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L’Italia delle imprese che investono e innovano è tutt’altro che la retorica stanca dell’Italietta

Parlare male dell’Italia. Vezzo e vizio diffuso, soprattutto tra gli italiani. L’Italietta, si diceva ai primi del Novecento, con un vocabolo dispregiativo per indicare una mentalità grezza e provinciale comune alla piccola borghesia dello “strapaese”. “La terra dei cachi”, si cantava al Festival di Sanremo nel 1996 (Elio e le Storie Tese: “Appalti truccati, trapianti truccati… papaveri e papi…”). E così via continuando, in un’ampia antologia di giudizi critici e sentenze taglienti, che portano anche le firme di grandi letterati, da Dante a Leopardi e Manzoni. “Non amo l’Italia, ma gli italiani”, è la sintesi del pensiero di Cesare Pavese, uno dei maggiori intellettuali del nostro Novecento (nelle pagine de “Il mestiere di vivere”).
Siamo un paese difficile, complesso, denso di contrasti e contraddizioni. Assolutamente restio alle semplificazioni e ai giudizi apodittici (“In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”, ironizzava Ennio Flaiano). Eppure, nonostante tutto, siamo un paese vivo e vitale, spesso sorprendente.
E così non può non fare effetto quel ruvido “L’Italia sta scomparendo” sentenziato da Elon Musk sulla sua piattaforma X, con l’immagine choc d’una bandiera tricolore che brucia (La Stampa, 14 novembre, il quotidiano che gli ha dato maggiori risalto). Il pretesto della critica: la denatalità. Ma quel giudizio, così drammaticamente illustrato, finisce per avere caratteri più generali. E dunque, anche al di là delle intenzioni di Musk (ce l’aveva con il governo dell’un tempo amica Meloni? sta giocando una partita sul dominio delle telecomunicazioni? conferma la sua ossessione per i rischi di “sostituzione etnica”?), l’allarme va preso sul serio. E messo in evidenza sul tavolo del discorso pubblico anche in relazione con altri dati e giudizi emersi sui media negli stessi giorni.
L’allarme della Bce sulla crescita, in un’Europa a due velocità, con le buone performances di Spagna e Olanda per l’andamento del Pil nel terzo trimestre e la situazione piatta di Italia e Germania (la Repubblica, 14 novembre). E soprattutto l’analisi del Rapporto Istat sul Bes, l’indice del Benessere Equo e Sostenibile: “L’Italia è longeva ma povera. Avanza lentamente in economia, arretra nei rapporti sociali. Bisogna sanare le crescenti disuguaglianze”, sostiene Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro (governi Letta e Draghi) e statistico autorevole, autore, appunto, dell’Indice Bes così apprezzato anche dall’Onu (intervista su QN/ Il Giorno, 14 novembre).
Come stiamo veramente, allora? Male, non c’è dubbio. A cominciare proprio dalla denatalità e dalla condizione via via sempre peggiore d’un paese che invecchia e non fa figli (ne abbiamo parlato nel blog del 28 ottobre): il tasso di fertilità è di appena 1,18 figli per donna, il più basso in Europa e tende a diminuire, tanto da fare parlare gli economisti più attenti (Luca Paolazzi, per esempio) non di “crisi demografica” (le crisi passano), né di “inverno” (come se fosse possibile una prossima primavera), ma di “glaciazione demografica”: uno stato che è proprio difficile invertire.
Gli ottimisti sulle sorti italiane (soprattutto negli ambienti di governo) citano i dati positivi sul boom dell’occupazione. Giovannini, sempre su QN/Il Giorno, nota che “la definizione statistica di occupato individua una persona che ha lavorato in modo retribuito almeno un’ora nella settimana di riferimento. In Italia abbiamo tanto part time involontario, soprattutto femminile, molto lavoro povero e 3 milioni di ‘irregolari’. Il dato ufficiale va dunque analizzato con attenzione e non corrisponde sempre a lavori di qualità, ben retribuiti e corrispondenti alle aspettative”.
La crescita del numero dei giovani italiani che, spesso con una laurea in tasca, cercano altrove, in Europa e nel mondo, migliori condizioni di lavoro e di vita, conferma i limiti e le distorsioni del nostro mercato del lavoro.
Eppure, nonostante tutto, l’Italia sta in piedi. Esporta (resta tra i primi cinque paesi al mondo). E ha un settore industriale che continua a manifestare elementi positivi di sviluppo, innovazione, sostenibilità.
Ecco il punto cardine di ogni riflessione che non sia propagandistica, preconcetta, di parte. Sapere quali sono i nostri punti di forza. E fare leva su di loro per risalire la china. Esiste, infatti, un’Italia fragile e che cede alla malinconia del declino. Ma la malinconia può pur essere un’elegante, ironica manifestazione d’una condizione umana, personale. Di certo, non può diventare una postura del Paese. Che invece ha l’obbligo della storia e soprattutto del futuro.
“Così si può tornare a crescere”, scrive Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 14 novembre), parlando di necessità di investimenti sulla formazione, l’innovazione, il miglioramento culturale (anche della classe politica) e insistendo sulle riforme necessarie (a cominciare dalla pubblica amministrazione) per “sbloccare lo sviluppo” e liberare le energie creative e l’intraprendenza che, nonostante tutto, è ancora diffusa in Italia.
Una conferma emerge nei tanti incontri in corso, proprio in questi giorni, per la “Settimana della cultura d’impresa” (una settimana lunga: dal 14 al 28 di novembre), organizzata da Confindustria e Museimpresa, ispirata dal tema “Raccontare l’intraprendenza” e impegnata a fare emergere in modo originale la condizione di “imprese aperte e connesse”. Imprese che investono, utilizzano sapientemente l’Artificial Intelligence, fanno acquisizioni internazionali e comunque conquistano nuovi spazi nelle nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati globali, sono testimoni di eccellenza del peso del made in Italy, in settori di alto livello, profittabilità e qualità: meccatronica e meccanica, robotica, aerospazio, chimica, farmaceutica, cantieristica navale, gomma e plastica, automotive, oltre che nei tradizionali comparti di arredamento, abbigliamento e agroalimentare. È questa la leva della crescita: puntare sull’industria, con politiche industriali di respiro europeo (tutto il contrario dei limiti e dei freni di governo a Industria 5.0 e 4.0), investire su ricerca e formazione di alto livello, fare decrescere il peso della mano pubblica come attore di mercato e ridurre i gravami dell’eccesso burocratico di regolazione.
Le imprese sono attori economici e culturali di primo piano, motore di crescita. Ma anche raro esempio di ascensore sociale, in un’Italia intorpidita e restia al cambiamento. Occasione di realizzazione per le nuove generazioni. Lievito di miglioramento per i territori e le comunità. Il loro rafforzamento è un cardine per la ripresa del sistema Paese. E la loro migliore rappresentazione è un buon racconto dell’Italia. Tutt’altro rispetto alla narrazione stanca sull’Italietta.

(foto Getty Images)

Parlare male dell’Italia. Vezzo e vizio diffuso, soprattutto tra gli italiani. L’Italietta, si diceva ai primi del Novecento, con un vocabolo dispregiativo per indicare una mentalità grezza e provinciale comune alla piccola borghesia dello “strapaese”. “La terra dei cachi”, si cantava al Festival di Sanremo nel 1996 (Elio e le Storie Tese: “Appalti truccati, trapianti truccati… papaveri e papi…”). E così via continuando, in un’ampia antologia di giudizi critici e sentenze taglienti, che portano anche le firme di grandi letterati, da Dante a Leopardi e Manzoni. “Non amo l’Italia, ma gli italiani”, è la sintesi del pensiero di Cesare Pavese, uno dei maggiori intellettuali del nostro Novecento (nelle pagine de “Il mestiere di vivere”).
Siamo un paese difficile, complesso, denso di contrasti e contraddizioni. Assolutamente restio alle semplificazioni e ai giudizi apodittici (“In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”, ironizzava Ennio Flaiano). Eppure, nonostante tutto, siamo un paese vivo e vitale, spesso sorprendente.
E così non può non fare effetto quel ruvido “L’Italia sta scomparendo” sentenziato da Elon Musk sulla sua piattaforma X, con l’immagine choc d’una bandiera tricolore che brucia (La Stampa, 14 novembre, il quotidiano che gli ha dato maggiori risalto). Il pretesto della critica: la denatalità. Ma quel giudizio, così drammaticamente illustrato, finisce per avere caratteri più generali. E dunque, anche al di là delle intenzioni di Musk (ce l’aveva con il governo dell’un tempo amica Meloni? sta giocando una partita sul dominio delle telecomunicazioni? conferma la sua ossessione per i rischi di “sostituzione etnica”?), l’allarme va preso sul serio. E messo in evidenza sul tavolo del discorso pubblico anche in relazione con altri dati e giudizi emersi sui media negli stessi giorni.
L’allarme della Bce sulla crescita, in un’Europa a due velocità, con le buone performances di Spagna e Olanda per l’andamento del Pil nel terzo trimestre e la situazione piatta di Italia e Germania (la Repubblica, 14 novembre). E soprattutto l’analisi del Rapporto Istat sul Bes, l’indice del Benessere Equo e Sostenibile: “L’Italia è longeva ma povera. Avanza lentamente in economia, arretra nei rapporti sociali. Bisogna sanare le crescenti disuguaglianze”, sostiene Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro (governi Letta e Draghi) e statistico autorevole, autore, appunto, dell’Indice Bes così apprezzato anche dall’Onu (intervista su QN/ Il Giorno, 14 novembre).
Come stiamo veramente, allora? Male, non c’è dubbio. A cominciare proprio dalla denatalità e dalla condizione via via sempre peggiore d’un paese che invecchia e non fa figli (ne abbiamo parlato nel blog del 28 ottobre): il tasso di fertilità è di appena 1,18 figli per donna, il più basso in Europa e tende a diminuire, tanto da fare parlare gli economisti più attenti (Luca Paolazzi, per esempio) non di “crisi demografica” (le crisi passano), né di “inverno” (come se fosse possibile una prossima primavera), ma di “glaciazione demografica”: uno stato che è proprio difficile invertire.
Gli ottimisti sulle sorti italiane (soprattutto negli ambienti di governo) citano i dati positivi sul boom dell’occupazione. Giovannini, sempre su QN/Il Giorno, nota che “la definizione statistica di occupato individua una persona che ha lavorato in modo retribuito almeno un’ora nella settimana di riferimento. In Italia abbiamo tanto part time involontario, soprattutto femminile, molto lavoro povero e 3 milioni di ‘irregolari’. Il dato ufficiale va dunque analizzato con attenzione e non corrisponde sempre a lavori di qualità, ben retribuiti e corrispondenti alle aspettative”.
La crescita del numero dei giovani italiani che, spesso con una laurea in tasca, cercano altrove, in Europa e nel mondo, migliori condizioni di lavoro e di vita, conferma i limiti e le distorsioni del nostro mercato del lavoro.
Eppure, nonostante tutto, l’Italia sta in piedi. Esporta (resta tra i primi cinque paesi al mondo). E ha un settore industriale che continua a manifestare elementi positivi di sviluppo, innovazione, sostenibilità.
Ecco il punto cardine di ogni riflessione che non sia propagandistica, preconcetta, di parte. Sapere quali sono i nostri punti di forza. E fare leva su di loro per risalire la china. Esiste, infatti, un’Italia fragile e che cede alla malinconia del declino. Ma la malinconia può pur essere un’elegante, ironica manifestazione d’una condizione umana, personale. Di certo, non può diventare una postura del Paese. Che invece ha l’obbligo della storia e soprattutto del futuro.
“Così si può tornare a crescere”, scrive Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 14 novembre), parlando di necessità di investimenti sulla formazione, l’innovazione, il miglioramento culturale (anche della classe politica) e insistendo sulle riforme necessarie (a cominciare dalla pubblica amministrazione) per “sbloccare lo sviluppo” e liberare le energie creative e l’intraprendenza che, nonostante tutto, è ancora diffusa in Italia.
Una conferma emerge nei tanti incontri in corso, proprio in questi giorni, per la “Settimana della cultura d’impresa” (una settimana lunga: dal 14 al 28 di novembre), organizzata da Confindustria e Museimpresa, ispirata dal tema “Raccontare l’intraprendenza” e impegnata a fare emergere in modo originale la condizione di “imprese aperte e connesse”. Imprese che investono, utilizzano sapientemente l’Artificial Intelligence, fanno acquisizioni internazionali e comunque conquistano nuovi spazi nelle nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati globali, sono testimoni di eccellenza del peso del made in Italy, in settori di alto livello, profittabilità e qualità: meccatronica e meccanica, robotica, aerospazio, chimica, farmaceutica, cantieristica navale, gomma e plastica, automotive, oltre che nei tradizionali comparti di arredamento, abbigliamento e agroalimentare. È questa la leva della crescita: puntare sull’industria, con politiche industriali di respiro europeo (tutto il contrario dei limiti e dei freni di governo a Industria 5.0 e 4.0), investire su ricerca e formazione di alto livello, fare decrescere il peso della mano pubblica come attore di mercato e ridurre i gravami dell’eccesso burocratico di regolazione.
Le imprese sono attori economici e culturali di primo piano, motore di crescita. Ma anche raro esempio di ascensore sociale, in un’Italia intorpidita e restia al cambiamento. Occasione di realizzazione per le nuove generazioni. Lievito di miglioramento per i territori e le comunità. Il loro rafforzamento è un cardine per la ripresa del sistema Paese. E la loro migliore rappresentazione è un buon racconto dell’Italia. Tutt’altro rispetto alla narrazione stanca sull’Italietta.

(foto Getty Images)

Guardare al futuro partendo dalle persone

Le prospettive per società e imprese italiane delineate un libro denso e importante

Cambiare passo. Necessità comune ai sistemi sociali ed economici, così come alle imprese, quando lo richiedono le circostanze. E per fare davvero un “salto di qualità”, in alto, nelle prospettive di sviluppo. È la situazione in cui si trova l’Italia e che è oggetto de “Il futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere” bel libro scritto da Stefano Caselli (professore ordinario di Finanza presso l’Università Bocconi) che ha provato a raccogliere una serie di riflessioni sulle trasformazioni che si stanno attraversando.
Caselli parte da una considerazione: l’Italia si trova di fronte a una scelta decisiva. Il Paese può, infatti, continuare a essere un Paese “da numeratore”, concentrato cioè sulla componente del debito nel rapporto debito/PIL, oppure diventare finalmente un Paese “da denominatore”, puntando a far crescere il PIL attraverso investimenti coraggiosi e una visione di lungo termine.
Nel libro viene quindi delineato un percorso positivo che passa attraverso il capitale di rischio, la crescita dimensionale delle imprese e la valorizzazione del patrimonio di risparmi. Con alcuni elementi che non possono mancare. Come l’Europa e il ruolo che può giocare in un mondo sempre più polarizzato, dove la dimensione diventa cruciale per competere con le grandi piattaforme globali. Per Caselli, tuttavia, la chiave del futuro rimane il capitale umano: dalla scuola all’università, dalle startup alle grandi imprese, sono le persone e i loro talenti a determinare il destino di un paese. Un “capitale”, quello umano, che, scrive l’autore, non deve essere considerato come una risorsa scontata ma, anzi, deve essere curato e fatto crescere con grande attenzione.
Il libro di Stefano Caselli è una lettura da compiere con scrupolo, soprattutto perché invita chi legge a non subire il futuro ma a costruirlo. Viene scritto nelle conclusioni: “Adesso la sfida è sedersi al tavolo e progettare il futuro”. E poi ancora: “La domanda inevitabile è: ce la faremo? Proviamo a scrivere un finale sorprendente e diverso?”. Alcune possibili risposte a questi interrogativi le indica proprio Stefano Caselli.

Il Futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere
Stefano Caselli
EGEA, 2025

Le prospettive per società e imprese italiane delineate un libro denso e importante

Cambiare passo. Necessità comune ai sistemi sociali ed economici, così come alle imprese, quando lo richiedono le circostanze. E per fare davvero un “salto di qualità”, in alto, nelle prospettive di sviluppo. È la situazione in cui si trova l’Italia e che è oggetto de “Il futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere” bel libro scritto da Stefano Caselli (professore ordinario di Finanza presso l’Università Bocconi) che ha provato a raccogliere una serie di riflessioni sulle trasformazioni che si stanno attraversando.
Caselli parte da una considerazione: l’Italia si trova di fronte a una scelta decisiva. Il Paese può, infatti, continuare a essere un Paese “da numeratore”, concentrato cioè sulla componente del debito nel rapporto debito/PIL, oppure diventare finalmente un Paese “da denominatore”, puntando a far crescere il PIL attraverso investimenti coraggiosi e una visione di lungo termine.
Nel libro viene quindi delineato un percorso positivo che passa attraverso il capitale di rischio, la crescita dimensionale delle imprese e la valorizzazione del patrimonio di risparmi. Con alcuni elementi che non possono mancare. Come l’Europa e il ruolo che può giocare in un mondo sempre più polarizzato, dove la dimensione diventa cruciale per competere con le grandi piattaforme globali. Per Caselli, tuttavia, la chiave del futuro rimane il capitale umano: dalla scuola all’università, dalle startup alle grandi imprese, sono le persone e i loro talenti a determinare il destino di un paese. Un “capitale”, quello umano, che, scrive l’autore, non deve essere considerato come una risorsa scontata ma, anzi, deve essere curato e fatto crescere con grande attenzione.
Il libro di Stefano Caselli è una lettura da compiere con scrupolo, soprattutto perché invita chi legge a non subire il futuro ma a costruirlo. Viene scritto nelle conclusioni: “Adesso la sfida è sedersi al tavolo e progettare il futuro”. E poi ancora: “La domanda inevitabile è: ce la faremo? Proviamo a scrivere un finale sorprendente e diverso?”. Alcune possibili risposte a questi interrogativi le indica proprio Stefano Caselli.

Il Futuro non aspetta. Cambiare per (far) crescere
Stefano Caselli
EGEA, 2025

Fondazione Pirelli e #ioleggoperchè presentano il documentario “Leggere può cambiare tutto”

Nell’ambito di BookCity Milano e in occasione dei dieci anni di #ioleggoperché – l’iniziativa nazionale di AIE a favore delle biblioteche scolastiche – Pirelli e Fondazione Pirelli hanno confermato il loro impegno nella promozione della lettura tra le nuove generazioni. Presso l’Auditorium Pirelli, all’interno dell’Headquarters dell’azienda, si è svolto un evento speciale dedicato alle scuole primarie e secondarie, durante il quale è stato presentato il documentario “Leggere può cambiare tutto. Dieci anni di #ioleggoperché”, che ha celebrato l’importanza della lettura a scuola e il valore delle biblioteche.

A condurre l’evento è stata Sara Zambotti, nota speaker radiofonica italiana, che ha guidato gli studenti e le studentesse in un dialogo coinvolgente sul potere delle storie come motore di cambiamento. Ospite della mattinata è stato Luigi Garlando, scrittore e giornalista, che ha raccontato come i libri possano diventare strumenti di crescita e di coesione, sottolineando l’importanza di arricchire le biblioteche scolastiche e di creare comunità attive intorno alla lettura.

All’incontro sono intervenuti anche Antonio Calabrò, Direttore di Fondazione Pirelli, Innocenzo Cipolletta, Presidente di AIE, e Luca Formenton, Presidente di BookCity Milano, che hanno approfondito il ruolo della lettura come leva di crescita culturale e civile. Dopo gli interventi, la parola è passata ai veri protagonisti dell’iniziativa, ragazzi e ragazze, che hanno condiviso i loro titoli preferiti, parlato dei generi e degli autori amati e raccontato le proprie esperienze personali. È stato un momento di scambio e ispirazione, dove le voci dei giovani lettori sono diventate il cuore pulsante dell’evento.

Guarda un estratto dal documentario Leggere può cambiare tutto”. Buona visione!

Nell’ambito di BookCity Milano e in occasione dei dieci anni di #ioleggoperché – l’iniziativa nazionale di AIE a favore delle biblioteche scolastiche – Pirelli e Fondazione Pirelli hanno confermato il loro impegno nella promozione della lettura tra le nuove generazioni. Presso l’Auditorium Pirelli, all’interno dell’Headquarters dell’azienda, si è svolto un evento speciale dedicato alle scuole primarie e secondarie, durante il quale è stato presentato il documentario “Leggere può cambiare tutto. Dieci anni di #ioleggoperché”, che ha celebrato l’importanza della lettura a scuola e il valore delle biblioteche.

A condurre l’evento è stata Sara Zambotti, nota speaker radiofonica italiana, che ha guidato gli studenti e le studentesse in un dialogo coinvolgente sul potere delle storie come motore di cambiamento. Ospite della mattinata è stato Luigi Garlando, scrittore e giornalista, che ha raccontato come i libri possano diventare strumenti di crescita e di coesione, sottolineando l’importanza di arricchire le biblioteche scolastiche e di creare comunità attive intorno alla lettura.

All’incontro sono intervenuti anche Antonio Calabrò, Direttore di Fondazione Pirelli, Innocenzo Cipolletta, Presidente di AIE, e Luca Formenton, Presidente di BookCity Milano, che hanno approfondito il ruolo della lettura come leva di crescita culturale e civile. Dopo gli interventi, la parola è passata ai veri protagonisti dell’iniziativa, ragazzi e ragazze, che hanno condiviso i loro titoli preferiti, parlato dei generi e degli autori amati e raccontato le proprie esperienze personali. È stato un momento di scambio e ispirazione, dove le voci dei giovani lettori sono diventate il cuore pulsante dell’evento.

Guarda un estratto dal documentario Leggere può cambiare tutto”. Buona visione!

L’innovazione della comunità

Un libro scritto con un metodo diverso dal solito propone un percorso nuovo per far crescere le imprese

Non solo tecnologia ma qualcosa di più e di più complesso. Tecnica accanto ad umanità. Individuo accanto a comunità. Tutto per dare vita ad un modo diverso di fare innovazione nelle imprese. È attorno a queste suggestioni che ruotano le pagine di “L’uomo e l’innovazione tra tecnologia ed etica. 100 leader, 7 sfide, 1 comunità: riflessioni ed esperimenti per navigare il futuro”, libro complesso curato da Donato Iacovone, Alberto Idone e Angelo Proietti (tutti con una lunga carriera tra direzioni d’impresa, risorse umane e organizzazione).

Il tratto saliente del libro è la modalità con cui è stato redatto. Le pagine – circa 250 – nascono da un esperimento collettivo che ha l’ambizioso obiettivo di diventare un manifesto di un nuovo modo di fare innovazione. Una modalità che sia ad un tempo umana, collaborativa, sistemica. La natura di esperimento collettivo sta nel fatto che il contenuto del libro è stato “prodotto” da oltre cento tra CEO, alti dirigenti e opinion leader che si sono incontrati e confrontati seguendo un percorso progettato secondo i principi del Design Thinking, cioè con un metodo di risoluzione dei problemi basato sulle persone e sulla loro creatività. Gli incontri, quindi, si sono svolti tra interviste empatiche, sessioni di lavoro, laboratori e momenti di confronto profondo. Il risultato è una riflessione plurale, concreta e chiara su come la tecnologia, se unita a metodo, immaginazione e relazione autentica, possa diventare una reale leva evolutiva per persone, organizzazioni e società.

Il percorso che il lettore è invitato a compiere inizia quindi dalla creazione della comunità di lavoro (che ha dato origine al libro), passa dalla individuazione “dell’universo di indagine” cioè dalla descrizione di cosa è stato scelto e approda a sette visioni del futuro basate su altrettanti temi sui quali il futuro può essere giocato: l’innovazione e le persone, la critica all’innovazione stessa, l’IA, l’incertezza, la necessità di costruire comunque prodotti vincenti sul mercato, l’organizzazione e la formazione, le relazioni tra algoritmi e diritti.

Il libro di Iacovone, Idone e Proietti non vuole essere una mera raccolta di testi ma un laboratorio vivo. Non una guida lineare, ma una mappa di tensioni e domande che aprono nuove possibilità. Uno strumento che vuole essere di utilità per chi opera nella trasformazione digitale e culturale, e per chiunque voglia comprendere come nasce e dove porta l’innovazione quando la si costruisce insieme. Non è obbligatorio essere d’accordo con tutto ciò che è contenuto nel libro, ma è comunque utile confrontarsi con le idee e le suggestioni che gli autori declinano.

Donato Iacovone, Alberto Idone, Angelo Proietti

L’uomo e l’innovazione tra tecnologia ed etica. 100 leader, 7 sfide, 1 comunità: riflessioni ed esperimenti per navigare il futuro

Donato Iacovone, Alberto Idone, Angelo Proietti

il Mulino, 2025

Un libro scritto con un metodo diverso dal solito propone un percorso nuovo per far crescere le imprese

Non solo tecnologia ma qualcosa di più e di più complesso. Tecnica accanto ad umanità. Individuo accanto a comunità. Tutto per dare vita ad un modo diverso di fare innovazione nelle imprese. È attorno a queste suggestioni che ruotano le pagine di “L’uomo e l’innovazione tra tecnologia ed etica. 100 leader, 7 sfide, 1 comunità: riflessioni ed esperimenti per navigare il futuro”, libro complesso curato da Donato Iacovone, Alberto Idone e Angelo Proietti (tutti con una lunga carriera tra direzioni d’impresa, risorse umane e organizzazione).

Il tratto saliente del libro è la modalità con cui è stato redatto. Le pagine – circa 250 – nascono da un esperimento collettivo che ha l’ambizioso obiettivo di diventare un manifesto di un nuovo modo di fare innovazione. Una modalità che sia ad un tempo umana, collaborativa, sistemica. La natura di esperimento collettivo sta nel fatto che il contenuto del libro è stato “prodotto” da oltre cento tra CEO, alti dirigenti e opinion leader che si sono incontrati e confrontati seguendo un percorso progettato secondo i principi del Design Thinking, cioè con un metodo di risoluzione dei problemi basato sulle persone e sulla loro creatività. Gli incontri, quindi, si sono svolti tra interviste empatiche, sessioni di lavoro, laboratori e momenti di confronto profondo. Il risultato è una riflessione plurale, concreta e chiara su come la tecnologia, se unita a metodo, immaginazione e relazione autentica, possa diventare una reale leva evolutiva per persone, organizzazioni e società.

Il percorso che il lettore è invitato a compiere inizia quindi dalla creazione della comunità di lavoro (che ha dato origine al libro), passa dalla individuazione “dell’universo di indagine” cioè dalla descrizione di cosa è stato scelto e approda a sette visioni del futuro basate su altrettanti temi sui quali il futuro può essere giocato: l’innovazione e le persone, la critica all’innovazione stessa, l’IA, l’incertezza, la necessità di costruire comunque prodotti vincenti sul mercato, l’organizzazione e la formazione, le relazioni tra algoritmi e diritti.

Il libro di Iacovone, Idone e Proietti non vuole essere una mera raccolta di testi ma un laboratorio vivo. Non una guida lineare, ma una mappa di tensioni e domande che aprono nuove possibilità. Uno strumento che vuole essere di utilità per chi opera nella trasformazione digitale e culturale, e per chiunque voglia comprendere come nasce e dove porta l’innovazione quando la si costruisce insieme. Non è obbligatorio essere d’accordo con tutto ciò che è contenuto nel libro, ma è comunque utile confrontarsi con le idee e le suggestioni che gli autori declinano.

Donato Iacovone, Alberto Idone, Angelo Proietti

L’uomo e l’innovazione tra tecnologia ed etica. 100 leader, 7 sfide, 1 comunità: riflessioni ed esperimenti per navigare il futuro

Donato Iacovone, Alberto Idone, Angelo Proietti

il Mulino, 2025

I libri come case da abitare, spazi di fantasia e conoscenza

Fare leggere: le iniziative di BookCity e di #ioleggoperché

I libri come un nido, un rifugio accogliente. Come conoscenza e sicurezza. E come destino per una migliore condizione di vita. Lo racconta bene Jean Paul Sartre, uno dei maggiori filosofi del Novecento: “Ho cominciato la mia vita come senza dubbio la terminerò: tra i libri. Nell’ufficio di mio nonno ce n’era dappertutto; era fatto divieto di spolverarli, tranne una volta all’anno, prima della riapertura delle scuole. Non sapevo ancora leggere, ma già le riverivo queste pietre fitte: ritte o inclinate, strette come mattoni sui ripiani della libreria o nobilmente spaziate in viali di menhir, io sentivo che la prosperità della nostra famiglia dipendeva da esse. […] I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità”.

Le parole di Sartre, su “una vita tra i libri” e quelle di un altro grande uomo di cultura francese, Michel de Montaigne (“I libri sono il miglior viatico che abbia trovato in questo viaggio umano”) e di centinaia di donne e uomini della grande letteratura mondiale tornano in mente pensando a due avvenimenti in agenda adesso a Milano, città colta e lettrice (il 10% dei libri venduti in tutta Italia hanno come protagoniste le librerie milanesi). Il primo è BookCity (più di 1.300 dibattiti, 2.700 protagonisti di incontri e presentazioni dal 10 al 16 novembre, sul tema “Il potere delle idee/ le idee del potere” e cioè libertà, creatività, conoscenza, responsabilità). E il secondo è la presentazione di un documentario su  “#ioleggoperché”, l’iniziativa nata dieci anni fa per meritorio impegno dell’Aie, l’Associazione italiana degli editori: un grande progetto sociale che dal 2015 a oggi ha distribuito oltre 3,7 milioni di libri donati a 28mila scuole, coinvolgendo 4mila librerie e raggiungendo più di 4 milioni di studenti in tutta Italia. Un impegno che deve continuare: altri libri, altre donazioni, altre librerie scolastiche da fare vivere e crescere.

Partiamo da quest’ultima iniziativa. “Un impegno collettivo che ha reso la lettura un gesto condiviso e partecipato, capace di unire generazioni e territori diversi”, sostengono i responsabili dell’Aie.

I risultati di un’attività così essenziale sono raccontati da un documentario, “Leggere può cambiare tutto”, realizzato, appunto, dall’Aie con il sostegno di Pirelli e presentato ieri mattina, a Milano, nell’Headquartiers Pirelli in Bicocca, nell’ambito di BookCity, davanti a centinaia di studenti. Un filmato di 25 minuti, con una voce narrante originale (quella di una biblioteca scolastica che nasce e cresce nel tempo), disponibile da oggi al 16 novembre su Rai Play e ricco delle testimonianze non solo dei promotori (tra cui c’è anche la Fondazione Cariplo), ma anche di autorità (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i ministri della Cultura Alessandro Giuli e dell’Istruzione Giuseppe Valditara) e di professori e studenti di tutte le età.

Qual è il senso del racconto? Sostiene Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Aie: “Per noi, il fatto che un bambino abbia potuto scoprire la lettura grazie a un libro arrivato nella sua scuola attraverso #ioleggoperché significa avergli aperto una porta sul futuro. In questi dieci anni il progetto ha davvero contribuito a cambiare il modo di leggere nelle scuole: la lettura, che per molti ragazzi era un’esperienza privata, oggi è diventata un momento collettivo, condiviso, capace di unire e far crescere insieme studenti, insegnanti e comunità”.

Insiste Cipolletta: “Siamo orgogliosi di aver realizzato questo documentario, basato sulle testimonianze delle scuole, che racconta come sta cambiando il paese grazie anche al progetto e alle biblioteche scolastiche, diventate vere e proprie infrastrutture della lettura.”

Marco Tronchetti Provera, Vice Presidente Esecutivo di Pirelli e Presidente di Fondazione Pirelli, aggiunge: ‘Sostenere #ioleggoperché significa contribuire a rafforzare le biblioteche scolastiche, collegate anche con le biblioteche aziendali e quelle di quartiere. E dunque offrire ai giovani maggiori possibilità di accesso ai libri. La lettura è uno strumento fondamentale per sviluppare conoscenza, pensiero critico e partecipazione alla vita civile”.

Da molti anni “Pirelli, anche attraverso la sua Fondazione, è impegnata nel dialogo con le scuole e nella promozione della cultura come elemento di crescita personale e collettiva. E questo progetto rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra istituzioni, territorio e mondo dell’impresa a favore delle nuove generazioni”.

Ecco un punto essenziale. Le biblioteche. Centri culturali e sociali. Spazi di conoscenza, di aggregazione, di costruzione di spirito di comunità. E libri come case da abitare. Imbarcazioni per navigare nello spazio e nel tempo. Sonde per arrivare nel cielo della fantasia e nelle profondità della conoscenza. Strumenti per varcare la linea d’ombra delle stagioni alterne della nostra vita.

Il piacere del testo. La memoria. E il sapere. La libertà per la fantasia. E la responsabilità della democrazia.

Per capire meglio, si può fare ricorso a un’altra celebre pagina (ne avevamo parlato nel blog del 10 dicembre 2024): “Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici: una volta che li avete inventati, non potete fare di meglio”. La frase è di Umberto Eco. E serve a ribadire l’essenzialità della lettura, del piacere del testo, del gioco di trovare, tra parole ben impaginate, il gusto della conoscenza, della scoperta, dell’avventura. “Non sperate di liberarvi dei libri”, sosteneva appunto Eco, in una brillante conversazione con Jean-Claude Carrière, pubblicata nel 2017 da La nave di Teseo. Riprendere in mano i libri, dunque. E costruire lettori, nel presente e per il futuro. Anche abituando le bambine e i bambini, fin da piccoli, a considerarli oggetti normali, piacevoli, divertenti, che animano la nostra  quotidianità. Come il cucchiaio, appunto.

Stanno proprio qui anche le basi del progetto, deciso dal Gruppo Cultura di Confindustria, di favorire la diffusione delle biblioteche aziendali, rilanciando un’iniziativa già discussa una decina di anni fa. In collaborazione, naturalmente, con l’Associazione degli Editori. E coinvolgendo il tessuto delle associazioni confindustriali e delle imprese sui territori. Fondare e fare crescere biblioteche, come parte d’un impegno, politico e sociale, che ridia spazio e dignità alla formazione, allo studio, alla ricerca, ai valori della conoscenza e della scienza: valori essenziali anche per una cultura d’impresa che vuole avere un ruolo attivo di fronte alle sfide di una complessa e controversa modernità (le biblioteche Pirelli, sia in Bicocca che in fabbrica a Settimo Torinese, fanno da paradigma).

Biblioteche di quartiere. E biblioteche scolastiche, ricche di libri adatti agli interessi e alle passioni di bambini e adolescenti (la missione di #ioleggoperché, appunto). Biblioteche di condominio. Ma anche, appunto, biblioteche in fabbrica, negli uffici, in tutti i posti di lavoro in cui si ritrovano comunità di persone. Un investimento pubblico e privato sulla lettura.

Tutte queste biblioteche potrebbero essere messe in circolo, collegate ai sistemi bibliotecari di comuni e regioni. Anche per diventare punti d’incontro, conversazione, confronto. Luoghi in cui cresce e matura il capitale sociale di una comunità.

Torniamo, adesso, a #ioleggoperché. Accanto al documentario, prende vita un progetto editoriale più ampio, pensato per estendere e moltiplicare il racconto: una serie di videopillole sempre disponibili su Rai Play, in cui autori e personaggi condividono esperienze e pensieri personali sul potere dei libri e sulla gioia di trasmettere la passione per la lettura. Nel corso di queste brevi narrazioni, Rudy Zerbi, ambassador storico del progetto, apre con un ricordo “di famiglia” legato ai libri; Sofia Goggia, campionessa olimpica e ambassador di #ioleggoperché, svela il volume che l’ha ispirata da ragazza; e Vincenzo Schettini, professore e divulgatore, riflette sulla differenza tra l’universo dei libri e quello dei social. Il racconto si intreccia con le voci di Massimiliano Rosolino, Manuel Bortuzzo e Andrea Lo Cicero, del Team Illumina Sport e Salute, che offrono aneddoti e riflessioni personali, e con quella del regista Riccardo Milani, che ricorda i libri della sua infanzia e il momento in cui ha incontrato il progetto. Infine Miriam Candurro, attrice protagonista di Un posto al sole, racconta quando si è innamorata della lettura.

“Perché leggere è un gesto semplice, ma può cambiare tutto”: sono le parole degli studenti dell’ITIS Galilei di Roma racchiudono lo spirito del documentario e del progetto, che anche dopo dieci anni continua a far nascere lettori, una biblioteca alla volta.

Fare leggere: le iniziative di BookCity e di #ioleggoperché

I libri come un nido, un rifugio accogliente. Come conoscenza e sicurezza. E come destino per una migliore condizione di vita. Lo racconta bene Jean Paul Sartre, uno dei maggiori filosofi del Novecento: “Ho cominciato la mia vita come senza dubbio la terminerò: tra i libri. Nell’ufficio di mio nonno ce n’era dappertutto; era fatto divieto di spolverarli, tranne una volta all’anno, prima della riapertura delle scuole. Non sapevo ancora leggere, ma già le riverivo queste pietre fitte: ritte o inclinate, strette come mattoni sui ripiani della libreria o nobilmente spaziate in viali di menhir, io sentivo che la prosperità della nostra famiglia dipendeva da esse. […] I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità”.

Le parole di Sartre, su “una vita tra i libri” e quelle di un altro grande uomo di cultura francese, Michel de Montaigne (“I libri sono il miglior viatico che abbia trovato in questo viaggio umano”) e di centinaia di donne e uomini della grande letteratura mondiale tornano in mente pensando a due avvenimenti in agenda adesso a Milano, città colta e lettrice (il 10% dei libri venduti in tutta Italia hanno come protagoniste le librerie milanesi). Il primo è BookCity (più di 1.300 dibattiti, 2.700 protagonisti di incontri e presentazioni dal 10 al 16 novembre, sul tema “Il potere delle idee/ le idee del potere” e cioè libertà, creatività, conoscenza, responsabilità). E il secondo è la presentazione di un documentario su  “#ioleggoperché”, l’iniziativa nata dieci anni fa per meritorio impegno dell’Aie, l’Associazione italiana degli editori: un grande progetto sociale che dal 2015 a oggi ha distribuito oltre 3,7 milioni di libri donati a 28mila scuole, coinvolgendo 4mila librerie e raggiungendo più di 4 milioni di studenti in tutta Italia. Un impegno che deve continuare: altri libri, altre donazioni, altre librerie scolastiche da fare vivere e crescere.

Partiamo da quest’ultima iniziativa. “Un impegno collettivo che ha reso la lettura un gesto condiviso e partecipato, capace di unire generazioni e territori diversi”, sostengono i responsabili dell’Aie.

I risultati di un’attività così essenziale sono raccontati da un documentario, “Leggere può cambiare tutto”, realizzato, appunto, dall’Aie con il sostegno di Pirelli e presentato ieri mattina, a Milano, nell’Headquartiers Pirelli in Bicocca, nell’ambito di BookCity, davanti a centinaia di studenti. Un filmato di 25 minuti, con una voce narrante originale (quella di una biblioteca scolastica che nasce e cresce nel tempo), disponibile da oggi al 16 novembre su Rai Play e ricco delle testimonianze non solo dei promotori (tra cui c’è anche la Fondazione Cariplo), ma anche di autorità (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i ministri della Cultura Alessandro Giuli e dell’Istruzione Giuseppe Valditara) e di professori e studenti di tutte le età.

Qual è il senso del racconto? Sostiene Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Aie: “Per noi, il fatto che un bambino abbia potuto scoprire la lettura grazie a un libro arrivato nella sua scuola attraverso #ioleggoperché significa avergli aperto una porta sul futuro. In questi dieci anni il progetto ha davvero contribuito a cambiare il modo di leggere nelle scuole: la lettura, che per molti ragazzi era un’esperienza privata, oggi è diventata un momento collettivo, condiviso, capace di unire e far crescere insieme studenti, insegnanti e comunità”.

Insiste Cipolletta: “Siamo orgogliosi di aver realizzato questo documentario, basato sulle testimonianze delle scuole, che racconta come sta cambiando il paese grazie anche al progetto e alle biblioteche scolastiche, diventate vere e proprie infrastrutture della lettura.”

Marco Tronchetti Provera, Vice Presidente Esecutivo di Pirelli e Presidente di Fondazione Pirelli, aggiunge: ‘Sostenere #ioleggoperché significa contribuire a rafforzare le biblioteche scolastiche, collegate anche con le biblioteche aziendali e quelle di quartiere. E dunque offrire ai giovani maggiori possibilità di accesso ai libri. La lettura è uno strumento fondamentale per sviluppare conoscenza, pensiero critico e partecipazione alla vita civile”.

Da molti anni “Pirelli, anche attraverso la sua Fondazione, è impegnata nel dialogo con le scuole e nella promozione della cultura come elemento di crescita personale e collettiva. E questo progetto rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra istituzioni, territorio e mondo dell’impresa a favore delle nuove generazioni”.

Ecco un punto essenziale. Le biblioteche. Centri culturali e sociali. Spazi di conoscenza, di aggregazione, di costruzione di spirito di comunità. E libri come case da abitare. Imbarcazioni per navigare nello spazio e nel tempo. Sonde per arrivare nel cielo della fantasia e nelle profondità della conoscenza. Strumenti per varcare la linea d’ombra delle stagioni alterne della nostra vita.

Il piacere del testo. La memoria. E il sapere. La libertà per la fantasia. E la responsabilità della democrazia.

Per capire meglio, si può fare ricorso a un’altra celebre pagina (ne avevamo parlato nel blog del 10 dicembre 2024): “Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici: una volta che li avete inventati, non potete fare di meglio”. La frase è di Umberto Eco. E serve a ribadire l’essenzialità della lettura, del piacere del testo, del gioco di trovare, tra parole ben impaginate, il gusto della conoscenza, della scoperta, dell’avventura. “Non sperate di liberarvi dei libri”, sosteneva appunto Eco, in una brillante conversazione con Jean-Claude Carrière, pubblicata nel 2017 da La nave di Teseo. Riprendere in mano i libri, dunque. E costruire lettori, nel presente e per il futuro. Anche abituando le bambine e i bambini, fin da piccoli, a considerarli oggetti normali, piacevoli, divertenti, che animano la nostra  quotidianità. Come il cucchiaio, appunto.

Stanno proprio qui anche le basi del progetto, deciso dal Gruppo Cultura di Confindustria, di favorire la diffusione delle biblioteche aziendali, rilanciando un’iniziativa già discussa una decina di anni fa. In collaborazione, naturalmente, con l’Associazione degli Editori. E coinvolgendo il tessuto delle associazioni confindustriali e delle imprese sui territori. Fondare e fare crescere biblioteche, come parte d’un impegno, politico e sociale, che ridia spazio e dignità alla formazione, allo studio, alla ricerca, ai valori della conoscenza e della scienza: valori essenziali anche per una cultura d’impresa che vuole avere un ruolo attivo di fronte alle sfide di una complessa e controversa modernità (le biblioteche Pirelli, sia in Bicocca che in fabbrica a Settimo Torinese, fanno da paradigma).

Biblioteche di quartiere. E biblioteche scolastiche, ricche di libri adatti agli interessi e alle passioni di bambini e adolescenti (la missione di #ioleggoperché, appunto). Biblioteche di condominio. Ma anche, appunto, biblioteche in fabbrica, negli uffici, in tutti i posti di lavoro in cui si ritrovano comunità di persone. Un investimento pubblico e privato sulla lettura.

Tutte queste biblioteche potrebbero essere messe in circolo, collegate ai sistemi bibliotecari di comuni e regioni. Anche per diventare punti d’incontro, conversazione, confronto. Luoghi in cui cresce e matura il capitale sociale di una comunità.

Torniamo, adesso, a #ioleggoperché. Accanto al documentario, prende vita un progetto editoriale più ampio, pensato per estendere e moltiplicare il racconto: una serie di videopillole sempre disponibili su Rai Play, in cui autori e personaggi condividono esperienze e pensieri personali sul potere dei libri e sulla gioia di trasmettere la passione per la lettura. Nel corso di queste brevi narrazioni, Rudy Zerbi, ambassador storico del progetto, apre con un ricordo “di famiglia” legato ai libri; Sofia Goggia, campionessa olimpica e ambassador di #ioleggoperché, svela il volume che l’ha ispirata da ragazza; e Vincenzo Schettini, professore e divulgatore, riflette sulla differenza tra l’universo dei libri e quello dei social. Il racconto si intreccia con le voci di Massimiliano Rosolino, Manuel Bortuzzo e Andrea Lo Cicero, del Team Illumina Sport e Salute, che offrono aneddoti e riflessioni personali, e con quella del regista Riccardo Milani, che ricorda i libri della sua infanzia e il momento in cui ha incontrato il progetto. Infine Miriam Candurro, attrice protagonista di Un posto al sole, racconta quando si è innamorata della lettura.

“Perché leggere è un gesto semplice, ma può cambiare tutto”: sono le parole degli studenti dell’ITIS Galilei di Roma racchiudono lo spirito del documentario e del progetto, che anche dopo dieci anni continua a far nascere lettori, una biblioteca alla volta.

Raccontarsi ed essere competitivi

Il caso del corporate heritage marketingcome strumento di narrazione d’impresa e di mercato

 

Sostenere la posizione dell’impresa in mercati sempre più competitivi senza abbandonare la propria cultura del produrre, e la storia dalla quale si proviene. Compiti di non poco conto, con i quali hanno a che fare molte organizzazioni della produzione, soprattutto di comparti in cui qualità e competitività vanno di pari passo. Come è il caso del settore della moda di lusso. È attorno a questo tema che ha ragionato Margherita Masci con la sua ricerca “Come il corporate heritage marketing può contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale delle imprese del lusso nel settore della moda”, sfociata in una tesi discussa recentemente presso l’Università di Padova.

Masci parte dalla considerazione che se da una parte il settore della moda di lusso rappresenta “uno dei comparti più dinamici e simbolici dell’economia globale, capace di influenzare non solo i consumi, ma anche l’immaginario culturale, gli stili di vita e i valori identitari”, dall’altra in un contesto caratterizzato da crescente competitività, digitalizzazione e rapida obsolescenza delle tendenze, “i brand del lusso si trovano a dover bilanciare innovazione e tradizione, autenticità e contemporaneità”.

È in questo scenario che assume particolare rilevanza il concetto di corporate heritage marketing, inteso come l’insieme delle strategie e delle pratiche attraverso cui le imprese valorizzano e comunicano la propria storia, le origini e i valori fondanti, trasformandoli in strumenti di comunicazione. Ed è su questo strumento che si concentra la ricerca di Margherita Masci. Per una motivazione importante: nel caso della moda di lusso, il corporate heritage marketing acquista una forza particolare perché diventa garanzia di autenticità, legittimità e continuità, rafforzando l’immagine del brand e distinguendolo in un mercato affollato e sempre più globalizzato.

La ricerca ha quindi l’obiettivo di indagare il ruolo del corporate heritage marketing nelle aziende, in particolare quelle della moda di lusso, analizzandone i principi teorici e le modalità applicative. Oltre ad una parte teorica, vengono approfonditi tre casi emblematici di maisons di lusso: Salvatore Ferragamo, Gucci e Armani. La valorizzazione dell’heritage – è l’indicazione che emerge dalla ricerca di Masci –  può trasformarsi in un potente strumento narrativo e strategico.

La ricerca di Margherita Masci ha il merito di unire e sintetizzare efficacemente aspetti teorici ed operativi di un tema complesso.

Come il corporate heritage marketing può contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale delle imprese del lusso nel settore della moda

Margherita Masci

Tesi, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata, Dipartimento di scienze economiche e aziendali “Marco Fanno”, Corso di laurea in comunicazione, 2025

Il caso del corporate heritage marketingcome strumento di narrazione d’impresa e di mercato

 

Sostenere la posizione dell’impresa in mercati sempre più competitivi senza abbandonare la propria cultura del produrre, e la storia dalla quale si proviene. Compiti di non poco conto, con i quali hanno a che fare molte organizzazioni della produzione, soprattutto di comparti in cui qualità e competitività vanno di pari passo. Come è il caso del settore della moda di lusso. È attorno a questo tema che ha ragionato Margherita Masci con la sua ricerca “Come il corporate heritage marketing può contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale delle imprese del lusso nel settore della moda”, sfociata in una tesi discussa recentemente presso l’Università di Padova.

Masci parte dalla considerazione che se da una parte il settore della moda di lusso rappresenta “uno dei comparti più dinamici e simbolici dell’economia globale, capace di influenzare non solo i consumi, ma anche l’immaginario culturale, gli stili di vita e i valori identitari”, dall’altra in un contesto caratterizzato da crescente competitività, digitalizzazione e rapida obsolescenza delle tendenze, “i brand del lusso si trovano a dover bilanciare innovazione e tradizione, autenticità e contemporaneità”.

È in questo scenario che assume particolare rilevanza il concetto di corporate heritage marketing, inteso come l’insieme delle strategie e delle pratiche attraverso cui le imprese valorizzano e comunicano la propria storia, le origini e i valori fondanti, trasformandoli in strumenti di comunicazione. Ed è su questo strumento che si concentra la ricerca di Margherita Masci. Per una motivazione importante: nel caso della moda di lusso, il corporate heritage marketing acquista una forza particolare perché diventa garanzia di autenticità, legittimità e continuità, rafforzando l’immagine del brand e distinguendolo in un mercato affollato e sempre più globalizzato.

La ricerca ha quindi l’obiettivo di indagare il ruolo del corporate heritage marketing nelle aziende, in particolare quelle della moda di lusso, analizzandone i principi teorici e le modalità applicative. Oltre ad una parte teorica, vengono approfonditi tre casi emblematici di maisons di lusso: Salvatore Ferragamo, Gucci e Armani. La valorizzazione dell’heritage – è l’indicazione che emerge dalla ricerca di Masci –  può trasformarsi in un potente strumento narrativo e strategico.

La ricerca di Margherita Masci ha il merito di unire e sintetizzare efficacemente aspetti teorici ed operativi di un tema complesso.

Come il corporate heritage marketing può contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale delle imprese del lusso nel settore della moda

Margherita Masci

Tesi, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata, Dipartimento di scienze economiche e aziendali “Marco Fanno”, Corso di laurea in comunicazione, 2025

Raccontare l’impresa anche con i bilanci

Il tema delle “note integrative” e della loro efficacia

Raccontare l’impresa anche nei bilanci, e non solo con i numeri. Trasparenza, quindi, ma anche storia di un impegno attento nel produrre; con i buoni conti da tutelare da una parte e la cura di chi in azienda lavora.

È, a ben vedere, l’obiettivo delle cosiddette “note integrative” che arricchiscono gli schemi di bilancio classici e forniscono una valutazione qualitativa complessiva degli andamenti aziendali passati e in prospettiva. Sul significato e l’efficacia di questi documenti si sono esercitati Antonio Accetturo, Audinga Baltrunaite, Gianmarco Cariola, Annalisa Frigo e Marco Gallo (tutti economisti di Banca d’Italia); un impegno di analisi che ha condotto alla redazione di una ricerca appena pubblicata nella collana “Temi di discussione”.

“Il valore delle parole: l’impatto dell’informazione non finanziaria sulla performance delle imprese” – questo il titolo dell’analisi – ha l’obiettivo di approfondire gli effetti delle “note integrative” sulla valutazione delle imprese e sulla percezione che di queste ha il sistema economico. Percezione, dunque, attraverso la quale passa anche la reputazione d’impresa.

Accetturo e i suoi colleghi effettuano un’analisi puntuale degli effetti delle “note integrative” di bilancio distinguendo un prima e un dopo. Per ridurre gli oneri amministrativi, infatti, nel 2016 è stato introdotto il bilancio semplificato per le microimprese (bilancio micro), eliminando l’obbligo di presentare la “nota integrativa”. E il prima e il dopo si colgono in due circostanze. Prima di tutto, l’adozione del bilancio micro – viene fatto notare dalla ricerca – non ha comportato un calo apprezzabile dei costi sostenuti dalle imprese. D’altra parte, ed è la seconda circostanza, la semplificazione ha invece influito negativamente sulla capacità delle imprese di accedere ai finanziamenti esterni e ha rallentato i processi di acquisizione delle quote societarie da parte di nuovi soci, verosimilmente a causa della riduzione delle informazioni a loro disponibili. Senza “note integrative”, in altri termini, il racconto dell’impresa che si fa reputazione della stessa pare abbia perduto di efficacia. Sembrerebbe quasi che una parte importante della cultura del produrre delle imprese si sia persa tra i troppi numeri e le poche parole.

Il valore delle parole: l’impatto dell’informazione non finanziaria sulla performance delle imprese

Antonio Accetturo, Audinga Baltrunaite, Gianmarco Cariola, Annalisa Frigo e Marco Gallo

Banca d’Italia, Temi di discussione, n. 1498, ottobre 2025

Il tema delle “note integrative” e della loro efficacia

Raccontare l’impresa anche nei bilanci, e non solo con i numeri. Trasparenza, quindi, ma anche storia di un impegno attento nel produrre; con i buoni conti da tutelare da una parte e la cura di chi in azienda lavora.

È, a ben vedere, l’obiettivo delle cosiddette “note integrative” che arricchiscono gli schemi di bilancio classici e forniscono una valutazione qualitativa complessiva degli andamenti aziendali passati e in prospettiva. Sul significato e l’efficacia di questi documenti si sono esercitati Antonio Accetturo, Audinga Baltrunaite, Gianmarco Cariola, Annalisa Frigo e Marco Gallo (tutti economisti di Banca d’Italia); un impegno di analisi che ha condotto alla redazione di una ricerca appena pubblicata nella collana “Temi di discussione”.

“Il valore delle parole: l’impatto dell’informazione non finanziaria sulla performance delle imprese” – questo il titolo dell’analisi – ha l’obiettivo di approfondire gli effetti delle “note integrative” sulla valutazione delle imprese e sulla percezione che di queste ha il sistema economico. Percezione, dunque, attraverso la quale passa anche la reputazione d’impresa.

Accetturo e i suoi colleghi effettuano un’analisi puntuale degli effetti delle “note integrative” di bilancio distinguendo un prima e un dopo. Per ridurre gli oneri amministrativi, infatti, nel 2016 è stato introdotto il bilancio semplificato per le microimprese (bilancio micro), eliminando l’obbligo di presentare la “nota integrativa”. E il prima e il dopo si colgono in due circostanze. Prima di tutto, l’adozione del bilancio micro – viene fatto notare dalla ricerca – non ha comportato un calo apprezzabile dei costi sostenuti dalle imprese. D’altra parte, ed è la seconda circostanza, la semplificazione ha invece influito negativamente sulla capacità delle imprese di accedere ai finanziamenti esterni e ha rallentato i processi di acquisizione delle quote societarie da parte di nuovi soci, verosimilmente a causa della riduzione delle informazioni a loro disponibili. Senza “note integrative”, in altri termini, il racconto dell’impresa che si fa reputazione della stessa pare abbia perduto di efficacia. Sembrerebbe quasi che una parte importante della cultura del produrre delle imprese si sia persa tra i troppi numeri e le poche parole.

Il valore delle parole: l’impatto dell’informazione non finanziaria sulla performance delle imprese

Antonio Accetturo, Audinga Baltrunaite, Gianmarco Cariola, Annalisa Frigo e Marco Gallo

Banca d’Italia, Temi di discussione, n. 1498, ottobre 2025

Lavoro e impresa, trasformare il disagio in benessere

Il tema del malessere nelle organizzazioni della produzione e le strade per uscirne

Governare l’impresa in periodi difficili e complessi. Far quadrare i conti e valorizzare le persone. Compiti all’ordine del giorno per molte organizzazioni della produzione. Compiti ineludibili che implicano non solo la correttezza dei processi produttivi ma anche l’attenzione massima al benessere e al disagio dentro l’azienda. A questo nodo di temi provano a rispondere Mauro Tomé e Paolo Umidon “Clinica del benessere organizzativo. Quali risposte al disagio sul lavoro”, libro da loro curato e da poco pubblicato.

I due partono da una serie di constatazioni: il rapporto tra individuo e organizzazione è sempre più complesso; instabilità dei mercati, precarietà e insicurezza nelle relazioni lavorative, proceduralizzazioni a volte eccessive, tagli e riduzioni imposti dalla necessita di “equilibrare i conti” generano fatiche ed equilibri precari. Il cuore delle domande che derivano da questa situazione è semplice: come fare a conciliare l’efficacia e l’efficienza con la valorizzazione delle persone?

Gli autori rispondono a queste domande presentando teorie e tecniche corredate da riferimenti a casi reali di interventi presso organizzazioni clienti. Esperienze e idee basate su una visione ambiziosa: affrontare il disagio è un’occasione non solo per prendersi cura delle persone, ma anche per contribuire a migliorare efficienza ed efficacia organizzativa. Si tratta, viene spiegato, di esercitare una sorta di “doppio sguardo” fondato sull’ascolto costante, sulla valorizzazione degli individui, dei gruppi e delle relazioni interne. Il tema viene quindi declinato secondo lo schema fornito da MODUS Società Benefit e in più passaggi. Dopo in inquadramento generale dell’argomento si passa quindi al tema delle imprese familiari tra managerializzazione e passaggio generazionale, poi a quello della necessità di sviluppare una vera cultura dell’impresa, e quindi a quello della necessità di accompagnare verso il cambiamento e l’innovazione. Successivamente vengono affrontati argomenti come la valorizzazione di ogni singolo individuo all’interno dell’organizzazione e poi la necessità di affrontare il malessere” nelle organizzazioni in modo da arrivare a costruire il benessere all’interno delle stesse.

Il libro di Tomè e Umidon non promette la cura a tutti i mali che affliggono le organizzazioni della produzione, ma è certamente una “buina cura” per una certa parte di questi.

Clinica del benessere organizzativo. Quali risposte al disagio sul lavoro

Mauro Tomé, Paolo Umidon

Franco Angeli, 2025

Il tema del malessere nelle organizzazioni della produzione e le strade per uscirne

Governare l’impresa in periodi difficili e complessi. Far quadrare i conti e valorizzare le persone. Compiti all’ordine del giorno per molte organizzazioni della produzione. Compiti ineludibili che implicano non solo la correttezza dei processi produttivi ma anche l’attenzione massima al benessere e al disagio dentro l’azienda. A questo nodo di temi provano a rispondere Mauro Tomé e Paolo Umidon “Clinica del benessere organizzativo. Quali risposte al disagio sul lavoro”, libro da loro curato e da poco pubblicato.

I due partono da una serie di constatazioni: il rapporto tra individuo e organizzazione è sempre più complesso; instabilità dei mercati, precarietà e insicurezza nelle relazioni lavorative, proceduralizzazioni a volte eccessive, tagli e riduzioni imposti dalla necessita di “equilibrare i conti” generano fatiche ed equilibri precari. Il cuore delle domande che derivano da questa situazione è semplice: come fare a conciliare l’efficacia e l’efficienza con la valorizzazione delle persone?

Gli autori rispondono a queste domande presentando teorie e tecniche corredate da riferimenti a casi reali di interventi presso organizzazioni clienti. Esperienze e idee basate su una visione ambiziosa: affrontare il disagio è un’occasione non solo per prendersi cura delle persone, ma anche per contribuire a migliorare efficienza ed efficacia organizzativa. Si tratta, viene spiegato, di esercitare una sorta di “doppio sguardo” fondato sull’ascolto costante, sulla valorizzazione degli individui, dei gruppi e delle relazioni interne. Il tema viene quindi declinato secondo lo schema fornito da MODUS Società Benefit e in più passaggi. Dopo in inquadramento generale dell’argomento si passa quindi al tema delle imprese familiari tra managerializzazione e passaggio generazionale, poi a quello della necessità di sviluppare una vera cultura dell’impresa, e quindi a quello della necessità di accompagnare verso il cambiamento e l’innovazione. Successivamente vengono affrontati argomenti come la valorizzazione di ogni singolo individuo all’interno dell’organizzazione e poi la necessità di affrontare il malessere” nelle organizzazioni in modo da arrivare a costruire il benessere all’interno delle stesse.

Il libro di Tomè e Umidon non promette la cura a tutti i mali che affliggono le organizzazioni della produzione, ma è certamente una “buina cura” per una certa parte di questi.

Clinica del benessere organizzativo. Quali risposte al disagio sul lavoro

Mauro Tomé, Paolo Umidon

Franco Angeli, 2025

Evitare le trappole di una “Europa Peter Pan” e costruire strategie migliori su democrazia, sicurezza e sviluppo

“Un’Europa Peter Pan, immobile nella sua adolescenza politica, oscillante tra nostalgia e distrazione, mentre il mondo riscrive la geopolitica alla velocità della luce”, scrive Gabriele Segre su “La Stampa” (29 ottobre). È “immobile”, l’Europa, anche per Agnese Pini, direttrice di “QN” (La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno, 2 novembre) mentre “i giganti” e cioè la Cina e gli Usa siglano “una pace gelida” e precaria in un “nuovo mondo bipolare in cui manca la voce del Vecchio Continente”, incapace di “fare scelte politiche e non contabili” (come dimostrano le discussioni sui bilanci striminziti della Ue e dei singoli Stati). Un’Europa in difficoltà, “nell’era dei nuovi imperi” secondo Lucrezia Reichlin sul ”Corriere della Sera” (1 novembre), con assetti tali per cui “a livello politico sta nascendo un sistema ibrido, dominato da Stati nazionali con connotati imperiali” mentre a livello economico “il sistema continua a essere caratterizzato da una globalizzazione che ignora le frontiere” e dove – va aggiunto – dominano, molto più che in passato, poche Big Tech potenti, spregiudicate, determinate a immaginare un mondo in cui la democrazia si separa dai sistemi di libertà e le nuove tecnologie ridisegnano radicalmente poteri, interessi, valori.

Quelle di Segre, Pini e Reichlin sono tre voci, documentate e autorevoli, tra le tante che oramai da gran tempo insistono sull’aggravarsi di una vera e propria crisi politica e strategica dell’Europa, colosso economico ma nano politico, incapace di fare valere il peso dei propri interessi e dei propri valori, d’una pur nobile tradizione su cui si basa l’originale sintesi tra democrazia liberale, economia di mercato e sistemi di welfare. Un’Europa che adesso sembra afona, impaurita, malcerta, divisa.
Eppure, proprio adesso, si può intravvedere una via di ripresa europea, una scelta politica di valore storico che, nonostante tutto, rimetta l’Europa, con autorevolezza e incisività, sul palcoscenico di un mondo in rapido, travolgente e drammatico cambiamento?

Una ricetta facile non c’è. Ma sulle soluzioni alla crisi c’è comunque una sterminata letteratura, politica, economica, sociale. Compresi quei due documenti essenziali che sono i Rapporti commissionati da Bruxelles e firmati da Mario Draghi ed Enrico Letta, sulle scelte per la competitività e sulla formazione, finalmente, del Mercato Unico europeo (con attenzione per le transizioni ambientali e digitali e il mondo delle banche e della finanza). Rapporti sapienti e lungimiranti, lucidi e ricchi di analisi complesse e proposte responsabili. Lodati da tutti, ai vertici della Ue. Eppur lasciati a dormire, da oltre un anno, nei cassetti della Commissione e dei governi dei paesi europei.
Il nostro destino, dunque, è la paralisi? Un’Europa colta e sofisticata ma impotente, buona a fare solo da Grand Hotel per i nuovi potenti “imperatori del mondo”. Il rischio è reale.
Eppure, la strada delle cose da fare è tutt’altro che lastricata di idee e proposte improbabili. Sfogliando i quotidiani delle ultime settimane (utilissimi, ancora una volta, i buoni giornali) ci si imbatte in idee che meritano attenzione e impegno politico. Come quella di Giulio Tremonti, presidente della Commissione Esteri del Senato, ex ministro dell’Economia e soprattutto presidente dell’Aspen Institute Italia (autorevole think tank, capace di analisi ben informate e politicamente trasversali): “Unirsi per un commercio globale”, scrive Tremonti sul “Corriere della Sera” (2 novembre), documentando come sia necessario “tornare allo spirito di Bretton Woods, con un accordo tra Cina, Usa ed Europa” (quell’intesa, nel 1944, a guerra mondiale ancora in corso, regolava, nell’interesse comune, le relazioni tra le monete) e seguire oggi una strada analoga per il commercio mondiale. E il commercio internazionale, come tutti sanno, è competenza della Ue, non dei singoli Stati.

Ecco il punto: il rilancio della Ue. Fuori dalla trappola dell’unanimità delle decisioni e dall’illusione di un federalismo ai minimi termini in cui i singoli Stati siano la colonna portante dell’Europa, i detentori dell’ultima parola. Serve più Europa, nonostante tutto. E un’Europa migliore, finendola di pagare oramai intollerabili prezzi alle burocrazie di Bruxelles e ai miopi sovranismi. Il voto olandese della scorsa settimana, a favore delle forze politiche europeiste, per quanto sia un piccolo, debole segnale, può fare riflettere.
Già adesso, d’altronde, l’Europa si muove con maggioranze qualificate e prova ad aggirare veti e unanimismi paralizzanti. Una strada da seguire e rafforzare. Una strada “politica”. In attesa che maturino i tempi per una profonda riforma istituzionale.
I temi su cui muoversi sono chiari: la sicurezza e la difesa (“La Ue deve ridiscutere il contratto con gli Usa, coinvolgendo anche Regno Unito, Norvegia, Turchia e Canada“, sostiene Mircea Geoana, ex vicesegretario della Nato; La Stampa, 30 ottobre), l’energia, l’ambiente, le nuove tecnologie, la ricerca scientifica, la formazione e tutto ciò che riguarda potenzialità, costi sociali e governance dell’Artificial Intelligence, per la quale va costruita rapidamente una “via europea” che ci sottragga al dominio di Usa e Cina.
Agenda impegnativa. Politicamente ardua. Ma essenziale. Ancora Agnese Pini: “Oggi più che mai servono scelte politiche, non contabili. Capacità militare credibile in tempi rapidi con acquisti davvero congiunti. Leve economiche comuni su energia e tecnologie critiche per non restare in ostaggio della prossima ‘tregua’ tra Washington e Pechino. Una linea negoziale europea sull’Ucraina che affianchi – o addirittura bilanci – quella americana”. Altrimenti, “se l’Europa continuerà a parlare solo la lingua dei bilanci, non quella del potere, la pace – quando arriverà – non avrà la nostra firma”.

Uno dei grandi padri dell’Europa, Jean Monnet, ha sempre sostenuto che l’Europa fa passi avanti e si costruisce nelle difficoltà. Mai come adesso il suo monito va ascoltato e tradotto in scelte politiche, tempestive e lungimiranti.
C’è una indicazione politica strategica, su cui fare leva per lasciare un’Europa migliore alle nuove generazioni: il vincolo di quell’impegnativo documento di politica economica, culturale e sociale che è “Next Generation Ue”, il piano da oltre 750 miliardi di investimenti (in buona parte con risorse raccolte sul mercato finanziario internazionale, “debito buono”, dunque, per usare un’espressione cara a Mario Draghi) varato con intelligenza progettuale per fare fronte alle drammatiche conseguenze della pandemia Covid (e prima o poi sarà necessario discutere che uso ne abbiamo fatto noi italiani con il Pnrr e cioè se davvero, come e quanto ne abbiamo rispettato le indicazioni per lo sviluppo).
Responsabilità dei governanti europei, se davvero vogliono essere statisti, è occuparsi appunto delle prossime generazioni e non solo dei prossimi bilanci e delle prossime elezioni. Ed è responsabilità anche di noi anziani, che camminiamo sul viale di una stagione del tramonto che speriamo duri il più a lungo possibile. Una responsabilità da spendere bene, forti anche d’una robusta memoria storica, per intrecciare passato e futuro e dare finalmente forma compiuta a quella “Europa come destino” in cui siamo vissuti, in una lunga stagione di prosperità e di pace ma su cui oggi si allungano cupe ombre di crisi.

Europa fragile? Sì. Politicamente, economicamente, socialmente. Nelle relazioni interne ai singoli stati e allo spazio comune di Bruxelles. E nelle relazioni internazionali. Eppure, proprio l’assunzione della fragilità come elemento fondante è un punto di forza nella politica, nella democrazia, nell’impresa, nelle tecnologie, nei rapporti personali e sociali. Nei progetti per il futuro. La forza, con coscienza critica e autocritica, sta “oltre la fragilità”.
Ce lo ricorda anche un “grande vecchio” della letteratura, Ian McEwan, britannico, classe 1948, nel suo ultimo libro, “Quello che possiamo sapere”, Einaudi, un romanzo inquietante su come potremmo essere visti nel prossimo futuro, nel ventunesimo secolo, in una terra stravolta dal disastro climatico e dalla stupidità politica e intellettuale (ne scrive acutamente Caterina Soffici su “La Stampa”, 2 novembre: “Cosa resterà di quello che siamo”).
Un disastro da evitare, con umiltà, conoscenza, intelligenza, capacità di farsi carico degli interessi e dei valori dell’ “altro”. Un mondo da difendere e, contemporaneamente, correggere, ricostruire. Riformare.
Le parole sapienti, come quelle di McEwan, sono dunque adatte, benvenute. E tutti sappiamo bene quanto anche e soprattutto oggi la politica (e l’economia, e la scienza) abbiano un fondamentale bisogno di buona letteratura.

(foto Getty Images)

“Un’Europa Peter Pan, immobile nella sua adolescenza politica, oscillante tra nostalgia e distrazione, mentre il mondo riscrive la geopolitica alla velocità della luce”, scrive Gabriele Segre su “La Stampa” (29 ottobre). È “immobile”, l’Europa, anche per Agnese Pini, direttrice di “QN” (La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno, 2 novembre) mentre “i giganti” e cioè la Cina e gli Usa siglano “una pace gelida” e precaria in un “nuovo mondo bipolare in cui manca la voce del Vecchio Continente”, incapace di “fare scelte politiche e non contabili” (come dimostrano le discussioni sui bilanci striminziti della Ue e dei singoli Stati). Un’Europa in difficoltà, “nell’era dei nuovi imperi” secondo Lucrezia Reichlin sul ”Corriere della Sera” (1 novembre), con assetti tali per cui “a livello politico sta nascendo un sistema ibrido, dominato da Stati nazionali con connotati imperiali” mentre a livello economico “il sistema continua a essere caratterizzato da una globalizzazione che ignora le frontiere” e dove – va aggiunto – dominano, molto più che in passato, poche Big Tech potenti, spregiudicate, determinate a immaginare un mondo in cui la democrazia si separa dai sistemi di libertà e le nuove tecnologie ridisegnano radicalmente poteri, interessi, valori.

Quelle di Segre, Pini e Reichlin sono tre voci, documentate e autorevoli, tra le tante che oramai da gran tempo insistono sull’aggravarsi di una vera e propria crisi politica e strategica dell’Europa, colosso economico ma nano politico, incapace di fare valere il peso dei propri interessi e dei propri valori, d’una pur nobile tradizione su cui si basa l’originale sintesi tra democrazia liberale, economia di mercato e sistemi di welfare. Un’Europa che adesso sembra afona, impaurita, malcerta, divisa.
Eppure, proprio adesso, si può intravvedere una via di ripresa europea, una scelta politica di valore storico che, nonostante tutto, rimetta l’Europa, con autorevolezza e incisività, sul palcoscenico di un mondo in rapido, travolgente e drammatico cambiamento?

Una ricetta facile non c’è. Ma sulle soluzioni alla crisi c’è comunque una sterminata letteratura, politica, economica, sociale. Compresi quei due documenti essenziali che sono i Rapporti commissionati da Bruxelles e firmati da Mario Draghi ed Enrico Letta, sulle scelte per la competitività e sulla formazione, finalmente, del Mercato Unico europeo (con attenzione per le transizioni ambientali e digitali e il mondo delle banche e della finanza). Rapporti sapienti e lungimiranti, lucidi e ricchi di analisi complesse e proposte responsabili. Lodati da tutti, ai vertici della Ue. Eppur lasciati a dormire, da oltre un anno, nei cassetti della Commissione e dei governi dei paesi europei.
Il nostro destino, dunque, è la paralisi? Un’Europa colta e sofisticata ma impotente, buona a fare solo da Grand Hotel per i nuovi potenti “imperatori del mondo”. Il rischio è reale.
Eppure, la strada delle cose da fare è tutt’altro che lastricata di idee e proposte improbabili. Sfogliando i quotidiani delle ultime settimane (utilissimi, ancora una volta, i buoni giornali) ci si imbatte in idee che meritano attenzione e impegno politico. Come quella di Giulio Tremonti, presidente della Commissione Esteri del Senato, ex ministro dell’Economia e soprattutto presidente dell’Aspen Institute Italia (autorevole think tank, capace di analisi ben informate e politicamente trasversali): “Unirsi per un commercio globale”, scrive Tremonti sul “Corriere della Sera” (2 novembre), documentando come sia necessario “tornare allo spirito di Bretton Woods, con un accordo tra Cina, Usa ed Europa” (quell’intesa, nel 1944, a guerra mondiale ancora in corso, regolava, nell’interesse comune, le relazioni tra le monete) e seguire oggi una strada analoga per il commercio mondiale. E il commercio internazionale, come tutti sanno, è competenza della Ue, non dei singoli Stati.

Ecco il punto: il rilancio della Ue. Fuori dalla trappola dell’unanimità delle decisioni e dall’illusione di un federalismo ai minimi termini in cui i singoli Stati siano la colonna portante dell’Europa, i detentori dell’ultima parola. Serve più Europa, nonostante tutto. E un’Europa migliore, finendola di pagare oramai intollerabili prezzi alle burocrazie di Bruxelles e ai miopi sovranismi. Il voto olandese della scorsa settimana, a favore delle forze politiche europeiste, per quanto sia un piccolo, debole segnale, può fare riflettere.
Già adesso, d’altronde, l’Europa si muove con maggioranze qualificate e prova ad aggirare veti e unanimismi paralizzanti. Una strada da seguire e rafforzare. Una strada “politica”. In attesa che maturino i tempi per una profonda riforma istituzionale.
I temi su cui muoversi sono chiari: la sicurezza e la difesa (“La Ue deve ridiscutere il contratto con gli Usa, coinvolgendo anche Regno Unito, Norvegia, Turchia e Canada“, sostiene Mircea Geoana, ex vicesegretario della Nato; La Stampa, 30 ottobre), l’energia, l’ambiente, le nuove tecnologie, la ricerca scientifica, la formazione e tutto ciò che riguarda potenzialità, costi sociali e governance dell’Artificial Intelligence, per la quale va costruita rapidamente una “via europea” che ci sottragga al dominio di Usa e Cina.
Agenda impegnativa. Politicamente ardua. Ma essenziale. Ancora Agnese Pini: “Oggi più che mai servono scelte politiche, non contabili. Capacità militare credibile in tempi rapidi con acquisti davvero congiunti. Leve economiche comuni su energia e tecnologie critiche per non restare in ostaggio della prossima ‘tregua’ tra Washington e Pechino. Una linea negoziale europea sull’Ucraina che affianchi – o addirittura bilanci – quella americana”. Altrimenti, “se l’Europa continuerà a parlare solo la lingua dei bilanci, non quella del potere, la pace – quando arriverà – non avrà la nostra firma”.

Uno dei grandi padri dell’Europa, Jean Monnet, ha sempre sostenuto che l’Europa fa passi avanti e si costruisce nelle difficoltà. Mai come adesso il suo monito va ascoltato e tradotto in scelte politiche, tempestive e lungimiranti.
C’è una indicazione politica strategica, su cui fare leva per lasciare un’Europa migliore alle nuove generazioni: il vincolo di quell’impegnativo documento di politica economica, culturale e sociale che è “Next Generation Ue”, il piano da oltre 750 miliardi di investimenti (in buona parte con risorse raccolte sul mercato finanziario internazionale, “debito buono”, dunque, per usare un’espressione cara a Mario Draghi) varato con intelligenza progettuale per fare fronte alle drammatiche conseguenze della pandemia Covid (e prima o poi sarà necessario discutere che uso ne abbiamo fatto noi italiani con il Pnrr e cioè se davvero, come e quanto ne abbiamo rispettato le indicazioni per lo sviluppo).
Responsabilità dei governanti europei, se davvero vogliono essere statisti, è occuparsi appunto delle prossime generazioni e non solo dei prossimi bilanci e delle prossime elezioni. Ed è responsabilità anche di noi anziani, che camminiamo sul viale di una stagione del tramonto che speriamo duri il più a lungo possibile. Una responsabilità da spendere bene, forti anche d’una robusta memoria storica, per intrecciare passato e futuro e dare finalmente forma compiuta a quella “Europa come destino” in cui siamo vissuti, in una lunga stagione di prosperità e di pace ma su cui oggi si allungano cupe ombre di crisi.

Europa fragile? Sì. Politicamente, economicamente, socialmente. Nelle relazioni interne ai singoli stati e allo spazio comune di Bruxelles. E nelle relazioni internazionali. Eppure, proprio l’assunzione della fragilità come elemento fondante è un punto di forza nella politica, nella democrazia, nell’impresa, nelle tecnologie, nei rapporti personali e sociali. Nei progetti per il futuro. La forza, con coscienza critica e autocritica, sta “oltre la fragilità”.
Ce lo ricorda anche un “grande vecchio” della letteratura, Ian McEwan, britannico, classe 1948, nel suo ultimo libro, “Quello che possiamo sapere”, Einaudi, un romanzo inquietante su come potremmo essere visti nel prossimo futuro, nel ventunesimo secolo, in una terra stravolta dal disastro climatico e dalla stupidità politica e intellettuale (ne scrive acutamente Caterina Soffici su “La Stampa”, 2 novembre: “Cosa resterà di quello che siamo”).
Un disastro da evitare, con umiltà, conoscenza, intelligenza, capacità di farsi carico degli interessi e dei valori dell’ “altro”. Un mondo da difendere e, contemporaneamente, correggere, ricostruire. Riformare.
Le parole sapienti, come quelle di McEwan, sono dunque adatte, benvenute. E tutti sappiamo bene quanto anche e soprattutto oggi la politica (e l’economia, e la scienza) abbiano un fondamentale bisogno di buona letteratura.

(foto Getty Images)

“Creatività sulla neve. Pirelli tra sport, design e innovazione” per la Settimana della Cultura d’Impresa

Si terrà dal 14 al 28 novembre 2025 la XXIV Settimana della Cultura d’Impresa, la rassegna di eventi promossa da Confindustria e Museimpresa, quest’anno dal titolo Raccontare l’intraprendenza. Per fare crescere le imprese aperte e connesse. Un ricco programma di iniziative volto a valorizzare una cultura d’impresa radicata nei territori e vicina alle persone.

Anche quest’anno Fondazione Pirelli sarà presente alla manifestazione con visite guidate al suo percorso espositivo che, in vista delle Olimpiadi Invernali 2026 di Milano Cortina – di cui Pirelli è Olympic and Paralympic Partner – si arricchisce di un focus dedicato alle discipline su neve e ghiaccio. L’allestimento racconterà l’intraprendenza nel mondo dello sport, approfondendo lo storico legame di Pirelli con le competizioni sportive, tra dinamismo, velocità e vittorie, così come l’intraprendenza come innovazione di prodotto: dalle suole Vibram alle borse per acqua calda, dagli articoli in gomma pensati per “aiutare la dura vita degli sciatori” – giacche, scarponi, bastoncini e accessori – fino ai portabagagli e portasci per automobili ideati dall’ingegner Carlo Barassi e dall’architetto Roberto Menghi. Un’accurata selezione di documenti traccerà la storia degli pneumatici per strade innevate e ghiacciate: il celebre Inverno del 1951 con battistrada a spina di pesce, il pneumatico BS a battistrada separato del 1959 e il Cinturato MS35 Rally, che in versione stradale dà vita a quella che oggi è l’estesa gamma Pirelli Winter ad alta specializzazione.

Un racconto di passione e tecnologia che trova espressione anche nelle pagine della Rivista Pirelli, che accompagneranno il visitatore in un viaggio nella cultura visiva dello sport: dagli articoli degli anni Cinquanta e Sessanta sulle grandi imprese in montagna e sugli sport invernali, ai reportage delle Olimpiadi e alle immagini che ne hanno costruito la memoria. Non mancheranno le campagne pubblicitarie ideate da designer e grafici capaci di comunicare con arte e ironia la stagione invernale. Tra questi Bob Noorda – ispirato dalle geometrie dei cristalli di neve – Riccardo Manzi, Alessandro Mendini, Ilio Negri, Giulio Confalonieri ed Ezio Bonini, che ritrae lo sciatore Zeno Colò come protagonista d’eccezione. A completare questo racconto visivo, anche gli scatti di Ugo Mulas ed Ermanno Scopinich: il primo con il servizio fotografico realizzato a Zermatt per Pirelli Confezioni, capace di restituire tutta la forza espressiva della montagna; il secondo con le fotografie che immortalano un gruppo di pattinatrici allo Stadio del Ghiaccio di Cortina d’Ampezzo, commissionate per il lancio del pneumatico BS.

Infine, l’intraprendenza come cultura del progetto e del design, con il rapporto tra Pirelli e il Compasso d’Oro: dal primo premio per la scimmietta Zizì nel 1954 al recente riconoscimento per il pneumatico P Zero™ E, sintesi di innovazione e sostenibilità.

L’appuntamento è per sabato 22 novembre, con 4 turni di visite guidate (ore 10.00 / 11.00 / 12.00 / 15.00), della durata di circa 60 minuti.
L’ingresso è gratuito e su prenotazione, fino a esaurimento posti, iscrivendosi tramite questo form.

Si terrà dal 14 al 28 novembre 2025 la XXIV Settimana della Cultura d’Impresa, la rassegna di eventi promossa da Confindustria e Museimpresa, quest’anno dal titolo Raccontare l’intraprendenza. Per fare crescere le imprese aperte e connesse. Un ricco programma di iniziative volto a valorizzare una cultura d’impresa radicata nei territori e vicina alle persone.

Anche quest’anno Fondazione Pirelli sarà presente alla manifestazione con visite guidate al suo percorso espositivo che, in vista delle Olimpiadi Invernali 2026 di Milano Cortina – di cui Pirelli è Olympic and Paralympic Partner – si arricchisce di un focus dedicato alle discipline su neve e ghiaccio. L’allestimento racconterà l’intraprendenza nel mondo dello sport, approfondendo lo storico legame di Pirelli con le competizioni sportive, tra dinamismo, velocità e vittorie, così come l’intraprendenza come innovazione di prodotto: dalle suole Vibram alle borse per acqua calda, dagli articoli in gomma pensati per “aiutare la dura vita degli sciatori” – giacche, scarponi, bastoncini e accessori – fino ai portabagagli e portasci per automobili ideati dall’ingegner Carlo Barassi e dall’architetto Roberto Menghi. Un’accurata selezione di documenti traccerà la storia degli pneumatici per strade innevate e ghiacciate: il celebre Inverno del 1951 con battistrada a spina di pesce, il pneumatico BS a battistrada separato del 1959 e il Cinturato MS35 Rally, che in versione stradale dà vita a quella che oggi è l’estesa gamma Pirelli Winter ad alta specializzazione.

Un racconto di passione e tecnologia che trova espressione anche nelle pagine della Rivista Pirelli, che accompagneranno il visitatore in un viaggio nella cultura visiva dello sport: dagli articoli degli anni Cinquanta e Sessanta sulle grandi imprese in montagna e sugli sport invernali, ai reportage delle Olimpiadi e alle immagini che ne hanno costruito la memoria. Non mancheranno le campagne pubblicitarie ideate da designer e grafici capaci di comunicare con arte e ironia la stagione invernale. Tra questi Bob Noorda – ispirato dalle geometrie dei cristalli di neve – Riccardo Manzi, Alessandro Mendini, Ilio Negri, Giulio Confalonieri ed Ezio Bonini, che ritrae lo sciatore Zeno Colò come protagonista d’eccezione. A completare questo racconto visivo, anche gli scatti di Ugo Mulas ed Ermanno Scopinich: il primo con il servizio fotografico realizzato a Zermatt per Pirelli Confezioni, capace di restituire tutta la forza espressiva della montagna; il secondo con le fotografie che immortalano un gruppo di pattinatrici allo Stadio del Ghiaccio di Cortina d’Ampezzo, commissionate per il lancio del pneumatico BS.

Infine, l’intraprendenza come cultura del progetto e del design, con il rapporto tra Pirelli e il Compasso d’Oro: dal primo premio per la scimmietta Zizì nel 1954 al recente riconoscimento per il pneumatico P Zero™ E, sintesi di innovazione e sostenibilità.

L’appuntamento è per sabato 22 novembre, con 4 turni di visite guidate (ore 10.00 / 11.00 / 12.00 / 15.00), della durata di circa 60 minuti.
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