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A scuola d’impresa: la F1 tra fotografia e racconto

Ascolta l’audio realizzato dagli studenti dell’ITET Bassi di Lodi nell’ambito del progetto “A scuola d’impresa 2025/26”

A scuola d’impresa: la F1 tra fotografia e racconto
A scuola d’impresa: la F1 tra fotografia e racconto

Ascolta l’audio realizzato dagli studenti dell’ITET Bassi di Lodi nell’ambito del progetto “A scuola d’impresa 2025/26”

A scuola d’impresa: il rally tra fotografia e racconto

Ascolta l’audio realizzato dagli studenti dell’ITET Bassi di Lodi nell’ambito del progetto “A scuola d’impresa 2025/26”

A scuola d’impresa: il rally tra fotografia e racconto
A scuola d’impresa: il rally tra fotografia e racconto

Ascolta l’audio realizzato dagli studenti dell’ITET Bassi di Lodi nell’ambito del progetto “A scuola d’impresa 2025/26”

Intelligenza Artificiale fatta di errori e di rivoluzioni

Un libro racconta come si è passati dai computer all’AI e fa capire meglio le nuove tecnologie

Comprendere le nuove tecnologie per usarle meglio, non farsi prevaricare dalla tecnica e, anzi, guidarla sempre. Compito e traguardo da raggiungere non facili, ma possibili. E compito alla portata di chi può beneficiare di strumenti di conoscenza adeguati come lo è “Parlare agli algoritmi. Intelligenza artificiale: trent’anni di errori, scoperte e rivoluzioni”, libro scritto da Federico Neri e appena pubblicato.

I passaggi di cui tenere conto sono tre: prima l’arrivo dei computer, poi quello di Internet e, adesso, quello dell’Intelligenza Artificiale che è la nuova trasformazione tecnologica che ribalta il nostro modo di lavorare e di interagire e che per la prima volta lascia intravedere un futuro in cui le macchine si sostituiranno all’uomo.

Neri conduce chi legge lungo il percorso che ha portato una buona parte dell’umanità alla condizione tecnologica di oggi. Un percorso, come dice il titolo, denso di errori ma anche di scoperte e rivoluzioni che può essere raccontato con concretezza (e soprattutto chiarezza) solo da chi ne ha vissuto una buona parte. L’autore, infatti, è in Italia uno dei pionieri dell’AI applicata al linguaggio, ed ha vissuto da testimone privilegiato trent’anni di rivoluzione tecnologica e riesce quindi ad accompagnare chi legge in un viaggio che parte dalle prime regole simboliche degli anni Novanta fino ai moderni Large Language Model, dai laboratori universitari agli incontri riservati con l’intelligence, dalla semantica dei brevetti militari ai sistemi generativi moderni.

Il libro di Neri non è solo un resoconto dell’evoluzione degli algoritmi, ma un racconto del loro farsi, un libro in cui biografia e tecnologia si intrecciano. Con una grande differenza rispetto a molti altri testi sul tema: nelle pagine di Neri non ci sono solo scienza e tecnologia ma anche emozioni e umanità, le paure e le speranze delle persone che stanno dietro ogni avanzamento che è stato realizzato.

In un’epoca in cui l’AI suscita tanto entusiasmo quanto timori legittimi, lo sguardo di chi ha “parlato agli algoritmi” per tre decenni può essere una bussola preziosa, può farci comprendere meglio l’intelligenza artificiale nella sua totalità, dalle radici tecniche alle implicazioni etiche.  E non basta, perché il libro di Federico Neri ha un altro gran pregio: è scritto con un linguaggio comprensibile e spesso avvincente.

Parlare agli algoritmi. Intelligenza artificiale: trent’anni di errori, scoperte e rivoluzioni

Federico Neri

Laterza 2026

Intelligenza Artificiale fatta di errori e di rivoluzioni
Intelligenza Artificiale fatta di errori e di rivoluzioni

Un libro racconta come si è passati dai computer all’AI e fa capire meglio le nuove tecnologie

Comprendere le nuove tecnologie per usarle meglio, non farsi prevaricare dalla tecnica e, anzi, guidarla sempre. Compito e traguardo da raggiungere non facili, ma possibili. E compito alla portata di chi può beneficiare di strumenti di conoscenza adeguati come lo è “Parlare agli algoritmi. Intelligenza artificiale: trent’anni di errori, scoperte e rivoluzioni”, libro scritto da Federico Neri e appena pubblicato.

I passaggi di cui tenere conto sono tre: prima l’arrivo dei computer, poi quello di Internet e, adesso, quello dell’Intelligenza Artificiale che è la nuova trasformazione tecnologica che ribalta il nostro modo di lavorare e di interagire e che per la prima volta lascia intravedere un futuro in cui le macchine si sostituiranno all’uomo.

Neri conduce chi legge lungo il percorso che ha portato una buona parte dell’umanità alla condizione tecnologica di oggi. Un percorso, come dice il titolo, denso di errori ma anche di scoperte e rivoluzioni che può essere raccontato con concretezza (e soprattutto chiarezza) solo da chi ne ha vissuto una buona parte. L’autore, infatti, è in Italia uno dei pionieri dell’AI applicata al linguaggio, ed ha vissuto da testimone privilegiato trent’anni di rivoluzione tecnologica e riesce quindi ad accompagnare chi legge in un viaggio che parte dalle prime regole simboliche degli anni Novanta fino ai moderni Large Language Model, dai laboratori universitari agli incontri riservati con l’intelligence, dalla semantica dei brevetti militari ai sistemi generativi moderni.

Il libro di Neri non è solo un resoconto dell’evoluzione degli algoritmi, ma un racconto del loro farsi, un libro in cui biografia e tecnologia si intrecciano. Con una grande differenza rispetto a molti altri testi sul tema: nelle pagine di Neri non ci sono solo scienza e tecnologia ma anche emozioni e umanità, le paure e le speranze delle persone che stanno dietro ogni avanzamento che è stato realizzato.

In un’epoca in cui l’AI suscita tanto entusiasmo quanto timori legittimi, lo sguardo di chi ha “parlato agli algoritmi” per tre decenni può essere una bussola preziosa, può farci comprendere meglio l’intelligenza artificiale nella sua totalità, dalle radici tecniche alle implicazioni etiche.  E non basta, perché il libro di Federico Neri ha un altro gran pregio: è scritto con un linguaggio comprensibile e spesso avvincente.

Parlare agli algoritmi. Intelligenza artificiale: trent’anni di errori, scoperte e rivoluzioni

Federico Neri

Laterza 2026

Intangibile cultura d’impresa

Pubblicata una ricerca che punta l’attenzione sugli aspetti immateriali del produrre, partendo dagli archivi e dai musei d’azienda

 

La cultura del produrre anche testimoniata dal patrimonio intangibile che le imprese nel tempo producono. Aspetto particolare dell’analisi del presente e del passato delle organizzazioni della produzione. Aspetto che si affianca all’altra componente d’impresa che testimonia dello stesso impegno: il patrimonio fatto di fabbriche e uffici che attraversano, spesso, il tempo.

Attorno al patrimonio intangibile d’impresa ragiona da tempo il gruppo di ricerca costituito da Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William de Denaro e Marco Scotti: un lavoro che si è condensato adesso in “Per un approccio ecologico al patrimonio intangibile d’impresa Gli archivi e i musei aziendali” che, come lo stesso titolo precisa, si concentra sull’analisi degli archivi e dei musei d’azienda.

In particolare, la ricerca ha l’obiettivo di formalizzare un metodo di mappatura del patrimonio intangibile espresso, viene spiegato, “dagli ecosistemi imprenditoriali del Nord-Est nelle loro interazioni con la cultura del design”. Un patrimonio che mette insieme aspetti diversi della gestione della conoscenza all’interno dell’impresa che vanno dall’istruzione e formazione, alla ricerca scientifica, allo sviluppo del prodotto, arrivando alla comunicazione e all’identità del marchio, alla qualità degli spazi e delle condizioni di lavoro. Una serie di aspetti dell’attività d’impresa che – viene fatto notare dai ricercatori – risulta particolarmente complessa da misurare e valutare ma che si scopre essere sempre di più determinante per comprendere pienamente la cultura dell’impresa.

Per sottrarre tutto questo all’oblio o all’evanescenza – è la tesi del gruppo di lavoro – è necessario un cambiamento di paradigma rispetto agli studi tradizionali sul capitale intangibile, che consenta di definire, individuare e mappare tutti i materiali prodotti. Il progetto che la ricerca sviluppa si propone allora di indagare il patrimonio culturale d’impresa tramite quello che viene definito un approccio “ecologico” che cerca di organizzare in modo nuovo ciò che comunemente viene definito il Made in Italy.

 

Per un approccio ecologico al patrimonio intangibile d’impresa Gli archivi e i musei aziendali

Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William de Denaro, Marco Scotti, in Design For Survival a cura di Lucia Pietroni e Davide Turrini, Giunti, 2026

Intangibile cultura d’impresa
Intangibile cultura d’impresa

Pubblicata una ricerca che punta l’attenzione sugli aspetti immateriali del produrre, partendo dagli archivi e dai musei d’azienda

 

La cultura del produrre anche testimoniata dal patrimonio intangibile che le imprese nel tempo producono. Aspetto particolare dell’analisi del presente e del passato delle organizzazioni della produzione. Aspetto che si affianca all’altra componente d’impresa che testimonia dello stesso impegno: il patrimonio fatto di fabbriche e uffici che attraversano, spesso, il tempo.

Attorno al patrimonio intangibile d’impresa ragiona da tempo il gruppo di ricerca costituito da Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William de Denaro e Marco Scotti: un lavoro che si è condensato adesso in “Per un approccio ecologico al patrimonio intangibile d’impresa Gli archivi e i musei aziendali” che, come lo stesso titolo precisa, si concentra sull’analisi degli archivi e dei musei d’azienda.

In particolare, la ricerca ha l’obiettivo di formalizzare un metodo di mappatura del patrimonio intangibile espresso, viene spiegato, “dagli ecosistemi imprenditoriali del Nord-Est nelle loro interazioni con la cultura del design”. Un patrimonio che mette insieme aspetti diversi della gestione della conoscenza all’interno dell’impresa che vanno dall’istruzione e formazione, alla ricerca scientifica, allo sviluppo del prodotto, arrivando alla comunicazione e all’identità del marchio, alla qualità degli spazi e delle condizioni di lavoro. Una serie di aspetti dell’attività d’impresa che – viene fatto notare dai ricercatori – risulta particolarmente complessa da misurare e valutare ma che si scopre essere sempre di più determinante per comprendere pienamente la cultura dell’impresa.

Per sottrarre tutto questo all’oblio o all’evanescenza – è la tesi del gruppo di lavoro – è necessario un cambiamento di paradigma rispetto agli studi tradizionali sul capitale intangibile, che consenta di definire, individuare e mappare tutti i materiali prodotti. Il progetto che la ricerca sviluppa si propone allora di indagare il patrimonio culturale d’impresa tramite quello che viene definito un approccio “ecologico” che cerca di organizzare in modo nuovo ciò che comunemente viene definito il Made in Italy.

 

Per un approccio ecologico al patrimonio intangibile d’impresa Gli archivi e i musei aziendali

Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William de Denaro, Marco Scotti, in Design For Survival a cura di Lucia Pietroni e Davide Turrini, Giunti, 2026

E adesso arriva il tempo dei “nonni con la valigia”, per seguire figli e nipoti nelle più comode città del Nord

“Votare con i piedi”, si dice, quando si vuole indicare la scelta di un posto per lavorare meglio, pagare meno tasse, avere garanzie di migliori condizioni di vita e, perché no? di tempo libero. È un’espressione che usano spesso i ragazzi, quando devono decidere dove andare a studiare. Le popolazioni migranti, in cerca di un più conveniente mercato del lavoro. Ma anche i detentori di grandi redditi, se vanno in cerca di comodi paradisi fiscali o più semplicemente minori carichi su pensierini e redditi. Cambiare posto, insomma, per trovare più agevoli condizioni di lavoro e di vita. È una scelta molto politica, naturalmente, perché implica un giudizio sui servizi pubblici locali, la qualità dell’amministrazione civile, le opportunità del mercato del lavoro, il rapporto tra sistema fiscale e servizi, ma anche le condizioni generali di qualità della vita civile, l’accoglienza, le relazioni tra le persone. Negli Usa, è una scelta frequente, magari ripetuta più volte nel corso della vita.

Adesso scopriamo, grazie a una acuta inchiesta su “La Stampa” di Chiara Saraceno, che l’abitudine si sta diffondendo non solo tra i giovani italiani (quella che oramai comunemente chiamiamo “fuga dei cervelli”) ma, perché no?  pure tra le persone più adulte.

“Nonni con la valigia”, titola La Stampa (18 febbraio), notando che nel corso degli ultimi vent’anni più di 184mila over 75 hanno lasciato i loro paesi di provincia, soprattutto nel meridione, per andare a vivere, senza cambiare ufficialmente residenza, nelle grandi e piccole città del Nord d’Italia. Erano poco meno di 100mila nel 2002. Sono raddoppiati in quasi vent’anni.

Perché? Dalle cure sanitarie (nelle regioni del centro nord mediamente migliori) all’aiuto ai figli, dal sostegno per fare fronte alle spese della casa, con i valori immobiliari tutti in crescita (uno studio Ocse documenta una vera e propria “emergenza giovanile: l’80% degli under 30 vive in casa con i genitori e l‘Italia, tra i paesi europei, è tra quelli messi peggio: è la seconda per incidenza di ventenni che non possono o non vogliono vivere da soli: un impressionante depauperamento di capitale sociale ma anche di aspettative di futuro).

Tutte queste pratiche di sostegno e di assistenza familiare (ai bambini piccoli ma anche ai grandi anziani delle famiglie) stanno ricomponendo un nuovo ritratto d’Italia. Con un originale tipo di emigrazione all’interno del Paese stesso (i dati dell’ultimo rapporto Svimez non tengono conto, da questo punto di vista, dei grandi flussi migratori dall’estero, che hanno comunque l’effetto positivo di ripopolare vaste aree territoriali soprattutto nelle campagne meridionali).

Qui vale la pena osservare l’effetto di ricomposizione delle famiglie, per fare fronte, nelle città del nord, alle grandi carenze dei servizi pubblici, sia per gli asili nido sia per assistenza agli anziani. E pongono alle autorità locali esigenze forti di investimento sui servizi sociali generali, spesso in carenza di risorse tagliate a livello di potere centrale.

È una migrazione che spesso non si rileva statisticamente, perché “i nonni con la valigia” non lasciano la loro residenza a Campobasso, Agrigento o Polignano, dove sperano prima o poi di tornare, per la fine della vecchiaia, dopo aver dato una mano a fare crescere figli e nipoti, ma ha comunque anche un effetto rilevante sull’andamento delle strutture sociali pubbliche e sugli incroci e le ibridazioni dei costumi privati.

Sostiene il Rapporto Svimez: c’è una forte polarizzazione territoriale tra un centro nord come area di attrazione e trattenimento del capitale umano e un Mezzogiorno che svolge, in misura rilevante rilevante una funzione di area di formazione per il sistema produttivo centro-settentrionale, con ulteriore e crescente degrado del Sud.

In altre parole, che molti giovani meridionali oramai non vedano un futuro nelle regioni in cui sono nati e hanno i loro affetti è segnalato dal fenomeno relativamente nuovo che il Rapporto chiama “emigrazione anticipata”, ovvero dallo spostamento al centro nord non più una volta laureati, per cercare un’occupazione adeguata, ma già per studiare nelle Università, consapevoli che questo li faciliterà nella ricerca del lavoro e a livello di migliore reputazione.

I genitori anziani e i nonni seguiranno.

Questo è il segno di una minore attrattività del sistema Paese, soprattutto per quel che riguarda il centro Sud. Con una conseguenza ampiamente rilevante: un crescente depauperamento di risorse attive, ma anche di pur minime spinte imprenditoriali.

C’è in corso, insomma, al di là del ritratto stereotipato dal Paese, un movimento profondo, che rischia di alterare profondamente condizioni sociali, aspettative ma anche equilibri politici e sociali. Il costo di questo movimento è tutt’altro che irrilevante. Si rompono legami sociali e familiari, si alterano equilibri di comunità, si modificano le stesse condizioni economiche di pur minima sussistenza. Le campagne continuano a svuotarsi, i centri storici deperiscono (o faranno, come a Niscemi).

Chi guarda in profondità l’andamento del sistema Pese nota anche anche altri fenomeni di segno diverso. Il permanere in certe aree del Mezzogiorno di ragazze e ragazzi delle nuove generazioni, attenti ai servizi turistici e culturali o a una stessa ripresa dell’agricoltura di qualità legata al turismo di livello. Così come aumentano le offerte per tecnici competenti (ingegneri, informatici, matematici, che vengono assunti nelle città del Mezzogiorno (Bari, Napoli, Palermo, Catania, ne offrono significative testimonianze) facendo leva su un nuovo livello di formazione universitaria e sui legami con le case-madre aziendali di Milano per poter fornire servizi high tech su vari mercati internazionali, legati magari alla diffusione dell’Artificial Intelligence. Ma sono piccoli segnali, comunque da non trascurare.

Vale la pena guardare intanto con più attenzione ai “nonni con la valigia” e ai genitori che, appena raggiunto il livello di pensione, seguono in figli nelle grandi e medie città del Centro Nord. Un’ondata di neo-emigrazione che modificherebbe radicalmente culture, abitudini, servizi in ampie aree dell’Italia. Una dimensione da non trascurare, soprattutto se si ricordano i numeri: 185 mila adesso, il doppio di dieci anni fa, con una curva in costante crescita.

(photo Getty Images)

E adesso arriva il tempo dei “nonni con la valigia”, per seguire figli e nipoti nelle più comode città del Nord
E adesso arriva il tempo dei “nonni con la valigia”, per seguire figli e nipoti nelle più comode città del Nord

“Votare con i piedi”, si dice, quando si vuole indicare la scelta di un posto per lavorare meglio, pagare meno tasse, avere garanzie di migliori condizioni di vita e, perché no? di tempo libero. È un’espressione che usano spesso i ragazzi, quando devono decidere dove andare a studiare. Le popolazioni migranti, in cerca di un più conveniente mercato del lavoro. Ma anche i detentori di grandi redditi, se vanno in cerca di comodi paradisi fiscali o più semplicemente minori carichi su pensierini e redditi. Cambiare posto, insomma, per trovare più agevoli condizioni di lavoro e di vita. È una scelta molto politica, naturalmente, perché implica un giudizio sui servizi pubblici locali, la qualità dell’amministrazione civile, le opportunità del mercato del lavoro, il rapporto tra sistema fiscale e servizi, ma anche le condizioni generali di qualità della vita civile, l’accoglienza, le relazioni tra le persone. Negli Usa, è una scelta frequente, magari ripetuta più volte nel corso della vita.

Adesso scopriamo, grazie a una acuta inchiesta su “La Stampa” di Chiara Saraceno, che l’abitudine si sta diffondendo non solo tra i giovani italiani (quella che oramai comunemente chiamiamo “fuga dei cervelli”) ma, perché no?  pure tra le persone più adulte.

“Nonni con la valigia”, titola La Stampa (18 febbraio), notando che nel corso degli ultimi vent’anni più di 184mila over 75 hanno lasciato i loro paesi di provincia, soprattutto nel meridione, per andare a vivere, senza cambiare ufficialmente residenza, nelle grandi e piccole città del Nord d’Italia. Erano poco meno di 100mila nel 2002. Sono raddoppiati in quasi vent’anni.

Perché? Dalle cure sanitarie (nelle regioni del centro nord mediamente migliori) all’aiuto ai figli, dal sostegno per fare fronte alle spese della casa, con i valori immobiliari tutti in crescita (uno studio Ocse documenta una vera e propria “emergenza giovanile: l’80% degli under 30 vive in casa con i genitori e l‘Italia, tra i paesi europei, è tra quelli messi peggio: è la seconda per incidenza di ventenni che non possono o non vogliono vivere da soli: un impressionante depauperamento di capitale sociale ma anche di aspettative di futuro).

Tutte queste pratiche di sostegno e di assistenza familiare (ai bambini piccoli ma anche ai grandi anziani delle famiglie) stanno ricomponendo un nuovo ritratto d’Italia. Con un originale tipo di emigrazione all’interno del Paese stesso (i dati dell’ultimo rapporto Svimez non tengono conto, da questo punto di vista, dei grandi flussi migratori dall’estero, che hanno comunque l’effetto positivo di ripopolare vaste aree territoriali soprattutto nelle campagne meridionali).

Qui vale la pena osservare l’effetto di ricomposizione delle famiglie, per fare fronte, nelle città del nord, alle grandi carenze dei servizi pubblici, sia per gli asili nido sia per assistenza agli anziani. E pongono alle autorità locali esigenze forti di investimento sui servizi sociali generali, spesso in carenza di risorse tagliate a livello di potere centrale.

È una migrazione che spesso non si rileva statisticamente, perché “i nonni con la valigia” non lasciano la loro residenza a Campobasso, Agrigento o Polignano, dove sperano prima o poi di tornare, per la fine della vecchiaia, dopo aver dato una mano a fare crescere figli e nipoti, ma ha comunque anche un effetto rilevante sull’andamento delle strutture sociali pubbliche e sugli incroci e le ibridazioni dei costumi privati.

Sostiene il Rapporto Svimez: c’è una forte polarizzazione territoriale tra un centro nord come area di attrazione e trattenimento del capitale umano e un Mezzogiorno che svolge, in misura rilevante rilevante una funzione di area di formazione per il sistema produttivo centro-settentrionale, con ulteriore e crescente degrado del Sud.

In altre parole, che molti giovani meridionali oramai non vedano un futuro nelle regioni in cui sono nati e hanno i loro affetti è segnalato dal fenomeno relativamente nuovo che il Rapporto chiama “emigrazione anticipata”, ovvero dallo spostamento al centro nord non più una volta laureati, per cercare un’occupazione adeguata, ma già per studiare nelle Università, consapevoli che questo li faciliterà nella ricerca del lavoro e a livello di migliore reputazione.

I genitori anziani e i nonni seguiranno.

Questo è il segno di una minore attrattività del sistema Paese, soprattutto per quel che riguarda il centro Sud. Con una conseguenza ampiamente rilevante: un crescente depauperamento di risorse attive, ma anche di pur minime spinte imprenditoriali.

C’è in corso, insomma, al di là del ritratto stereotipato dal Paese, un movimento profondo, che rischia di alterare profondamente condizioni sociali, aspettative ma anche equilibri politici e sociali. Il costo di questo movimento è tutt’altro che irrilevante. Si rompono legami sociali e familiari, si alterano equilibri di comunità, si modificano le stesse condizioni economiche di pur minima sussistenza. Le campagne continuano a svuotarsi, i centri storici deperiscono (o faranno, come a Niscemi).

Chi guarda in profondità l’andamento del sistema Pese nota anche anche altri fenomeni di segno diverso. Il permanere in certe aree del Mezzogiorno di ragazze e ragazzi delle nuove generazioni, attenti ai servizi turistici e culturali o a una stessa ripresa dell’agricoltura di qualità legata al turismo di livello. Così come aumentano le offerte per tecnici competenti (ingegneri, informatici, matematici, che vengono assunti nelle città del Mezzogiorno (Bari, Napoli, Palermo, Catania, ne offrono significative testimonianze) facendo leva su un nuovo livello di formazione universitaria e sui legami con le case-madre aziendali di Milano per poter fornire servizi high tech su vari mercati internazionali, legati magari alla diffusione dell’Artificial Intelligence. Ma sono piccoli segnali, comunque da non trascurare.

Vale la pena guardare intanto con più attenzione ai “nonni con la valigia” e ai genitori che, appena raggiunto il livello di pensione, seguono in figli nelle grandi e medie città del Centro Nord. Un’ondata di neo-emigrazione che modificherebbe radicalmente culture, abitudini, servizi in ampie aree dell’Italia. Una dimensione da non trascurare, soprattutto se si ricordano i numeri: 185 mila adesso, il doppio di dieci anni fa, con una curva in costante crescita.

(photo Getty Images)

La cultura materiale d’impresa

Pubblicata una corposa raccolta di ricerche e indagini sul patrimonio industriale

Segni dell’ingegno e delle fatiche del lavoro. Testimonianze della voglia di fare impresa, del passaggio di generazioni di lavoratrici e lavoratori. Segni di sogni di progresso, spesso realizzati. Cultura del produrre e del fare impresa che si materializza in fabbriche e capannoni, uffici, archivi. È un po’ tutto questo il patrimonio industriale italiano, europeo e mondiale che – da qualche tempo – si cerca di valorizzare e tramandare. La raccolta – corposa – delle ricerche presentate nell’ambito della terza edizione degli “Stati generali del patrimonio industriale” che a inizio febbraio 2026 si è svolta tra Bari, Matera e Lecce rappresenta un insieme prezioso di esempi da conoscere e di analisi sul tema da approfondire.
Gli “Stati generali del patrimonio industriale” del 2026 proseguono il percorso avviato a partire dal 2018 e hanno lo scopo di “rappresentare in modo organico le realtà patrimoniali – tecniche, economiche, culturali e sociali – legate alla produzione e al lavoro sull’intero territorio nazionale”. E ciò che emerge è una sorta di “catalogo” del patrimonio industriale che comprende le testimonianze materiali e immateriali della civiltà del lavoro e che risponde a necessità di conoscenza e di rivalutazione non solo la ricerca accademica, ma anche le comunità e il mondo produttivo.
La raccolta di indagini riflette l’agenda dei lavori della tre giorni di studio promossa dalla Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale (AIPAI) insieme ad una corposa serie di istituzioni. Si parte quindi con una serie di ricerche sulle macchine e sui brevetti, si passa quindi alle relazioni tra città e paesaggi industriali, si toccano le relazioni tra le diverse infrastrutture produttive sociali sul territorio, si arriva quindi alle ricerche che hanno approfondito la progettualità nelle costruzioni degli impianti e delle fabbriche. Successivamente, le ricerche raccolte toccano le relazioni tra storia, cultura e memoria industriale e quindi gli archivi e i musei d’impresa. Si passa poi ad approfondire le possibilità fornite dalle nuove tecnologie e dalla Intelligenza Artificiale per arrivare al restauro e alla conservazione del patrimonio presente, alla rigenerazione urbana e ambientale delle fabbriche, per finire con la possibilità di conoscenza del patrimonio stesso tra turismo specializzato, immagine e cinematografia.
La raccolta di indagini promossa da AIPAI è di quelle non solo da conservare, ma da leggere e usare con attenzione.

3° Stati generali del patrimonio industriale
AA.VV., 5-8 febbraio 2026, Bari, Matera, Lecce, Gangemi 2026.

La cultura materiale d’impresa
La cultura materiale d’impresa

Pubblicata una corposa raccolta di ricerche e indagini sul patrimonio industriale

Segni dell’ingegno e delle fatiche del lavoro. Testimonianze della voglia di fare impresa, del passaggio di generazioni di lavoratrici e lavoratori. Segni di sogni di progresso, spesso realizzati. Cultura del produrre e del fare impresa che si materializza in fabbriche e capannoni, uffici, archivi. È un po’ tutto questo il patrimonio industriale italiano, europeo e mondiale che – da qualche tempo – si cerca di valorizzare e tramandare. La raccolta – corposa – delle ricerche presentate nell’ambito della terza edizione degli “Stati generali del patrimonio industriale” che a inizio febbraio 2026 si è svolta tra Bari, Matera e Lecce rappresenta un insieme prezioso di esempi da conoscere e di analisi sul tema da approfondire.
Gli “Stati generali del patrimonio industriale” del 2026 proseguono il percorso avviato a partire dal 2018 e hanno lo scopo di “rappresentare in modo organico le realtà patrimoniali – tecniche, economiche, culturali e sociali – legate alla produzione e al lavoro sull’intero territorio nazionale”. E ciò che emerge è una sorta di “catalogo” del patrimonio industriale che comprende le testimonianze materiali e immateriali della civiltà del lavoro e che risponde a necessità di conoscenza e di rivalutazione non solo la ricerca accademica, ma anche le comunità e il mondo produttivo.
La raccolta di indagini riflette l’agenda dei lavori della tre giorni di studio promossa dalla Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale (AIPAI) insieme ad una corposa serie di istituzioni. Si parte quindi con una serie di ricerche sulle macchine e sui brevetti, si passa quindi alle relazioni tra città e paesaggi industriali, si toccano le relazioni tra le diverse infrastrutture produttive sociali sul territorio, si arriva quindi alle ricerche che hanno approfondito la progettualità nelle costruzioni degli impianti e delle fabbriche. Successivamente, le ricerche raccolte toccano le relazioni tra storia, cultura e memoria industriale e quindi gli archivi e i musei d’impresa. Si passa poi ad approfondire le possibilità fornite dalle nuove tecnologie e dalla Intelligenza Artificiale per arrivare al restauro e alla conservazione del patrimonio presente, alla rigenerazione urbana e ambientale delle fabbriche, per finire con la possibilità di conoscenza del patrimonio stesso tra turismo specializzato, immagine e cinematografia.
La raccolta di indagini promossa da AIPAI è di quelle non solo da conservare, ma da leggere e usare con attenzione.

3° Stati generali del patrimonio industriale
AA.VV., 5-8 febbraio 2026, Bari, Matera, Lecce, Gangemi 2026.

La chiusura d’una libreria è una ferita aperta, ma l’importante è fondarne di nuove in condomini, scuole, quartieri, fabbriche

La chiusura di una libreria, soprattutto di un’antica libreria, è una ferita nel corpo civile di una città. Mancheranno luoghi in cui prendere confidenza con un libro. Avviare una sorprendente conversazione a proposito d’un bel titolo (“Fontamara”, per esempio o “Le città invisibili” o, perché no?, “La vita indocile”) o d’una copertina ben disegnata. Intessere amicizie o anche intavolare leggeri corteggiamenti letterari (magari chiedendosi entrambi, con l’aria un po’ stranita alla Bruce Chatwin, “Che ci faccio io qui?). E non ci saranno più quegli scaffali in cui essere sicuri che anche una sola sorprendente pagina, o entusiasmante, o anche semplicemente carica di curiosità ti avrebbe fatto compagnia per giorni, per un buon paio di settimane.

I libri custodiscono parole che hanno sangue e carne. Svelano passioni, nutrono dolori o anche solo dolcissime malinconie, alimentano ricordi di cui avresti volentieri fatto a meno o che racconsolano rispetto al tempo passato. E quelle parole, in fin dei conti, sono come un buon sentimento, una tenera speranza affidata a una canzone di Ornella Vanoni: come l’amore, senza fine.

Mi girano per la mente tutti questi pensieri mentre leggo, sulle pagine di cronaca dei quotidiani milanesi, che la Libreria Hoepli molto probabilmente chiuderà. Era stata fondata, come casa editrice nel dicembre del 1870, capitali svizzeri, famiglia di grande cultura. Pochi anni dopo, nel marzo del 1876, sarebbe stato fondato il Corriere della Sera. E Milano era in tempi di gran fermento: le prime grandi industrie (a cominciare dalla Pirelli), le banche (la Banca Commerciale Italiana, innanzitutto, con capitali tedeschi), le case editrici, gli studi dei principali movimenti artistici. Milano era “la città che sale”, che proclamava il titolo di uno dei più bei quadri di Umberto Boccioni.

Le città crescono, cambiano, sono organismi viventi, quartieri che si allargano, aree che diventano marginali. Gente che va, gente che viene. Eppure, in tante trasformazioni, restano alcuni elementi, che acquisiscono una grande forza simbolica, un valore identitario. La libreria Hoepli era una di questi elementi.

I banconi delle novità (comprese quelle internazionali), i libri tecnici di ingegneria e architettura, i reparti di storia e attualità, un’ottima raccolta d’arte e di fotografia. E un fornitissimo reparto su Milano. 500mila titoli in catalogo, un assortimento raro. Librai e libraie preparate, persone gentili. E su tutto, soprastava l’ombra da gigante buono e colto dell’ultimo degli Ulrico Hoepli, un gentiluomo elegante e severo.

Era tra i miei punti di riferimento preferiti, la Hoepli, insieme alla Feltrinelli di Piazza Piemonte o una piccola libreria non di catena in corso Garibaldi. Ed era proprio raro che non varcassi il portone dell’omonima via, attratto dalle vetrine e non ne uscissi con un nuovo libro sotto il braccio.

Ora, di librerie, Milano è piena. Le grandi catene, le librerie indipendenti che attraggono lettori con specializzazioni particolari e iniziative culturali. E i festival come BookCity, in novembre, migliaia di eventi affollatissimi, presentazioni di libri, incontri con scrittori, letture in pubblico, dibattiti (lo guida con mano capace Piergaetano Marchetti).

Eppure, sappiamo fin d’ora che se Hoepli chiuderà, lascerà un vuoto profondo, una ferita, una cicatrice.

Le librerie, è vero, sono imprese, esercizi commerciali, legati al gioco della domanda e dell’offerta. E capita che i proprietari, specie se di diversi rami familiari, non abbiano lo stesso progetto: mantenere in piedi, magari arrivando alla stretta quadratura del bilancio o addirittura perdendo, pur di rispettare una storia, una tradizione, un servizio culturale o valorizzare un grande asset immobiliare come per esempio il palazzo della Hoepli in pieno centro di Milano. Non c’è moralismo che tenga, gli affari sono affari. Anche se sono sensati e fondati gli appelli “a salvare la Hoepli di Milano e la civiltà della libreria” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 21 febbraio).

Il problema, però, non si chiude in un buon appello. Semmai, fatti salvi tutti i diritti dei dipendenti, è necessario fare in modo che per una Hoepli o comunque una buona libreria che si chiuda, con comune dispiacere di noi bibliofili e accaniti lettori, altre se ne aprano. E semmai il Comune abbia una politica di agevolazione per gli affitti a vantaggio delle piccole imprese e stimoli la nascita e lo sviluppo di librerie di quartiere, scolastiche, di condominio, nelle carceri o, perché no? anche aziendali (le hanno già, e molto efficienti, per i dipendenti interni, la Pirelli, la Bracco, l’Assolombarda e altri gruppi aziendali ancora: Museimpresa, in Italia, ne ha censiti una quarantina).

Così, accanto al pericolo di una cattiva notizia, vale la pena, sfogliando i quotidiani milanesi (Corriere della Sera, 7 febbraio e Il Giorno, 25 febbraio) segnarsi che in viale Molise, al 47, è stata aperta Baol, biblioteca “a offerta libera”, dove andare a leggere, prendere in prestito un libro, ascoltare scrittori amici che ne parlano, organizzare attorno al piacere della lettura una comunità. Piccole iniziative, tenute in piedi dal volontariato di condomini appassionati ai libri, nel piccolo spazio (35 metri quadri), lasciato libero dalle attività condominiali. Ma iniziative comunque interessanti, stimolanti. Cento fiori fioriranno?

Milano è pur sempre la città che tra scrittura, politica e passione diede voce al talento di Elio Vittorini (La Repubblica, 20 gennaio) e anche grazie a quella voce ha visto crescere una cultura dell’editoria moderna di cui ancora oggi godiamo i vantaggi. Milano è ancora oggi, nonostante tutto, metropoli di parole ben scritte e libri che vale la pena leggere, per avere una “educazione milanese” (ottimo titolo d’un bel libro di Alberto Rollo).

L’obiettivo, per scelta dell’assessorato alla Cultura del Comune, guidato da Tommaso Sacchi, è di non fare disperdere nessuna della tante iniziative legate al libro. Semmai stimolarne (se ne discuterà la prossima primavera, per rendere sempre più efficiente e ben collegato il servizio bibliotecario comunale, forte di oltre 4 milioni di titoli, a disposizione della città).

Ci mancherà sempre, Hoepli, naturalmente. Così come ci mancano quelle che nel tempo sono state chiuse, per cedere il passo a più remunerative attività commerciali: vendere calze, mutande e oggetti d’abbigliamento, aprire negozi in cui mangiare a ogni ora, inaugurare centri di cura per le unghie e per le mani… e così via peggiorando.

Oppure trovare e stimolare imprenditori e imprenditrici che aprano centri di lettura e formazione per i bambini, centri di ascolto, spazi in cui andare in silenzio a leggere o ad ascoltare le scoperte dei “gruppi di lettura” e dei book toker, amati dal pubblico più giovane. Chissà.

Da ragazzo, immaginavo di aprire una “librattoria”, una trattoria-libreria, frequentata da studenti e da appassionati. Poi non se ne fece niente. Oggi si potrebbe leggere il commissario Montalbano mentre “si sbafa” una porzione abbondante di triglie fritte, un ottimo stufato con le patate come piaceva a Vittorini e una teglia di arancine di Adelina…

La chiusura d’una libreria è una ferita aperta, ma l’importante è fondarne di nuove in condomini, scuole, quartieri, fabbriche
La chiusura d’una libreria è una ferita aperta, ma l’importante è fondarne di nuove in condomini, scuole, quartieri, fabbriche

La chiusura di una libreria, soprattutto di un’antica libreria, è una ferita nel corpo civile di una città. Mancheranno luoghi in cui prendere confidenza con un libro. Avviare una sorprendente conversazione a proposito d’un bel titolo (“Fontamara”, per esempio o “Le città invisibili” o, perché no?, “La vita indocile”) o d’una copertina ben disegnata. Intessere amicizie o anche intavolare leggeri corteggiamenti letterari (magari chiedendosi entrambi, con l’aria un po’ stranita alla Bruce Chatwin, “Che ci faccio io qui?). E non ci saranno più quegli scaffali in cui essere sicuri che anche una sola sorprendente pagina, o entusiasmante, o anche semplicemente carica di curiosità ti avrebbe fatto compagnia per giorni, per un buon paio di settimane.

I libri custodiscono parole che hanno sangue e carne. Svelano passioni, nutrono dolori o anche solo dolcissime malinconie, alimentano ricordi di cui avresti volentieri fatto a meno o che racconsolano rispetto al tempo passato. E quelle parole, in fin dei conti, sono come un buon sentimento, una tenera speranza affidata a una canzone di Ornella Vanoni: come l’amore, senza fine.

Mi girano per la mente tutti questi pensieri mentre leggo, sulle pagine di cronaca dei quotidiani milanesi, che la Libreria Hoepli molto probabilmente chiuderà. Era stata fondata, come casa editrice nel dicembre del 1870, capitali svizzeri, famiglia di grande cultura. Pochi anni dopo, nel marzo del 1876, sarebbe stato fondato il Corriere della Sera. E Milano era in tempi di gran fermento: le prime grandi industrie (a cominciare dalla Pirelli), le banche (la Banca Commerciale Italiana, innanzitutto, con capitali tedeschi), le case editrici, gli studi dei principali movimenti artistici. Milano era “la città che sale”, che proclamava il titolo di uno dei più bei quadri di Umberto Boccioni.

Le città crescono, cambiano, sono organismi viventi, quartieri che si allargano, aree che diventano marginali. Gente che va, gente che viene. Eppure, in tante trasformazioni, restano alcuni elementi, che acquisiscono una grande forza simbolica, un valore identitario. La libreria Hoepli era una di questi elementi.

I banconi delle novità (comprese quelle internazionali), i libri tecnici di ingegneria e architettura, i reparti di storia e attualità, un’ottima raccolta d’arte e di fotografia. E un fornitissimo reparto su Milano. 500mila titoli in catalogo, un assortimento raro. Librai e libraie preparate, persone gentili. E su tutto, soprastava l’ombra da gigante buono e colto dell’ultimo degli Ulrico Hoepli, un gentiluomo elegante e severo.

Era tra i miei punti di riferimento preferiti, la Hoepli, insieme alla Feltrinelli di Piazza Piemonte o una piccola libreria non di catena in corso Garibaldi. Ed era proprio raro che non varcassi il portone dell’omonima via, attratto dalle vetrine e non ne uscissi con un nuovo libro sotto il braccio.

Ora, di librerie, Milano è piena. Le grandi catene, le librerie indipendenti che attraggono lettori con specializzazioni particolari e iniziative culturali. E i festival come BookCity, in novembre, migliaia di eventi affollatissimi, presentazioni di libri, incontri con scrittori, letture in pubblico, dibattiti (lo guida con mano capace Piergaetano Marchetti).

Eppure, sappiamo fin d’ora che se Hoepli chiuderà, lascerà un vuoto profondo, una ferita, una cicatrice.

Le librerie, è vero, sono imprese, esercizi commerciali, legati al gioco della domanda e dell’offerta. E capita che i proprietari, specie se di diversi rami familiari, non abbiano lo stesso progetto: mantenere in piedi, magari arrivando alla stretta quadratura del bilancio o addirittura perdendo, pur di rispettare una storia, una tradizione, un servizio culturale o valorizzare un grande asset immobiliare come per esempio il palazzo della Hoepli in pieno centro di Milano. Non c’è moralismo che tenga, gli affari sono affari. Anche se sono sensati e fondati gli appelli “a salvare la Hoepli di Milano e la civiltà della libreria” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 21 febbraio).

Il problema, però, non si chiude in un buon appello. Semmai, fatti salvi tutti i diritti dei dipendenti, è necessario fare in modo che per una Hoepli o comunque una buona libreria che si chiuda, con comune dispiacere di noi bibliofili e accaniti lettori, altre se ne aprano. E semmai il Comune abbia una politica di agevolazione per gli affitti a vantaggio delle piccole imprese e stimoli la nascita e lo sviluppo di librerie di quartiere, scolastiche, di condominio, nelle carceri o, perché no? anche aziendali (le hanno già, e molto efficienti, per i dipendenti interni, la Pirelli, la Bracco, l’Assolombarda e altri gruppi aziendali ancora: Museimpresa, in Italia, ne ha censiti una quarantina).

Così, accanto al pericolo di una cattiva notizia, vale la pena, sfogliando i quotidiani milanesi (Corriere della Sera, 7 febbraio e Il Giorno, 25 febbraio) segnarsi che in viale Molise, al 47, è stata aperta Baol, biblioteca “a offerta libera”, dove andare a leggere, prendere in prestito un libro, ascoltare scrittori amici che ne parlano, organizzare attorno al piacere della lettura una comunità. Piccole iniziative, tenute in piedi dal volontariato di condomini appassionati ai libri, nel piccolo spazio (35 metri quadri), lasciato libero dalle attività condominiali. Ma iniziative comunque interessanti, stimolanti. Cento fiori fioriranno?

Milano è pur sempre la città che tra scrittura, politica e passione diede voce al talento di Elio Vittorini (La Repubblica, 20 gennaio) e anche grazie a quella voce ha visto crescere una cultura dell’editoria moderna di cui ancora oggi godiamo i vantaggi. Milano è ancora oggi, nonostante tutto, metropoli di parole ben scritte e libri che vale la pena leggere, per avere una “educazione milanese” (ottimo titolo d’un bel libro di Alberto Rollo).

L’obiettivo, per scelta dell’assessorato alla Cultura del Comune, guidato da Tommaso Sacchi, è di non fare disperdere nessuna della tante iniziative legate al libro. Semmai stimolarne (se ne discuterà la prossima primavera, per rendere sempre più efficiente e ben collegato il servizio bibliotecario comunale, forte di oltre 4 milioni di titoli, a disposizione della città).

Ci mancherà sempre, Hoepli, naturalmente. Così come ci mancano quelle che nel tempo sono state chiuse, per cedere il passo a più remunerative attività commerciali: vendere calze, mutande e oggetti d’abbigliamento, aprire negozi in cui mangiare a ogni ora, inaugurare centri di cura per le unghie e per le mani… e così via peggiorando.

Oppure trovare e stimolare imprenditori e imprenditrici che aprano centri di lettura e formazione per i bambini, centri di ascolto, spazi in cui andare in silenzio a leggere o ad ascoltare le scoperte dei “gruppi di lettura” e dei book toker, amati dal pubblico più giovane. Chissà.

Da ragazzo, immaginavo di aprire una “librattoria”, una trattoria-libreria, frequentata da studenti e da appassionati. Poi non se ne fece niente. Oggi si potrebbe leggere il commissario Montalbano mentre “si sbafa” una porzione abbondante di triglie fritte, un ottimo stufato con le patate come piaceva a Vittorini e una teglia di arancine di Adelina…

Strade diverse per sviluppi diversi

Tre economisti raccontano come e perché Europa e Cina, partendo dallo stesso punto, sono arrivate a traguardi differenti

Percorsi diversi per arrivare al benessere. Questione di regole e di legami sociali, oltre che di condizioni della produzione. Questione di cultura nel senso più completo del termine: cultura del produrre ma anche cultura materiale e immateriale a tutto tondo. Ed è attorno alle condizioni e agli sviluppi sociali ed economici che hanno condotto alle situazioni odierne che ragiona “Due strade verso la prosperità. Mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina”, libro scritto da tre economisti di rilievo come Joel Mokyr, Guido Tabellini e Avner Greif e appena pubblicato.

Il libro conduce una sorta di indagine parallela sui due percorsi che hanno portato l’Europa da un lato e la Cina dall’altro alle attuali condizioni economiche e sociali. Tutto parte da queste constatazioni: nell’XI secolo, quando l’Europa era ancora arretrata e povera, la Cina era una civiltà ricca e sofisticata. Eppure, l’Europa è divenuta la culla della democrazia e della Rivoluzione industriale, guidando il Grande Arricchimento, mentre la Cina è rimasta stagnante fino alla fine del XX secolo e sempre governata da autocrazie.

La fatica letteraria di Mokyr, Tabellini e Greif ripercorre quindi la nascita di due organizzazioni sociali molto diverse tra loro nella Cina e nell’Europa premoderne – il clan e la corporazione – e mostra come esse siano state fattori chiave nella grande divergenza economica e politica tra le due civiltà. Nell’Alto Medioevo beni pubblici come la condivisione del rischio, il culto religioso, l’istruzione e la risoluzione dei conflitti erano forniti da organizzazioni non statali in entrambe le società, ma le organizzazioni che svolgevano queste funzioni erano molto diverse nelle due parti del mondo. La Cina faceva sempre più affidamento sulla cooperazione basata sui legami di parentela all’interno dei clan, mentre i legami di parentela più deboli diedero origine in Europa a corporazioni come le gilde, le università e le città autonome. Nonostante svolgessero funzioni simili, clan e corporazioni si fondavano su principi molto diversi, con conseguenze decisive e ancora oggi determinanti.

Il libro fornisce così una risposta a una delle domande fondamentali della storia economica e politica e mostra quanto – ieri come oggi – siano fondamentali le relazioni sociali e culturali oltre a quelle materiali. Detto in altri termini, Mokyr, Tabellini e Greif fanno capire come i legami di parentela estesi nella società cinese abbiano facilitato il consolidamento dell’autocrazia e ostacolato l’innovazione e lo sviluppo economico, e come invece le corporazioni abbiano influenzato in Europa le istituzioni statali emergenti e preparato il terreno per la Rivoluzione industriale. Ma, oltre a tutto questo, Mokyr, Tabellini e Greif forniscono un valido strumento per comprendere in modo più chiaro e approfondito quanto le relazioni umane siano ancora importanti e determinanti. Anche nell’era della digitalizzazione.

Due strade verso la prosperità. Mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina

Avner Greif, Joel Mokyr, Guido Tabellini

Bocconi University Press, 2026

Strade diverse per sviluppi diversi
Strade diverse per sviluppi diversi

Tre economisti raccontano come e perché Europa e Cina, partendo dallo stesso punto, sono arrivate a traguardi differenti

Percorsi diversi per arrivare al benessere. Questione di regole e di legami sociali, oltre che di condizioni della produzione. Questione di cultura nel senso più completo del termine: cultura del produrre ma anche cultura materiale e immateriale a tutto tondo. Ed è attorno alle condizioni e agli sviluppi sociali ed economici che hanno condotto alle situazioni odierne che ragiona “Due strade verso la prosperità. Mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina”, libro scritto da tre economisti di rilievo come Joel Mokyr, Guido Tabellini e Avner Greif e appena pubblicato.

Il libro conduce una sorta di indagine parallela sui due percorsi che hanno portato l’Europa da un lato e la Cina dall’altro alle attuali condizioni economiche e sociali. Tutto parte da queste constatazioni: nell’XI secolo, quando l’Europa era ancora arretrata e povera, la Cina era una civiltà ricca e sofisticata. Eppure, l’Europa è divenuta la culla della democrazia e della Rivoluzione industriale, guidando il Grande Arricchimento, mentre la Cina è rimasta stagnante fino alla fine del XX secolo e sempre governata da autocrazie.

La fatica letteraria di Mokyr, Tabellini e Greif ripercorre quindi la nascita di due organizzazioni sociali molto diverse tra loro nella Cina e nell’Europa premoderne – il clan e la corporazione – e mostra come esse siano state fattori chiave nella grande divergenza economica e politica tra le due civiltà. Nell’Alto Medioevo beni pubblici come la condivisione del rischio, il culto religioso, l’istruzione e la risoluzione dei conflitti erano forniti da organizzazioni non statali in entrambe le società, ma le organizzazioni che svolgevano queste funzioni erano molto diverse nelle due parti del mondo. La Cina faceva sempre più affidamento sulla cooperazione basata sui legami di parentela all’interno dei clan, mentre i legami di parentela più deboli diedero origine in Europa a corporazioni come le gilde, le università e le città autonome. Nonostante svolgessero funzioni simili, clan e corporazioni si fondavano su principi molto diversi, con conseguenze decisive e ancora oggi determinanti.

Il libro fornisce così una risposta a una delle domande fondamentali della storia economica e politica e mostra quanto – ieri come oggi – siano fondamentali le relazioni sociali e culturali oltre a quelle materiali. Detto in altri termini, Mokyr, Tabellini e Greif fanno capire come i legami di parentela estesi nella società cinese abbiano facilitato il consolidamento dell’autocrazia e ostacolato l’innovazione e lo sviluppo economico, e come invece le corporazioni abbiano influenzato in Europa le istituzioni statali emergenti e preparato il terreno per la Rivoluzione industriale. Ma, oltre a tutto questo, Mokyr, Tabellini e Greif forniscono un valido strumento per comprendere in modo più chiaro e approfondito quanto le relazioni umane siano ancora importanti e determinanti. Anche nell’era della digitalizzazione.

Due strade verso la prosperità. Mille anni di cultura e istituzioni in Europa e in Cina

Avner Greif, Joel Mokyr, Guido Tabellini

Bocconi University Press, 2026

E il vecchio Buffett riapre i giochi della grande informazione di qualità

“Lo senti questo rumore? È la stampa, bellezza. La stampa. E tu non puoi farci niente”. È la scena finale di un film, “L’ultima minaccia”, che dai primi anni Cinquanta commuove generazioni di spettatori e soprattutto di giovani e vecchi giornalisti. Il direttore di un giornale popolare, “The Day”, Ed Hutcheson, interpretato da un serissimo Humphrey Bogart con un lampo d’ironia negli occhi, avvicina la cornetta del telefono alla grande rotativa che va stampando fragorosamente una copia dopo l’altra. E risponde così, poche parole, un gesto appena, alle minacce del boss della città finalmente smascherato per i suoi delitti. “L’ultima minaccia”  (appunto  il titolo del film) non ha effetto. Vincono i buoni, cioè i giornalisti, perdono i cattivi, i gangster. Non sempre andrà così. Ma Hollywood ha saputo nel tempo costruire con intelligenza quella retorica che ha fatto del giornalismo una delle caratteristiche positive dell’America pronta “alla difesa della verità”, una cineteca preziosa, da “Tutti gli uomini del Presidente “ a “Quarto potere” e a “Prima pagina”, da “The Post” a “Il caso Spotlight”, da “She Said” a “Frost/Nixon” e a una miriade di noir e di action movie in cui giornaliste e giornalisti non se la cavano poi così male.

Adesso, dopo anni di crisi, torna d’attualità il grande giornalismo americano, quello della carta stampata? A segnalare una possibile svolta di tendenza arriva una sorprendente mossa di Warren Buffett, grande e sapiente attore della più lungimirante finanza americana, 95 anni, un vero grande protagonista di Wall Street: taglia i suoi investimenti su Amazon, Apple e Bank of America e decide di puntare 353 milioni di dollari per comprare 5.1 milioni di azioni di New York Times.

Buffett ha appena ceduto la guida operativa della “sua” Berkshire Hathaway. Ma è probabile che il suo prossimo futuro sia ancora quello di grande scopritore di nuove tendenze della finanza e del mondo degli affari.

Che c’entrano i giornali di carta? I conti del New York Times sono positivi, tra copie di carta vendute, abbonamenti digitali (soprattutto ai giochi digitali e alle ricette di cucina) ma anche vari servizi editoriali, non solo nell’area tradizionale della grande New York ma un po’ in tutti gli Usa e in parecchie altre aree del mondo.

Di certo la digitalizzazione ha aperto nuove possibilità, sia di contenuti, sia di straordinarie opportunità di diffusione editoriale e sia dunque di business in aree altrimenti  irraggiungibili da un giornale abituato ad avere una solida base di diffusione provinciale, sia nelle metropoli che nelle piccole città di provincia affezionatissime al quotidiano locale.

Ma ha anche posto un problema più generale rispetto alla società civile, culturale e politica americana. Che si può riassumere così: una democrazia senza buona qualità dell’informazione è ancora una solida, sana democrazia? Rieccolo, il primato della carta: parole, scritte, che restano, da leggere, capire, rimeditare, digerire, usare per fare nascere altre parole. Un grande discorso pubblico, insomma. Tutto costruito sui giornali.

A parte la memoria della vecchia battuta di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Usa (preferirei vivere in un Paese senza governo che in un paese senza giornali), cresce infatti in parecchi settori dell’opinione pubblica americana la preoccupazione rispetto a una crescita della concentrazione del potere dell’informazione da parte di organi di governo e di grandi attori dell’economia, della tecnologia e della finanza senza un efficace sistema di check and balances che compensi l’asimmetria informativa della gran massa informata poco, frettolosamente e male dai “social media” e dalla Tv e i grandi detentori delle informazioni economiche, politiche e finanziarie più delicate del mondo rispetto alle Big Tech.

Le Big Tech hanno infatti una forza straordinaria, nella velocità di diffusione e di controllo, nella quantità di notizie messe in giro ma senza adeguato controllo dell’attendibilità e della verità. E quella loro forza di diffusione non garantisce affatto qualità e veridicità dell’informazione. Ha poco a che fare con la vera informazione. E dunque con la democrazia.

In tempi di “fattoidi” spacciati più o meno in buona fede per fatti, post truth (tutto il contrario dell’orientamento alla verità), fake news e Artificial Intelligence che crea i fatti stessi e contribuisce, con simil-verità, alle guerre in corso, incidendo sulla conoscenza popolare e sugli stessi orientamenti della democrazia, è proprio la qualità dell’informazione, la sua attendibilità e la sua autonomia. a fare da fattore centrale per poter parlare di democrazia, verità, giudizio ponderato sugli atti delle pubbliche  amministrazioni, formazione critica del “discorso pubblico” (così caro a Habermas come fondamento della vita civile e democratica).

Quando nel 2013 Jack Bezos, il proprietario di Amazon, aveva comperato il Washington Post e sotto la testata aveva fatto scrivere il cartiglio “Democracy dies in darkness”, molti lettori si erano sentiti rassicurati: combattere la “darkness” (l’oscurità che copre fatti e misfatti dei poteri) significa garantire ogni giorno, almeno programmaticamente, la qualità dell’informazione e quindi la trasparenza e il controllo degli atti della pubblica amministrazione.

Le cose però adesso non sembrano andare proprio così. Amazon si è mostrata, come le altre Big Tech, sempre più sensibile alle sollecitazioni della Casa Bianca. E giusto pochi giorni fa The Washington Post ha tagliato 300 degli 800 giornalisti della redazione (quasi un terzo, insomma), preoccupando fortemente gli ambienti informativi. Meno giornalisti, minore informazione, minore accuratezza e qualità?

Benvenuto positivamente, allora, il ritorno alla carta, e ai buoni vecchi giornali, allora, se questa è la direzione indicata da Buffett?

Le macchine informative sono diventate sempre più complesse. E la questione non si può ridurre solo alla carta. Bisogna tornare a ragionare sulla qualità dell’informazione, qualunque siano i device, al sostegno per le aziende editoriali (che piace poco al governo Meloni), alle condizioni generali che garantiscano ai cittadini lettori informazioni e reali scambi di idee: quotidiani magari arricchiti da newsletter settimanali specializzate, analisi approfondite, rubriche, indicazioni audio e video, servizi, dati, tutto un mondo in cui le qualità siano due: autorevolezza e autonomia (anche i giochini e le ricette di cucina hanno una loro qualità, che è proprio il marchio del giornale a garantire).

Lo ha raccontato, d’altronde, nei giorni scorsi, proprio Alessandra Gallori, editor in chief (direttrice, cioè) dell’agenzia di stampa inglese Reuters, una delle prime del mondo, a Il Sole24Ore: “Vogliamo raccontare la storia senza rinunciare alla moralità” (28 gennaio): la moralità della storia, la veridicità della cronaca, l’attendibilità dei fatti. la buona informazione, no?

Si può ancora fare, nonostante tutto. Anche in Italia, dove gruppi editoriali e finanziari che puntano alla buona informazione (la Nem in Veneto, il gruppo Del Vecchio per il  Quotidiano nazionale /Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno e il gruppo editoriale internazionale di origini greche Kyriakou che guarda con interesse a “la Repubblica”, parlando tutti, ognuno a suo modo, di qualità dell’informazione, servizi per i cittadini, uso accorto delle nuove tecnologie. Una  situazione in movimento. Da guardare con grande interesse ed attenzione.

Anni fa, nel 2007, Vittorio Sabadin, ottimo giornalista e grande esperto di temi dell’informazione, pubblicò un libro (Donzelli, 2007) in cui dava conto del futuro dei giornali di carta e di una sorta di  profezia, elaborata dallo studioso dei media Philip Meyer nel suo libro “The vanishing newspaper” in cui prevedeva che nel primo trimestre del 2043 si sarebbe venduta nell’ultima edicola di New York, l’ultima copia del New York Times. Non è successo.

Oggi, semmai, seguendo le mosse di un anziano guru della finanza di 95 anni, sappiamo che le cose potrebbero anche non andare proprio così. E la mia piccola nipote Iolanda potrà cominciare la sua domenica mattina seduta sul divano sotto una confortevole coperta, sfogliando la sua copia nel New York Times. Mi sentirei molto più tranquillo. Per lei. I suoi amici. E un po’ anche per noi.

(foto Getty Images)

E il vecchio Buffett riapre i giochi della grande informazione di qualità
E il vecchio Buffett riapre i giochi della grande informazione di qualità

“Lo senti questo rumore? È la stampa, bellezza. La stampa. E tu non puoi farci niente”. È la scena finale di un film, “L’ultima minaccia”, che dai primi anni Cinquanta commuove generazioni di spettatori e soprattutto di giovani e vecchi giornalisti. Il direttore di un giornale popolare, “The Day”, Ed Hutcheson, interpretato da un serissimo Humphrey Bogart con un lampo d’ironia negli occhi, avvicina la cornetta del telefono alla grande rotativa che va stampando fragorosamente una copia dopo l’altra. E risponde così, poche parole, un gesto appena, alle minacce del boss della città finalmente smascherato per i suoi delitti. “L’ultima minaccia”  (appunto  il titolo del film) non ha effetto. Vincono i buoni, cioè i giornalisti, perdono i cattivi, i gangster. Non sempre andrà così. Ma Hollywood ha saputo nel tempo costruire con intelligenza quella retorica che ha fatto del giornalismo una delle caratteristiche positive dell’America pronta “alla difesa della verità”, una cineteca preziosa, da “Tutti gli uomini del Presidente “ a “Quarto potere” e a “Prima pagina”, da “The Post” a “Il caso Spotlight”, da “She Said” a “Frost/Nixon” e a una miriade di noir e di action movie in cui giornaliste e giornalisti non se la cavano poi così male.

Adesso, dopo anni di crisi, torna d’attualità il grande giornalismo americano, quello della carta stampata? A segnalare una possibile svolta di tendenza arriva una sorprendente mossa di Warren Buffett, grande e sapiente attore della più lungimirante finanza americana, 95 anni, un vero grande protagonista di Wall Street: taglia i suoi investimenti su Amazon, Apple e Bank of America e decide di puntare 353 milioni di dollari per comprare 5.1 milioni di azioni di New York Times.

Buffett ha appena ceduto la guida operativa della “sua” Berkshire Hathaway. Ma è probabile che il suo prossimo futuro sia ancora quello di grande scopritore di nuove tendenze della finanza e del mondo degli affari.

Che c’entrano i giornali di carta? I conti del New York Times sono positivi, tra copie di carta vendute, abbonamenti digitali (soprattutto ai giochi digitali e alle ricette di cucina) ma anche vari servizi editoriali, non solo nell’area tradizionale della grande New York ma un po’ in tutti gli Usa e in parecchie altre aree del mondo.

Di certo la digitalizzazione ha aperto nuove possibilità, sia di contenuti, sia di straordinarie opportunità di diffusione editoriale e sia dunque di business in aree altrimenti  irraggiungibili da un giornale abituato ad avere una solida base di diffusione provinciale, sia nelle metropoli che nelle piccole città di provincia affezionatissime al quotidiano locale.

Ma ha anche posto un problema più generale rispetto alla società civile, culturale e politica americana. Che si può riassumere così: una democrazia senza buona qualità dell’informazione è ancora una solida, sana democrazia? Rieccolo, il primato della carta: parole, scritte, che restano, da leggere, capire, rimeditare, digerire, usare per fare nascere altre parole. Un grande discorso pubblico, insomma. Tutto costruito sui giornali.

A parte la memoria della vecchia battuta di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Usa (preferirei vivere in un Paese senza governo che in un paese senza giornali), cresce infatti in parecchi settori dell’opinione pubblica americana la preoccupazione rispetto a una crescita della concentrazione del potere dell’informazione da parte di organi di governo e di grandi attori dell’economia, della tecnologia e della finanza senza un efficace sistema di check and balances che compensi l’asimmetria informativa della gran massa informata poco, frettolosamente e male dai “social media” e dalla Tv e i grandi detentori delle informazioni economiche, politiche e finanziarie più delicate del mondo rispetto alle Big Tech.

Le Big Tech hanno infatti una forza straordinaria, nella velocità di diffusione e di controllo, nella quantità di notizie messe in giro ma senza adeguato controllo dell’attendibilità e della verità. E quella loro forza di diffusione non garantisce affatto qualità e veridicità dell’informazione. Ha poco a che fare con la vera informazione. E dunque con la democrazia.

In tempi di “fattoidi” spacciati più o meno in buona fede per fatti, post truth (tutto il contrario dell’orientamento alla verità), fake news e Artificial Intelligence che crea i fatti stessi e contribuisce, con simil-verità, alle guerre in corso, incidendo sulla conoscenza popolare e sugli stessi orientamenti della democrazia, è proprio la qualità dell’informazione, la sua attendibilità e la sua autonomia. a fare da fattore centrale per poter parlare di democrazia, verità, giudizio ponderato sugli atti delle pubbliche  amministrazioni, formazione critica del “discorso pubblico” (così caro a Habermas come fondamento della vita civile e democratica).

Quando nel 2013 Jack Bezos, il proprietario di Amazon, aveva comperato il Washington Post e sotto la testata aveva fatto scrivere il cartiglio “Democracy dies in darkness”, molti lettori si erano sentiti rassicurati: combattere la “darkness” (l’oscurità che copre fatti e misfatti dei poteri) significa garantire ogni giorno, almeno programmaticamente, la qualità dell’informazione e quindi la trasparenza e il controllo degli atti della pubblica amministrazione.

Le cose però adesso non sembrano andare proprio così. Amazon si è mostrata, come le altre Big Tech, sempre più sensibile alle sollecitazioni della Casa Bianca. E giusto pochi giorni fa The Washington Post ha tagliato 300 degli 800 giornalisti della redazione (quasi un terzo, insomma), preoccupando fortemente gli ambienti informativi. Meno giornalisti, minore informazione, minore accuratezza e qualità?

Benvenuto positivamente, allora, il ritorno alla carta, e ai buoni vecchi giornali, allora, se questa è la direzione indicata da Buffett?

Le macchine informative sono diventate sempre più complesse. E la questione non si può ridurre solo alla carta. Bisogna tornare a ragionare sulla qualità dell’informazione, qualunque siano i device, al sostegno per le aziende editoriali (che piace poco al governo Meloni), alle condizioni generali che garantiscano ai cittadini lettori informazioni e reali scambi di idee: quotidiani magari arricchiti da newsletter settimanali specializzate, analisi approfondite, rubriche, indicazioni audio e video, servizi, dati, tutto un mondo in cui le qualità siano due: autorevolezza e autonomia (anche i giochini e le ricette di cucina hanno una loro qualità, che è proprio il marchio del giornale a garantire).

Lo ha raccontato, d’altronde, nei giorni scorsi, proprio Alessandra Gallori, editor in chief (direttrice, cioè) dell’agenzia di stampa inglese Reuters, una delle prime del mondo, a Il Sole24Ore: “Vogliamo raccontare la storia senza rinunciare alla moralità” (28 gennaio): la moralità della storia, la veridicità della cronaca, l’attendibilità dei fatti. la buona informazione, no?

Si può ancora fare, nonostante tutto. Anche in Italia, dove gruppi editoriali e finanziari che puntano alla buona informazione (la Nem in Veneto, il gruppo Del Vecchio per il  Quotidiano nazionale /Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno e il gruppo editoriale internazionale di origini greche Kyriakou che guarda con interesse a “la Repubblica”, parlando tutti, ognuno a suo modo, di qualità dell’informazione, servizi per i cittadini, uso accorto delle nuove tecnologie. Una  situazione in movimento. Da guardare con grande interesse ed attenzione.

Anni fa, nel 2007, Vittorio Sabadin, ottimo giornalista e grande esperto di temi dell’informazione, pubblicò un libro (Donzelli, 2007) in cui dava conto del futuro dei giornali di carta e di una sorta di  profezia, elaborata dallo studioso dei media Philip Meyer nel suo libro “The vanishing newspaper” in cui prevedeva che nel primo trimestre del 2043 si sarebbe venduta nell’ultima edicola di New York, l’ultima copia del New York Times. Non è successo.

Oggi, semmai, seguendo le mosse di un anziano guru della finanza di 95 anni, sappiamo che le cose potrebbero anche non andare proprio così. E la mia piccola nipote Iolanda potrà cominciare la sua domenica mattina seduta sul divano sotto una confortevole coperta, sfogliando la sua copia nel New York Times. Mi sentirei molto più tranquillo. Per lei. I suoi amici. E un po’ anche per noi.

(foto Getty Images)

Auto e non solo

Appena pubblicato un libro che è storia e analisi attuale del comparto automobilistico in Italia e in Europa

Trasformare un comparto industriale che è stato determinante per l’economia (e la società) lungo decenni di storia. Obiettivo importante, da perseguire, anche se il percorso per arrivarci è denso di difficoltà e insidie. Si sta parlando del comparto dell’automobile, per decenni architrave dell’economia europea e italiana, oltre che di alcuni territori più di altri, e, adesso, paradigma della crisi economica per eccellenza, della “tempesta perfetta”. Ed è proprio dall’immagine della “tempesta perfetta” che prende le mosse “Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile”, libro scritto da Francesco Zirpoli e da poco dato alle stampe.

L’autore ragiona sulla situazione dell’industria automobilistica in Italia e in Europa in tre passaggi. Prima, come si è detto, Zirpoli mette a fuoco i tratti del declino dell’industria in Europa, poi punta lo sguardo sulla situazione italiana e sulla storia e attualità della Fiat (oggi Stellantis), infine, ipotizza su “come uscire dalla crisi” cercando di unire in un solo ragionamento le condizioni e le prospettive dell’indotto, il tema della compatibilità ambientale delle nuove auto, la necessità di cambiare per non morire e quindi quella di “ampliare lo sguardo” per trovare soluzioni diverse da quelle fino ad oggi tentate.

Zirpoli, ed è uno dei tratti caratteristici del libro, sfata alcuni miti e prospetta la bontà di ciò che molti oggi vedono come un male. È il caso della messa sotto accusa delle regolamentazioni UE sulle emissioni, delle “”narrazioni di convenienza, utili solo a proteggere gli interessi costituiti” e della svolta ecologica che stando a Zirpoli potrebbe anzi essere la chiave per un rilancio del settore.

Zirpoli scrivi come il libro sia anche un invito “a superare una visione dell’industria focalizzata sull’automobile, evidenziando l’importanza di una riflessione più ampia sulla mobilità del futuro. Perché non si tratta soltanto di costruire nuove fabbriche o produrre auto più pulite: occorre anche immaginare città diverse, meno dipendenti dall’auto privata e più aperte a soluzioni di mobilità condivisa, dal trasporto pubblico al car sharing. Ed è un cambiamento, questo, che tocca la vita quotidiana di milioni di persone, dalle famiglie che si chiedono quale auto acquistare e se potranno permettersela, agli operai delle fabbriche che temono per il proprio posto di lavoro, fino ai giovani che aspirano a città più vivibili e meno inquinate”.

Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile

Francesco Zirpoli

Laterza, 2026

Auto e non solo
Auto e non solo

Appena pubblicato un libro che è storia e analisi attuale del comparto automobilistico in Italia e in Europa

Trasformare un comparto industriale che è stato determinante per l’economia (e la società) lungo decenni di storia. Obiettivo importante, da perseguire, anche se il percorso per arrivarci è denso di difficoltà e insidie. Si sta parlando del comparto dell’automobile, per decenni architrave dell’economia europea e italiana, oltre che di alcuni territori più di altri, e, adesso, paradigma della crisi economica per eccellenza, della “tempesta perfetta”. Ed è proprio dall’immagine della “tempesta perfetta” che prende le mosse “Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile”, libro scritto da Francesco Zirpoli e da poco dato alle stampe.

L’autore ragiona sulla situazione dell’industria automobilistica in Italia e in Europa in tre passaggi. Prima, come si è detto, Zirpoli mette a fuoco i tratti del declino dell’industria in Europa, poi punta lo sguardo sulla situazione italiana e sulla storia e attualità della Fiat (oggi Stellantis), infine, ipotizza su “come uscire dalla crisi” cercando di unire in un solo ragionamento le condizioni e le prospettive dell’indotto, il tema della compatibilità ambientale delle nuove auto, la necessità di cambiare per non morire e quindi quella di “ampliare lo sguardo” per trovare soluzioni diverse da quelle fino ad oggi tentate.

Zirpoli, ed è uno dei tratti caratteristici del libro, sfata alcuni miti e prospetta la bontà di ciò che molti oggi vedono come un male. È il caso della messa sotto accusa delle regolamentazioni UE sulle emissioni, delle “”narrazioni di convenienza, utili solo a proteggere gli interessi costituiti” e della svolta ecologica che stando a Zirpoli potrebbe anzi essere la chiave per un rilancio del settore.

Zirpoli scrivi come il libro sia anche un invito “a superare una visione dell’industria focalizzata sull’automobile, evidenziando l’importanza di una riflessione più ampia sulla mobilità del futuro. Perché non si tratta soltanto di costruire nuove fabbriche o produrre auto più pulite: occorre anche immaginare città diverse, meno dipendenti dall’auto privata e più aperte a soluzioni di mobilità condivisa, dal trasporto pubblico al car sharing. Ed è un cambiamento, questo, che tocca la vita quotidiana di milioni di persone, dalle famiglie che si chiedono quale auto acquistare e se potranno permettersela, agli operai delle fabbriche che temono per il proprio posto di lavoro, fino ai giovani che aspirano a città più vivibili e meno inquinate”.

Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile

Francesco Zirpoli

Laterza, 2026

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