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Narrare la propria storia non solo per vendere meglio

Una ricerca presentata da poco, affronta un caso di applicazione dei nuovi strumenti di marketing collegati ai racconti d’impresa

Raccontarsi con il brand. Strategia di marketing d’impresa, ma anche strumento per narrare – spesso per davvero – la propria storia. Il tema è importante, perché nel contesto contemporaneo, i brand non si limitano più a promuovere prodotti attraverso forme pubblicitarie tradizionali, ma assumono un ruolo sempre più centrale all’interno delle narrazioni culturali e mediali. Capire l’uso del brand in queste direzioni, può quindi essere importante per comprendere la cultura del produrre di un’azienda. Ed è quello che prova a fare Carmine Palumbo con “La narrazione del brand nel contesto audiovisivo. Il caso E. Marinella”, ricerca trasformata poi in tesi presso l’Università Vanvitelli Corso di Laurea Magistrale in Economia e Management. Digital Marketing e Sostenibilità.

Palumbo ragiona partendo dalla constatazione che le moderne tecniche di marketing (in particolare il product placement e il brand storytelling) rappresentano oggi strumenti strategici capaci di costruire significati, trasmettere valori e attivare relazioni simboliche durature con il pubblico. Obiettivo della ricerca è quindi quello di provare ad analizzare questi strumenti nella loro dimensione teorica e applicativa, con un focus specifico sul ruolo dell’heritage e dell’identità mediterranea propri di una specifica azienda (E. Marinella) e inseriti nelle azioni di narrazione audiovisiva usati nelle campagne di comunicazione. La ricerca precisa prima i vocaboli e i concetti, poi approfondisce gli strumenti del brand storytelling e del product placement per arrivare quindi al “caso studio” d’impresa.

Il lavoro di Carmine Palumbo contribuisce, pur nella limitatezza di un solo caso esaminato, ad approfondire un tema diffuso e importante nella odierna gestione d’impresa.

La narrazione del brand nel contesto audiovisivo. Il caso E. Marinella

Carmine Palumbo

Tesi, Università degli studi della Campania, Dipartimento di economia, Corso di Laurea Magistrale in Economia e Management Digital Marketing e Sostenibilità, 2025

Una ricerca presentata da poco, affronta un caso di applicazione dei nuovi strumenti di marketing collegati ai racconti d’impresa

Raccontarsi con il brand. Strategia di marketing d’impresa, ma anche strumento per narrare – spesso per davvero – la propria storia. Il tema è importante, perché nel contesto contemporaneo, i brand non si limitano più a promuovere prodotti attraverso forme pubblicitarie tradizionali, ma assumono un ruolo sempre più centrale all’interno delle narrazioni culturali e mediali. Capire l’uso del brand in queste direzioni, può quindi essere importante per comprendere la cultura del produrre di un’azienda. Ed è quello che prova a fare Carmine Palumbo con “La narrazione del brand nel contesto audiovisivo. Il caso E. Marinella”, ricerca trasformata poi in tesi presso l’Università Vanvitelli Corso di Laurea Magistrale in Economia e Management. Digital Marketing e Sostenibilità.

Palumbo ragiona partendo dalla constatazione che le moderne tecniche di marketing (in particolare il product placement e il brand storytelling) rappresentano oggi strumenti strategici capaci di costruire significati, trasmettere valori e attivare relazioni simboliche durature con il pubblico. Obiettivo della ricerca è quindi quello di provare ad analizzare questi strumenti nella loro dimensione teorica e applicativa, con un focus specifico sul ruolo dell’heritage e dell’identità mediterranea propri di una specifica azienda (E. Marinella) e inseriti nelle azioni di narrazione audiovisiva usati nelle campagne di comunicazione. La ricerca precisa prima i vocaboli e i concetti, poi approfondisce gli strumenti del brand storytelling e del product placement per arrivare quindi al “caso studio” d’impresa.

Il lavoro di Carmine Palumbo contribuisce, pur nella limitatezza di un solo caso esaminato, ad approfondire un tema diffuso e importante nella odierna gestione d’impresa.

La narrazione del brand nel contesto audiovisivo. Il caso E. Marinella

Carmine Palumbo

Tesi, Università degli studi della Campania, Dipartimento di economia, Corso di Laurea Magistrale in Economia e Management Digital Marketing e Sostenibilità, 2025

Contro la violenza sulle donne serve un lessico familiare e civile per educare ai sentimenti e al rispetto

“Educare al linguaggio del rispetto”, sostiene il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insistendo sull’impegno delle istituzioni, della cultura, della scuola, delle famiglie e di tutta la civitas, per cercare di bloccare la crescente violenza di cui le donne, purtroppo, continuano a essere vittime. E pone quest’impegno politico e morale come strategia di lungo periodo, cioè come una delle condizioni di fondo della convivenza civile e, dunque, d’una piena democrazia fondata sul binomio di libertà e responsabilità.

Sono fondamentali, le ricorrenze da onorare, come le celebrazioni del 25 novembre, “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”: aiutano a rimemorare e a stimolare le sensibilità dell’opinione pubblica. E sono dunque opportune e benvenute le iniziative in questo senso, a cominciare dal “minuto di rumore”, organizzato in piazza della Signoria a Firenze dal “Quotidiano Nazionale/ La Nazione”: tutto il contrario, cioè, del silenzio impaurito delle vittime e di quello spesso complice di tanti altri. Oppure “l’onda rossa” delle diecimila donne in piazza a Milano (moltissimi anche gli uomini), tanto per fare solo due dei parecchi esempi di avvenimenti nelle città d’Italia. O, ancora, nello scorso fine settimana, le sacrosante proteste contro la “lista dello stupri” ritrovata, proprio all’indomani della ricorrenza del 25 novembre, sui muri del bagno maschile del liceo “Giulio Cesare” di Roma.

Bisogna però andare oltre la necessaria simbologia dei giorni dedicati. E insistere su scelte di fondo, che blocchino e poi invertano un clima che si sta facendo via via più pesante, drammatico, intollerabile, tra violenze e stupri (sino all’orrore dei femminicidi, 77 nel 2025, secondo l’Osservatorio NonUnaDiMeno), molestie, insulti verbali e hate speech sul web, manipolazioni, discriminazioni, etc. Serve lavorare, cioè, sull’educazione, la cultura e le norme. “Educare al linguaggio del rispetto”, appunto. E alla cura dei sentimenti.

Il Parlamento se n’è occupato, con una legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, che introduce il reato di femminicidio e definisce il consenso nell’atto sessuale come “libero e attuale”, evidente cioè in ogni momento di quell’atto (“Solo sì è sì”, sintetizza bene Il Sole24Ore, 25 novembre). Ma al Senato tutto si è bloccato, proprio nel giorno della ricorrenza delle proteste sulla violenza contro le donne, per resistenza della Lega, che ha frenato il centro-destra e il governo. “Occasione mancata”, ha titolato “La Stampa” (26 novembre). La maggioranza assicura che se ne riparlerà. A gennaio.

Manovre politiche a parte, vale la pena seguire le indicazioni del presidente Mattarella e alzare lo sguardo. La legge è importante, naturalmente. Ma la repressione, necessaria, non basta. Continuiamo a essere di fronte a una pesante divaricazione, che attraversa la società, sulla parità uomo-donna (c’è perfino chi sostiene, da ruoli istituzionali, che “nel Dna dell’uomo c’è una resistenza alla parità dei sessi”). E dunque sui diritti, sul lavoro, sui salari e sui redditi, sui valori che connotano un consesso sociale e permettono di definirlo civile. L’obiettivo: insistere sull’indipendenza femminile. Anche su quella economica.

Parliamo del linguaggio, allora. “La violenza delle parole”, titola “La Stampa” (25 novembre) per un articolo di Massimiliano Panarari che documenta come “l’odio scorra ogni giorno, specialmente contro le donne. Dalla politica allo sport, anche il linguaggio diventa un’arma per schiacciare chi viene percepito come più debole”. Le parole sono pietre, e non per la loro solida, incisiva importanza (nel senso della bella sintesi letteraria di Carlo Levi) ma perché capaci di colpire, ferire, stravolgere. La lapidazione, nelle società maschiliste e patriarcali, d’altronde, è diretta appunto contro le donne.

Il contesto è di degrado. Siamo di fronte, da anni, a un crescente impoverimento del linguaggio, a un rinsecchimento del vocabolario delle parole usate (tutto è “carino” oppure “figo”, “straordinario” o “fantastico”), a una riduzione delle emozioni agli stilemi poveri dei like e delle faccine da emoticon sui social media. Dunque a espressioni rozze, che aprono la porta proprio agli schematismi odio/ amore. Alle logiche tribali e di clan (amici/nemici). E alla violenza.

Ma i sentimenti, anche quelli che riguardano l’affettività, sono una complessità di emozioni, spesso contrastanti. E la loro rappresentazione chiede parole e immagini capaci di darne conto, nella ricchezza delle loro articolazioni. Come testimoniano i versi del Cantico dei Cantici e dei lirici greci, quelli contrastati di Catullo e di Ovidio (“nec tecum nec sine te vivere possum”) e poi di Prevert (“I ragazzi che si amano si baciano in piedi sulle porte della notte”), per arrivare alle mille canzoni che quasi tutte parlano d’amore (“…vuota è la città, se non ci sei tu”, della struggente Mina).

Educare all’amore e ai sentimenti, in sostanza, è educare al linguaggio. Alla ricchezza, alla varietà e alla forza delle parole.

Rileggere Shakespeare (dai Sonetti al “Don Giovanni” con le incertezze sentimentali di Zerlina e il tormento e il riscatto di Donna Elvira e poi al “Mercante di Venezia” con il trucco legale e amoroso di Porzia che ribalta le sorti del debitore Antonio: una fila di donne straordinarie che meritano attenzione e rispetto). Leopardi con la sua Silvia. La Szimborska di “Amore a prima vista” (“Ogni inizio infatti/ è solo un seguito/ e il libro degli eventi/ è sempre aperto a metà”). E Alda Merini (“Ieri sera era amore/ io e te nella vita/ fuggitivi e fuggiaschi…”). Riascoltare le musiche di Schubert e quelle dedicate da Brahms all’amatissima Clara Schumann. E riguardare le opere d’arte. Come la raffigurazione del volto dell’Annunciata di Antonello da Messina, con la mano protesa in avanti per chiedere con dolce fermezza all’Angelo di fermare il tempo e permetterle così di capire cosa fosse quell’atto d’amore, quel concepimento, di cui era stata appena messa a conoscenza (modella di quella Madonna era la donna intensamente amata dal pittore).

Lavorare sulle parole, appunto, e sui racconti per immagini più intensi per evocazioni e valori. Insistere sul peso e sulla necessità dei sentimenti, anche nell’alternanza ineliminabile tra amore e dolore, angoscia dell’attesa e felicità dell’incontro, estasi e lutto. Nella presa d’atto che ogni amore è imperfetto, proprio come imperfetti, perché umani, siamo tutti noi, uomini e donne. E che, nell’intreccio dei sentimenti, la verità è un fuoco, che brucia le scorie dei silenzi e delle incomprensioni e può aprire nuove strade, sino ad allora inesplorate.

Una lezione tra letteratura, arte e vita quotidiana, dunque. Un’inedita, sorprendente scelta di vita, che ribalta gli apparenti ossimori: “Pure il rovo ebbe le sue piegature/ di dolcezza, anche il pruno il suo candore”, scriveva Lucio Piccolo, l’elegante malinconico poeta cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Imparare a guardare oltre la banalità delle apparenze. E sapere che anche nei momenti peggiori c’è la speranza d’un cambiamento: la “dolcezza del rovo”, appunto.

L’educazione sentimentale, sessuale e affettiva che si chiede alle scuole di fare è proprio questa, tutt’altro che uno schematico manuale sui generi. Ma è anche e soprattutto la lettura ragionata dei classici e dell’attualità (le ragioni del cuore, lo scandaglio persino nei recessi del “cuore di tenebra”). La formazione culturale. E civile. L’insistenza sulle parole che indicano qualità delle relazioni: la gentilezza, per esempio, l’ascolto, la delicatezza, l’attitudine a “farsi carico”, la capacità di riconoscere “lo sguardo dell’altro” e dunque di riconoscervisi. L’abitudine a usare, nelle storie d’amore, il “noi”, invece che l’ossessione egocentrica dell’ “io”.

Stare dunque alla larga dal mito infelice e luttuoso di Narciso (oggi purtroppo tanto di moda, soprattutto tra gli uomini, specie se potenti). E riflettere invece su quello di Ulisse, persona capace comunque d’amore, per la conoscenza, per una donna. E di Penelope. E delle altre donne preziose che hanno dato segno e senso alla nostra vita. La mia nonna paziente maestra, per fare solo un esempio.

Eccola, l’educazione al linguaggio dei sentimenti. E alla stessa capacità di fare i conti con le proprie emozioni, a capirle, elaborarle, rinnovarle, mantenerle vive. Evitare l’ebbrezza del successo e accettare, come in ogni storia umana, pure la pesantezza della sconfitta e la notte della solitudine. Andare “oltre la fragilità” e prendere esempio dall’arte giapponese del kintsugi, riparare con un filo d’oro le cose preziose, e ridare loro vita. E cercare di ritrovare sincronie, nella nostra vita, nei rapporti d’amore, d’amicizia e d’affetto. Con pazienza e perseveranza. L’amore è impeto e passione, certo. Ma anche accurato lavorio dei sentimenti e dei legami.

La vita, pure quella amorosa, è senso del limite. Della caduta. Della ripresa. “Le discese ardite/ e le risalite”, cantava un poeta musicale amoroso come Lucio Battisti.

Sta qui, in questa complessa ricchezza di valori, il “lessico famigliare” che ci tocca costruire e rafforzare, per fare fronte, con lungimiranza, anche alla violenza contro le donne. Per fare capire profondamente il senso di un amore fatto non di dominio, prevaricazione, manipolazione, violenza, potere. Ma di attenzione e rispetto.

La buona educazione. In famiglia, fin dai tempi dell’infanzia. A scuola. Negli ambienti di lavoro. Nel corpo sociale.

È questo, appunto, il “linguaggio del rispetto” di cui parla il presidente della Repubblica Mattarella. È proprio ciò che tocca costruire e rafforzare ad ognuno di noi, ognuno di noi uomini innanzitutto, proprio come dovere e responsabilità, sociale, culturale e civile.

(foto Getty Images)

“Educare al linguaggio del rispetto”, sostiene il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insistendo sull’impegno delle istituzioni, della cultura, della scuola, delle famiglie e di tutta la civitas, per cercare di bloccare la crescente violenza di cui le donne, purtroppo, continuano a essere vittime. E pone quest’impegno politico e morale come strategia di lungo periodo, cioè come una delle condizioni di fondo della convivenza civile e, dunque, d’una piena democrazia fondata sul binomio di libertà e responsabilità.

Sono fondamentali, le ricorrenze da onorare, come le celebrazioni del 25 novembre, “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”: aiutano a rimemorare e a stimolare le sensibilità dell’opinione pubblica. E sono dunque opportune e benvenute le iniziative in questo senso, a cominciare dal “minuto di rumore”, organizzato in piazza della Signoria a Firenze dal “Quotidiano Nazionale/ La Nazione”: tutto il contrario, cioè, del silenzio impaurito delle vittime e di quello spesso complice di tanti altri. Oppure “l’onda rossa” delle diecimila donne in piazza a Milano (moltissimi anche gli uomini), tanto per fare solo due dei parecchi esempi di avvenimenti nelle città d’Italia. O, ancora, nello scorso fine settimana, le sacrosante proteste contro la “lista dello stupri” ritrovata, proprio all’indomani della ricorrenza del 25 novembre, sui muri del bagno maschile del liceo “Giulio Cesare” di Roma.

Bisogna però andare oltre la necessaria simbologia dei giorni dedicati. E insistere su scelte di fondo, che blocchino e poi invertano un clima che si sta facendo via via più pesante, drammatico, intollerabile, tra violenze e stupri (sino all’orrore dei femminicidi, 77 nel 2025, secondo l’Osservatorio NonUnaDiMeno), molestie, insulti verbali e hate speech sul web, manipolazioni, discriminazioni, etc. Serve lavorare, cioè, sull’educazione, la cultura e le norme. “Educare al linguaggio del rispetto”, appunto. E alla cura dei sentimenti.

Il Parlamento se n’è occupato, con una legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, che introduce il reato di femminicidio e definisce il consenso nell’atto sessuale come “libero e attuale”, evidente cioè in ogni momento di quell’atto (“Solo sì è sì”, sintetizza bene Il Sole24Ore, 25 novembre). Ma al Senato tutto si è bloccato, proprio nel giorno della ricorrenza delle proteste sulla violenza contro le donne, per resistenza della Lega, che ha frenato il centro-destra e il governo. “Occasione mancata”, ha titolato “La Stampa” (26 novembre). La maggioranza assicura che se ne riparlerà. A gennaio.

Manovre politiche a parte, vale la pena seguire le indicazioni del presidente Mattarella e alzare lo sguardo. La legge è importante, naturalmente. Ma la repressione, necessaria, non basta. Continuiamo a essere di fronte a una pesante divaricazione, che attraversa la società, sulla parità uomo-donna (c’è perfino chi sostiene, da ruoli istituzionali, che “nel Dna dell’uomo c’è una resistenza alla parità dei sessi”). E dunque sui diritti, sul lavoro, sui salari e sui redditi, sui valori che connotano un consesso sociale e permettono di definirlo civile. L’obiettivo: insistere sull’indipendenza femminile. Anche su quella economica.

Parliamo del linguaggio, allora. “La violenza delle parole”, titola “La Stampa” (25 novembre) per un articolo di Massimiliano Panarari che documenta come “l’odio scorra ogni giorno, specialmente contro le donne. Dalla politica allo sport, anche il linguaggio diventa un’arma per schiacciare chi viene percepito come più debole”. Le parole sono pietre, e non per la loro solida, incisiva importanza (nel senso della bella sintesi letteraria di Carlo Levi) ma perché capaci di colpire, ferire, stravolgere. La lapidazione, nelle società maschiliste e patriarcali, d’altronde, è diretta appunto contro le donne.

Il contesto è di degrado. Siamo di fronte, da anni, a un crescente impoverimento del linguaggio, a un rinsecchimento del vocabolario delle parole usate (tutto è “carino” oppure “figo”, “straordinario” o “fantastico”), a una riduzione delle emozioni agli stilemi poveri dei like e delle faccine da emoticon sui social media. Dunque a espressioni rozze, che aprono la porta proprio agli schematismi odio/ amore. Alle logiche tribali e di clan (amici/nemici). E alla violenza.

Ma i sentimenti, anche quelli che riguardano l’affettività, sono una complessità di emozioni, spesso contrastanti. E la loro rappresentazione chiede parole e immagini capaci di darne conto, nella ricchezza delle loro articolazioni. Come testimoniano i versi del Cantico dei Cantici e dei lirici greci, quelli contrastati di Catullo e di Ovidio (“nec tecum nec sine te vivere possum”) e poi di Prevert (“I ragazzi che si amano si baciano in piedi sulle porte della notte”), per arrivare alle mille canzoni che quasi tutte parlano d’amore (“…vuota è la città, se non ci sei tu”, della struggente Mina).

Educare all’amore e ai sentimenti, in sostanza, è educare al linguaggio. Alla ricchezza, alla varietà e alla forza delle parole.

Rileggere Shakespeare (dai Sonetti al “Don Giovanni” con le incertezze sentimentali di Zerlina e il tormento e il riscatto di Donna Elvira e poi al “Mercante di Venezia” con il trucco legale e amoroso di Porzia che ribalta le sorti del debitore Antonio: una fila di donne straordinarie che meritano attenzione e rispetto). Leopardi con la sua Silvia. La Szimborska di “Amore a prima vista” (“Ogni inizio infatti/ è solo un seguito/ e il libro degli eventi/ è sempre aperto a metà”). E Alda Merini (“Ieri sera era amore/ io e te nella vita/ fuggitivi e fuggiaschi…”). Riascoltare le musiche di Schubert e quelle dedicate da Brahms all’amatissima Clara Schumann. E riguardare le opere d’arte. Come la raffigurazione del volto dell’Annunciata di Antonello da Messina, con la mano protesa in avanti per chiedere con dolce fermezza all’Angelo di fermare il tempo e permetterle così di capire cosa fosse quell’atto d’amore, quel concepimento, di cui era stata appena messa a conoscenza (modella di quella Madonna era la donna intensamente amata dal pittore).

Lavorare sulle parole, appunto, e sui racconti per immagini più intensi per evocazioni e valori. Insistere sul peso e sulla necessità dei sentimenti, anche nell’alternanza ineliminabile tra amore e dolore, angoscia dell’attesa e felicità dell’incontro, estasi e lutto. Nella presa d’atto che ogni amore è imperfetto, proprio come imperfetti, perché umani, siamo tutti noi, uomini e donne. E che, nell’intreccio dei sentimenti, la verità è un fuoco, che brucia le scorie dei silenzi e delle incomprensioni e può aprire nuove strade, sino ad allora inesplorate.

Una lezione tra letteratura, arte e vita quotidiana, dunque. Un’inedita, sorprendente scelta di vita, che ribalta gli apparenti ossimori: “Pure il rovo ebbe le sue piegature/ di dolcezza, anche il pruno il suo candore”, scriveva Lucio Piccolo, l’elegante malinconico poeta cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Imparare a guardare oltre la banalità delle apparenze. E sapere che anche nei momenti peggiori c’è la speranza d’un cambiamento: la “dolcezza del rovo”, appunto.

L’educazione sentimentale, sessuale e affettiva che si chiede alle scuole di fare è proprio questa, tutt’altro che uno schematico manuale sui generi. Ma è anche e soprattutto la lettura ragionata dei classici e dell’attualità (le ragioni del cuore, lo scandaglio persino nei recessi del “cuore di tenebra”). La formazione culturale. E civile. L’insistenza sulle parole che indicano qualità delle relazioni: la gentilezza, per esempio, l’ascolto, la delicatezza, l’attitudine a “farsi carico”, la capacità di riconoscere “lo sguardo dell’altro” e dunque di riconoscervisi. L’abitudine a usare, nelle storie d’amore, il “noi”, invece che l’ossessione egocentrica dell’ “io”.

Stare dunque alla larga dal mito infelice e luttuoso di Narciso (oggi purtroppo tanto di moda, soprattutto tra gli uomini, specie se potenti). E riflettere invece su quello di Ulisse, persona capace comunque d’amore, per la conoscenza, per una donna. E di Penelope. E delle altre donne preziose che hanno dato segno e senso alla nostra vita. La mia nonna paziente maestra, per fare solo un esempio.

Eccola, l’educazione al linguaggio dei sentimenti. E alla stessa capacità di fare i conti con le proprie emozioni, a capirle, elaborarle, rinnovarle, mantenerle vive. Evitare l’ebbrezza del successo e accettare, come in ogni storia umana, pure la pesantezza della sconfitta e la notte della solitudine. Andare “oltre la fragilità” e prendere esempio dall’arte giapponese del kintsugi, riparare con un filo d’oro le cose preziose, e ridare loro vita. E cercare di ritrovare sincronie, nella nostra vita, nei rapporti d’amore, d’amicizia e d’affetto. Con pazienza e perseveranza. L’amore è impeto e passione, certo. Ma anche accurato lavorio dei sentimenti e dei legami.

La vita, pure quella amorosa, è senso del limite. Della caduta. Della ripresa. “Le discese ardite/ e le risalite”, cantava un poeta musicale amoroso come Lucio Battisti.

Sta qui, in questa complessa ricchezza di valori, il “lessico famigliare” che ci tocca costruire e rafforzare, per fare fronte, con lungimiranza, anche alla violenza contro le donne. Per fare capire profondamente il senso di un amore fatto non di dominio, prevaricazione, manipolazione, violenza, potere. Ma di attenzione e rispetto.

La buona educazione. In famiglia, fin dai tempi dell’infanzia. A scuola. Negli ambienti di lavoro. Nel corpo sociale.

È questo, appunto, il “linguaggio del rispetto” di cui parla il presidente della Repubblica Mattarella. È proprio ciò che tocca costruire e rafforzare ad ognuno di noi, ognuno di noi uomini innanzitutto, proprio come dovere e responsabilità, sociale, culturale e civile.

(foto Getty Images)

L’inverno, una stagione
da vivere

Pirelli e l’inverno, due mondi che si incontrano sotto il segno dell’innovazione. Attraverso i documenti del nostro Archivio Storico, con questo nuovo approfondimento scopriamo le invenzioni di prodotto, le campagne di comunicazione, le collaborazioni e i progetti che hanno contribuito a trasformare – in città come in montagna, sulle strade come sui campi da neve e anche in casa – la stagione fredda in una nuova stagione, da vivere, in sicurezza e con piacere.

La borsa per l’acqua calda è il primissimo prodotto Pirelli per l’inverno. Compare a catalogo già nel 1880 come uno dei primi prodotti “diversificati” (rispetto al settore industriale), con la scopo di offrire comfort e protezione dal freddo. Sarà un prodotto longevo, sempre più diffuso nelle case, protagonista negli anni Cinquanta di bozzetti e campagne pubblicitarie dalle firme famose, da Lora Lamm a Raymond Savignac fino ai fratelli Pagot, e di articoli che ne raccontano gli impagabili benefici. Per la Rivista Pirelli n. 5, 1949, la scrittrice e giornalista Marise Ferro scrive il pezzo “Quando l’anima è intirizzita”, vero e proprio “inno alla borsa dell’acqua calda, quella di gomma, soffice, elastica, duratura, accogliente” perché “una borsa per l’acqua calda addormenta la sofferenza morale come quella fisica.”

Al 1890 risalgono le prime suole Pirelli, “le specialità di gomma elastica per calzature”, insieme a galosce per proteggere le calzature per signora dalla pioggia. Le suole avranno un bel successo commerciale e si guadagneranno un ruolo degno di nota nella nostra storia dedicata a Pirelli e all’inverno, evidenziandosi nel secondo Dopoguerra, ancor più negli anni Cinquanta, fra gli articoli in gomma capaci di migliorare la vita dello sciatore. Insieme a giacche, manopole e rotelle dei bastoni da sci, cinghiette e cinturini per gli attacchi, cavigliere, materassini e arredi completi per campeggio, gli scarponi con suole in gomme vengono elogiati sulla Rivista Pirelli n. 1, 1949 nell’articolo “Gli accessori che fanno felici”, che dà conto di come “la gomma ha fatto il suo ingresso nei campi di neve per rendere più piacevoli le corse sugli sci”. Si legge: “Agli accessori dello sciatore si richiedono diverse qualità – praticità, durata, minimo ingombro – che li rendano piacevoli non al palato, ma all’uso. Sono tanti gli accessori che possono migliorare la vita dello sciatore. E sono tutti accessori in gomma Pirelli.”

La tradizione degli scarponi in gomma attraverserà gran parte della seconda metà del Novecento, con generazioni di suole alpine dai disegni diversificati e approdando negli anni Sessanta ai superspecializzati scarponi Superga G3, che parteciperanno a importanti spedizioni, in Afghanistan nel 1965 e sulle vette del Caucaso nel 1966. A documentarle, l’house organ Fatti e Notizie, n. 12, 1965 e n. 5, 1966.

Nel 1950, per rendere più facile e sereno il viaggio in automobile verso le località sciistiche – un’abitudine che negli anni Cinquanta si va diffondendo fra gli italiani e non solo – arrivano il “portabagagli brevetto Pirelli” e il “portasci brevetto Pirelli”, nati dall’idea di un ingegnere Pirelli – Carlo Barassi – e di un architetto – Roberto Menghi – ceduti successivamente da Pirelli a Kartell, che li commercializzerà.

“Viaggerete senza incognite” è la promessa della pubblicità che occupa la seconda di copertina del primo numero della Rivista Pirelli n. 1, 1948. Si parla delle crocere in gomma, prodotto Pirelli che ha l’obiettivo di garantire sicurezza al viaggio in auto verso le vette, rendendo “antisdrucciolevoli le catene”.

Il primo pneumatico invernale Pirelli con il battistrada a spina di pesce si chiama Inverno e arriva nel 1951, derivato dall’Artiglio degli anni Trenta. Vengono chiamati a pubblicizzarlo negli anni successivi i grandi nomi della pubblicità e del design, Bob Noorda, Ezio Bonini, Franco Grignani. “Senza catene per l’inverno” è il pay off che leggiamo sulla pagina pubblicitaria di Noorda pubblicata sulla Rivista Pirelli n. 6, 1952 e che sintetizza il vantaggio che Pirelli, con Inverno, procura all’automobilista, ripreso nella campagna di Bonini “Per l’inverno il pneumatico Inverno” del 1952-53, che dice “In piena sicurezza, sulle strade viscide e bagnate, sulla neve liscia e battuta, senza la perdita di potenza dovuta alle catene” e in quella di Grignani del 1955 “Buon viaggio d’inverno con Inverno Pirelli”, che esplicita “… senza la noia delle catene”.

Nel 1957 è il momento del nuovo Inverno: lo troviamo in copertina e doppia pagina interna su Fatti e Notizie n. 1, 1958. L’articolo inizia così: “Oggi l’inverno inteso come una stagione in cui ci si tappa in casa e la vita ristagna appartiene a un’immagine del passato. Come stagione attiva, densa di vita e di lavoro, l’inverno è una stagione della nostra epoca: una quinta stagione.” Il concetto di “quinta stagione” accompagna il lancio del nuovo pneumatico invernale ma è anche emblematica della visione che ha Pirelli dell’inverno: una stagione di opportunità, movimento e innovazione, cui dedicare prodotti capaci di migliorare la vita quotidiana e l’attività sportiva, alleviando le difficoltà e offrendo comfort, sicurezza e performance.

La storia continua con il Pirelli BS3, il “pneumatico con il cappotto” – il “Battistrada Separato 3” – costituito da una carcassa e un battistrada non vulcanizzati assieme, a rendere il battistrada facilmente intercambiabile. Una soluzione tecnologica innovativa, rimasta in produzione per alcuni anni, che ha anticipato il cambio stagionale dei pneumatici perché rendeva semplice il passaggio dalle prestazioni estive a quelle invernali, e viceversa (su Fatti e Notizie  1959, n. 10 un ampio servizio documenta questo pneumatico frutto del genio e dell’inventiva Pirelli). È proprio il BS3 che viene montato, durante il Rally di Montecarlo del 1961, da 28 equipaggi in gara, di cui 23 arrivati alla fine della competizione. Il BS3 sarà il precursore del primo vero invernale di Pirelli, il Cinturato MS35 Rally, che in alcune pubblicità televisive dell’epoca è in bella mostra accanto a Sandro Munari al volante della Lancia Fulvia su cui vince diverse gare, fra cui lo stesso Rally di Montecarlo nel 1972, e che in versione stradale dà vita a quella che oggi è l’estesa gamma Pirelli Winter, ad alta specializzazione, lanciata nel 1979, perfetta per la neve e per il ghiaccio, ma anche per l’asciutto. Dopo qualche anno la gamma si arricchisce con pneumatici ribassati e superribassati, aumentando così le possibilità di impiego – a raccontarcelo l’articolo “Una sicurezza che si chiama Winter” su Fatti e Notizie n. 9, 1985.  Negli anni Novanta le coperture invernali fanno un deciso passo avanti: più pollici, migliore efficacia su asciutto e bagnato, comfort acustico migliorato e nel 2004 il nuovo Winter Sottozero assicura prestazioni top anche in condizioni stradali normali, da ottobre ad aprile: è la prima copertura invernale bistagionale, come si legge su Fatti e Notizie n. 365, 2004.

Pirelli Winter arriva fino ai giorni nostri, con 8 pneumatici per auto, 7 per suv e 1 per van disponibili. L’ultimo è nato quest’anno, si chiama Cinturato WINTER 3 e la sua promessa – “Goditi il piacere dell’inverno…” – resta fedele alla visione che sin dalle origini ha caratterizzato la ricerca e i prodotti di Pirelli per la stagione fredda.

Pirelli e l’inverno, due mondi che si incontrano sotto il segno dell’innovazione. Attraverso i documenti del nostro Archivio Storico, con questo nuovo approfondimento scopriamo le invenzioni di prodotto, le campagne di comunicazione, le collaborazioni e i progetti che hanno contribuito a trasformare – in città come in montagna, sulle strade come sui campi da neve e anche in casa – la stagione fredda in una nuova stagione, da vivere, in sicurezza e con piacere.

La borsa per l’acqua calda è il primissimo prodotto Pirelli per l’inverno. Compare a catalogo già nel 1880 come uno dei primi prodotti “diversificati” (rispetto al settore industriale), con la scopo di offrire comfort e protezione dal freddo. Sarà un prodotto longevo, sempre più diffuso nelle case, protagonista negli anni Cinquanta di bozzetti e campagne pubblicitarie dalle firme famose, da Lora Lamm a Raymond Savignac fino ai fratelli Pagot, e di articoli che ne raccontano gli impagabili benefici. Per la Rivista Pirelli n. 5, 1949, la scrittrice e giornalista Marise Ferro scrive il pezzo “Quando l’anima è intirizzita”, vero e proprio “inno alla borsa dell’acqua calda, quella di gomma, soffice, elastica, duratura, accogliente” perché “una borsa per l’acqua calda addormenta la sofferenza morale come quella fisica.”

Al 1890 risalgono le prime suole Pirelli, “le specialità di gomma elastica per calzature”, insieme a galosce per proteggere le calzature per signora dalla pioggia. Le suole avranno un bel successo commerciale e si guadagneranno un ruolo degno di nota nella nostra storia dedicata a Pirelli e all’inverno, evidenziandosi nel secondo Dopoguerra, ancor più negli anni Cinquanta, fra gli articoli in gomma capaci di migliorare la vita dello sciatore. Insieme a giacche, manopole e rotelle dei bastoni da sci, cinghiette e cinturini per gli attacchi, cavigliere, materassini e arredi completi per campeggio, gli scarponi con suole in gomme vengono elogiati sulla Rivista Pirelli n. 1, 1949 nell’articolo “Gli accessori che fanno felici”, che dà conto di come “la gomma ha fatto il suo ingresso nei campi di neve per rendere più piacevoli le corse sugli sci”. Si legge: “Agli accessori dello sciatore si richiedono diverse qualità – praticità, durata, minimo ingombro – che li rendano piacevoli non al palato, ma all’uso. Sono tanti gli accessori che possono migliorare la vita dello sciatore. E sono tutti accessori in gomma Pirelli.”

La tradizione degli scarponi in gomma attraverserà gran parte della seconda metà del Novecento, con generazioni di suole alpine dai disegni diversificati e approdando negli anni Sessanta ai superspecializzati scarponi Superga G3, che parteciperanno a importanti spedizioni, in Afghanistan nel 1965 e sulle vette del Caucaso nel 1966. A documentarle, l’house organ Fatti e Notizie, n. 12, 1965 e n. 5, 1966.

Nel 1950, per rendere più facile e sereno il viaggio in automobile verso le località sciistiche – un’abitudine che negli anni Cinquanta si va diffondendo fra gli italiani e non solo – arrivano il “portabagagli brevetto Pirelli” e il “portasci brevetto Pirelli”, nati dall’idea di un ingegnere Pirelli – Carlo Barassi – e di un architetto – Roberto Menghi – ceduti successivamente da Pirelli a Kartell, che li commercializzerà.

“Viaggerete senza incognite” è la promessa della pubblicità che occupa la seconda di copertina del primo numero della Rivista Pirelli n. 1, 1948. Si parla delle crocere in gomma, prodotto Pirelli che ha l’obiettivo di garantire sicurezza al viaggio in auto verso le vette, rendendo “antisdrucciolevoli le catene”.

Il primo pneumatico invernale Pirelli con il battistrada a spina di pesce si chiama Inverno e arriva nel 1951, derivato dall’Artiglio degli anni Trenta. Vengono chiamati a pubblicizzarlo negli anni successivi i grandi nomi della pubblicità e del design, Bob Noorda, Ezio Bonini, Franco Grignani. “Senza catene per l’inverno” è il pay off che leggiamo sulla pagina pubblicitaria di Noorda pubblicata sulla Rivista Pirelli n. 6, 1952 e che sintetizza il vantaggio che Pirelli, con Inverno, procura all’automobilista, ripreso nella campagna di Bonini “Per l’inverno il pneumatico Inverno” del 1952-53, che dice “In piena sicurezza, sulle strade viscide e bagnate, sulla neve liscia e battuta, senza la perdita di potenza dovuta alle catene” e in quella di Grignani del 1955 “Buon viaggio d’inverno con Inverno Pirelli”, che esplicita “… senza la noia delle catene”.

Nel 1957 è il momento del nuovo Inverno: lo troviamo in copertina e doppia pagina interna su Fatti e Notizie n. 1, 1958. L’articolo inizia così: “Oggi l’inverno inteso come una stagione in cui ci si tappa in casa e la vita ristagna appartiene a un’immagine del passato. Come stagione attiva, densa di vita e di lavoro, l’inverno è una stagione della nostra epoca: una quinta stagione.” Il concetto di “quinta stagione” accompagna il lancio del nuovo pneumatico invernale ma è anche emblematica della visione che ha Pirelli dell’inverno: una stagione di opportunità, movimento e innovazione, cui dedicare prodotti capaci di migliorare la vita quotidiana e l’attività sportiva, alleviando le difficoltà e offrendo comfort, sicurezza e performance.

La storia continua con il Pirelli BS3, il “pneumatico con il cappotto” – il “Battistrada Separato 3” – costituito da una carcassa e un battistrada non vulcanizzati assieme, a rendere il battistrada facilmente intercambiabile. Una soluzione tecnologica innovativa, rimasta in produzione per alcuni anni, che ha anticipato il cambio stagionale dei pneumatici perché rendeva semplice il passaggio dalle prestazioni estive a quelle invernali, e viceversa (su Fatti e Notizie  1959, n. 10 un ampio servizio documenta questo pneumatico frutto del genio e dell’inventiva Pirelli). È proprio il BS3 che viene montato, durante il Rally di Montecarlo del 1961, da 28 equipaggi in gara, di cui 23 arrivati alla fine della competizione. Il BS3 sarà il precursore del primo vero invernale di Pirelli, il Cinturato MS35 Rally, che in alcune pubblicità televisive dell’epoca è in bella mostra accanto a Sandro Munari al volante della Lancia Fulvia su cui vince diverse gare, fra cui lo stesso Rally di Montecarlo nel 1972, e che in versione stradale dà vita a quella che oggi è l’estesa gamma Pirelli Winter, ad alta specializzazione, lanciata nel 1979, perfetta per la neve e per il ghiaccio, ma anche per l’asciutto. Dopo qualche anno la gamma si arricchisce con pneumatici ribassati e superribassati, aumentando così le possibilità di impiego – a raccontarcelo l’articolo “Una sicurezza che si chiama Winter” su Fatti e Notizie n. 9, 1985.  Negli anni Novanta le coperture invernali fanno un deciso passo avanti: più pollici, migliore efficacia su asciutto e bagnato, comfort acustico migliorato e nel 2004 il nuovo Winter Sottozero assicura prestazioni top anche in condizioni stradali normali, da ottobre ad aprile: è la prima copertura invernale bistagionale, come si legge su Fatti e Notizie n. 365, 2004.

Pirelli Winter arriva fino ai giorni nostri, con 8 pneumatici per auto, 7 per suv e 1 per van disponibili. L’ultimo è nato quest’anno, si chiama Cinturato WINTER 3 e la sua promessa – “Goditi il piacere dell’inverno…” – resta fedele alla visione che sin dalle origini ha caratterizzato la ricerca e i prodotti di Pirelli per la stagione fredda.

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Per non essere “macchine celibi”

Le relazioni tra tecnologie digitali, sviluppo e umanità

Il modello di sviluppo che ha dominato il passaggio di secolo è ormai tramontato. Come tenere insieme, allora, una società sempre più grande e frammentata, che si sbarazza dell’ordine morale tradizionale in nome della libertà personale? Si tratta di una domanda molto importante, alla quale bene o male tutti sono chiamati a rispondere con una intensità che cresce sulla base delle singole responsabilità all’interno dei sistemi sociali. A questa domanda cerca di rispondere – riuscendoci – “Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?” libro scritto a quattro mani da Chiara Giaccardi (sociologa e antropologa dei media) e Mauro Magatti (sociologo).

Come fare dunque? La soluzione parrebbe essere riposta nelle tecnologie digitali che si propongono come antidoto alle spinte disgregatrici della nostra epoca, ma che allo stesso tempo si dimostrano essere un potente catalizzatore di nuovi problemi. Il risultato, osservano i due,  è paradossale perché si ottengono con il digitale la massima efficienza e il massimo caos comunicativo. E mentre le macchine intelligenti diventano sempre più simili all’uomo, l’uomo rischia di regredire a “macchina celibe”, cioè ad un “Io” isolato, performante, capace di grandi prestazioni, ma privo di legami e incapace di riconoscere l’altro. Detto in altro modo, e con le parole di Giaccardi e Magatti, “per andare avanti è necessario pensare la digitalizzazione non per uniformare e controllare, bensì per nutrire l’intelligenza vitale di persone e gruppi. La tecnologia non può guidarci da sola: serve un pensiero nuovo, che superi i limiti della ragione moderna”. Già, un “pensiero nuovo” che riporti però ad alcuni principi fondamentali dell’essere e della convivenza umana, a partire dalla riscoperta di una “politica dello spirito” capace di restituire senso, legami e futuro alle nostre società. La via d’uscita sta così nel recuperare ciò che la modernità ha emarginato: il dialogo, il pensiero, lo spirito. Perché la felicità non è celibe (e nemmeno la libertà).

Chi legge viene quindi accompagnato lungo una strada con alcune  tappe e un arrivo: prima viene chiarita quella che è la “razionalizzazione digitale”, poi si passa ad approfondire i molti aspetti che questa razionalizzazione determina (dal narcisismo all’aggressività) per arrivare quindi a delineare la via d’uscita fatta di pensiero, complessità, pluralità e dialogo.

Chiara Giaccardi e Mauro Magatti sottolineano il nostro stare come davanti ad un bivio: sta a noi scegliere la direzione per evitare di finire come Luigi Pirandello ha indicato acutamente in una frase ricordata dagli stessi autori: “Si va diventando tutti come macchine, senza più bisogno d’anima”.

Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?

Chiara Giaccardi, Mauro Magatti

il Mulino, 2025

Le relazioni tra tecnologie digitali, sviluppo e umanità

Il modello di sviluppo che ha dominato il passaggio di secolo è ormai tramontato. Come tenere insieme, allora, una società sempre più grande e frammentata, che si sbarazza dell’ordine morale tradizionale in nome della libertà personale? Si tratta di una domanda molto importante, alla quale bene o male tutti sono chiamati a rispondere con una intensità che cresce sulla base delle singole responsabilità all’interno dei sistemi sociali. A questa domanda cerca di rispondere – riuscendoci – “Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?” libro scritto a quattro mani da Chiara Giaccardi (sociologa e antropologa dei media) e Mauro Magatti (sociologo).

Come fare dunque? La soluzione parrebbe essere riposta nelle tecnologie digitali che si propongono come antidoto alle spinte disgregatrici della nostra epoca, ma che allo stesso tempo si dimostrano essere un potente catalizzatore di nuovi problemi. Il risultato, osservano i due,  è paradossale perché si ottengono con il digitale la massima efficienza e il massimo caos comunicativo. E mentre le macchine intelligenti diventano sempre più simili all’uomo, l’uomo rischia di regredire a “macchina celibe”, cioè ad un “Io” isolato, performante, capace di grandi prestazioni, ma privo di legami e incapace di riconoscere l’altro. Detto in altro modo, e con le parole di Giaccardi e Magatti, “per andare avanti è necessario pensare la digitalizzazione non per uniformare e controllare, bensì per nutrire l’intelligenza vitale di persone e gruppi. La tecnologia non può guidarci da sola: serve un pensiero nuovo, che superi i limiti della ragione moderna”. Già, un “pensiero nuovo” che riporti però ad alcuni principi fondamentali dell’essere e della convivenza umana, a partire dalla riscoperta di una “politica dello spirito” capace di restituire senso, legami e futuro alle nostre società. La via d’uscita sta così nel recuperare ciò che la modernità ha emarginato: il dialogo, il pensiero, lo spirito. Perché la felicità non è celibe (e nemmeno la libertà).

Chi legge viene quindi accompagnato lungo una strada con alcune  tappe e un arrivo: prima viene chiarita quella che è la “razionalizzazione digitale”, poi si passa ad approfondire i molti aspetti che questa razionalizzazione determina (dal narcisismo all’aggressività) per arrivare quindi a delineare la via d’uscita fatta di pensiero, complessità, pluralità e dialogo.

Chiara Giaccardi e Mauro Magatti sottolineano il nostro stare come davanti ad un bivio: sta a noi scegliere la direzione per evitare di finire come Luigi Pirandello ha indicato acutamente in una frase ricordata dagli stessi autori: “Si va diventando tutti come macchine, senza più bisogno d’anima”.

Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?

Chiara Giaccardi, Mauro Magatti

il Mulino, 2025

Cultura della fabbrica e cultura dell’educazione

L’esperienza delle scuole montessoriane alla Falck

 

Attenzione dell’impresa verso le persone. Welfare d’impresa, si dice oggi. Comunque cura del benessere di chi, in fabbrica e negli uffici, lavora. Condizione non certo comune a tutte le realtà, ma sufficientemente diffusa per trovarne traccia in una serie di esempi di non poco conto.  Casi che devono essere ricordati come quello delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni che tra il 1952 e il 1993 promossero l’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole destinate ai figli dei propri dipendenti.

Di quest’esperienza scrive Irene Pozzi (dell’Università di Bologna) nella sua  “L’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1952-1993)” pubblicato recentemente su Nuova Secondaria.

L’articolo ricostruisce, a partire da fonti inedite aziendali (pubblicazioni e documenti d’archivio), le caratteristiche delle iniziative educative messe in pratica in Falck e che poterono svilupparsi grazie al sodalizio tra Maly Falck, consorte dell’allora presidente dell’azienda Giovanni Falck, e Giuliana Sorge, nota allieva diretta di Maria Montessori. Le scuole montessoriane Falck si configurarono da un lato come un esperimento educativo aziendale estremamente significativo, dall’altro come un centro importante del montessorismo del secondo dopoguerra.

La ricerca ha quindi il tratto dell’analisi pedagogica da un lato, ma anche quello di approfondimento storico e di cultura d’impresa. L’indagine di Irene Pozzi inizia con il mettere a fuoco l’impostazione educativa dell’iniziativa e la sua origine storica, per passare poi alla crescita e al consolidamento della stessa negli Sessanta fino all’epilogo con la crisi della siderurgia e la chiusura delle scuole determinata dalla diminuzione della “popolazione scolastica” ma anche dalla crisi dell’acciaio.

La narrazione di Irene Pozzi – perché di narrazione si tratta per il linguaggio adoperato – conduce chi legge a conoscere un’esperienza importante espressione di una cultura d’impresa la cui memoria non deve andare perduta.

L’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1952-1993)

Irene Pozzi

Nuova Secondaria – n. 2, ottobre 2025 – anno XLIII

L’esperienza delle scuole montessoriane alla Falck

 

Attenzione dell’impresa verso le persone. Welfare d’impresa, si dice oggi. Comunque cura del benessere di chi, in fabbrica e negli uffici, lavora. Condizione non certo comune a tutte le realtà, ma sufficientemente diffusa per trovarne traccia in una serie di esempi di non poco conto.  Casi che devono essere ricordati come quello delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck di Sesto San Giovanni che tra il 1952 e il 1993 promossero l’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole destinate ai figli dei propri dipendenti.

Di quest’esperienza scrive Irene Pozzi (dell’Università di Bologna) nella sua  “L’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1952-1993)” pubblicato recentemente su Nuova Secondaria.

L’articolo ricostruisce, a partire da fonti inedite aziendali (pubblicazioni e documenti d’archivio), le caratteristiche delle iniziative educative messe in pratica in Falck e che poterono svilupparsi grazie al sodalizio tra Maly Falck, consorte dell’allora presidente dell’azienda Giovanni Falck, e Giuliana Sorge, nota allieva diretta di Maria Montessori. Le scuole montessoriane Falck si configurarono da un lato come un esperimento educativo aziendale estremamente significativo, dall’altro come un centro importante del montessorismo del secondo dopoguerra.

La ricerca ha quindi il tratto dell’analisi pedagogica da un lato, ma anche quello di approfondimento storico e di cultura d’impresa. L’indagine di Irene Pozzi inizia con il mettere a fuoco l’impostazione educativa dell’iniziativa e la sua origine storica, per passare poi alla crescita e al consolidamento della stessa negli Sessanta fino all’epilogo con la crisi della siderurgia e la chiusura delle scuole determinata dalla diminuzione della “popolazione scolastica” ma anche dalla crisi dell’acciaio.

La narrazione di Irene Pozzi – perché di narrazione si tratta per il linguaggio adoperato – conduce chi legge a conoscere un’esperienza importante espressione di una cultura d’impresa la cui memoria non deve andare perduta.

L’applicazione della pedagogia montessoriana nelle scuole delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck (1952-1993)

Irene Pozzi

Nuova Secondaria – n. 2, ottobre 2025 – anno XLIII

Milano discute il suo destino di città intraprendente e solidale

Di che città parliamo, quando diciamo Milano? D’una città da 1 milione e mezzo di abitanti, in cui però ogni giorno entrano almeno un altro milione di persone per lavorare e studiare. O d’una metropoli costituita da 133 comuni con oltre tre milioni di abitanti. Oppure della più grande città universitaria italiana, con 230mila studenti in dieci prestigiosi atenei, ben reputati anche all’estero. Volendo, potremmo anche raccontare un territorio che produce l’11% del Pil nazionale ed è sede del 34% delle multinazionali estere presenti in Italia, secondo i dati di Assolombarda (la maggiore organizzazione territoriale di Confindustria, che riunisce quasi 8mila imprese di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia, “il cuore produttivo e innovativo del Paese”). O, ancora, indicare il baricentro metropolitano d’una vasta area, tra le più industriali e dinamiche d’Europa, un rettangolo da Torino e Genova al Veneto e Trieste, dalle Alpi alla via Emilia. Milano dunque “città infinita”, per ripetere una celebre, pertinente definizione di Aldo Bonomi.

Milano da governare. Come? Proprio la dimensione della trasformazioni in corso e la radicalità dei processi di cambiamento (tra crescita economica e questioni sociali) svela come Milano sia una metropoli di mercato ma non possa essere ridotta soltanto alle logiche del mercato e della produttività. E come l’attrattività per persone, capitali, idee, imprese abbia bisogno di fondamenta più solide dei pur essenziali parametri della competitività. Servono virtù civiche e valori sociali. Elaborazioni culturali di respiro internazionale. E soprattutto buona politica, con un’efficace pubblica amministrazione.

Proprio un dato citato all’inizio ci rivela come le questioni non possano essere governate soltanto su scala municipale: un milione e mezzo di abitanti, un altro milione che arriva al mattino e va via la sera. Milano raddoppia o quasi, quotidianamente, le sue presenze. Con tutti i problemi (trasporti, pulizia, servizi, sicurezza, ristorazione, rifiuti, etc) che tutto ciò comporta.

La scala, dunque, non può non essere almeno la città metropolitana, applicando meglio le norme che la riguardano (la legge istitutiva è del 1990, l’iscrizione nella Costituzione è del 2001, l’attuazione del 2014 l’operatività formale, al posto delle vecchie Province, è del 2015: un quarto di secolo, un tempo assai lungo). E dotandola di risorse finanziarie e professionali.

Il guaio, però, è che la città metropolitana non ha mai funzionato bene. “Fantasma Grande Milano”, scrive il Corriere della Sera (28 ottobre) e “Gigante imbrigliato ma strategico” (29 ottobre). Il sindaco della città metropolitana è lo stesso del capoluogo, Beppe Sala. Ma la percezione del ruolo e dei poteri relativi è sempre stata marginale. Con conseguenze negative su tutti i territori interessati.

Serve allora, per Milano, una “legge speciale”, come quella in vigore per Roma? Forse. A patto che ci siano stanziamenti adeguati, per servizi pubblici e stimoli fiscali per gli investimenti privati da accompagnare alle risorse pubbliche. E che la dimensione di riferimento delle norme sia metropolitana.

Bisogna però fare un altro passo avanti. Il tema vero, sui servizi, è pensarli non solo su base amministrativa, ma seguendo gli andamenti dei flussi di persone, prodotti, lavori. E dunque costruendo ipotesi di unioni, consorzi dei comuni, società miste pubblico-private a seconda delle esigenze dei servizi da erogare. Un’inedita geografia politica, economica e amministrativa. Ma da sperimentare, tenendo conto anche del buon esempio fiscale di altre realtà europee. Piero Borghini, sindaco di Milano nei primi anni Novanta, fa riferimento all’esperienza di Manchester, che usa sul territorio le risorse fiscali prodotte e costruisce una governance dei servizi “dal basso” e non “dall’alto” dei vertici amministrativi. Idee nuove, nel dinamismo d’una società in movimento (Corriere della Sera, 31 ottobre).

Milano è molteplice, in ogni caso, “vicina all’Europa”, per usare i versi di Lucio Dalla. E tutt’altro che “livida e sprofondata per sua stessa mano”, come scriveva Ivano Fossati sui “treni a vapore”(ma era il 1992, l’anno d’inizio di Tangentopoli). Milano policentrica. Milano irriducibile agli stereotipi d’una città frenetica e ricca, “mille luci” di moda, design e vite di lusso. Ma anche poco leggibile solo con gli stilemi che derivano dalle cronache d’una corruzione diffusa nella pubblica amministrazione (le inchieste giudiziarie sulle presunte irregolarità urbanistiche del Comune, però, non hanno trovato riscontri solidi) e d’una violenza crescente nelle aree della “movida”, con una microcriminalità avvertita come emergenza.

Ci sono ombre, comunque, su un’anima che si dice stia smarrendo la capacità di mischiare lavoro e cultura, produttività e solidarietà. E ha ragione Bonomi quando scrive d’una metropoli nel cuore di una “metamorfosi interrotta, a rischio per la coesione sociale” (IlSole24Ore, 29 ottobre), anche a causa di una crescente incapacità (o, perché no? di mancanza di volontà) di “coniugare la dimensione dei bisogni con quella dei diritti”. Ma basta entrare nel cuore dei flussi economici e sociali della città per leggere, pure nei quartieri più difficili, storie di solidarietà e impegno sociale fatte vivere da enti, istituzioni e gruppi di volontariato del “terzo settore” (la Caritas ambrosiana ne è testimonianza esemplare, ma tutt’altro che unica).

Ha senso, dunque, prima che la città precipiti nelle retoriche della propaganda elettorale per l’elezione, nel 2027, del nuovo sindaco e del consiglio comunale, discutere in profondità sulle trasformazioni in corso e sugli strumenti, politici e culturali, per affrontare i problemi accentuati proprio dalla condizione stessa di Milano come l’area d’Italia più investita da stravolgenti fenomeni economici (il passaggio dall’industria al post-industriale alla fine del Novecento e adesso le mutazioni legate alla “economia della conoscenza” e alla pervasività dell’Intelligenza Artificiale).

Si discute molto di “crisi del modello Milano”. Ma Milano non è affatto un modello. Un territorio in movimento, semmai. Un motore economico. Una “fabbrica del futuro” (espressione cara ad Assolombarda). Un magnete di attrattività di intelligenze e capitali. Ma anche un polo culturale e sociale capace di indagare a fondo su di sé con un’attitudine critica e autocritica rara in un’Italia “strapaese” animata da orgogliosi campanilismi.

Milano da leggere e raccontare meglio, dunque. Da criticare severamente. E però pure da progettare. Amare. E fare vivere.

Un buon esempio di questa attitudine è la discussione organizzata dal Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini e diretto da Roberto Poli, mercoledì 26, al Museo della Scienza e della Tecnica, con un titolo che contiene già un programma. “Milano è il suo destino: idee e progetti per la città che sarà” (ne parleranno, oltre a chi scrive, Cristina Messa, Agnese Pini, Venanzio Postiglione e Gianmario Verona). Un destino che dunque nasce dalla storia e dal carattere della civitas, che sa di “intraprendenza dialogante” ma anche di cultura e solidarietà, di innovazione e consapevolezza delle qualità del riformismo, di illuminismo, cultura politecnica e sentimenti civili, di istruzione e scienza.

Una Milano, appunto, che deve imparare a tenere in maggior conto il giudizio delle altre città d’Italia e d’Europa. E non può rinunciare alle caratteristiche economiche e sociali che ne animano le attività e, nel corso del tempo, hanno consentito a milioni di persone di “diventare milanesi”. Cittadini intraprendenti e solidali, appunto.

(foto Getty Images) 

Di che città parliamo, quando diciamo Milano? D’una città da 1 milione e mezzo di abitanti, in cui però ogni giorno entrano almeno un altro milione di persone per lavorare e studiare. O d’una metropoli costituita da 133 comuni con oltre tre milioni di abitanti. Oppure della più grande città universitaria italiana, con 230mila studenti in dieci prestigiosi atenei, ben reputati anche all’estero. Volendo, potremmo anche raccontare un territorio che produce l’11% del Pil nazionale ed è sede del 34% delle multinazionali estere presenti in Italia, secondo i dati di Assolombarda (la maggiore organizzazione territoriale di Confindustria, che riunisce quasi 8mila imprese di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia, “il cuore produttivo e innovativo del Paese”). O, ancora, indicare il baricentro metropolitano d’una vasta area, tra le più industriali e dinamiche d’Europa, un rettangolo da Torino e Genova al Veneto e Trieste, dalle Alpi alla via Emilia. Milano dunque “città infinita”, per ripetere una celebre, pertinente definizione di Aldo Bonomi.

Milano da governare. Come? Proprio la dimensione della trasformazioni in corso e la radicalità dei processi di cambiamento (tra crescita economica e questioni sociali) svela come Milano sia una metropoli di mercato ma non possa essere ridotta soltanto alle logiche del mercato e della produttività. E come l’attrattività per persone, capitali, idee, imprese abbia bisogno di fondamenta più solide dei pur essenziali parametri della competitività. Servono virtù civiche e valori sociali. Elaborazioni culturali di respiro internazionale. E soprattutto buona politica, con un’efficace pubblica amministrazione.

Proprio un dato citato all’inizio ci rivela come le questioni non possano essere governate soltanto su scala municipale: un milione e mezzo di abitanti, un altro milione che arriva al mattino e va via la sera. Milano raddoppia o quasi, quotidianamente, le sue presenze. Con tutti i problemi (trasporti, pulizia, servizi, sicurezza, ristorazione, rifiuti, etc) che tutto ciò comporta.

La scala, dunque, non può non essere almeno la città metropolitana, applicando meglio le norme che la riguardano (la legge istitutiva è del 1990, l’iscrizione nella Costituzione è del 2001, l’attuazione del 2014 l’operatività formale, al posto delle vecchie Province, è del 2015: un quarto di secolo, un tempo assai lungo). E dotandola di risorse finanziarie e professionali.

Il guaio, però, è che la città metropolitana non ha mai funzionato bene. “Fantasma Grande Milano”, scrive il Corriere della Sera (28 ottobre) e “Gigante imbrigliato ma strategico” (29 ottobre). Il sindaco della città metropolitana è lo stesso del capoluogo, Beppe Sala. Ma la percezione del ruolo e dei poteri relativi è sempre stata marginale. Con conseguenze negative su tutti i territori interessati.

Serve allora, per Milano, una “legge speciale”, come quella in vigore per Roma? Forse. A patto che ci siano stanziamenti adeguati, per servizi pubblici e stimoli fiscali per gli investimenti privati da accompagnare alle risorse pubbliche. E che la dimensione di riferimento delle norme sia metropolitana.

Bisogna però fare un altro passo avanti. Il tema vero, sui servizi, è pensarli non solo su base amministrativa, ma seguendo gli andamenti dei flussi di persone, prodotti, lavori. E dunque costruendo ipotesi di unioni, consorzi dei comuni, società miste pubblico-private a seconda delle esigenze dei servizi da erogare. Un’inedita geografia politica, economica e amministrativa. Ma da sperimentare, tenendo conto anche del buon esempio fiscale di altre realtà europee. Piero Borghini, sindaco di Milano nei primi anni Novanta, fa riferimento all’esperienza di Manchester, che usa sul territorio le risorse fiscali prodotte e costruisce una governance dei servizi “dal basso” e non “dall’alto” dei vertici amministrativi. Idee nuove, nel dinamismo d’una società in movimento (Corriere della Sera, 31 ottobre).

Milano è molteplice, in ogni caso, “vicina all’Europa”, per usare i versi di Lucio Dalla. E tutt’altro che “livida e sprofondata per sua stessa mano”, come scriveva Ivano Fossati sui “treni a vapore”(ma era il 1992, l’anno d’inizio di Tangentopoli). Milano policentrica. Milano irriducibile agli stereotipi d’una città frenetica e ricca, “mille luci” di moda, design e vite di lusso. Ma anche poco leggibile solo con gli stilemi che derivano dalle cronache d’una corruzione diffusa nella pubblica amministrazione (le inchieste giudiziarie sulle presunte irregolarità urbanistiche del Comune, però, non hanno trovato riscontri solidi) e d’una violenza crescente nelle aree della “movida”, con una microcriminalità avvertita come emergenza.

Ci sono ombre, comunque, su un’anima che si dice stia smarrendo la capacità di mischiare lavoro e cultura, produttività e solidarietà. E ha ragione Bonomi quando scrive d’una metropoli nel cuore di una “metamorfosi interrotta, a rischio per la coesione sociale” (IlSole24Ore, 29 ottobre), anche a causa di una crescente incapacità (o, perché no? di mancanza di volontà) di “coniugare la dimensione dei bisogni con quella dei diritti”. Ma basta entrare nel cuore dei flussi economici e sociali della città per leggere, pure nei quartieri più difficili, storie di solidarietà e impegno sociale fatte vivere da enti, istituzioni e gruppi di volontariato del “terzo settore” (la Caritas ambrosiana ne è testimonianza esemplare, ma tutt’altro che unica).

Ha senso, dunque, prima che la città precipiti nelle retoriche della propaganda elettorale per l’elezione, nel 2027, del nuovo sindaco e del consiglio comunale, discutere in profondità sulle trasformazioni in corso e sugli strumenti, politici e culturali, per affrontare i problemi accentuati proprio dalla condizione stessa di Milano come l’area d’Italia più investita da stravolgenti fenomeni economici (il passaggio dall’industria al post-industriale alla fine del Novecento e adesso le mutazioni legate alla “economia della conoscenza” e alla pervasività dell’Intelligenza Artificiale).

Si discute molto di “crisi del modello Milano”. Ma Milano non è affatto un modello. Un territorio in movimento, semmai. Un motore economico. Una “fabbrica del futuro” (espressione cara ad Assolombarda). Un magnete di attrattività di intelligenze e capitali. Ma anche un polo culturale e sociale capace di indagare a fondo su di sé con un’attitudine critica e autocritica rara in un’Italia “strapaese” animata da orgogliosi campanilismi.

Milano da leggere e raccontare meglio, dunque. Da criticare severamente. E però pure da progettare. Amare. E fare vivere.

Un buon esempio di questa attitudine è la discussione organizzata dal Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini e diretto da Roberto Poli, mercoledì 26, al Museo della Scienza e della Tecnica, con un titolo che contiene già un programma. “Milano è il suo destino: idee e progetti per la città che sarà” (ne parleranno, oltre a chi scrive, Cristina Messa, Agnese Pini, Venanzio Postiglione e Gianmario Verona). Un destino che dunque nasce dalla storia e dal carattere della civitas, che sa di “intraprendenza dialogante” ma anche di cultura e solidarietà, di innovazione e consapevolezza delle qualità del riformismo, di illuminismo, cultura politecnica e sentimenti civili, di istruzione e scienza.

Una Milano, appunto, che deve imparare a tenere in maggior conto il giudizio delle altre città d’Italia e d’Europa. E non può rinunciare alle caratteristiche economiche e sociali che ne animano le attività e, nel corso del tempo, hanno consentito a milioni di persone di “diventare milanesi”. Cittadini intraprendenti e solidali, appunto.

(foto Getty Images) 

Sulla Luna e oltre, verso il futuro

Negli anni Ottanta le fasi di progettazione si avvalgono in Pirelli di nuovi strumenti, grazie allo sviluppo delle tecnologie in ambito informatico. Il decennio successivo vede concretizzarsi un’importante collaborazione in ambito accademico attraverso la costituzione del CoreCom (Consorzio ricerche elaborazione commutazione ottica Milano) con il Politecnico di Milano. Il Consorzio diventa presto un punto di riferimento a livello europeo per tutte le tematiche di ricerca connesse con le comunicazioni ottiche, svolgendo attività pionieristiche anche nel campo delle reti e delle fibre ottiche speciali. L’innovazione, tuttavia, non riguarda soltanto i prodotti e i materiali. È il 1999 quando viene presentato in Bicocca il sistema di produzione automatizzata pneumatici MIRSTM (Modular Integrated Robotized System). Protetto da ventidue brevetti, consente di realizzare pneumatici di gamma alta e altissima in piccole quantità, con tempi di sviluppo molto rapidi, rendendo possibile una logistica e un servizio ai clienti del tutto innovativo. Un cambio di passo radicale rispetto ai processi produttivi tradizionali. Nel 2001, dall’intesa tra Pirelli e l’Università di Milano-Bicocca, nasce il CORIMAV (Consorzio per le Ricerche sui Materiali Avanzati), con l’obiettivo di sviluppare tecnologie all’avanguardia nel campo dei materiali, supportare attività di ricerca, promuovere la formazione di giovani.

Le attività di formazione, ricerca e sviluppo costituiscono tutt’oggi per Pirelli un asset strategico: sono oltre 2.000 le risorse impegnate nel settore R&D tra la sede di Milano ed i suoi 12 centri tecnologici dislocati nel mondo, e proseguono le collaborazioni del Gruppo con fornitori, università e gli stessi produttori di veicoli, al fine di anticipare le innovazioni tecnologiche del settore. L’obiettivo a lungo termine della Pirelli è sostituire il 100% delle materie prime di origine fossile e minerale con componenti bio-based, rinnovabili e riciclati; inoltre, l’80% dei pneumatici per il mercato del ricambio viene sviluppato tramite modelli virtuali e simulazioni, riducendo tempi e costi di progettazione e produzione. La trasformazione verso un’industria sempre più sostenibile richiede tempo, ma la direzione è chiara: ciò che oggi è ricerca, domani sarà realtà.

Questa costante tensione all’indagare, allo stare “dentro le cose” è il significato profondo del grande mosaico La ricerca scientifica, realizzato nel 1961 su disegno di Renato Guttuso e oggi conservato, non a caso, nella sala studio della Fondazione Pirelli. Gli scienziati immaginati dal pittore sono impegnati, tra microscopi e calcolatori, a osservare la Luna. Un obiettivo poi raggiunto, oltre il quale guardare per raggiungere quello che c’è dopo e ancora non si vede, ma che lo studio, la ricerca, l’intelligenza degli uomini e delle macchine, possono sempre svelare.

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Negli anni Ottanta le fasi di progettazione si avvalgono in Pirelli di nuovi strumenti, grazie allo sviluppo delle tecnologie in ambito informatico. Il decennio successivo vede concretizzarsi un’importante collaborazione in ambito accademico attraverso la costituzione del CoreCom (Consorzio ricerche elaborazione commutazione ottica Milano) con il Politecnico di Milano. Il Consorzio diventa presto un punto di riferimento a livello europeo per tutte le tematiche di ricerca connesse con le comunicazioni ottiche, svolgendo attività pionieristiche anche nel campo delle reti e delle fibre ottiche speciali. L’innovazione, tuttavia, non riguarda soltanto i prodotti e i materiali. È il 1999 quando viene presentato in Bicocca il sistema di produzione automatizzata pneumatici MIRSTM (Modular Integrated Robotized System). Protetto da ventidue brevetti, consente di realizzare pneumatici di gamma alta e altissima in piccole quantità, con tempi di sviluppo molto rapidi, rendendo possibile una logistica e un servizio ai clienti del tutto innovativo. Un cambio di passo radicale rispetto ai processi produttivi tradizionali. Nel 2001, dall’intesa tra Pirelli e l’Università di Milano-Bicocca, nasce il CORIMAV (Consorzio per le Ricerche sui Materiali Avanzati), con l’obiettivo di sviluppare tecnologie all’avanguardia nel campo dei materiali, supportare attività di ricerca, promuovere la formazione di giovani.

Le attività di formazione, ricerca e sviluppo costituiscono tutt’oggi per Pirelli un asset strategico: sono oltre 2.000 le risorse impegnate nel settore R&D tra la sede di Milano ed i suoi 12 centri tecnologici dislocati nel mondo, e proseguono le collaborazioni del Gruppo con fornitori, università e gli stessi produttori di veicoli, al fine di anticipare le innovazioni tecnologiche del settore. L’obiettivo a lungo termine della Pirelli è sostituire il 100% delle materie prime di origine fossile e minerale con componenti bio-based, rinnovabili e riciclati; inoltre, l’80% dei pneumatici per il mercato del ricambio viene sviluppato tramite modelli virtuali e simulazioni, riducendo tempi e costi di progettazione e produzione. La trasformazione verso un’industria sempre più sostenibile richiede tempo, ma la direzione è chiara: ciò che oggi è ricerca, domani sarà realtà.

Questa costante tensione all’indagare, allo stare “dentro le cose” è il significato profondo del grande mosaico La ricerca scientifica, realizzato nel 1961 su disegno di Renato Guttuso e oggi conservato, non a caso, nella sala studio della Fondazione Pirelli. Gli scienziati immaginati dal pittore sono impegnati, tra microscopi e calcolatori, a osservare la Luna. Un obiettivo poi raggiunto, oltre il quale guardare per raggiungere quello che c’è dopo e ancora non si vede, ma che lo studio, la ricerca, l’intelligenza degli uomini e delle macchine, possono sempre svelare.

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Nuovi materiali, invenzioni e brevetti

Nel 1937 Giulio Natta, al tempo professore ordinario al Politecnico di Torino, viene incaricato dalla Pirelli di trovare una strada alternativa all’importazione sempre più difficile di gomma naturale dalle grandi piantagioni sudamericane e dall’Estremo Oriente. Nei laboratori della Bicocca, grazie al futuro Premio Nobel, vede la luce un’originale tecnologia che consente di produrre gomma sintetica; nel 1938 vengono depositati due brevetti per la separazione di butilene e butadiene. Tra le migliaia di specifiche di prova prodotte dalla Ricerca e Sviluppo Pneumatici si può leggere per la prima volta la parola “cauccital”, ossia l’avvio della sperimentazione su quel caucciù prodotto in laboratorio che oggi è di uso comune nell’industria della gomma. È l’inizio di una rivoluzione tecnologica. A queste preziose specifiche, conservate oggi nel nostro Archivio Storico, si affiancano schede tecniche relative alle dimensioni degli stampi per la vulcanizzazione dei pneumatici, al disegno del battistrada, alle scritte originali (misure, tipo di pneumatico, logo dell’azienda) impresse sul fianco. A partire dai primi anni Trenta, questi documenti accompagnano passo dopo passo lo sviluppo e l’evoluzione di tutti i pneumatici Pirelli: da prodotti storici come Stella Bianca e CINTURATO, alle versioni “Corsa”, da competizione, fino alla sperimentazione sui tessuti “Cord”. Risalgono agli anni Trenta e Quaranta anche le prime testimonianze fotografiche della vita delle persone all’interno dei luoghi di sperimentazione. Oltre ai tecnici e ai ricercatori, al centro dell’obiettivo sono la comunità scientifica e i suoi strumenti: i banchi dei laboratori chimici e fisici ospitano microscopi, ampolle, vetrini, provette, torsiometri e plastometri, immortalati in close-up che ne mettono in luce i dettagli.

Nell’immediato Dopoguerra, Pirelli cura la creazione di un centro tecnologico con laboratori grandiosi specializzati nei vari rami dell’industria della chimica e della fisica. Si legge nella relazione al bilancio del 1957: “nel campo del progresso tecnico è da ricordare l’entrata in attività dei nuovi laboratori di ricerca alla Bicocca che sono risultati un modello di funzionalità e di modernità di equipaggiamento. In particolare, detti laboratori sono dotati di un generatore acceleratore di elettroni di due mega electrovolt, che servirà per ricerche soprattutto sulla gomma e sui materiali plastici”. Durante gli anni Cinquanta grandi nomi della fotografia, come Aldo Ballo, vengono chiamati a documentare la complessità di questi luoghi di ricerca in Pirelli, organizzati e denominati in base al ramo di attività e sede delle indagini e dei collaudi che precedono e accompagnano la fabbricazione dei prodotti aziendali, realizzando istantanee che restituiscono il concetto di scienza intesa come studio e applicazione. Nel 1960 la Rivista Pirelli dà notizia dell’acquisto e dell’installazione di due nuove apparecchiature, un microfotometro e un comparatore ottico, entrambe progettate dal personale dell’azienda; nel 1963 viene invece inaugurato un nuovo laboratorio del settore elettrico, descritto come “uno dei più grandi attualmente esistenti nel mondo per prove ad altissima tensione”.

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Nel 1937 Giulio Natta, al tempo professore ordinario al Politecnico di Torino, viene incaricato dalla Pirelli di trovare una strada alternativa all’importazione sempre più difficile di gomma naturale dalle grandi piantagioni sudamericane e dall’Estremo Oriente. Nei laboratori della Bicocca, grazie al futuro Premio Nobel, vede la luce un’originale tecnologia che consente di produrre gomma sintetica; nel 1938 vengono depositati due brevetti per la separazione di butilene e butadiene. Tra le migliaia di specifiche di prova prodotte dalla Ricerca e Sviluppo Pneumatici si può leggere per la prima volta la parola “cauccital”, ossia l’avvio della sperimentazione su quel caucciù prodotto in laboratorio che oggi è di uso comune nell’industria della gomma. È l’inizio di una rivoluzione tecnologica. A queste preziose specifiche, conservate oggi nel nostro Archivio Storico, si affiancano schede tecniche relative alle dimensioni degli stampi per la vulcanizzazione dei pneumatici, al disegno del battistrada, alle scritte originali (misure, tipo di pneumatico, logo dell’azienda) impresse sul fianco. A partire dai primi anni Trenta, questi documenti accompagnano passo dopo passo lo sviluppo e l’evoluzione di tutti i pneumatici Pirelli: da prodotti storici come Stella Bianca e CINTURATO, alle versioni “Corsa”, da competizione, fino alla sperimentazione sui tessuti “Cord”. Risalgono agli anni Trenta e Quaranta anche le prime testimonianze fotografiche della vita delle persone all’interno dei luoghi di sperimentazione. Oltre ai tecnici e ai ricercatori, al centro dell’obiettivo sono la comunità scientifica e i suoi strumenti: i banchi dei laboratori chimici e fisici ospitano microscopi, ampolle, vetrini, provette, torsiometri e plastometri, immortalati in close-up che ne mettono in luce i dettagli.

Nell’immediato Dopoguerra, Pirelli cura la creazione di un centro tecnologico con laboratori grandiosi specializzati nei vari rami dell’industria della chimica e della fisica. Si legge nella relazione al bilancio del 1957: “nel campo del progresso tecnico è da ricordare l’entrata in attività dei nuovi laboratori di ricerca alla Bicocca che sono risultati un modello di funzionalità e di modernità di equipaggiamento. In particolare, detti laboratori sono dotati di un generatore acceleratore di elettroni di due mega electrovolt, che servirà per ricerche soprattutto sulla gomma e sui materiali plastici”. Durante gli anni Cinquanta grandi nomi della fotografia, come Aldo Ballo, vengono chiamati a documentare la complessità di questi luoghi di ricerca in Pirelli, organizzati e denominati in base al ramo di attività e sede delle indagini e dei collaudi che precedono e accompagnano la fabbricazione dei prodotti aziendali, realizzando istantanee che restituiscono il concetto di scienza intesa come studio e applicazione. Nel 1960 la Rivista Pirelli dà notizia dell’acquisto e dell’installazione di due nuove apparecchiature, un microfotometro e un comparatore ottico, entrambe progettate dal personale dell’azienda; nel 1963 viene invece inaugurato un nuovo laboratorio del settore elettrico, descritto come “uno dei più grandi attualmente esistenti nel mondo per prove ad altissima tensione”.

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“Guardare dentro”, fin dalle origini

L’attenzione al mondo della ricerca e dell’innovazione nasce in Pirelli con il suo fondatore, Giovanni Battista, giovane ingegnere neolaureato all’Istituto Tecnico Superiore di Milano, il futuro Politecnico, nel 1870. Grazie a lui, viene avviata nel 1873 la prima fabbrica italiana per la lavorazione della gomma elastica sotto la direzione tecnica di Aimé Goulard, con quaranta operai e cinque impiegati. Seguendo il consiglio del suo mentore, il professor Giuseppe Colombo – fondatore di Edison nonché uno dei protagonisti della modernizzazione industriale del Paese tra metà Ottocento e Prima Guerra Mondiale – Giovanni Battista Pirelli decide di iniziare una produzione di articoli destinati ai macchinari industriali, alla navigazione a vapore e all’esercizio delle ferrovie: cinghie di trasmissione, valvole, isolanti, una produzione diversificata. La gamma produttiva ben presto si espande a beni di consumo come giocattoli, palle da gioco, impermeabili e merceria. A soli dieci anni dalla fondazione dell’azienda i risultati sono evidenti: il personale sale da 40 a 300 unità, gli impianti si ingrandiscono e vengono introdotti nuovi settori. Tra questi, quello dei fili telegrafici ricoperti in caucciù, che prende vita dal 1879. I primi ingegneri chimici ed elettrotecnici vengono assunti dalla Pirelli nel 1884 e via via entrano a far parte dell’azienda figure chiave nel campo dell’elettrotecnica come Emanuele Jona, Leopoldo e Luigi Emanueli, a lungo a capo della Ricerca e Sviluppo del Gruppo.

Sempre dalla fine dell’Ottocento, per volontà del fondatore si iniziano a raccogliere testi di carattere scientifico, principalmente dedicati a gomma, pneumatici e cavi elettrici, per arricchire la formazione dei tecnici Pirelli. I testi sono confluiti nell’attuale Biblioteca tecnico-scientifica, costituita da oltre 16.000 volumi, che dal 2010 è conservata dalla Fondazione Pirelli. Non a caso, fin dalla sua nascita, la Fondazione ha adottato proprio una citazione di Luigi Emanueli “Adess ghe capissaremm on quaicoss: andemm a guardagh denter” come suo motto ad accogliere i visitatori. Quella del “guardar dentro per capire” è un’idea che da sola riassume il concetto stesso di scienza, intesa come applicazione, studio, ricerca.

È così che, nel 1922, vengono chiamati dei fotografi a “guardare dentro” la vita di fabbrica. In occasione del cinquantesimo anniversario dell’azienda viene realizzato un servizio fotografico nello stabilimento di Milano Bicocca, dai reparti produttivi ai laboratori: gli spazi e la strumentazione tecnica hanno lo scopo di documentare il ruolo di avanguardia di Pirelli nell’ambito dell’innovazione. Pirelli continua infatti in questi anni a dare estrema rilevanza al ruolo della ricerca, in Italia e nel mondo; nella relazione al bilancio del 1923 si legge che la Società Italiana Pirelli “ha anche […] validamente sostenuto, con l’aiuto delle sue direzioni tecniche e dei suoi laboratori, l’attività di questi nostri stabilimenti esteri, continuando quella politica di ricerche scientifiche e di perfezionamento nella sede e di collaborazione con le direzioni delle consorelle estere che è stata nostra cura costante fosse perseguita attraverso tutti questi anni di espansione del nostro organismo industriale”. E la ricerca non si ferma, concentrandosi nei decenni successivi su materiali e prodotti innovativi, a partire dagli studi sulla gomma sintetica.

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L’attenzione al mondo della ricerca e dell’innovazione nasce in Pirelli con il suo fondatore, Giovanni Battista, giovane ingegnere neolaureato all’Istituto Tecnico Superiore di Milano, il futuro Politecnico, nel 1870. Grazie a lui, viene avviata nel 1873 la prima fabbrica italiana per la lavorazione della gomma elastica sotto la direzione tecnica di Aimé Goulard, con quaranta operai e cinque impiegati. Seguendo il consiglio del suo mentore, il professor Giuseppe Colombo – fondatore di Edison nonché uno dei protagonisti della modernizzazione industriale del Paese tra metà Ottocento e Prima Guerra Mondiale – Giovanni Battista Pirelli decide di iniziare una produzione di articoli destinati ai macchinari industriali, alla navigazione a vapore e all’esercizio delle ferrovie: cinghie di trasmissione, valvole, isolanti, una produzione diversificata. La gamma produttiva ben presto si espande a beni di consumo come giocattoli, palle da gioco, impermeabili e merceria. A soli dieci anni dalla fondazione dell’azienda i risultati sono evidenti: il personale sale da 40 a 300 unità, gli impianti si ingrandiscono e vengono introdotti nuovi settori. Tra questi, quello dei fili telegrafici ricoperti in caucciù, che prende vita dal 1879. I primi ingegneri chimici ed elettrotecnici vengono assunti dalla Pirelli nel 1884 e via via entrano a far parte dell’azienda figure chiave nel campo dell’elettrotecnica come Emanuele Jona, Leopoldo e Luigi Emanueli, a lungo a capo della Ricerca e Sviluppo del Gruppo.

Sempre dalla fine dell’Ottocento, per volontà del fondatore si iniziano a raccogliere testi di carattere scientifico, principalmente dedicati a gomma, pneumatici e cavi elettrici, per arricchire la formazione dei tecnici Pirelli. I testi sono confluiti nell’attuale Biblioteca tecnico-scientifica, costituita da oltre 16.000 volumi, che dal 2010 è conservata dalla Fondazione Pirelli. Non a caso, fin dalla sua nascita, la Fondazione ha adottato proprio una citazione di Luigi Emanueli “Adess ghe capissaremm on quaicoss: andemm a guardagh denter” come suo motto ad accogliere i visitatori. Quella del “guardar dentro per capire” è un’idea che da sola riassume il concetto stesso di scienza, intesa come applicazione, studio, ricerca.

È così che, nel 1922, vengono chiamati dei fotografi a “guardare dentro” la vita di fabbrica. In occasione del cinquantesimo anniversario dell’azienda viene realizzato un servizio fotografico nello stabilimento di Milano Bicocca, dai reparti produttivi ai laboratori: gli spazi e la strumentazione tecnica hanno lo scopo di documentare il ruolo di avanguardia di Pirelli nell’ambito dell’innovazione. Pirelli continua infatti in questi anni a dare estrema rilevanza al ruolo della ricerca, in Italia e nel mondo; nella relazione al bilancio del 1923 si legge che la Società Italiana Pirelli “ha anche […] validamente sostenuto, con l’aiuto delle sue direzioni tecniche e dei suoi laboratori, l’attività di questi nostri stabilimenti esteri, continuando quella politica di ricerche scientifiche e di perfezionamento nella sede e di collaborazione con le direzioni delle consorelle estere che è stata nostra cura costante fosse perseguita attraverso tutti questi anni di espansione del nostro organismo industriale”. E la ricerca non si ferma, concentrandosi nei decenni successivi su materiali e prodotti innovativi, a partire dagli studi sulla gomma sintetica.

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Il cammino delle società benefit

Una ricerca sul campo indica quanto è stato fatto e cosa resta ancora da fare

Cultura d’impresa che cerca di cambiare (in meglio) e stenta a farlo. Cammino lungo e tortuoso, quello del miglioramento delle condizioni della produzione e della stessa idea di fare impresa. Cammino che – naturalmente – deve essere intrapreso e compiuto, ma che va compreso anche nelle sue soste oltre che nel suo progredire. È di fatto basata su questa idea la ricerca “La Governance delle Società Benefit in Italia: Processi Decisionali ed Etica Aziendale” curata da Magalì Fia e Anna Pontini dell’Università di Bologna insieme a InfoCamere e alla Camera di commercio di Brindisi-Taranto.

L’indagine mette a fuoco, come lo stesso titolo dice, la situazione delle società benefit intese come esempio tra i più recenti di un particolare modo d’intendere il fare impresa. Un esempio che va ben interpretato proprio dal punto di vista della governance e quindi della natura dei processi decisionali e dell’approccio in termini etici agli stessi.

Per comprendere la situazione, Fia e Pontini hanno lavorato sui dati della rete Infocamere e sui risultati di un questionario distribuito nel luglio del 2023 a oltre 3.300 imprese. L’analisi ha consentito di mettere a fuoco la fase nella quale è la gran parte di queste imprese: una fase di transizione verso modelli inclusivi e orientati alla sostenibilità, un cammino intrapreso ma ancora lungi dall’essere vicino al traguardo.

I risultati della ricerca, infatti, indicano al tempo stesso criticità e potenzialità. In particolare, la composizione dei consigli di amministrazione – spiegano le curatrici – “risulta caratterizzata da livelli ancora contenuti di diversità: solo il 17% delle Società Benefit include amministratori indipendenti, mentre le logiche di rappresentanza di genere sono presenti nel 10% dei casi e quelle legate all’età restano marginali”. Ugualmente, le politiche retributive mostrano un basso allineamento con i criteri legati alla sostenibilità: il 54% non prevede criteri specifici e solo il 10% tiene conto delle indicazioni ESG. Anche le competenze presenti all’interno dei consigli risultano sbilanciate. Una simile situazione di sbilanciamento si ritrova anche, seppur in modo meno rilevante, nei processi decisionali. Sul piano etico, infine, la ricerca ha evidenziato “un’adozione parziale e disomogenea di strumenti formali”. Le questioni etiche sono discusse regolarmente nella gran parte dei consigli di amministrazione, ma senza tradursi in decisioni concrete.

In sintesi, le Società Benefit italiane costituiscono un’esperienza in rapida espansione, con potenzialità significative, ma hanno ancora “ampi margini di miglioramento”: un modo per dire che c’è ancora molta strada da fare. La ricerca di Fia e Pontini è un’utile lettura proprio per capire quanta di questa strada è già stata percorsa.

 

La Governance delle Società Benefit in Italia: Processi Decisionali ed Etica Aziendale

Magalì Fia, Anna Pontini (a cura di)

Rapporto finale, novembre 2025

Una ricerca sul campo indica quanto è stato fatto e cosa resta ancora da fare

Cultura d’impresa che cerca di cambiare (in meglio) e stenta a farlo. Cammino lungo e tortuoso, quello del miglioramento delle condizioni della produzione e della stessa idea di fare impresa. Cammino che – naturalmente – deve essere intrapreso e compiuto, ma che va compreso anche nelle sue soste oltre che nel suo progredire. È di fatto basata su questa idea la ricerca “La Governance delle Società Benefit in Italia: Processi Decisionali ed Etica Aziendale” curata da Magalì Fia e Anna Pontini dell’Università di Bologna insieme a InfoCamere e alla Camera di commercio di Brindisi-Taranto.

L’indagine mette a fuoco, come lo stesso titolo dice, la situazione delle società benefit intese come esempio tra i più recenti di un particolare modo d’intendere il fare impresa. Un esempio che va ben interpretato proprio dal punto di vista della governance e quindi della natura dei processi decisionali e dell’approccio in termini etici agli stessi.

Per comprendere la situazione, Fia e Pontini hanno lavorato sui dati della rete Infocamere e sui risultati di un questionario distribuito nel luglio del 2023 a oltre 3.300 imprese. L’analisi ha consentito di mettere a fuoco la fase nella quale è la gran parte di queste imprese: una fase di transizione verso modelli inclusivi e orientati alla sostenibilità, un cammino intrapreso ma ancora lungi dall’essere vicino al traguardo.

I risultati della ricerca, infatti, indicano al tempo stesso criticità e potenzialità. In particolare, la composizione dei consigli di amministrazione – spiegano le curatrici – “risulta caratterizzata da livelli ancora contenuti di diversità: solo il 17% delle Società Benefit include amministratori indipendenti, mentre le logiche di rappresentanza di genere sono presenti nel 10% dei casi e quelle legate all’età restano marginali”. Ugualmente, le politiche retributive mostrano un basso allineamento con i criteri legati alla sostenibilità: il 54% non prevede criteri specifici e solo il 10% tiene conto delle indicazioni ESG. Anche le competenze presenti all’interno dei consigli risultano sbilanciate. Una simile situazione di sbilanciamento si ritrova anche, seppur in modo meno rilevante, nei processi decisionali. Sul piano etico, infine, la ricerca ha evidenziato “un’adozione parziale e disomogenea di strumenti formali”. Le questioni etiche sono discusse regolarmente nella gran parte dei consigli di amministrazione, ma senza tradursi in decisioni concrete.

In sintesi, le Società Benefit italiane costituiscono un’esperienza in rapida espansione, con potenzialità significative, ma hanno ancora “ampi margini di miglioramento”: un modo per dire che c’è ancora molta strada da fare. La ricerca di Fia e Pontini è un’utile lettura proprio per capire quanta di questa strada è già stata percorsa.

 

La Governance delle Società Benefit in Italia: Processi Decisionali ed Etica Aziendale

Magalì Fia, Anna Pontini (a cura di)

Rapporto finale, novembre 2025

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