricerca OTEA mette in luce un cambio di cultura del produrre

Avere le informazioni giuste per agire meglio e con maggiore avvedutezza. Necessità imprescindibile da soddisfare, quella di poter fruire di dati affidabili sul contesto in cui si opera. Per questo è importante il quarto rapporto OTEA “Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025” coordinato da Giuseppe Giulio Calabrese e Francesco Zirpoli, che, quest’anno in particolare, analizza l’impatto della trasformazione tecnologica sul comparto dell’automotive italiano.

Obiettivo della ricerca di OTEA è esaminare in che misura l’accelerazione verso la commercializzazione di veicoli a zero emissioni e l’evoluzione delle architetture di prodotto e di processo, sempre più caratterizzate dal ruolo centrale della digitalizzazione e del software, stiano modificando la struttura e il funzionamento della filiera, e se tali cambiamenti generino prevalentemente criticità o opportunità.

Oltre  tutto questo, OTEA approfondisce le modalità con cui la filiera sta adattando il proprio assetto produttivo per cogliere le opportunità connesse allo sviluppo di componenti e moduli legati al software e all’elettronica. Tutto con un’attenzione da sottolineare: i confini radizionali della filiera automotive si ampliano fino a includere imprese impegnate nella digitalizzazione del prodotto e dei processi, nonché nello sviluppo delle tecnologie per l’auto connessa. Non più, in altri termini, “semplice” meccanica, ma ben altro di più complesso e vario.

E’ da questa fotografia che la ricerca OTEA cerca di passare dall’analisi di una singola filiera a quella di ciò che viene indicato come “ecosistema industriale” e la cui immagine comporta più scatti che mettono a fuoco tecnologie, innovazioni, relazioni umane fino ad arrivare ad un cambio della cultura del produrre.

Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025
a cura di Giuseppe Giulio Calabrese e Francesco Zirpoli

Venezia, Edizioni Ca’ Foscari – Venice University Press, 2025

La diversità alla prova della contemporaneità

Un libro affronta il tema del diversity managementcercando di capirne situazione e prospettive

Diversità è ricchezza. Non si tratta di una scoperta dell’oggi, ma di un assunto ormai provato dal tempo. E che dovrebbe trovare nuove conferme, anche se spesso non è così. Spesso, anzi, l’affermazione pare prendere forma di domanda. Mentre, ciò che viene indicato come diversity management viene segnalato da molti come in crisi. Anzi, detto in altro modo, pare che l’attenzione alla diversità nella società e nelle organizzazioni, sia diventata più divisiva che inclusiva.

“Per un diversity management di classe” libro scritto da Marco Guerci, Alberto Lulli e Gabriele Ballarino e appena pubblicato, ragiona proprio su quanto sta accadendo su questo fronte. E cerca di capire perché, oltre che di individuare delle soluzioni.

Tutto inizia da una costatazione: il termine “woke”, e cioè lo stare allerta di fronte ai problemi della diversità, pare sia diventato un’etichetta divisiva, mentre la legittimità sociale delle attività di DEI (l’acronimo inglese di Diversity, Equity, and Inclusion ovvero Diversità, Equità e Inclusione) sembra essere venuta meno. Così, dopo un periodo di espansione, aziende e istituzioni stanno arretrando, spinte da una crescente polarizzazione politico-culturale nei confronti, appunto, della valorizzazione della diversità.

Gli autori del libro cercano quindi di rispondere ad una serie di domande. Cosa è accaduto? E perché un’idea nata per ridurre le disuguaglianze oggi sembra dividere più che unire? E, soprattutto, come rilanciare la valorizzazione delle diversità come valore condiviso?

Il libro ricostruisce le ragioni della crisi del diversity management e propone una via d’uscita: ampliare lo sguardo, includendo l’origine socio-economica tra le dimensioni di diversità da proteggere e valorizzare in azienda. Detto in altro modo, le tradizionali dimensioni di diversità come genere, etnia, orientamento sessuale o disabilità restano fondamentali, ma bisogna anche riconoscere che le persone provenienti dalle classi svantaggiate continuano a essere penalizzate nell’accesso alle opportunità professionali. Gli autori sono dell’opinione che siano proprio le evidenze empiriche a mostrare come spesso siano le stesse politiche dedicate alle risorse umane adottate delle imprese a rafforzare questa penalizzazione, lasciando intatti potenti meccanismi che generano disuguaglianza e così minando la credibilità di tutte le politiche di inclusione aziendali.

Ma quindi che fare? La tesi centrale del libro è che il diversity management possa ritrovare significato e consenso affrontando le penalizzazioni professionali generate dalle differenze di background sociale. Questa prospettiva non implica solo un’estensione teorica del concetto di diversity management, ma richiede alla comunità professionale di chi segue le risorse umane, e in generale alle imprese, di sviluppare nuove sensibilità e competenze.

Il libro di Guerci, Lulli e Ballarino non troverà tutti d’accordo. Per questo deve essere letto. E con attenzione.

Per un diversity management di classe

Marco Guerci, Alberto Lulli, Gabriele Ballarino

Franco Angeli, 2026

La diversità alla prova della contemporaneità
La diversità alla prova della contemporaneità

Un libro affronta il tema del diversity managementcercando di capirne situazione e prospettive

Diversità è ricchezza. Non si tratta di una scoperta dell’oggi, ma di un assunto ormai provato dal tempo. E che dovrebbe trovare nuove conferme, anche se spesso non è così. Spesso, anzi, l’affermazione pare prendere forma di domanda. Mentre, ciò che viene indicato come diversity management viene segnalato da molti come in crisi. Anzi, detto in altro modo, pare che l’attenzione alla diversità nella società e nelle organizzazioni, sia diventata più divisiva che inclusiva.

“Per un diversity management di classe” libro scritto da Marco Guerci, Alberto Lulli e Gabriele Ballarino e appena pubblicato, ragiona proprio su quanto sta accadendo su questo fronte. E cerca di capire perché, oltre che di individuare delle soluzioni.

Tutto inizia da una costatazione: il termine “woke”, e cioè lo stare allerta di fronte ai problemi della diversità, pare sia diventato un’etichetta divisiva, mentre la legittimità sociale delle attività di DEI (l’acronimo inglese di Diversity, Equity, and Inclusion ovvero Diversità, Equità e Inclusione) sembra essere venuta meno. Così, dopo un periodo di espansione, aziende e istituzioni stanno arretrando, spinte da una crescente polarizzazione politico-culturale nei confronti, appunto, della valorizzazione della diversità.

Gli autori del libro cercano quindi di rispondere ad una serie di domande. Cosa è accaduto? E perché un’idea nata per ridurre le disuguaglianze oggi sembra dividere più che unire? E, soprattutto, come rilanciare la valorizzazione delle diversità come valore condiviso?

Il libro ricostruisce le ragioni della crisi del diversity management e propone una via d’uscita: ampliare lo sguardo, includendo l’origine socio-economica tra le dimensioni di diversità da proteggere e valorizzare in azienda. Detto in altro modo, le tradizionali dimensioni di diversità come genere, etnia, orientamento sessuale o disabilità restano fondamentali, ma bisogna anche riconoscere che le persone provenienti dalle classi svantaggiate continuano a essere penalizzate nell’accesso alle opportunità professionali. Gli autori sono dell’opinione che siano proprio le evidenze empiriche a mostrare come spesso siano le stesse politiche dedicate alle risorse umane adottate delle imprese a rafforzare questa penalizzazione, lasciando intatti potenti meccanismi che generano disuguaglianza e così minando la credibilità di tutte le politiche di inclusione aziendali.

Ma quindi che fare? La tesi centrale del libro è che il diversity management possa ritrovare significato e consenso affrontando le penalizzazioni professionali generate dalle differenze di background sociale. Questa prospettiva non implica solo un’estensione teorica del concetto di diversity management, ma richiede alla comunità professionale di chi segue le risorse umane, e in generale alle imprese, di sviluppare nuove sensibilità e competenze.

Il libro di Guerci, Lulli e Ballarino non troverà tutti d’accordo. Per questo deve essere letto. E con attenzione.

Per un diversity management di classe

Marco Guerci, Alberto Lulli, Gabriele Ballarino

Franco Angeli, 2026

Iscriviti alla newsletter