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La politica per la casa è scommessa sulla fiducia e sul lavoro. In fin dei conti, una sfida di qualità della vita. E di democrazia

I Romani, se persone eloquenti (eu loquere, con quell’eu che significa bene e dunque distingue gli eloquentes dai semplici loquentes, gente che parla spesso a vanvera, chiacchieroni, personaggi inesatti), amavano esprimersi come Cicerone, Tacito o Seneca, con proprietà di linguaggio ed esattezza. E per nominare quella che oggi chiamiamo “città”, usavano due parole diverse. Urbs, dicevano, per indicare le strutture fisiche, le strade e le piazze, i palazzi e le terme, i templi e i teatri, i mercati e le case. Per indicare invece le persone riunite in comunità, parlavano di civitas, una comunità di cives, cioè di cittadini legati da valori e interessi comuni (spesso non senza conflitti), lingua, abitudini, miti, costumi. E regole.

Distinzione sottile, elegante, tra “urbanistica” e “cittadinanza”. Ma anche indicazione, nelle differenze, di tutti i punti in comune. L’urbs è abitata dai cives ed entrambi interagiscono, nel bene e nel male. Come ci raccontano secoli di civiltà urbana e di domande “civili” (le città belle migliorano le qualità umane, professionali, culturali, dei loro abitanti?). Sino ad arrivare, tanto per citare solo una delle tante pagine di grande letteratura, alla sintesi poetica di Elio Vittorini, ne “Le città del mondo”: “E’ la città più bella che abbiamo mai vista. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di Nicosia, e più di Enna… Forse è la più bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta, nelle città che sono belle… e più la città è bella e più la gente è bella, come se l’aria vi fosse più buona”.

La Sicilia di Vittorini, così come quella di Sciascia e di Pirandello, è metafora d’altre condizioni, altri luoghi, altre tensioni. Ma Vittorini, andato via dalla Sicilia, e poi, dopo un passaggio a Firenze, felicemente vissuto sempre a Milano, di cui è stato uno dei principali animatori culturali, coglie un punto essenziale, nella relazione tra la bellezza dell’urbs e la qualità della vita, tra le funzioni urbane e il complesso delle regole (non solo quelle giuridiche, ma soprattutto quelle civili e di comunità) che ne ispirano, organizzano e guidano la vita in comune.

Ne indica alcune caratteristiche di quella che oggi chiamiamo “attrattività”. E ne mette in evidenza le tensioni, i conflitti, la durezza delle trasformazioni, le ipotesi della speranza e la pesantezza dei vincoli. Il disagio delle periferie rappresentato da Pier Paolo Pasolini. La “vita agra” di Luciano Bianciardi. Le risposte mancate d’una città alle tante aspettative, ricordate da Italo Calvino. E la cupezza criminale della “metropoli delle mille luci” (per citare i romanzi noir di Alessandro Robecchi e Gianni Biondillo, Francesco Recami e Piero Colaprico, buoni successori di quel Giorgio Scerbanenco secondo cui “I milanesi ammazzano al sabato”). Tanto per ricordare solo alcune metafore d’una condizione urbana la cui caratteristica di fondo è sempre un controverso e ruvido rapporto con la complessità, con gli squilibri, con una dolorosa percezione dell’esistenza umana aggravata dalle particolari condizioni urbane.

La “città che sale” tanto cara a una certa retorica (di cui il genio di Boccioni era del tutto innocente) è anche la città che in certi suoi snodi ha l’odore infimo dell’inferno.

Vale la pena ricordarsene, di questo retroterra concettuale e poetico, proprio adesso mentre si allarga, sui media e negli ambienti politici, il dibattito sulle città, concentrandosi sui fenomeni più vistosi (la sicurezza, il costo della vita, le disparità sociali che si ampliano, la difficile integrazione dell’immigrazione: tutti fenomeni gravi, reali, incisivi sulle sensibilità, le paure e i giudizi dei cives, dei cittadini elettori) ma evitando di discutere le ragioni di fondo, tra innovazione e conservazione, che connotano, da sempre, il “fenomeno città”.

Le città, soprattutto nella forma delle città metropolitane, delle “città grandi”, sono organismi vivi, complessi e contrastanti, che subiscono le spinte del mercato ma anche le difficoltà della progettazione e della guida politica. Sono il luogo tipico della modernità, impetuosa e innovativa (dunque per molti versi anomica, insofferente a piani e regole) ma anche l’archivio sensibile della storia, con ceti sociali che invecchiano e prediligono la forma, elegante e carica di memorie, dell’urbs tradizionale

Milano, la Grande Milano, la città metropolitana, la “città infinita”, ne è un ottimo esempio. E’ sempre attrattiva, di persone, intelligenze, idee produttive, avanguardie culturali, capitali, imprese, innovazioni, più di altre città italiane, perché è l’unica veramente europea (il resto d’Italia è tutto sommato una grande provincia, che infatti spesso guarda Milano con diffidenza e ostilità, anche se ne subisce la fascinazione). Cresce, per popolazione (grazie anche agli oltre 230mila studenti universitari, la più grande città universitaria italiana) ed è meta prediletta dai “nuovi ricchi” che trovano qui, oltre che una tassazione di favore (200mila euro all’anno e più), anche un’eccellente qualità della vita di lusso, tra shopping e club esclusivi. Multinazionali in crescita (il 34% di tutte quelle estere in Italia sono qui). Investitori immobiliari per decine di miliardi.

Ma basta questo? Naturalmente no. Perché il tessuto d’una città non è fatto dalle punte più alte, dai miliardari, dalle “eccellenze” e dai “talenti” più creativi (anche la retorica delle “eccellenze” e dei “talenti” ha fatto i suoi danni, come quella dell’ossessione per le location e per gli eventi “esclusivi”). Ma è tenuto insieme da un ceto ampio e medio di individui e famiglie che lavorano, di coppie in crescita, di professori e artisti, giornalisti e manager, operai e autisti dei tram, commercianti e impiegati. Ceto medio. Persone.

Ecco, per tutti questi soggetti sociali servono case e servizi. Le strutture dell’urbs e i valori civili d’integrazione della civitas. Il cemento. E la buona politica riformista.

Negli anni Cinquanta, l’Italia affrontò un gigantesco esodo sociale, di milioni di persone, dal Sud marginale  e disperato (dopo il fallimento della riforma agraria) e da un Nord Est povero, in direzione delle città dal grande sviluppo industriale, a cominciare dal “triangolo” Milano-Torino-Genova. E anche in altre aree del Paese, si andava dalle campagne impoverite e faticose verso la modernità delle città. Una straordinaria, impetuosa, trasformazione, per le città, le comunità, i contesi sociali.

Il fenomeno si provò a governarlo, con ambiziosi progetti. Il “Piano Casa” lanciato dal 1949 in poi da Amintore Fanfani, allora ministro del Lavoro, ne fu un esempio (350mila nuove unità abitative, sino al ‘63), insieme al rafforzamento dell’Ina casa e a un impetuoso movimento di cooperative, con un’idea di fondo di nuovi quartieri di edilizia popolare e borghese. Erano progetti tutt’altro che privi di limiti ed errori (si mise all’opera massicciamente anche la speculazione edilizia da “mani sulla città”, mani criminali e mafiose, spesso). E la legge sui suoli, profondamente riformatrice, voluta in funzione di uno sviluppo ordinato e libero dagli speculatori, firmata dal ministro democristiano Fiorentino Sullo nel ‘63, fu all’origine della prima grande crisi del governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro e appena formato nell’ottobre del ‘63. Ma la crescita delle città andò avanti. E gli italiani diventarono un popolo di proprietari di case: una vita sicura.

Non senza ombre ed errori. Baggio e Quarto Oggiaro a Milano, la Falchera a Torino, il Corviale a Roma, il Cep e lo Zen a Palermo, Librino a Catania, le Vele a Scampia sono nomi che ricordano, nel corso del tempo, una pessima, sciatta e mediocre urbanistica sociale (Roberto Guiducci ne scrisse pagine lucide e sapienti, in parecchi libri e sui fascicoli accoglienti della Rivista “Pirelli”).

Oggi il tema torna d’attualità. Ed è un tema europeo. Tutte le grandi città sono in profonda sofferenza, sul tema degli alloggi a un prezzo possibile, soprattutto per le nuove generazioni, per le giovani coppie che a Londra o a Madrid, a Parigi, Francoforte, Barcellona, Amsterdam o Milano, vogliono proprio là costruire un futuro, là dove, cioè, s’addensano conoscenza e innovazione, relazioni e, si spera, qualità della vita. “Parte il piano europeo da 650mila case all’anno”, scrive Il Sole24Ore (16 dicembre), raccontando di un programma della Commissione Ue che punta a mobilitare 153 miliardi ogni dodici mesi.

Se il futuro dell’Europa, per sicurezza, tecnologie, sostenibilità reale e innovazione ha bisogno di fare leva sulla “economia della conoscenza”, è proprio alle nuove generazioni che bisogna guardare. Cominciando a garantire loro abitazioni e servizi a prezzi accessibili. Integrazione. E sviluppo di opportunità di lavoro e carriera.

Il ragionamento vale anche per l’Italia. E per Milano. La città, su scelta della giunta guidata dal sindaco Beppe Sala, parla di un “Piano casa” da 10mila nuovi alloggi all’anno per dieci anni, mobilitando risorse pubbliche e private, ma anche stimolando le scelte delle imprese che pensano a una “politica per la casa “ come se scelta di welfare per i propri dipendenti (l’Assolombarda ne fa una priorità e l’ATM è già molto avanti, per trattenere in città autisti di autobus, tram e metropolitana). E ci sono poi le 28mila case Aler (sotto il controllo di Comune e Regione) che vanno recuperate, ristrutturate e messe a disposizione dei cittadini A basso reddito.

Vale la pena ripeterlo: Milano non è un “modello” ma vive una profonda mobilità sociale in continuo cambiamento. E’ città di mercato, ma non può essere abbandonata solo al mercato. Ha bisogno di buona politica urbanistica e abitativa, deve saper recuperare le sue tradizioni produttive e inclusive, economiche e di sofisticata solidarietà sociale. Tutto si tiene: il lavoro dei giovani, i salari, le opportunità di crescita del ruolo delle donne e il livello dignitoso delle pensioni (Il Giorno, 21 dicembre). E’ una questione di sviluppo equilibrato, di equità sociale e di ricostruzione della fiducia in un migliore futuro.

In fin dei conti, è una questione di democrazia.

Rieccola, la relazione tra urbs e civitas. Tra una politica per la casa, con costruzioni di qualità e afflitti e prezzi d’acquisto sostenibili. E un’idea di Milano in cui i cittadini lavorano, ma anche vanno a teatro e a sentire musica, fanno sport, entrano in libreria, consumano, conoscono. E possono anche pensare di fare figli, grazie a politiche sociali, a cominciare da scuole, ospedali e asili nido, su cui fare affidamento.

Aveva proprio ragione Vittorini, quando scriveva dell’equazione tra città belle e gente bella. Chiede il figlio, entusiasta, al padre che vive di ricordi e smarrisce il suo sguardo verso una donna che prepara il forno: “Era bella, la madre che ho avuta?”. Sicuramente faceva un buon pane.

(Foto Getty Images)

I Romani, se persone eloquenti (eu loquere, con quell’eu che significa bene e dunque distingue gli eloquentes dai semplici loquentes, gente che parla spesso a vanvera, chiacchieroni, personaggi inesatti), amavano esprimersi come Cicerone, Tacito o Seneca, con proprietà di linguaggio ed esattezza. E per nominare quella che oggi chiamiamo “città”, usavano due parole diverse. Urbs, dicevano, per indicare le strutture fisiche, le strade e le piazze, i palazzi e le terme, i templi e i teatri, i mercati e le case. Per indicare invece le persone riunite in comunità, parlavano di civitas, una comunità di cives, cioè di cittadini legati da valori e interessi comuni (spesso non senza conflitti), lingua, abitudini, miti, costumi. E regole.

Distinzione sottile, elegante, tra “urbanistica” e “cittadinanza”. Ma anche indicazione, nelle differenze, di tutti i punti in comune. L’urbs è abitata dai cives ed entrambi interagiscono, nel bene e nel male. Come ci raccontano secoli di civiltà urbana e di domande “civili” (le città belle migliorano le qualità umane, professionali, culturali, dei loro abitanti?). Sino ad arrivare, tanto per citare solo una delle tante pagine di grande letteratura, alla sintesi poetica di Elio Vittorini, ne “Le città del mondo”: “E’ la città più bella che abbiamo mai vista. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di Nicosia, e più di Enna… Forse è la più bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta, nelle città che sono belle… e più la città è bella e più la gente è bella, come se l’aria vi fosse più buona”.

La Sicilia di Vittorini, così come quella di Sciascia e di Pirandello, è metafora d’altre condizioni, altri luoghi, altre tensioni. Ma Vittorini, andato via dalla Sicilia, e poi, dopo un passaggio a Firenze, felicemente vissuto sempre a Milano, di cui è stato uno dei principali animatori culturali, coglie un punto essenziale, nella relazione tra la bellezza dell’urbs e la qualità della vita, tra le funzioni urbane e il complesso delle regole (non solo quelle giuridiche, ma soprattutto quelle civili e di comunità) che ne ispirano, organizzano e guidano la vita in comune.

Ne indica alcune caratteristiche di quella che oggi chiamiamo “attrattività”. E ne mette in evidenza le tensioni, i conflitti, la durezza delle trasformazioni, le ipotesi della speranza e la pesantezza dei vincoli. Il disagio delle periferie rappresentato da Pier Paolo Pasolini. La “vita agra” di Luciano Bianciardi. Le risposte mancate d’una città alle tante aspettative, ricordate da Italo Calvino. E la cupezza criminale della “metropoli delle mille luci” (per citare i romanzi noir di Alessandro Robecchi e Gianni Biondillo, Francesco Recami e Piero Colaprico, buoni successori di quel Giorgio Scerbanenco secondo cui “I milanesi ammazzano al sabato”). Tanto per ricordare solo alcune metafore d’una condizione urbana la cui caratteristica di fondo è sempre un controverso e ruvido rapporto con la complessità, con gli squilibri, con una dolorosa percezione dell’esistenza umana aggravata dalle particolari condizioni urbane.

La “città che sale” tanto cara a una certa retorica (di cui il genio di Boccioni era del tutto innocente) è anche la città che in certi suoi snodi ha l’odore infimo dell’inferno.

Vale la pena ricordarsene, di questo retroterra concettuale e poetico, proprio adesso mentre si allarga, sui media e negli ambienti politici, il dibattito sulle città, concentrandosi sui fenomeni più vistosi (la sicurezza, il costo della vita, le disparità sociali che si ampliano, la difficile integrazione dell’immigrazione: tutti fenomeni gravi, reali, incisivi sulle sensibilità, le paure e i giudizi dei cives, dei cittadini elettori) ma evitando di discutere le ragioni di fondo, tra innovazione e conservazione, che connotano, da sempre, il “fenomeno città”.

Le città, soprattutto nella forma delle città metropolitane, delle “città grandi”, sono organismi vivi, complessi e contrastanti, che subiscono le spinte del mercato ma anche le difficoltà della progettazione e della guida politica. Sono il luogo tipico della modernità, impetuosa e innovativa (dunque per molti versi anomica, insofferente a piani e regole) ma anche l’archivio sensibile della storia, con ceti sociali che invecchiano e prediligono la forma, elegante e carica di memorie, dell’urbs tradizionale

Milano, la Grande Milano, la città metropolitana, la “città infinita”, ne è un ottimo esempio. E’ sempre attrattiva, di persone, intelligenze, idee produttive, avanguardie culturali, capitali, imprese, innovazioni, più di altre città italiane, perché è l’unica veramente europea (il resto d’Italia è tutto sommato una grande provincia, che infatti spesso guarda Milano con diffidenza e ostilità, anche se ne subisce la fascinazione). Cresce, per popolazione (grazie anche agli oltre 230mila studenti universitari, la più grande città universitaria italiana) ed è meta prediletta dai “nuovi ricchi” che trovano qui, oltre che una tassazione di favore (200mila euro all’anno e più), anche un’eccellente qualità della vita di lusso, tra shopping e club esclusivi. Multinazionali in crescita (il 34% di tutte quelle estere in Italia sono qui). Investitori immobiliari per decine di miliardi.

Ma basta questo? Naturalmente no. Perché il tessuto d’una città non è fatto dalle punte più alte, dai miliardari, dalle “eccellenze” e dai “talenti” più creativi (anche la retorica delle “eccellenze” e dei “talenti” ha fatto i suoi danni, come quella dell’ossessione per le location e per gli eventi “esclusivi”). Ma è tenuto insieme da un ceto ampio e medio di individui e famiglie che lavorano, di coppie in crescita, di professori e artisti, giornalisti e manager, operai e autisti dei tram, commercianti e impiegati. Ceto medio. Persone.

Ecco, per tutti questi soggetti sociali servono case e servizi. Le strutture dell’urbs e i valori civili d’integrazione della civitas. Il cemento. E la buona politica riformista.

Negli anni Cinquanta, l’Italia affrontò un gigantesco esodo sociale, di milioni di persone, dal Sud marginale  e disperato (dopo il fallimento della riforma agraria) e da un Nord Est povero, in direzione delle città dal grande sviluppo industriale, a cominciare dal “triangolo” Milano-Torino-Genova. E anche in altre aree del Paese, si andava dalle campagne impoverite e faticose verso la modernità delle città. Una straordinaria, impetuosa, trasformazione, per le città, le comunità, i contesi sociali.

Il fenomeno si provò a governarlo, con ambiziosi progetti. Il “Piano Casa” lanciato dal 1949 in poi da Amintore Fanfani, allora ministro del Lavoro, ne fu un esempio (350mila nuove unità abitative, sino al ‘63), insieme al rafforzamento dell’Ina casa e a un impetuoso movimento di cooperative, con un’idea di fondo di nuovi quartieri di edilizia popolare e borghese. Erano progetti tutt’altro che privi di limiti ed errori (si mise all’opera massicciamente anche la speculazione edilizia da “mani sulla città”, mani criminali e mafiose, spesso). E la legge sui suoli, profondamente riformatrice, voluta in funzione di uno sviluppo ordinato e libero dagli speculatori, firmata dal ministro democristiano Fiorentino Sullo nel ‘63, fu all’origine della prima grande crisi del governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro e appena formato nell’ottobre del ‘63. Ma la crescita delle città andò avanti. E gli italiani diventarono un popolo di proprietari di case: una vita sicura.

Non senza ombre ed errori. Baggio e Quarto Oggiaro a Milano, la Falchera a Torino, il Corviale a Roma, il Cep e lo Zen a Palermo, Librino a Catania, le Vele a Scampia sono nomi che ricordano, nel corso del tempo, una pessima, sciatta e mediocre urbanistica sociale (Roberto Guiducci ne scrisse pagine lucide e sapienti, in parecchi libri e sui fascicoli accoglienti della Rivista “Pirelli”).

Oggi il tema torna d’attualità. Ed è un tema europeo. Tutte le grandi città sono in profonda sofferenza, sul tema degli alloggi a un prezzo possibile, soprattutto per le nuove generazioni, per le giovani coppie che a Londra o a Madrid, a Parigi, Francoforte, Barcellona, Amsterdam o Milano, vogliono proprio là costruire un futuro, là dove, cioè, s’addensano conoscenza e innovazione, relazioni e, si spera, qualità della vita. “Parte il piano europeo da 650mila case all’anno”, scrive Il Sole24Ore (16 dicembre), raccontando di un programma della Commissione Ue che punta a mobilitare 153 miliardi ogni dodici mesi.

Se il futuro dell’Europa, per sicurezza, tecnologie, sostenibilità reale e innovazione ha bisogno di fare leva sulla “economia della conoscenza”, è proprio alle nuove generazioni che bisogna guardare. Cominciando a garantire loro abitazioni e servizi a prezzi accessibili. Integrazione. E sviluppo di opportunità di lavoro e carriera.

Il ragionamento vale anche per l’Italia. E per Milano. La città, su scelta della giunta guidata dal sindaco Beppe Sala, parla di un “Piano casa” da 10mila nuovi alloggi all’anno per dieci anni, mobilitando risorse pubbliche e private, ma anche stimolando le scelte delle imprese che pensano a una “politica per la casa “ come se scelta di welfare per i propri dipendenti (l’Assolombarda ne fa una priorità e l’ATM è già molto avanti, per trattenere in città autisti di autobus, tram e metropolitana). E ci sono poi le 28mila case Aler (sotto il controllo di Comune e Regione) che vanno recuperate, ristrutturate e messe a disposizione dei cittadini A basso reddito.

Vale la pena ripeterlo: Milano non è un “modello” ma vive una profonda mobilità sociale in continuo cambiamento. E’ città di mercato, ma non può essere abbandonata solo al mercato. Ha bisogno di buona politica urbanistica e abitativa, deve saper recuperare le sue tradizioni produttive e inclusive, economiche e di sofisticata solidarietà sociale. Tutto si tiene: il lavoro dei giovani, i salari, le opportunità di crescita del ruolo delle donne e il livello dignitoso delle pensioni (Il Giorno, 21 dicembre). E’ una questione di sviluppo equilibrato, di equità sociale e di ricostruzione della fiducia in un migliore futuro.

In fin dei conti, è una questione di democrazia.

Rieccola, la relazione tra urbs e civitas. Tra una politica per la casa, con costruzioni di qualità e afflitti e prezzi d’acquisto sostenibili. E un’idea di Milano in cui i cittadini lavorano, ma anche vanno a teatro e a sentire musica, fanno sport, entrano in libreria, consumano, conoscono. E possono anche pensare di fare figli, grazie a politiche sociali, a cominciare da scuole, ospedali e asili nido, su cui fare affidamento.

Aveva proprio ragione Vittorini, quando scriveva dell’equazione tra città belle e gente bella. Chiede il figlio, entusiasta, al padre che vive di ricordi e smarrisce il suo sguardo verso una donna che prepara il forno: “Era bella, la madre che ho avuta?”. Sicuramente faceva un buon pane.

(Foto Getty Images)

Tre storie d’inverno

Pirelli e i prodotti per l’inverno hanno dato origine a campagne di comunicazione fortunate e memorabili, grazie a un efficace mix di contenuto tecnico e affermazioni valoriali, che insieme hanno creato un racconto innovativo e coinvolgente: la suggestione di una stagione confortevole, da vivere sotto il segno della sicurezza e del piacere.

 “Questi artisti perché dimenticano la neve, le montagne? Gli sci? I ghiaccioli di un tetto?”. In prima battuta la stilizzazione del disegno di Bob Noorda per la campagna pubblicitaria del pneumatico “Inverno” aveva sollevato dei dubbi, a dircelo un commento scritto a penna sul verso del bozzetto “per l’inverno il pneumatico inverno” custodito nel nostro Archivio Storico e descritto a catalogo come “tempera e collage su cartoncino con foglio in acetato, con scritte”. Risale al 1954 ed è uno dei primi lavori che Pirelli affida al giovane grafico di origine olandese, per pubblicizzare il primo pneumatico invernale Pirelli con il battistrada a spina di pesce, lanciato nel 1951. L’autore del commento, di cui non si conosce il nome, sente la mancanza di elementi più realistici come quelli presenti invece nella pubblicità realizzata da Ezio Bonini in quegli stessi anni.

Bob Noorda era da poco giunto a Milano e faceva parte di quella comunità di grafici e designer che affrontava il lavoro pubblicitario con un approccio progettuale, con l’obiettivo di rendere la comunicazione di chiara lettura, grazie alla riconoscibilità dell’elemento grafico.

Anche nel caso del nostro bozzetto, Bob Noorda elimina il superfluo, ma la sua essenzialità non è puro astrattismo, le linee pulitissime dell’albero dichiaratamente invernale vogliono ricordare il battistrada a spina di pesce e dunque riescono nell’intento di restituire la caratteristica tecnologica identificativa del pneumatico.

Pirelli commissionerà a Bob Noorda una quantità notevole di lavori e lo nominerà art director nel 1961. Quella fra l’azienda milanese e il grafico olandese è una storia subito evoluta nella direzione tanto cara a Pirelli anche nel campo della comunicazione: l’innovazione.

Nell’autunno del 1959, il lancio del Pirelli BS3 fu un evento internazionale: conferenza stampa al Salone di Torino – in quegli anni sinonimo di Tempio dell’Automobile – con visita del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi: l’eco dalle principali testate nel mondo non tardò a farsi sentire. Il Pirelli BS3 era pneumatico costituito da una carcassa su cui montare separatamente tre diversi anelli battistrada e fu vissuto come un’invenzione rivoluzionaria, a documentarlo bene l’articolo comparso sulla Rivista Pirelli n. 5, 1959 e sull’house organ Fatti e Notizie n. 10, 1959. Lo aveva tenuto a battesimo l’ingegner Carlo Barassi, allora a capo dell’Ufficio Tecnologico della Direzione Tecnica Pneumatici Pirelli di Milano Bicocca, che nel molto nevoso inverno tra il ’55 e il ’56 aveva ripreso l’invenzione dell’ingegner Lugli di qualche anno prima, che ancora non aveva trovato applicazione: fare un pneumatico in cui carcassa e battistrada fossero indipendenti e intercambiabili, vulcanizzando indipendentemente carcassa e fascia battistrada per poi tenerle unite con la sola forza della pressione di gonfiaggio. Un pneumatico “col cappotto”.

Per la comunicazione venne coinvolto sin da subito Ermanno Scopinich, che realizzò il suggestivo shooting fotografico e video per la presentazione ambientato allo Stadio del Ghiaccio di Cortina. Nei dieci minuti del montaggio si tengono insieme le virtù tecnologiche del pneumatico, i vantaggi per l’automobilista sul piano dell’assistenza, con le percezioni di comfort e diletto di guida, oltre che di sicurezza, in altre parole il dietro le quinte del prodotto – con le sue fasi di produzione e le competenze dei tecnici esperti – e le pattinatrici che rincorrono l’Alfa Romeo Giulietta, sicura sul ghiaccio grazie al magico disegno battistrada del BS3. Ancora una volta è il mondo dell’inverno secondo Pirelli a essere rappresentato, fra innovazione tecnologica e visione di un nuovo orizzonte – la promessa di una nuova stagione da vivere a pieno.

La terza “storia d’inverno” che raccontiamo in questo articolo ha come protagonista la borsa per l’acqua calda, il primissimo e longevo prodotto Pirelli nato con la scopo di offrire comfort e protezione dal freddo, a catalogo già nel 1880, ispiratrice negli anni Cinquanta di bozzetti e campagne pubblicitarie dalle firme famose, da Lora Lamm a Raymond Savignac fino ai fratelli Pagot, molti dei quali conservati presso il nostro Archivio Storico.

Ma la narrazione di Pirelli è sempre passata attraverso una molteplicità di canali, parlando linguaggi diversi ha raggiunto destinatari differenti, su livelli diversificati di messaggio. Provando a guardare la borsa per l’acqua calda, non dal punto di vista della pubblicità ma da quello della produzione giornalistica, troviamo l’articolo di Marise Ferro pubblicato sulla Rivista Pirelli n. 5, 1949 “Quando l’anima è intirizzita”. Si tratta di un breve scritto autobiografico che attorno alla borsa dell’acqua calda costruisce un mondo di significati, trasformando il prodotto da oggetto da utilizzare a oggetto da desiderare.

Il pezzo inizia con la citazione di un ricordo (“Ho un’amica che quando soffre si corica e dice: Coricàti si soffre meno!. Poi soggiunge: Se avessi una borsa dell’acqua calda!”), prosegue con una sequenza di riflessioni (“L’anima è spesso intirizzita, tutti lo sanno, non per niente si vive senza saperne la ragione… una borsa per l’acqua calda addormenta la sofferenza morale come quella fisica.”) e di memorie (“I miei inverni di guerra erano resi ancora più crudeli dall’impossibilità di arrivare a quel minimo di calore necessario per avere, almeno, la mano calda mentre scrivevo…”) e, attraverso una catena di associazioni di idee, atterra sul qui e ora che accomuna l’autrice ai lettori: “Adesso la guerra è finita, l’Europa è distrutta, noi siamo completamente dissestati, poverissimi, ma più vivaci che mai e con borse di gomma per l’acqua calda di tutte le grandezze, di tutti i colori, di tutte le qualità. Che belle! Nelle vetrine dei negozi appositi attirano l’occhio anche del passante distratto. Quella verde? Quella rossa? Quella nera e lucida come l’antracite? Non c’è che la difficoltà della scelta…”.

L’immagine delle vetrine colorate dalle borse per l’acqua calda Pirelli è l’allegoria di una stagione che ricerca la spensieratezza e un po’ di comfort, dopo gli anni della guerra, e che trova un riscontro opposto ma armonioso nell’immagine del paesaggio autunnale con cui si conclude questo “inno alla borsa per l’acqua calda”, lasciandoci con il vuoto, il bisogno di averne una per noi. “Già le nebbie entrano stupende in Milano… portano la fiaba della campagna, l’odore dell’acqua che non si muove, l’incomparabile segno autunnale della Lombardia”.

Pirelli e i prodotti per l’inverno hanno dato origine a campagne di comunicazione fortunate e memorabili, grazie a un efficace mix di contenuto tecnico e affermazioni valoriali, che insieme hanno creato un racconto innovativo e coinvolgente: la suggestione di una stagione confortevole, da vivere sotto il segno della sicurezza e del piacere.

 “Questi artisti perché dimenticano la neve, le montagne? Gli sci? I ghiaccioli di un tetto?”. In prima battuta la stilizzazione del disegno di Bob Noorda per la campagna pubblicitaria del pneumatico “Inverno” aveva sollevato dei dubbi, a dircelo un commento scritto a penna sul verso del bozzetto “per l’inverno il pneumatico inverno” custodito nel nostro Archivio Storico e descritto a catalogo come “tempera e collage su cartoncino con foglio in acetato, con scritte”. Risale al 1954 ed è uno dei primi lavori che Pirelli affida al giovane grafico di origine olandese, per pubblicizzare il primo pneumatico invernale Pirelli con il battistrada a spina di pesce, lanciato nel 1951. L’autore del commento, di cui non si conosce il nome, sente la mancanza di elementi più realistici come quelli presenti invece nella pubblicità realizzata da Ezio Bonini in quegli stessi anni.

Bob Noorda era da poco giunto a Milano e faceva parte di quella comunità di grafici e designer che affrontava il lavoro pubblicitario con un approccio progettuale, con l’obiettivo di rendere la comunicazione di chiara lettura, grazie alla riconoscibilità dell’elemento grafico.

Anche nel caso del nostro bozzetto, Bob Noorda elimina il superfluo, ma la sua essenzialità non è puro astrattismo, le linee pulitissime dell’albero dichiaratamente invernale vogliono ricordare il battistrada a spina di pesce e dunque riescono nell’intento di restituire la caratteristica tecnologica identificativa del pneumatico.

Pirelli commissionerà a Bob Noorda una quantità notevole di lavori e lo nominerà art director nel 1961. Quella fra l’azienda milanese e il grafico olandese è una storia subito evoluta nella direzione tanto cara a Pirelli anche nel campo della comunicazione: l’innovazione.

Nell’autunno del 1959, il lancio del Pirelli BS3 fu un evento internazionale: conferenza stampa al Salone di Torino – in quegli anni sinonimo di Tempio dell’Automobile – con visita del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi: l’eco dalle principali testate nel mondo non tardò a farsi sentire. Il Pirelli BS3 era pneumatico costituito da una carcassa su cui montare separatamente tre diversi anelli battistrada e fu vissuto come un’invenzione rivoluzionaria, a documentarlo bene l’articolo comparso sulla Rivista Pirelli n. 5, 1959 e sull’house organ Fatti e Notizie n. 10, 1959. Lo aveva tenuto a battesimo l’ingegner Carlo Barassi, allora a capo dell’Ufficio Tecnologico della Direzione Tecnica Pneumatici Pirelli di Milano Bicocca, che nel molto nevoso inverno tra il ’55 e il ’56 aveva ripreso l’invenzione dell’ingegner Lugli di qualche anno prima, che ancora non aveva trovato applicazione: fare un pneumatico in cui carcassa e battistrada fossero indipendenti e intercambiabili, vulcanizzando indipendentemente carcassa e fascia battistrada per poi tenerle unite con la sola forza della pressione di gonfiaggio. Un pneumatico “col cappotto”.

Per la comunicazione venne coinvolto sin da subito Ermanno Scopinich, che realizzò il suggestivo shooting fotografico e video per la presentazione ambientato allo Stadio del Ghiaccio di Cortina. Nei dieci minuti del montaggio si tengono insieme le virtù tecnologiche del pneumatico, i vantaggi per l’automobilista sul piano dell’assistenza, con le percezioni di comfort e diletto di guida, oltre che di sicurezza, in altre parole il dietro le quinte del prodotto – con le sue fasi di produzione e le competenze dei tecnici esperti – e le pattinatrici che rincorrono l’Alfa Romeo Giulietta, sicura sul ghiaccio grazie al magico disegno battistrada del BS3. Ancora una volta è il mondo dell’inverno secondo Pirelli a essere rappresentato, fra innovazione tecnologica e visione di un nuovo orizzonte – la promessa di una nuova stagione da vivere a pieno.

La terza “storia d’inverno” che raccontiamo in questo articolo ha come protagonista la borsa per l’acqua calda, il primissimo e longevo prodotto Pirelli nato con la scopo di offrire comfort e protezione dal freddo, a catalogo già nel 1880, ispiratrice negli anni Cinquanta di bozzetti e campagne pubblicitarie dalle firme famose, da Lora Lamm a Raymond Savignac fino ai fratelli Pagot, molti dei quali conservati presso il nostro Archivio Storico.

Ma la narrazione di Pirelli è sempre passata attraverso una molteplicità di canali, parlando linguaggi diversi ha raggiunto destinatari differenti, su livelli diversificati di messaggio. Provando a guardare la borsa per l’acqua calda, non dal punto di vista della pubblicità ma da quello della produzione giornalistica, troviamo l’articolo di Marise Ferro pubblicato sulla Rivista Pirelli n. 5, 1949 “Quando l’anima è intirizzita”. Si tratta di un breve scritto autobiografico che attorno alla borsa dell’acqua calda costruisce un mondo di significati, trasformando il prodotto da oggetto da utilizzare a oggetto da desiderare.

Il pezzo inizia con la citazione di un ricordo (“Ho un’amica che quando soffre si corica e dice: Coricàti si soffre meno!. Poi soggiunge: Se avessi una borsa dell’acqua calda!”), prosegue con una sequenza di riflessioni (“L’anima è spesso intirizzita, tutti lo sanno, non per niente si vive senza saperne la ragione… una borsa per l’acqua calda addormenta la sofferenza morale come quella fisica.”) e di memorie (“I miei inverni di guerra erano resi ancora più crudeli dall’impossibilità di arrivare a quel minimo di calore necessario per avere, almeno, la mano calda mentre scrivevo…”) e, attraverso una catena di associazioni di idee, atterra sul qui e ora che accomuna l’autrice ai lettori: “Adesso la guerra è finita, l’Europa è distrutta, noi siamo completamente dissestati, poverissimi, ma più vivaci che mai e con borse di gomma per l’acqua calda di tutte le grandezze, di tutti i colori, di tutte le qualità. Che belle! Nelle vetrine dei negozi appositi attirano l’occhio anche del passante distratto. Quella verde? Quella rossa? Quella nera e lucida come l’antracite? Non c’è che la difficoltà della scelta…”.

L’immagine delle vetrine colorate dalle borse per l’acqua calda Pirelli è l’allegoria di una stagione che ricerca la spensieratezza e un po’ di comfort, dopo gli anni della guerra, e che trova un riscontro opposto ma armonioso nell’immagine del paesaggio autunnale con cui si conclude questo “inno alla borsa per l’acqua calda”, lasciandoci con il vuoto, il bisogno di averne una per noi. “Già le nebbie entrano stupende in Milano… portano la fiaba della campagna, l’odore dell’acqua che non si muove, l’incomparabile segno autunnale della Lombardia”.

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Come cambiare cultura d’impresa

Il percorso verso la Società benefit analizzato tra ostacoli e opportunità

Cambiare la propria cultura del produrre. Processo importante, che tocca molte imprese. Percorso non facile, che deve essere intrapreso con consapevolezza. È quanto accade, sempre più spesso, alle imprese che diventano Società Benefit e che “Benefit Corporations: The Moral Legitimacy That Requires More Rules” – la ricerca condotta da Laura Rocca, Monica Veneziani, Andrea Caccialanza e da Claudio Teodori – cerca di affrontare e spiegare.

Lo studio, da poco pubblicato, cerca di esaminare, spiegano gli stessi autori, le ragioni per cui le aziende italiane a scopo di lucro si convertono allo status di Società Benefit e come affrontano la conseguente ibridazione che porta ad una nuova impostazione d’impresa.

L’indagine si basa su una serie di dati riferiti a 118 aziende che vengono interpretati attraverso una lente di legittimità pragmatica e morale, cioè misurando il valore delle imprese sotto più punti di vista non solo da quello concretamente produttivo. I risultati mostrano che il principale fattore scatenante sia la legittimità pragmatica: i manager cercano di rafforzare la fiducia con le categorie interne ed esterne che possono influenzare l’attività aziendale. È il bisogno di una sorta di “legittimità a livello collettivo” ciò che spinge l’impresa a cambiare non solo pelle ma anche contenuto. Questo perché, spiega la ricerca, le aziende si identificano come membri di una comunità imprenditoriale reputazionale che promuove il “bene comune”.

Se questo è il traguardo finale, gli autori dell’indagine individuano però i principali scogli che devono essere superati e, primo tra tutti, la modifica dell’atto costitutivo della società rappresenta il costo maggiore. La ricerca tocca quindi altri dubbi e preoccupazioni che si creano all’interno delle imprese che intraprendono il percorso verso la Società benefit e indica la necessità di adottare parametri severi di controllo e sanzioni più rigorose per arrivare alla fine del cammino.

La ricerca di Laura Rocca e dei suoi colleghi affronta certamente un tema complesso e delicato e contribuisce alla sua migliore conoscenza.

Benefit Corporations: The Moral Legitimacy That Requires More Rules

Laura Rocca, Monica Veneziani, Andrea Caccialanza, Claudio Teodori

Business Strategy and the Environment, 2025; 0:1–17

Il percorso verso la Società benefit analizzato tra ostacoli e opportunità

Cambiare la propria cultura del produrre. Processo importante, che tocca molte imprese. Percorso non facile, che deve essere intrapreso con consapevolezza. È quanto accade, sempre più spesso, alle imprese che diventano Società Benefit e che “Benefit Corporations: The Moral Legitimacy That Requires More Rules” – la ricerca condotta da Laura Rocca, Monica Veneziani, Andrea Caccialanza e da Claudio Teodori – cerca di affrontare e spiegare.

Lo studio, da poco pubblicato, cerca di esaminare, spiegano gli stessi autori, le ragioni per cui le aziende italiane a scopo di lucro si convertono allo status di Società Benefit e come affrontano la conseguente ibridazione che porta ad una nuova impostazione d’impresa.

L’indagine si basa su una serie di dati riferiti a 118 aziende che vengono interpretati attraverso una lente di legittimità pragmatica e morale, cioè misurando il valore delle imprese sotto più punti di vista non solo da quello concretamente produttivo. I risultati mostrano che il principale fattore scatenante sia la legittimità pragmatica: i manager cercano di rafforzare la fiducia con le categorie interne ed esterne che possono influenzare l’attività aziendale. È il bisogno di una sorta di “legittimità a livello collettivo” ciò che spinge l’impresa a cambiare non solo pelle ma anche contenuto. Questo perché, spiega la ricerca, le aziende si identificano come membri di una comunità imprenditoriale reputazionale che promuove il “bene comune”.

Se questo è il traguardo finale, gli autori dell’indagine individuano però i principali scogli che devono essere superati e, primo tra tutti, la modifica dell’atto costitutivo della società rappresenta il costo maggiore. La ricerca tocca quindi altri dubbi e preoccupazioni che si creano all’interno delle imprese che intraprendono il percorso verso la Società benefit e indica la necessità di adottare parametri severi di controllo e sanzioni più rigorose per arrivare alla fine del cammino.

La ricerca di Laura Rocca e dei suoi colleghi affronta certamente un tema complesso e delicato e contribuisce alla sua migliore conoscenza.

Benefit Corporations: The Moral Legitimacy That Requires More Rules

Laura Rocca, Monica Veneziani, Andrea Caccialanza, Claudio Teodori

Business Strategy and the Environment, 2025; 0:1–17

Intelligenza Artificiale, trovare la sintonia

Pubblicata una sorta di “cassetta degli attrezzi” per capire meglio cosa sta accadendo nelle scelte di ogni giorno (e non solo d’impresa)

 

Scelte “degli umani” e decisioni prese dalla Intelligenza Artificiale. Confronti di “menti” diverse. Confronti, tuttavia, sempre più comuni, che toccano molteplici aspetti dell’agire umano e d’impresa. E che devono essere ben compresi. Jacopo Paoletti (manager e imprenditore specializzato in economia digitale e ingegneria informatica, all’incrocio tra marketing, comunicazione e tecnologia) ha provato a capire scrivendo “AI Economy. Economia, impresa e umano nell’era dell’Intelligenza Artificiale”, libro pubblicato da poco che può essere utile a molti.

Le domanda dalla cui risposte parte l’autore sono di questo tenore: cosa diventa l’economia nel momento in cui le decisioni vengono prese dagli umani affiancati da agenti che operano sui dati? E, poi, come diventa il consumo nel momento in cui i prodotti vengono proposti sulla base di desideri statistici? Insomma, c’è da chiedersi sempre di più: chi sceglie davvero? E chi decide davvero?
L’inizio delle risposte possibili è una constatazione: l’Intelligenza Artificiale sta diventando ciò che l’elettricità fu per il capitalismo industriale: un’infrastruttura invisibile che riorganizza tutto ciò che tocca. Non si tratta solamente di una potente tecnologia, ma una nuova condizione della realtà che tocca i fondamenti dell’economia, dell’impresa, del consumo e dell’umano.
Il libro cerca quindi di essere una guida, una sorta di cassetta degli attrezzi per far comprendere meglio a chi legge l’AI e le sue conseguenze. Con alcuni principi saldi: l’ampiezza dello sguardo, l’equilibrio della trattazione e l’assenza di timore verso il domani. Chi legge viene condotto lungo una riflessione interdisciplinare su come l’AI stia trasformando, oltre il ruolo dell’umano, anche i processi macro e microeconomici nelle varie industrie e nelle loro funzioni interne. Potere, valore, lavoro, libertà, giustizia, percezione di tempo, desiderio, possibilità, categorie che per secoli hanno orientato la nostra civiltà, vengono ridiscusse alla luce di nuove logiche algoritmiche. Il libro è arricchito da numerosi contributi originali di imprenditori, manager, esperti, professori e ricercatori universitari, che aggiungono il loro sguardo.

Tra i molti, bello uno dei passai introduttivi scritti pensando all’economia: “(…) La vera intelligenza non è nel dominio, ma nella sintonia. E se riusciremo a sintonizzarci sul ritmo di questa nuova economia, forse potremo non solo comprenderla, ma anche orientarla”.

AI Economy. Economia, impresa e umano nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Jacopo Paoletti

Franco Angeli, 2025

Pubblicata una sorta di “cassetta degli attrezzi” per capire meglio cosa sta accadendo nelle scelte di ogni giorno (e non solo d’impresa)

 

Scelte “degli umani” e decisioni prese dalla Intelligenza Artificiale. Confronti di “menti” diverse. Confronti, tuttavia, sempre più comuni, che toccano molteplici aspetti dell’agire umano e d’impresa. E che devono essere ben compresi. Jacopo Paoletti (manager e imprenditore specializzato in economia digitale e ingegneria informatica, all’incrocio tra marketing, comunicazione e tecnologia) ha provato a capire scrivendo “AI Economy. Economia, impresa e umano nell’era dell’Intelligenza Artificiale”, libro pubblicato da poco che può essere utile a molti.

Le domanda dalla cui risposte parte l’autore sono di questo tenore: cosa diventa l’economia nel momento in cui le decisioni vengono prese dagli umani affiancati da agenti che operano sui dati? E, poi, come diventa il consumo nel momento in cui i prodotti vengono proposti sulla base di desideri statistici? Insomma, c’è da chiedersi sempre di più: chi sceglie davvero? E chi decide davvero?
L’inizio delle risposte possibili è una constatazione: l’Intelligenza Artificiale sta diventando ciò che l’elettricità fu per il capitalismo industriale: un’infrastruttura invisibile che riorganizza tutto ciò che tocca. Non si tratta solamente di una potente tecnologia, ma una nuova condizione della realtà che tocca i fondamenti dell’economia, dell’impresa, del consumo e dell’umano.
Il libro cerca quindi di essere una guida, una sorta di cassetta degli attrezzi per far comprendere meglio a chi legge l’AI e le sue conseguenze. Con alcuni principi saldi: l’ampiezza dello sguardo, l’equilibrio della trattazione e l’assenza di timore verso il domani. Chi legge viene condotto lungo una riflessione interdisciplinare su come l’AI stia trasformando, oltre il ruolo dell’umano, anche i processi macro e microeconomici nelle varie industrie e nelle loro funzioni interne. Potere, valore, lavoro, libertà, giustizia, percezione di tempo, desiderio, possibilità, categorie che per secoli hanno orientato la nostra civiltà, vengono ridiscusse alla luce di nuove logiche algoritmiche. Il libro è arricchito da numerosi contributi originali di imprenditori, manager, esperti, professori e ricercatori universitari, che aggiungono il loro sguardo.

Tra i molti, bello uno dei passai introduttivi scritti pensando all’economia: “(…) La vera intelligenza non è nel dominio, ma nella sintonia. E se riusciremo a sintonizzarci sul ritmo di questa nuova economia, forse potremo non solo comprenderla, ma anche orientarla”.

AI Economy. Economia, impresa e umano nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Jacopo Paoletti

Franco Angeli, 2025

Nella notte dell’Europa c’è ancora spazio per investire sulla sicurezza e i nostri valori

“Sentinella, quanto resta della notte?”. La domanda che anima il Libro del profeta Isaia (21, 11-12) ricorre, nel corso del tempo, tutte le volte in cui è necessario cercare una risposta alla paura, all’incertezza che accompagna una condizione umana e sociale quanto mai difficile, ai tornanti drammatici della vita. Ed è un disperato appello contro l’angoscia, la solitudine, il cuore di tenebra dell’ignoto.

Già, “quanto resta della notte?”. La risposta della sentinella è ambigua: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite”.

Arriverà alla fine, insomma, questo nostro viaggio al termine della notte. Ma come? Non è affatto detto che l’alba porti tempi migliori. C’è la speranza. E la sconfitta. Resta fermo un punto: è necessario “domandare” e cioè darsi da fare, scegliere, conoscere il senso di ciò che si è fatto, provare a cambiare il corso del tempo. Vengono in mente le parole di Shakespeare affidate a Ofelia, nell’Amleto: “Vi lascio il rosmarino per i ricordi, le viole per i pensieri…”.

Quanto resta allora della notte, per l’Europa stretta tra l’abbandono teorizzato dal Documento sulla sicurezza nazionale della Casa Bianca di Trump e l’aggressività di Putin, la pesante concorrenza strategica sull’economia di Pechino e le tensioni interne tra egoismi nazionalisti, stupidità burocratiche e scarsa cultura politica sul futuro?

Il rosmarino per i ricordi racconta di una lunga stagione in cui l’Europa era fiera della sua potenza economica e, al riparo della sicurezza garantita, a basso costo, dalla Nato e dunque soprattutto dagli Usa, poteva rafforzare i suoi ordinamenti democratici ed espandere gli investimenti per il benessere, la qualità della vita, i sistemi di welfare. L’Europa come area tutto sommato felice del mondo, spazio colto e civile dell’Occidente, in cui fiorivano democrazia, libertà d’impresa, sofisticata cultura e solidarietà sociale. E l’Europa manifatturiera, il successo della technè, del saper fare, il prodigio della tecnologia, la bellezza del design memore della lezione del Bauhaus, un soft power che si presumeva invidiato nel mondo (la buona cultura stimola spesso arroganza) e l’attitudine sofisticata del pensiero critico della Scuola di Francoforte. Cosa pretendere di meglio e di più? Quasi nessuno pensava più alla “sentinella della notte”.

Poi, è successo di tutto, e non nel modo migliore. E le viole per i pensieri adesso dicono di un’angoscia profonda, perché la globalizzazione “positiva” e “integrata” è crollata, il free trade scomposto e prepotente ha preso il posto del fair trade (le regole ben scritte e osservate, gli accordi commerciali, la ricerca della comune convenienza, gli accordi di sostenibilità, i “patti tra gentiluomini” attenti al comune interesse ma anche ai valori, per costruire valore economico). E oggi Joseph Nye con la prevalenza del soft power (diplomazia culturale, capacità di relazioni positive, attrattività multilaterale, empatia fondata sulla leva degli interessi e dei valori condivisi, ruolo autorevole degli organismi internazionali) è studiato, ricordato, elogiato e rimpianto, soprattutto a pochi mesi dalla morte (nel maggio di quest’anno), ma anche messo da canto nella biblioteca dei nuovi potenti, amanti dell’hard power, soprattutto se high tech.

Rieccoci nel momento più buio della notte. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, tre anni fa, ha rotto l’incanto delle convenienze nelle relazioni positive tra Ue e Mosca e messo fine alla comodità dell’energia a basso costo (una condizione favorevole soprattutto per l’industria tedesca, grande consumatrice di metano russo). Le tensioni in Medio Oriente (l’aggressione micidiale di Hamas e la durissima reazione militare israeliana con decine di migliaia di vittime tra la popolazione civile di Gaza, compreso lo strazio di migliaia di bambini) hanno aggravato il clima delle ostilità. E l’Europa, dopo ottant’anni di pace, si è ritrovata nel centro di una serie di conflitti (avevamo peraltro fatto di tutto per non capire bene la lezione di morte che c’era già arrivata dalle guerre e dalle stragi nel Balcani, negli anni Novanta).

Adesso il quadro, per noi europei, si fa sempre più cupo. L’Occidente sembra non esserci più, con gli Usa da una parte e l’Europa dall’altra. “L’Occidente è ancora una comunità di destino?”, si chiede preoccupato Andrea Malaguti (La Stampa, 14 dicembre). Anzi, più esattamente, la Casa Bianca sembra pronta a parlare di Europa, ma considerando i singoli Stati con i quali fare cherry picking per accordi e affari, senza però mai tenere conto, nel documento strategico di cui abbiamo parlato all’inizio, della Ue.

Una scelta anti Europa unita che, peraltro, ha vecchie, autorevoli radici: “Che numero di telefono ha l’Europa?”, amava fare ironia Henry Kissinger, Segretario di Stato degli Usa negli anni Settanta del Novecento.

“La Ue sbaglia direzione”, è uno dei più recenti e duri giudizi critici di Trump, a proposito della posizione europea a sostegno dell’Ucraina. E autorevoli commentatori ricordano che Trump giudica “l’Europa nemica” (Nathalie Tocci, La Stampa, 12 dicembre) e considera “alcuni partiti europei come veri nemici di civiltà” (Yascha Mounk, sempre su La Stampa), mentre Giuliano Da Empoli, sullo stesse pagine, scrive: “Siamo alla fine dell’Occidente e l’Europa se ne sta a fischiettare. Così rinasce la logica imperiale”. E Germano Dottori, analista di “Limes”, sostiene: “Donald vuole indebolire l’Europa, può accordarsi con Mosca e andare verso una nuova Yalta” (Quotidiano Nazionale/ Il Resto del Carlino 12 dicembre).

Tensioni, dialettiche, cambi di passo. Di sicuro, incertezze, su cui Putin fa leva per rafforzare le sue posizioni in una complessa diplomazia.

Giovanni Orsina, storico dell’Università Luiss, è tutto sommato fiducioso: “Usa e Ue, legame profondo. Rompere non è possibile” (Quotidiano Nazionale/ Il Resto del Carlino, 12 dicembre). E di certo anche il governo italiano, per dichiarazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è convinto che “per una pace giusta in Ucraina è cruciale l’unità tra Ue e Washington” (Corriere della Sera, 9 dicembre).

Ecco il punto. Come si sta muovendo l’Europa? Cosa sta facendo la Ue? È davvero consapevole della gravissima crisi che stiamo attraversando e che richiede scelte forti, strategiche, politicamente impegnative?

Anche da questo punto di vista, l’attenta lettura dei giornali aiuta a capire. “Viviamo ore drammatiche, è in gioco la democrazia. L’Europa si svegli e reagisca”, sostiene Michael Ignatieff, professore di Storia ad Harvard (la Repubblica, 9 dicembre). E Giampiero Massolo, ex Segretario Generale della Farnesina, è convinto che “la Ue non è ai margini, ci sono Paesi capaci di cooperare” (Quotidiano Nazionale/ Il Resto del Carlino, 9 dicembre). E ancora Mounk aggiunge: “La Ue riparta dal piano Draghi” e cioè dall’ambizioso progetto della costruzione del mercato unico e da un investimento da mille miliardi all’anno per dieci anni per rafforzare l’autonomia strategica europea, la sicurezza (compresa l’energia), l’innovazione, l’industria. Chiarisce Bernard Guetta: “L’Europa è una potenza economica forte e avanzata. Per questo è il bersaglio di Trump. Ma deve recuperare un distacco enorme e attirare le democrazie che non vogliono più assoggettarsi o a Usa e Cina” (La Stampa, 14 dicembre).

La Ue, in altri termini, non è affatto ai margini, anche se è parecchio in difficoltà, debole, lacerata al suo interno, ancora sotto shock per le posizioni polemiche del suo principale alleato storico, gli Usa.

Ha ragione Ferruccio de Bortoli quando scrive “Noi europei educati e deboli” (Corriere della Sera, 9 dicembre). E soprattutto quando poi ricorda i nostri punti di forza: lo Stato di diritto, le conquiste dell’economia di mercato, i valori civili. E insiste perché chi governa a Bruxelles e nelle capitali dei grandi Paesi europei non abdichi alle proprie responsabilità e difenda democrazia, autonomia, sicurezza strategica. A cominciare dalla libertà e dalla sicurezza in Ucraina. Anche se è chiaro – sostiene Massolo – che “nel settore securitario la difesa dell’Europa passa più dalle collaborazioni tra governi volenterosi (fino a britannici e partner asiatici) che dalle istituzioni della Ue. E che degli Usa non si può fare a meno, per il futuro prevedibile” (Corriere della Sera, 14 dicembre).

In recenti dibattiti, personalità come Mario Monti e Romano Prodi hanno ribadito l’urgenza di una scelta europea, sulla propria sicurezza, in un necessario dialogo con gli Usa, ma con la piena consapevolezza della propria forza, anche etica e culturale, oltre che economica. Marcello Messori, economista di grande spessore, si augura “più cooperazione Ue per contrastare il piano Trump contro l’integrazione (IlSole24Ore, 12 dicembre). E una serie di personalità europee (Jacques Attali. Pascal Lamy, Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Josep Borrell, Javier Cercas, etc) hanno firmato un manifesto per ribadire l’urgenza di scelte sulla “indipendenza europea”.

Partita difficile. Su cui essere molto lucidi (un pessimista – si usa dire – è un ottimista ben informato). Eppure, l’esperienza storica insegna che proprio in tempi difficili succede talvolta che emergano perfino inaspettatamente personalità da classe dirigente in grado di farsi carico delle proprie responsabilità e del proprio buon diritto.

Il cinema, è vero, è fabbrica di illusioni. Ma capita che apra squarci di verità e di possibilità di futuro su cui riflettere. “L’ora più buia” è un ottimo film del 2017, diretto da Joe Wright e interpretato magistralmente da Gary Oldman. E racconta come, nelle ore tragiche della disfatta di Dunkirk, Winston Churchill sia di fronte a una drammatica decisione: se ascoltare le pressioni di larghi settori del suo partito e negoziare una pace con Hitler o se resistere. Affronta un Parlamento impaurito, confuso, diffidente. E, alla fine, lo trascina sulla linea della continuazione della guerra contro i nazisti. Il Parlamento approva con convinzione profonda. E il suo principale avversario, Lord Halifax, è costretto ad ammettere: “Churchill ha mobilitato la lingua inglese e l’ha spedita in battaglia”.

Non era stata una vittoria della sapiente retorica. Ma dei valori democratici, politici, civili. Un vero e proprio “monito all’Europa”, per dirla con Thomas Mann.

Siamo in tempi di questa portata. E la notte della vigile sentinella di Isaia non può certo portare alla sconfitta europea.

(foto Getty Images)

“Sentinella, quanto resta della notte?”. La domanda che anima il Libro del profeta Isaia (21, 11-12) ricorre, nel corso del tempo, tutte le volte in cui è necessario cercare una risposta alla paura, all’incertezza che accompagna una condizione umana e sociale quanto mai difficile, ai tornanti drammatici della vita. Ed è un disperato appello contro l’angoscia, la solitudine, il cuore di tenebra dell’ignoto.

Già, “quanto resta della notte?”. La risposta della sentinella è ambigua: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite”.

Arriverà alla fine, insomma, questo nostro viaggio al termine della notte. Ma come? Non è affatto detto che l’alba porti tempi migliori. C’è la speranza. E la sconfitta. Resta fermo un punto: è necessario “domandare” e cioè darsi da fare, scegliere, conoscere il senso di ciò che si è fatto, provare a cambiare il corso del tempo. Vengono in mente le parole di Shakespeare affidate a Ofelia, nell’Amleto: “Vi lascio il rosmarino per i ricordi, le viole per i pensieri…”.

Quanto resta allora della notte, per l’Europa stretta tra l’abbandono teorizzato dal Documento sulla sicurezza nazionale della Casa Bianca di Trump e l’aggressività di Putin, la pesante concorrenza strategica sull’economia di Pechino e le tensioni interne tra egoismi nazionalisti, stupidità burocratiche e scarsa cultura politica sul futuro?

Il rosmarino per i ricordi racconta di una lunga stagione in cui l’Europa era fiera della sua potenza economica e, al riparo della sicurezza garantita, a basso costo, dalla Nato e dunque soprattutto dagli Usa, poteva rafforzare i suoi ordinamenti democratici ed espandere gli investimenti per il benessere, la qualità della vita, i sistemi di welfare. L’Europa come area tutto sommato felice del mondo, spazio colto e civile dell’Occidente, in cui fiorivano democrazia, libertà d’impresa, sofisticata cultura e solidarietà sociale. E l’Europa manifatturiera, il successo della technè, del saper fare, il prodigio della tecnologia, la bellezza del design memore della lezione del Bauhaus, un soft power che si presumeva invidiato nel mondo (la buona cultura stimola spesso arroganza) e l’attitudine sofisticata del pensiero critico della Scuola di Francoforte. Cosa pretendere di meglio e di più? Quasi nessuno pensava più alla “sentinella della notte”.

Poi, è successo di tutto, e non nel modo migliore. E le viole per i pensieri adesso dicono di un’angoscia profonda, perché la globalizzazione “positiva” e “integrata” è crollata, il free trade scomposto e prepotente ha preso il posto del fair trade (le regole ben scritte e osservate, gli accordi commerciali, la ricerca della comune convenienza, gli accordi di sostenibilità, i “patti tra gentiluomini” attenti al comune interesse ma anche ai valori, per costruire valore economico). E oggi Joseph Nye con la prevalenza del soft power (diplomazia culturale, capacità di relazioni positive, attrattività multilaterale, empatia fondata sulla leva degli interessi e dei valori condivisi, ruolo autorevole degli organismi internazionali) è studiato, ricordato, elogiato e rimpianto, soprattutto a pochi mesi dalla morte (nel maggio di quest’anno), ma anche messo da canto nella biblioteca dei nuovi potenti, amanti dell’hard power, soprattutto se high tech.

Rieccoci nel momento più buio della notte. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, tre anni fa, ha rotto l’incanto delle convenienze nelle relazioni positive tra Ue e Mosca e messo fine alla comodità dell’energia a basso costo (una condizione favorevole soprattutto per l’industria tedesca, grande consumatrice di metano russo). Le tensioni in Medio Oriente (l’aggressione micidiale di Hamas e la durissima reazione militare israeliana con decine di migliaia di vittime tra la popolazione civile di Gaza, compreso lo strazio di migliaia di bambini) hanno aggravato il clima delle ostilità. E l’Europa, dopo ottant’anni di pace, si è ritrovata nel centro di una serie di conflitti (avevamo peraltro fatto di tutto per non capire bene la lezione di morte che c’era già arrivata dalle guerre e dalle stragi nel Balcani, negli anni Novanta).

Adesso il quadro, per noi europei, si fa sempre più cupo. L’Occidente sembra non esserci più, con gli Usa da una parte e l’Europa dall’altra. “L’Occidente è ancora una comunità di destino?”, si chiede preoccupato Andrea Malaguti (La Stampa, 14 dicembre). Anzi, più esattamente, la Casa Bianca sembra pronta a parlare di Europa, ma considerando i singoli Stati con i quali fare cherry picking per accordi e affari, senza però mai tenere conto, nel documento strategico di cui abbiamo parlato all’inizio, della Ue.

Una scelta anti Europa unita che, peraltro, ha vecchie, autorevoli radici: “Che numero di telefono ha l’Europa?”, amava fare ironia Henry Kissinger, Segretario di Stato degli Usa negli anni Settanta del Novecento.

“La Ue sbaglia direzione”, è uno dei più recenti e duri giudizi critici di Trump, a proposito della posizione europea a sostegno dell’Ucraina. E autorevoli commentatori ricordano che Trump giudica “l’Europa nemica” (Nathalie Tocci, La Stampa, 12 dicembre) e considera “alcuni partiti europei come veri nemici di civiltà” (Yascha Mounk, sempre su La Stampa), mentre Giuliano Da Empoli, sullo stesse pagine, scrive: “Siamo alla fine dell’Occidente e l’Europa se ne sta a fischiettare. Così rinasce la logica imperiale”. E Germano Dottori, analista di “Limes”, sostiene: “Donald vuole indebolire l’Europa, può accordarsi con Mosca e andare verso una nuova Yalta” (Quotidiano Nazionale/ Il Resto del Carlino 12 dicembre).

Tensioni, dialettiche, cambi di passo. Di sicuro, incertezze, su cui Putin fa leva per rafforzare le sue posizioni in una complessa diplomazia.

Giovanni Orsina, storico dell’Università Luiss, è tutto sommato fiducioso: “Usa e Ue, legame profondo. Rompere non è possibile” (Quotidiano Nazionale/ Il Resto del Carlino, 12 dicembre). E di certo anche il governo italiano, per dichiarazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è convinto che “per una pace giusta in Ucraina è cruciale l’unità tra Ue e Washington” (Corriere della Sera, 9 dicembre).

Ecco il punto. Come si sta muovendo l’Europa? Cosa sta facendo la Ue? È davvero consapevole della gravissima crisi che stiamo attraversando e che richiede scelte forti, strategiche, politicamente impegnative?

Anche da questo punto di vista, l’attenta lettura dei giornali aiuta a capire. “Viviamo ore drammatiche, è in gioco la democrazia. L’Europa si svegli e reagisca”, sostiene Michael Ignatieff, professore di Storia ad Harvard (la Repubblica, 9 dicembre). E Giampiero Massolo, ex Segretario Generale della Farnesina, è convinto che “la Ue non è ai margini, ci sono Paesi capaci di cooperare” (Quotidiano Nazionale/ Il Resto del Carlino, 9 dicembre). E ancora Mounk aggiunge: “La Ue riparta dal piano Draghi” e cioè dall’ambizioso progetto della costruzione del mercato unico e da un investimento da mille miliardi all’anno per dieci anni per rafforzare l’autonomia strategica europea, la sicurezza (compresa l’energia), l’innovazione, l’industria. Chiarisce Bernard Guetta: “L’Europa è una potenza economica forte e avanzata. Per questo è il bersaglio di Trump. Ma deve recuperare un distacco enorme e attirare le democrazie che non vogliono più assoggettarsi o a Usa e Cina” (La Stampa, 14 dicembre).

La Ue, in altri termini, non è affatto ai margini, anche se è parecchio in difficoltà, debole, lacerata al suo interno, ancora sotto shock per le posizioni polemiche del suo principale alleato storico, gli Usa.

Ha ragione Ferruccio de Bortoli quando scrive “Noi europei educati e deboli” (Corriere della Sera, 9 dicembre). E soprattutto quando poi ricorda i nostri punti di forza: lo Stato di diritto, le conquiste dell’economia di mercato, i valori civili. E insiste perché chi governa a Bruxelles e nelle capitali dei grandi Paesi europei non abdichi alle proprie responsabilità e difenda democrazia, autonomia, sicurezza strategica. A cominciare dalla libertà e dalla sicurezza in Ucraina. Anche se è chiaro – sostiene Massolo – che “nel settore securitario la difesa dell’Europa passa più dalle collaborazioni tra governi volenterosi (fino a britannici e partner asiatici) che dalle istituzioni della Ue. E che degli Usa non si può fare a meno, per il futuro prevedibile” (Corriere della Sera, 14 dicembre).

In recenti dibattiti, personalità come Mario Monti e Romano Prodi hanno ribadito l’urgenza di una scelta europea, sulla propria sicurezza, in un necessario dialogo con gli Usa, ma con la piena consapevolezza della propria forza, anche etica e culturale, oltre che economica. Marcello Messori, economista di grande spessore, si augura “più cooperazione Ue per contrastare il piano Trump contro l’integrazione (IlSole24Ore, 12 dicembre). E una serie di personalità europee (Jacques Attali. Pascal Lamy, Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Josep Borrell, Javier Cercas, etc) hanno firmato un manifesto per ribadire l’urgenza di scelte sulla “indipendenza europea”.

Partita difficile. Su cui essere molto lucidi (un pessimista – si usa dire – è un ottimista ben informato). Eppure, l’esperienza storica insegna che proprio in tempi difficili succede talvolta che emergano perfino inaspettatamente personalità da classe dirigente in grado di farsi carico delle proprie responsabilità e del proprio buon diritto.

Il cinema, è vero, è fabbrica di illusioni. Ma capita che apra squarci di verità e di possibilità di futuro su cui riflettere. “L’ora più buia” è un ottimo film del 2017, diretto da Joe Wright e interpretato magistralmente da Gary Oldman. E racconta come, nelle ore tragiche della disfatta di Dunkirk, Winston Churchill sia di fronte a una drammatica decisione: se ascoltare le pressioni di larghi settori del suo partito e negoziare una pace con Hitler o se resistere. Affronta un Parlamento impaurito, confuso, diffidente. E, alla fine, lo trascina sulla linea della continuazione della guerra contro i nazisti. Il Parlamento approva con convinzione profonda. E il suo principale avversario, Lord Halifax, è costretto ad ammettere: “Churchill ha mobilitato la lingua inglese e l’ha spedita in battaglia”.

Non era stata una vittoria della sapiente retorica. Ma dei valori democratici, politici, civili. Un vero e proprio “monito all’Europa”, per dirla con Thomas Mann.

Siamo in tempi di questa portata. E la notte della vigile sentinella di Isaia non può certo portare alla sconfitta europea.

(foto Getty Images)

Tra programmazione e Intelligenza Artificiale

Appena pubblicato un libro che aiuta a capire gli strumenti dell’innovazione

L’innovazione che corre più dell’innovazione. È quanto – in apparenza – vivono molte organizzazioni della produzione (e in fin dei conti un po’ tutte le società moderne). Non è solo una questione di tempi con i quali la ricerca va avanti, ma anche di calendario di accettazione e applicazione dei risultati della stessa. Occorrono, come sempre, guide attente per capire. Anche nel caso della Intelligenza Artificiale che pare aver preso il posto, in brevissimo tempo, delle capacità di programmazione fino ad oggi presenti nelle organizzazioni e nelle imprese.

È da queste considerazioni che inizia il ragionamento di Francesco Maria De Collibus con il suo “La macchina che si autoprogramma. In quali mani finirà l’innovazione?”, libro appena pubblicato che, in uno spazio limitato, cerca di chiarire le relazioni (e gli effetti) di due componenti importanti dell’innovazione: l’Intelligenza Artificiale da una parte e l’informatica e programmazione dell’altra.

Oggi – è la constatazione di De Collibus – è l’Intelligenza Artificiale a divorare il software. In pochi mesi siamo passati da un’epoca in cui programmare richiedeva anni di studio a una nuova realtà in cui basta descrivere quello che vogliamo nella nostra lingua di tutti i giorni per vedere il codice scriversi da solo. Cosa potrà accadere da qui in avanti? Chi legge viene quindi accompagnato in un percorso di conoscenza di questo passaggio tecnologico con un percorso in due tappe: prima la messa a fuoco di cosa siano i computer e la programmazione, poi l’approfondimento delle caratteristiche dell’Intelligenza Artificiale. De Collibus – che è filosofo ed informatico con una lunga esperienza nelle tecnologie dell’informazione – tocca quanto avvenuto nella Silicon Valley, l’agire di colossi come GitHub Copilot e l’azione di aziende emergenti come Cursor e Replit. Obiettivo è raccontare come si sta ridefinendo non solo il mestiere del programmatore, ma che cosa significhi oggi creare tecnologia.

Il libro non fornisce soluzioni per tutte le occasioni, ma strumenti per capire meglio e reagire meglio ad una serie di domande le cui risposte devono entrare  a fare parte della consapevolezza di tutto. Domande su come pensare il nostro tempo, come ragionare con strumenti totalmente nuovi, come fare ordine nella mole di informazioni e di suggestioni che ogni giorno vengono proposte.

La macchina che si autoprogramma. In quali mani finirà l’innovazione?

Francesco De Collibus

EGEA, 2025

Appena pubblicato un libro che aiuta a capire gli strumenti dell’innovazione

L’innovazione che corre più dell’innovazione. È quanto – in apparenza – vivono molte organizzazioni della produzione (e in fin dei conti un po’ tutte le società moderne). Non è solo una questione di tempi con i quali la ricerca va avanti, ma anche di calendario di accettazione e applicazione dei risultati della stessa. Occorrono, come sempre, guide attente per capire. Anche nel caso della Intelligenza Artificiale che pare aver preso il posto, in brevissimo tempo, delle capacità di programmazione fino ad oggi presenti nelle organizzazioni e nelle imprese.

È da queste considerazioni che inizia il ragionamento di Francesco Maria De Collibus con il suo “La macchina che si autoprogramma. In quali mani finirà l’innovazione?”, libro appena pubblicato che, in uno spazio limitato, cerca di chiarire le relazioni (e gli effetti) di due componenti importanti dell’innovazione: l’Intelligenza Artificiale da una parte e l’informatica e programmazione dell’altra.

Oggi – è la constatazione di De Collibus – è l’Intelligenza Artificiale a divorare il software. In pochi mesi siamo passati da un’epoca in cui programmare richiedeva anni di studio a una nuova realtà in cui basta descrivere quello che vogliamo nella nostra lingua di tutti i giorni per vedere il codice scriversi da solo. Cosa potrà accadere da qui in avanti? Chi legge viene quindi accompagnato in un percorso di conoscenza di questo passaggio tecnologico con un percorso in due tappe: prima la messa a fuoco di cosa siano i computer e la programmazione, poi l’approfondimento delle caratteristiche dell’Intelligenza Artificiale. De Collibus – che è filosofo ed informatico con una lunga esperienza nelle tecnologie dell’informazione – tocca quanto avvenuto nella Silicon Valley, l’agire di colossi come GitHub Copilot e l’azione di aziende emergenti come Cursor e Replit. Obiettivo è raccontare come si sta ridefinendo non solo il mestiere del programmatore, ma che cosa significhi oggi creare tecnologia.

Il libro non fornisce soluzioni per tutte le occasioni, ma strumenti per capire meglio e reagire meglio ad una serie di domande le cui risposte devono entrare  a fare parte della consapevolezza di tutto. Domande su come pensare il nostro tempo, come ragionare con strumenti totalmente nuovi, come fare ordine nella mole di informazioni e di suggestioni che ogni giorno vengono proposte.

La macchina che si autoprogramma. In quali mani finirà l’innovazione?

Francesco De Collibus

EGEA, 2025

La cultura della diversità che crea sviluppo

Una ricerca discussa presso l’Università di Padova mette a fuoco regole, strumenti e percorsi per l’inserimento nelle imprese delle persone immigrate

Diversity management, ovvero gestione della diversità. Per crescere mettendo a frutto culture diverse, arricchendosi condividendo e non separando. Nella società come nell’economia. Teoricamente l’approccio è giusto e facile, la realtà – spesso – indica tutt’altra cosa. Victoria Chitoroaga indaga uno degli aspetti forse più controversi del tema e ne sintetizza i risultati in un lavoro che ha preso forma di tesi discussa presso l’Università di Padova.

“Gestione interculturale delle risorse umane: inserimento e sviluppo del personale straniero in Italia”, questo il titolo dato al lavoro, affronta, viene spiegato nelle prime righe, “il tema della gestione interculturale delle risorse umane in Italia, focalizzandosi in particolare sulle strategie di inserimento e sviluppo del personale immigrato”. Tema di discussione più che importante perché si inserisce “in un dibattito attuale che coinvolge sfera aziendale, istituzioni, società civile e sistema formativo” e che offre spunti per riflettere sulle relazioni che si creano nei sistemi sociali e produttivi alle prese con le persone immigrate.

Chitoroaga, tuttavia, aggiunge un altro elemento nel suo ragionamento, e cioè la “rilevanza strategica della diversità in una società sempre più interconnessa” e quindi l’importanza delle risorse multiculturali come elementi per affrontare meglio i problemi e le opportunità del momento.

Obiettivo principale del lavoro è identificare e analizzare le strategie più efficaci per l’inserimento e la valorizzazione del personale immigrato nelle organizzazioni italiane. Un traguardo che Chitoroaga cerca di raggiungere individuando le pratiche in grado di promuovere realmente inclusione e sviluppo professionale nel lungo periodo.

Il lavoro inizia quindi con un quadro delle regole sull’immigrazione in Italia e passa subito dopo al tema centrale: la gestione interculturale delle risorse umane e quindi ai metodi di inserimento lavorativo deli immigrati e alle leve per favorire un loro sviluppo professionale.  Un’attenzione specifica è rivolta all’analisi delle barriere esistenti: dai pregiudizi culturali alle difficoltà linguistiche e ai limiti nel riconoscimento delle competenze e alla ricerca di soluzioni per il loro superamento.

 

 

Gestione interculturale delle risorse umane: inserimento e sviluppo del personale straniero in Italia

Victoria Chitoroaga

Tesi, Università degli Studi di Padova Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali Corso di Laurea Magistrale in Scienze del Governo e Politiche Pubbliche, 2025

Una ricerca discussa presso l’Università di Padova mette a fuoco regole, strumenti e percorsi per l’inserimento nelle imprese delle persone immigrate

Diversity management, ovvero gestione della diversità. Per crescere mettendo a frutto culture diverse, arricchendosi condividendo e non separando. Nella società come nell’economia. Teoricamente l’approccio è giusto e facile, la realtà – spesso – indica tutt’altra cosa. Victoria Chitoroaga indaga uno degli aspetti forse più controversi del tema e ne sintetizza i risultati in un lavoro che ha preso forma di tesi discussa presso l’Università di Padova.

“Gestione interculturale delle risorse umane: inserimento e sviluppo del personale straniero in Italia”, questo il titolo dato al lavoro, affronta, viene spiegato nelle prime righe, “il tema della gestione interculturale delle risorse umane in Italia, focalizzandosi in particolare sulle strategie di inserimento e sviluppo del personale immigrato”. Tema di discussione più che importante perché si inserisce “in un dibattito attuale che coinvolge sfera aziendale, istituzioni, società civile e sistema formativo” e che offre spunti per riflettere sulle relazioni che si creano nei sistemi sociali e produttivi alle prese con le persone immigrate.

Chitoroaga, tuttavia, aggiunge un altro elemento nel suo ragionamento, e cioè la “rilevanza strategica della diversità in una società sempre più interconnessa” e quindi l’importanza delle risorse multiculturali come elementi per affrontare meglio i problemi e le opportunità del momento.

Obiettivo principale del lavoro è identificare e analizzare le strategie più efficaci per l’inserimento e la valorizzazione del personale immigrato nelle organizzazioni italiane. Un traguardo che Chitoroaga cerca di raggiungere individuando le pratiche in grado di promuovere realmente inclusione e sviluppo professionale nel lungo periodo.

Il lavoro inizia quindi con un quadro delle regole sull’immigrazione in Italia e passa subito dopo al tema centrale: la gestione interculturale delle risorse umane e quindi ai metodi di inserimento lavorativo deli immigrati e alle leve per favorire un loro sviluppo professionale.  Un’attenzione specifica è rivolta all’analisi delle barriere esistenti: dai pregiudizi culturali alle difficoltà linguistiche e ai limiti nel riconoscimento delle competenze e alla ricerca di soluzioni per il loro superamento.

 

 

Gestione interculturale delle risorse umane: inserimento e sviluppo del personale straniero in Italia

Victoria Chitoroaga

Tesi, Università degli Studi di Padova Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali Corso di Laurea Magistrale in Scienze del Governo e Politiche Pubbliche, 2025

La qualità della vita è benessere e valori, e dunque Europa, sicurezza e sviluppo

Cos’è la qualità della vita? Benessere diffuso, lavoro qualificato e ben retribuito, casa accogliente, servizi efficaci per la salute, la scuola, la cultura e lo sport. E poi una condizione che stimoli l’intraprendenza e l’innovazione, un ambiente civile e rassicurante, la possibilità di progettare per sé e per i propri figli un futuro migliore. Una vita piacevole, in libertà e degna di essere vissuta, insomma. A pensarci bene, un po’ quello che generalmente offre l’Italia, nonostante ombre e contrasti. Anche se, proprio a questo nostro Paese, amiamo attribuire la definizione che Benedetto Croce dava di Napoli, sulla scorta dei viaggiatori europei del Grand Tour: “Un paradiso abitato da diavoli”.

Ma la qualità della vita, in una stagione di drammatiche crisi dei rapporti geopolitici, di fratture negli scambi commerciali internazionali e di clamorosi sconvolgimenti produttivi e sociali provocati dalle tecnologie digitali, non si può leggere solo nel microcosmo della comunità locale, nell’Italia “strapaese”, nella dimensione del “particolare”. Si lega ai grandi temi della libertà, della inclusione sociale e del rafforzamento della democrazia insidiata da demoni autoritari. E dunque al rilancio dell’Europa, territorio che nel corso della seconda metà del Novecento ha elaborato, sperimentato, fatto crescere il modello di un’originale sintesi tra democrazia liberale, economia di mercato e welfare, tra libertà, innovazione e solidarietà.

Qualità della vita, appunto. Per cui vale dunque la pena provare a ragionare non solo su “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, ma anche sui progetti politici e sociali che vale la pena pensare e realizzare. In nome di una migliore condizione umana e civile.

Riguardiamo l’Italia, allora, mettendo da canto stereotipi, pregiudizi e luoghi comuni. Ci aiutano dati e analisi di indagini recenti, a cominciare dalla classifica annuale de “IlSole24Ore” appunto sulla qualità della vita (1 dicembre), dal Rapporto Censis sullo stato sociale del Paese (5 dicembre) e dai dati dell’Istat sull’economia, l’occupazione e i salari.

Guardiamo meglio, allora. Cominciando con le “mappe del benessere” de “IlSole24Ore” (la prima edizione del censimento risale al 1990). In testa, ci sono Trento, Bolzano e Udine, “il trionfo dell’arco alpino”, titola il quotidiano economico. Poi, Bologna, Bergamo, Treviso, Verona. Milano è ottava (recuperando quattro posizioni sull’anno precedente, anche se scende al penultimo posto per “la sicurezza”), seguita da Padova e Parma e via via continuando, per tutte le 107 province italiane.

Un dato da segnalare: Siena, in classifica generale al 21° posto, risulta invece prima per qualità della vita delle donne: una condizione particolare, su cui è utile che le forze politiche, economiche e sociali facciano un’attenta riflessione, dato che proprio il divario di genere, che si riduce troppo lentamente, è un punto quanto mai negativo della condizione italiana.

In coda all’elenco anche quest’anno c’é Reggio Calabria, preceduta da Siracusa, Crotone e Napoli. Il Sud, come sempre, va male: per trovare la città meridionale meglio collocata in classifica, bisogna arrivare al 39° posto con Cagliari, mentre Bari è al 67° e Palermo al 97°. Roma, la capitale, al 46° (13 posizioni guadagnate sullo scorso anno).

Gli indicatori usati sono 90. E tengono conto di ricchezza e consumi, affari e lavoro, demografia, società e salute, ambiente e servizi, giustizia e sicurezza, cultura e tempo libero, con approfondimenti per genere, età, condizione sociale, etc. Quest’anno le analisi indicano un paese sempre spaccato, sì, ma lentamente in movimento, anche se restano diseguaglianze forti, invecchiamento, gelata demografica, emigrazione dei giovani, bassi salari, disagi. E nelle aree metropolitane, le più dinamiche e attrattive, crescono i problemi sociali, a cominciare da quello della casa.

Nell’opinione europea diffusa, l’Italia è, tutto sommato, un paese in cui si vive bene, grazie anche a un welfare diffuso (soprattutto per la previdenza) e a un sistema sanitario nazionale che, grazie anche al rapporto pubblico-privato, funziona meglio che altrove.

Eppure, il malumore diffuso è ampio, “l’inverno del nostro scontento”, per dirla con il famoso inizio del “Riccardo III” di Shakespeare, trova sempre maggiori sostenitori, il disagio sociale si manifesta con punte di particolare acutezza, soprattutto nel corpo ampio e malcerto di un “ceto medio” che avverte una forte perdita del potere d’acquisto e dunque il peggioramento delle condizioni di vita. “Salari in picchiata: -8.8% rispetto al 2021”, scrive La Stampa (6 dicembre) sulla scorta dei dati dell’Istat: crescono un po’, quest’anno, anche grazie ai contratti di lavoro che si rinnovano, ma non tanto da colmare un gap che ci distanzia dal resto dell’Europa produttiva.

Di questi disagi fanno fede i giudizi dell’annuale Rapporto Censis, il 59°, che fotografa un’Italia sfiduciata, “selvaggia”, che ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese, mal sopporta la politica attuale, si astiene in misura crescente alle elezioni (alle ultime regionali sono andati alle urne meno di metà degli elettori) e – dato quanto mai inquietante – nel 30% dei casi dichiara di avere fiducia negli “autocrati”, da Putin a Orban, Erdogan, XI JinPing e a Trump. La democrazia, insomma, sta male. La percezione di una cattiva qualità della vita e la perdita di speranze ne mina le fondamenta.

Il leader internazionale preferito è Papa Leone XIV, con il 66,7% dei consensi.

Nel tempo libero, gli italiani fanno moltissimo sesso (il 62,5% dichiara rapporti molto frequenti, anche “virtuali”). Spendono parecchi soldi negli smartphone ma non nei libri. Si lamentano dei bassi redditi. E invecchiano male.

Che succede, insomma? “La politica non sa più ascoltare, guarda solo ai sondaggi. E trascura il ceto medio. Eppure sono proprio queste persone ad avere resistito a paure e declino, a muoversi e potere salvare l’Italia”, commenta Giuseppe De Rita, presidente del Censis, da sempre osservatore critico acutissimo delle evoluzioni e delle involuzioni della nostra situazione sociale (La Stampa, 7 dicembre). Varrebbe la pena che politici e sindacati gli dessero ascolto: è il ceto medio da lavoro dipendente, soprattutto quello industriale, a fare da tessuto connettivo delle nostre industrie e a fornire idee e forza lavoro alle imprese che fanno di tutto per crescere e venire fuori dalla crisi.

Una sintesi acuta è tentata da Chiara Saraceno, sofisticata sociologa, che sottolinea “la sfiducia nell’Europa e nel welfare (il 78,5% non ha fiducia nei servizi sanitari essenziali), in un Paese che vive alla giornata. Pesa la deindustrializzazione, mentre una fascia crescente si impoverisce”.

Cosa servirebbe? Ricostruire fiducia. Nel lavoro, soprattutto tra i giovani. Nella politica. Nella buona amministrazione. Nell’intraprendenza e nell’impresa. Nelle opportunità di costruire un futuro migliore. Anche per affrontare meglio la glaciazione demografica e la “fuga dei cervelli all’estero”. E per attirare capitali e investimenti. Per promuovere le intelligenze creative.

Ha dunque ragione l’Istituto Treccani quando indica in “fiducia” la parola dell’anno (calcolando i clic dei giovani sul suo sito).

Fiducia, come orizzonte personale. E soprattutto politico e professionale.

Fiducia nell’Italia che ce la fa. E soprattutto fiducia nell’Europa, proprio in un momento in cui la Ue vive una profondissima condizione di difficoltà e di crisi.

Ecco un altro punto su cui soffermarsi. Il futuro e le responsabilità dell’Europa. Partendo dal documento sulla National Security Strategy Usa che da alcuni giorni sta scuotendo le opinioni pubbliche internazionali e soprattutto quelle europee. Vi si afferma “il declino economico dell’Europa e la prospettiva reale e ancora più cupa di una cancellazione della civiltà”, messa in crisi “da governi di minoranza instabili che calpestano i principi della democrazia per reprimere l’opposizione” mentre la Ue “mina la libertà politica e la sovranità”. Una sovranità che va riportata agli Stati nazionali. Appunto con la fine della Ue.

È la frattura formalizzata (ma tutt’altro che inattesa) dell’Occidente come lo abbiamo conosciuto nel Novecento delle democrazie liberali. E la presa d’atto della solitudine dell’Europa, innanzitutto sulla propria sicurezza e sulla crisi di quella sintesi, di cui abbiamo parlato all’inizio, tra libertà e welfare, sotto l’ombrello militare protettivo degli Usa e della Nato.

Adesso, proprio per difendere e rilanciare quei valori europei, la Ue “balla da sola”. E deve imparare a sopravvivere. Di fronte a quello che il Corriere della Sera (8 dicembre) definisce “Asse Putin-Trump sull’Europa” (il Cremlino aveva dichiarato la sua piena sintonia con le posizioni del documento Usa), mentre La Stampa (8 dicembre) parla di “Divorzio Atlantico” e il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno” titola su “L’Europa sotto assedio. Mosca: ‘Siamo con Trump”. E su “L’Europa sotto assedio” titola anche la Repubblica.

Che fare? I commenti dei principali quotidiani italiani, tra sabato e lunedì, sono già stati indicativi sia del disagio sia della necessità di una chiara reazione. Antonio Polito, sul Corriere della Sera, ricorda, citando Mark Twain, che “la notizia sulla morte dell’Europa ci pare grossolanamente esagerata”, anche se la crisi c’è e va affrontata con lungimiranza e senso di responsabilità, contrastando pure la sponda populista filo-Putin e filo-Maga interna all’Europa: una battaglia politica e culturale, difficile e controvento, per combattere la quale, però, l’Europa non è affatto disarmata.

Andrea Malaguti, su La Stampa, invita a “ripartire dalla ricerca di solidarietà dei Paesi che hanno dato vita all’Unione Europea”, senza ambiguità, in modo da pesare di più e in modo autonomo anche all’interno della Nato. E a rilanciare l’Europa, potenza economica e dunque possibile attore internazionale di primo piano, a partire dalla realizzazione del Piano Draghi. E Agnese Pini, sul Quotidiano Nazionale, rileva che è necessario “fare della trasparenza e dello Stato di diritto la nostra identità, perché la forza dell’Europa non è un passato mitico né l’omogeneità etnica, ma la promessa di diritti uguali per tutti, minoranze incluse”. Costruire insomma “un racconto alternativo di civiltà europea”. E “smettere di considerarci come un’appendice del mondo di qualcun altro”.

Europa da riformare. Da rafforzare. Da liberare da burocratismi. E da rilanciare. Senza rompere con gli Usa né pensare di gestire da soli la Nato (non ce lo possiamo permettere, non ne siano ancora tecnologicamente e militarmente in grado). Ma insistendo sulla nostra autonomia (e il rapporto tra Ue e Gran Bretagna in questa prospettiva è essenziale.) Sergio Fabbrini su Il Sole24Ore, parla di “difesa europea nell’epoca post americana”, senza cadere nel militarismo ma continuando a legare sicurezza e democrazia, valori europei e dialogo con tutti gli altri attori internazionali interessati a un equilibrio del mondo diverso dal confronto ruvido tra Usa, Cina e Russia.

È, insomma, una questione di valori. E di libertà. Sicuramente di un nuovo corso della Ue. Ricordando la lezione di Jean Monnet sull’Europa che si rilancia proprio di fronte alle difficoltà.

Così, vale la pena di dare ascolto a uno dei più autorevoli filosofi politici tedeschi, Jurgen Habermas, uno dei padri del pensiero democratico del Novecento: l’Europa è sola, tra espansione cinese e democrazia svuotata da Trump e dunque “un’ulteriore integrazione politica almeno nel cuore dell’Unione Europea non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza come lo è oggi è mai è sembrata così improbabile” (da una conferenza del 19 novembre alla Fondazione Siemens a Monaco di Baviera). Habermas ha ragione. Come ce l’ha un altro grande pensatore europeo, Michel Foucault: “La libertà non è qualcosa che si possiede, è qualcosa che si pratica”.  Una visione liberale e democratica. Una ricostruzione di fiducia.

(foto Getty Images)

Cos’è la qualità della vita? Benessere diffuso, lavoro qualificato e ben retribuito, casa accogliente, servizi efficaci per la salute, la scuola, la cultura e lo sport. E poi una condizione che stimoli l’intraprendenza e l’innovazione, un ambiente civile e rassicurante, la possibilità di progettare per sé e per i propri figli un futuro migliore. Una vita piacevole, in libertà e degna di essere vissuta, insomma. A pensarci bene, un po’ quello che generalmente offre l’Italia, nonostante ombre e contrasti. Anche se, proprio a questo nostro Paese, amiamo attribuire la definizione che Benedetto Croce dava di Napoli, sulla scorta dei viaggiatori europei del Grand Tour: “Un paradiso abitato da diavoli”.

Ma la qualità della vita, in una stagione di drammatiche crisi dei rapporti geopolitici, di fratture negli scambi commerciali internazionali e di clamorosi sconvolgimenti produttivi e sociali provocati dalle tecnologie digitali, non si può leggere solo nel microcosmo della comunità locale, nell’Italia “strapaese”, nella dimensione del “particolare”. Si lega ai grandi temi della libertà, della inclusione sociale e del rafforzamento della democrazia insidiata da demoni autoritari. E dunque al rilancio dell’Europa, territorio che nel corso della seconda metà del Novecento ha elaborato, sperimentato, fatto crescere il modello di un’originale sintesi tra democrazia liberale, economia di mercato e welfare, tra libertà, innovazione e solidarietà.

Qualità della vita, appunto. Per cui vale dunque la pena provare a ragionare non solo su “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, ma anche sui progetti politici e sociali che vale la pena pensare e realizzare. In nome di una migliore condizione umana e civile.

Riguardiamo l’Italia, allora, mettendo da canto stereotipi, pregiudizi e luoghi comuni. Ci aiutano dati e analisi di indagini recenti, a cominciare dalla classifica annuale de “IlSole24Ore” appunto sulla qualità della vita (1 dicembre), dal Rapporto Censis sullo stato sociale del Paese (5 dicembre) e dai dati dell’Istat sull’economia, l’occupazione e i salari.

Guardiamo meglio, allora. Cominciando con le “mappe del benessere” de “IlSole24Ore” (la prima edizione del censimento risale al 1990). In testa, ci sono Trento, Bolzano e Udine, “il trionfo dell’arco alpino”, titola il quotidiano economico. Poi, Bologna, Bergamo, Treviso, Verona. Milano è ottava (recuperando quattro posizioni sull’anno precedente, anche se scende al penultimo posto per “la sicurezza”), seguita da Padova e Parma e via via continuando, per tutte le 107 province italiane.

Un dato da segnalare: Siena, in classifica generale al 21° posto, risulta invece prima per qualità della vita delle donne: una condizione particolare, su cui è utile che le forze politiche, economiche e sociali facciano un’attenta riflessione, dato che proprio il divario di genere, che si riduce troppo lentamente, è un punto quanto mai negativo della condizione italiana.

In coda all’elenco anche quest’anno c’é Reggio Calabria, preceduta da Siracusa, Crotone e Napoli. Il Sud, come sempre, va male: per trovare la città meridionale meglio collocata in classifica, bisogna arrivare al 39° posto con Cagliari, mentre Bari è al 67° e Palermo al 97°. Roma, la capitale, al 46° (13 posizioni guadagnate sullo scorso anno).

Gli indicatori usati sono 90. E tengono conto di ricchezza e consumi, affari e lavoro, demografia, società e salute, ambiente e servizi, giustizia e sicurezza, cultura e tempo libero, con approfondimenti per genere, età, condizione sociale, etc. Quest’anno le analisi indicano un paese sempre spaccato, sì, ma lentamente in movimento, anche se restano diseguaglianze forti, invecchiamento, gelata demografica, emigrazione dei giovani, bassi salari, disagi. E nelle aree metropolitane, le più dinamiche e attrattive, crescono i problemi sociali, a cominciare da quello della casa.

Nell’opinione europea diffusa, l’Italia è, tutto sommato, un paese in cui si vive bene, grazie anche a un welfare diffuso (soprattutto per la previdenza) e a un sistema sanitario nazionale che, grazie anche al rapporto pubblico-privato, funziona meglio che altrove.

Eppure, il malumore diffuso è ampio, “l’inverno del nostro scontento”, per dirla con il famoso inizio del “Riccardo III” di Shakespeare, trova sempre maggiori sostenitori, il disagio sociale si manifesta con punte di particolare acutezza, soprattutto nel corpo ampio e malcerto di un “ceto medio” che avverte una forte perdita del potere d’acquisto e dunque il peggioramento delle condizioni di vita. “Salari in picchiata: -8.8% rispetto al 2021”, scrive La Stampa (6 dicembre) sulla scorta dei dati dell’Istat: crescono un po’, quest’anno, anche grazie ai contratti di lavoro che si rinnovano, ma non tanto da colmare un gap che ci distanzia dal resto dell’Europa produttiva.

Di questi disagi fanno fede i giudizi dell’annuale Rapporto Censis, il 59°, che fotografa un’Italia sfiduciata, “selvaggia”, che ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese, mal sopporta la politica attuale, si astiene in misura crescente alle elezioni (alle ultime regionali sono andati alle urne meno di metà degli elettori) e – dato quanto mai inquietante – nel 30% dei casi dichiara di avere fiducia negli “autocrati”, da Putin a Orban, Erdogan, XI JinPing e a Trump. La democrazia, insomma, sta male. La percezione di una cattiva qualità della vita e la perdita di speranze ne mina le fondamenta.

Il leader internazionale preferito è Papa Leone XIV, con il 66,7% dei consensi.

Nel tempo libero, gli italiani fanno moltissimo sesso (il 62,5% dichiara rapporti molto frequenti, anche “virtuali”). Spendono parecchi soldi negli smartphone ma non nei libri. Si lamentano dei bassi redditi. E invecchiano male.

Che succede, insomma? “La politica non sa più ascoltare, guarda solo ai sondaggi. E trascura il ceto medio. Eppure sono proprio queste persone ad avere resistito a paure e declino, a muoversi e potere salvare l’Italia”, commenta Giuseppe De Rita, presidente del Censis, da sempre osservatore critico acutissimo delle evoluzioni e delle involuzioni della nostra situazione sociale (La Stampa, 7 dicembre). Varrebbe la pena che politici e sindacati gli dessero ascolto: è il ceto medio da lavoro dipendente, soprattutto quello industriale, a fare da tessuto connettivo delle nostre industrie e a fornire idee e forza lavoro alle imprese che fanno di tutto per crescere e venire fuori dalla crisi.

Una sintesi acuta è tentata da Chiara Saraceno, sofisticata sociologa, che sottolinea “la sfiducia nell’Europa e nel welfare (il 78,5% non ha fiducia nei servizi sanitari essenziali), in un Paese che vive alla giornata. Pesa la deindustrializzazione, mentre una fascia crescente si impoverisce”.

Cosa servirebbe? Ricostruire fiducia. Nel lavoro, soprattutto tra i giovani. Nella politica. Nella buona amministrazione. Nell’intraprendenza e nell’impresa. Nelle opportunità di costruire un futuro migliore. Anche per affrontare meglio la glaciazione demografica e la “fuga dei cervelli all’estero”. E per attirare capitali e investimenti. Per promuovere le intelligenze creative.

Ha dunque ragione l’Istituto Treccani quando indica in “fiducia” la parola dell’anno (calcolando i clic dei giovani sul suo sito).

Fiducia, come orizzonte personale. E soprattutto politico e professionale.

Fiducia nell’Italia che ce la fa. E soprattutto fiducia nell’Europa, proprio in un momento in cui la Ue vive una profondissima condizione di difficoltà e di crisi.

Ecco un altro punto su cui soffermarsi. Il futuro e le responsabilità dell’Europa. Partendo dal documento sulla National Security Strategy Usa che da alcuni giorni sta scuotendo le opinioni pubbliche internazionali e soprattutto quelle europee. Vi si afferma “il declino economico dell’Europa e la prospettiva reale e ancora più cupa di una cancellazione della civiltà”, messa in crisi “da governi di minoranza instabili che calpestano i principi della democrazia per reprimere l’opposizione” mentre la Ue “mina la libertà politica e la sovranità”. Una sovranità che va riportata agli Stati nazionali. Appunto con la fine della Ue.

È la frattura formalizzata (ma tutt’altro che inattesa) dell’Occidente come lo abbiamo conosciuto nel Novecento delle democrazie liberali. E la presa d’atto della solitudine dell’Europa, innanzitutto sulla propria sicurezza e sulla crisi di quella sintesi, di cui abbiamo parlato all’inizio, tra libertà e welfare, sotto l’ombrello militare protettivo degli Usa e della Nato.

Adesso, proprio per difendere e rilanciare quei valori europei, la Ue “balla da sola”. E deve imparare a sopravvivere. Di fronte a quello che il Corriere della Sera (8 dicembre) definisce “Asse Putin-Trump sull’Europa” (il Cremlino aveva dichiarato la sua piena sintonia con le posizioni del documento Usa), mentre La Stampa (8 dicembre) parla di “Divorzio Atlantico” e il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno” titola su “L’Europa sotto assedio. Mosca: ‘Siamo con Trump”. E su “L’Europa sotto assedio” titola anche la Repubblica.

Che fare? I commenti dei principali quotidiani italiani, tra sabato e lunedì, sono già stati indicativi sia del disagio sia della necessità di una chiara reazione. Antonio Polito, sul Corriere della Sera, ricorda, citando Mark Twain, che “la notizia sulla morte dell’Europa ci pare grossolanamente esagerata”, anche se la crisi c’è e va affrontata con lungimiranza e senso di responsabilità, contrastando pure la sponda populista filo-Putin e filo-Maga interna all’Europa: una battaglia politica e culturale, difficile e controvento, per combattere la quale, però, l’Europa non è affatto disarmata.

Andrea Malaguti, su La Stampa, invita a “ripartire dalla ricerca di solidarietà dei Paesi che hanno dato vita all’Unione Europea”, senza ambiguità, in modo da pesare di più e in modo autonomo anche all’interno della Nato. E a rilanciare l’Europa, potenza economica e dunque possibile attore internazionale di primo piano, a partire dalla realizzazione del Piano Draghi. E Agnese Pini, sul Quotidiano Nazionale, rileva che è necessario “fare della trasparenza e dello Stato di diritto la nostra identità, perché la forza dell’Europa non è un passato mitico né l’omogeneità etnica, ma la promessa di diritti uguali per tutti, minoranze incluse”. Costruire insomma “un racconto alternativo di civiltà europea”. E “smettere di considerarci come un’appendice del mondo di qualcun altro”.

Europa da riformare. Da rafforzare. Da liberare da burocratismi. E da rilanciare. Senza rompere con gli Usa né pensare di gestire da soli la Nato (non ce lo possiamo permettere, non ne siano ancora tecnologicamente e militarmente in grado). Ma insistendo sulla nostra autonomia (e il rapporto tra Ue e Gran Bretagna in questa prospettiva è essenziale.) Sergio Fabbrini su Il Sole24Ore, parla di “difesa europea nell’epoca post americana”, senza cadere nel militarismo ma continuando a legare sicurezza e democrazia, valori europei e dialogo con tutti gli altri attori internazionali interessati a un equilibrio del mondo diverso dal confronto ruvido tra Usa, Cina e Russia.

È, insomma, una questione di valori. E di libertà. Sicuramente di un nuovo corso della Ue. Ricordando la lezione di Jean Monnet sull’Europa che si rilancia proprio di fronte alle difficoltà.

Così, vale la pena di dare ascolto a uno dei più autorevoli filosofi politici tedeschi, Jurgen Habermas, uno dei padri del pensiero democratico del Novecento: l’Europa è sola, tra espansione cinese e democrazia svuotata da Trump e dunque “un’ulteriore integrazione politica almeno nel cuore dell’Unione Europea non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza come lo è oggi è mai è sembrata così improbabile” (da una conferenza del 19 novembre alla Fondazione Siemens a Monaco di Baviera). Habermas ha ragione. Come ce l’ha un altro grande pensatore europeo, Michel Foucault: “La libertà non è qualcosa che si possiede, è qualcosa che si pratica”.  Una visione liberale e democratica. Una ricostruzione di fiducia.

(foto Getty Images)

Ecco le Terne Finaliste della quinta edizione del Campiello Junior 2026

Il 4 dicembre 2025, nell’Headquarters Pirelli di Milano Bicocca, sono state selezionate le due Terne Finaliste della quinta edizione del Campiello Junior, il premio letterario frutto della sinergia tra Fondazione Il Campiello, Fondazione Pirelli e Pirelli, dedicato a opere di narrativa e poesia italiana che si rivolgono a bambine e bambini dai 7 ai 10 anni e a ragazze e ragazzi dagli 11 ai 14 anni.

La selezione dei titoli finalisti è stata affidata a una giuria qualificata, presieduta da Pino Boero, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura, e composta da Chiara Lagani, attrice e drammaturga, Michela Possamai, docente presso l’Università IUSVE di Venezia, già membro del Comitato Tecnico del Campiello Giovani, Emma Beseghi, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia presso l’Università di Bologna e Lea Martina Forti Grazzini, autrice e sceneggiatrice di programmi radio e tv Rai.

Dopo un’attenta valutazione di quasi cento opere partecipanti, per la fascia 7-10 anni sono stati scelti come finalisti: “Album per pensare e non pensare” di Mariangela Gualtieri (Bompiani), “Il seminatore di storie e altri strani mestieri” di Michela Guidi (Giangiacomo Feltrinelli editore) e “Un fratellino. Storia di Nanni e Mario” di Rosella Postorino (Adriano Salani editore).

Per la categoria 11-14 anni si contenderanno il premio: “Il talento della rondine” di Matteo Bussola (Adriano Salani editore), “Segui la tigre” di Luisa Mattia (Piemme) e “Adelmo che voleva essere Settimo” di Daniele Mencarelli (Mondadori).

Durante l’evento, presentato da Giancarlo Leone, sono intervenuti anche Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli e Stefania Zuccolotto, membro del Comitato di gestione del Premio Campiello.

Sono ora i 240 giovani lettori della Giuria popolare a prendere il testimone: avranno la possibilità di leggere i libri selezionati e votare quello che preferiscono, contribuendo così alla scelta dei vincitori, che saranno proclamati presso il Teatro Comunale di Vicenza giovedì 16 aprile 2026. L’evento sarà presentato da Armando Traverso di Rai Radio Kids, con la regia di Davide Stefanato, per partecipare clicca qui.

Grazie alla partnership tra il Campiello Junior e il Salone del Libro di Torino, durante l’edizione 2026 del Salone i ragazzi potranno conoscere i due vincitori.

Per restare aggiornati su tutte le attività legate al Campiello Junior è possibile consultare il sito www.fondazionepirelli.org oppure seguire i canali social di Fondazione Pirelli e del Premio Campiello.

Il 4 dicembre 2025, nell’Headquarters Pirelli di Milano Bicocca, sono state selezionate le due Terne Finaliste della quinta edizione del Campiello Junior, il premio letterario frutto della sinergia tra Fondazione Il Campiello, Fondazione Pirelli e Pirelli, dedicato a opere di narrativa e poesia italiana che si rivolgono a bambine e bambini dai 7 ai 10 anni e a ragazze e ragazzi dagli 11 ai 14 anni.

La selezione dei titoli finalisti è stata affidata a una giuria qualificata, presieduta da Pino Boero, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura, e composta da Chiara Lagani, attrice e drammaturga, Michela Possamai, docente presso l’Università IUSVE di Venezia, già membro del Comitato Tecnico del Campiello Giovani, Emma Beseghi, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia presso l’Università di Bologna e Lea Martina Forti Grazzini, autrice e sceneggiatrice di programmi radio e tv Rai.

Dopo un’attenta valutazione di quasi cento opere partecipanti, per la fascia 7-10 anni sono stati scelti come finalisti: “Album per pensare e non pensare” di Mariangela Gualtieri (Bompiani), “Il seminatore di storie e altri strani mestieri” di Michela Guidi (Giangiacomo Feltrinelli editore) e “Un fratellino. Storia di Nanni e Mario” di Rosella Postorino (Adriano Salani editore).

Per la categoria 11-14 anni si contenderanno il premio: “Il talento della rondine” di Matteo Bussola (Adriano Salani editore), “Segui la tigre” di Luisa Mattia (Piemme) e “Adelmo che voleva essere Settimo” di Daniele Mencarelli (Mondadori).

Durante l’evento, presentato da Giancarlo Leone, sono intervenuti anche Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli e Stefania Zuccolotto, membro del Comitato di gestione del Premio Campiello.

Sono ora i 240 giovani lettori della Giuria popolare a prendere il testimone: avranno la possibilità di leggere i libri selezionati e votare quello che preferiscono, contribuendo così alla scelta dei vincitori, che saranno proclamati presso il Teatro Comunale di Vicenza giovedì 16 aprile 2026. L’evento sarà presentato da Armando Traverso di Rai Radio Kids, con la regia di Davide Stefanato, per partecipare clicca qui.

Grazie alla partnership tra il Campiello Junior e il Salone del Libro di Torino, durante l’edizione 2026 del Salone i ragazzi potranno conoscere i due vincitori.

Per restare aggiornati su tutte le attività legate al Campiello Junior è possibile consultare il sito www.fondazionepirelli.org oppure seguire i canali social di Fondazione Pirelli e del Premio Campiello.

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Capire la democrazia per realizzarla meglio

Ripubblicato un libro fondamentale per comprendere di più l’agire sociale ed economico

Comprendere i concetti dietro ai vocaboli. Operazione necessaria – sempre – ancora più quando ne va dei sistemi sociali ed economici in cui ci si muove. Tornando anche ai classici di tutte le materie, come lo è “Democrazia e definizioni” di Giovanni Sartori, pubblicato nel 1957 e poi più volte fino ad oggi.

L’autore, poco più che trentenne, nel libro affronta con rigore logico i problemi di fondo, i temi essenziali e perenni della democrazia, ad iniziare – appunto – dall’esigenza di definire con precisione il significato dei termini linguistici usati.

Proseguendo nella lettura, tuttavia, ci si addentra in un esame della democrazia la cui dimensione descrittiva e quella normativa arrivano ad essere strettamente intrecciate. Di fatto, tutto il libro viene sintetizzato nelle prime righe della prima prefazione (correttamente riportata nell’edizione appena pubblicata). Scrive l’autore: il “libro non vuol essere tecnico, e perciò non vi si parla di «definizioni » nel senso tecnico del concetto. Per definire intendo semplicemente l’esigenza di stabilire con una certa chiarezza e precisione qual è, o quali sono, i significati di un termine linguistico: nel nostro caso quello di democrazia”. Ma perché? La risposta arriva immediatamente: le definizioni  sono “importanti perché i nostri giudizi e i nostri correlativi comportamenti dipendono dalle definizioni cui fanno capo: si è anti-democratici, democratici o iper-democratici in funzione della idea di democrazia che abbiamo in mente”. Ed è qui il passaggio dalla definizione ai comportamenti e quindi alle regole. “All’interno di un esperimento democratico si vuole una certa democrazia e se ne respinge un’altra, commisurando la realtà ad un metro che è costituito appunto dalle definizioni”, precisa Sartori. Sono questi i capisaldi dai quali Sartori muove nello scrivere e che chi legge incontra partendo, come ovvio, dal “definire la democrazia” (nella prima parte del libro) per arrivare alla storia della democrazia (nella seconda parte) attraverso l’analisi di diverse modalità (e quindi regole) con le quali nel tempo questo concetto è stato messo in pratica.

Pur tenendo conto di quanto scrive l’autore – “una indagine sulla democrazia finisce per essere democratica: voglio dire che non viene fatto di destinarla ad una cerchia specializzata di lettori” – libro di Giovanni Sartori è certamente denso e da affrontare con grande attenzione non perché sia ostico ai più, ma perché deve essere per chi legge strumento di conoscenza e di cultura. Uno strumento da usare in numerosi ambiti dell’agire sociale ed economico.

 

Democrazia e definizioni

Giovanni Sartori

il Mulino, 2025

Ripubblicato un libro fondamentale per comprendere di più l’agire sociale ed economico

Comprendere i concetti dietro ai vocaboli. Operazione necessaria – sempre – ancora più quando ne va dei sistemi sociali ed economici in cui ci si muove. Tornando anche ai classici di tutte le materie, come lo è “Democrazia e definizioni” di Giovanni Sartori, pubblicato nel 1957 e poi più volte fino ad oggi.

L’autore, poco più che trentenne, nel libro affronta con rigore logico i problemi di fondo, i temi essenziali e perenni della democrazia, ad iniziare – appunto – dall’esigenza di definire con precisione il significato dei termini linguistici usati.

Proseguendo nella lettura, tuttavia, ci si addentra in un esame della democrazia la cui dimensione descrittiva e quella normativa arrivano ad essere strettamente intrecciate. Di fatto, tutto il libro viene sintetizzato nelle prime righe della prima prefazione (correttamente riportata nell’edizione appena pubblicata). Scrive l’autore: il “libro non vuol essere tecnico, e perciò non vi si parla di «definizioni » nel senso tecnico del concetto. Per definire intendo semplicemente l’esigenza di stabilire con una certa chiarezza e precisione qual è, o quali sono, i significati di un termine linguistico: nel nostro caso quello di democrazia”. Ma perché? La risposta arriva immediatamente: le definizioni  sono “importanti perché i nostri giudizi e i nostri correlativi comportamenti dipendono dalle definizioni cui fanno capo: si è anti-democratici, democratici o iper-democratici in funzione della idea di democrazia che abbiamo in mente”. Ed è qui il passaggio dalla definizione ai comportamenti e quindi alle regole. “All’interno di un esperimento democratico si vuole una certa democrazia e se ne respinge un’altra, commisurando la realtà ad un metro che è costituito appunto dalle definizioni”, precisa Sartori. Sono questi i capisaldi dai quali Sartori muove nello scrivere e che chi legge incontra partendo, come ovvio, dal “definire la democrazia” (nella prima parte del libro) per arrivare alla storia della democrazia (nella seconda parte) attraverso l’analisi di diverse modalità (e quindi regole) con le quali nel tempo questo concetto è stato messo in pratica.

Pur tenendo conto di quanto scrive l’autore – “una indagine sulla democrazia finisce per essere democratica: voglio dire che non viene fatto di destinarla ad una cerchia specializzata di lettori” – libro di Giovanni Sartori è certamente denso e da affrontare con grande attenzione non perché sia ostico ai più, ma perché deve essere per chi legge strumento di conoscenza e di cultura. Uno strumento da usare in numerosi ambiti dell’agire sociale ed economico.

 

Democrazia e definizioni

Giovanni Sartori

il Mulino, 2025

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