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Da Forum mondiale di Davos al “Manifesto” di Assisi l’impegno delle imprese per lo sviluppo sostenibile

A Davos. E ad Assisi. Al World Economics Forum che, come ogni anno, sulle montagne svizzere, riunisce “i potenti della terra”, i leader della politica e degli affari. E nella basilica dedicata a san Francesco, dove venerdì 24 si presenta il “Manifesto contro la crisi climatica per un’economia a misura d’uomo”, ispirato ai valori della “Laudato si’”, l’enciclica di Papa Francesco. In due posti così diversi si gioca dunque, proprio in questa settimana, una partita importante, per le sorti dello sviluppo e della convivenza civile: quella del rilancio dell’economia sostenibile, per cercare di evitare danni irreversibili all’ambiente e affrontare i nodi delle disuguaglianze sociali. Nuovi paradigmi di sviluppo, è la richiesta comune. Una vera e propria svolta, per l’economia. Con la consapevolezza sempre più radicata, nelle opinioni pubbliche di mezzo mondo, che proprio la sostenibilità, ambientale e sociale, sia un nuovo e migliore motore di sviluppo equilibrato.

“Possiamo riconciliare la nostra economia con il nostro pianeta, lo sviluppo umano con la protezione della nostra casa. Troppo a lungo l’umanità ha sottratto risorse all’ambiente e in cambio ha prodotto rifiuti e inquinamento”, ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, aprendo lunedì 20 i lavori del Forum di Davos, arrivato alla cinquantesima edizione.

E’ un discorso importante, per insistere sul Green New Deal che ispira il nuovo corso del governo europeo a Bruxelles e che conta sull’attivazione di 1.000 miliardi di investimenti per riqualificare e rilanciare l’economia, a cominciare da una rapida “decarbonizzazione”, la chiusura in tempi brevi delle centrali d’energia a carbone (la Germania, in prima fila in quest’impegno per convinto impegno di Angela Merkel, chiuderà la prima centrale entro quest’anno, per completare il processo entro il 2038: “Una svolta fondamentale per un Paese dove le alterne vicende della famiglia Krupp, dove il carbone dei Kumpels, i minatori della Ruhr e della Lusazia, sono stati per un secolo e mezzo il simbolo della prosperità, dell’industrializzazione e del miracolo economico del secondo dopoguerra”, ha commentato su “la Repubblica” Tonia Mastrobuoni, 17 gennaio).

E’ stato proprio il fondatore del World Economic Forum Klaus Schwab a voler porre al centro dei lavori di quest’anno un approfondimento delle tematiche ambientali, una svolta verso un “capitalismo pulito”, dando ulteriore spazio a temi già emersi negli anni precedenti. Platea accogliente per Greta Thunberg, sensibile interprete dell’ecologismo delle giovani generazioni, pronta a insistere sullo stop immediato a tutti gli investimenti nell’esplorazione ed estrazione di combustibili fossili. E platea aperta, anche se preoccupata e poco simpatetica, per il presidente Usa Donald Trump, responsabile di un crescente disimpegno americano proprio sulle questioni ambientali.

C’è un tema ricorrente, a Davos: quello di un passaggio dallo shareholder value (il privilegio dei profitti degli azionisti e dei corsi di Borsa) verso uno stakeholder capitalism, un’attenzione forte per un sistema di valori d’impresa attenti alle esigenze e agli interessi de consumatori, dei dipendenti, dei fornitori, delle comunità su cui incidono le scelte imprenditoriali.

Già nell’agosto dello scorso anno, la Business Roundtable Usa, che riunisce 180 leader delle multinazionali americane, aveva reso pubblico un documento impegnativo in questa direzione, facendo parlare il “Wall Street Journal” di “svolta etica” del capitalismo americano. Schwab nella “sua” Davos rilancia il tema, certo di un sempre più attento ascolto negli ambienti economici e politici internazionali. Gli osservatori più critici parlano di green washing, un’opportunistica svolta ambientalista per venire incontro alle nuove sensibilità di crescenti settori dell’opinione pubblica. Ma, a guardare bene cosa si muove concretamente nel mondo degli affari, si nota il rafforzarsi di una scelta tutt’altro che opportunista. Larry Fink, presidente di BlackRock, il più grande fondo di investimenti del mondo, ha scritto a metà gennaio una lettera ai vertici delle principali società mondiali e agli investitori che hanno affidato a BlackRock le loro risorse e i loro risparmi, avvertendo che il Fondo premierà solo le imprese che punteranno su progetti sostenibili e voterà contro gli amministratori di aziende che non si occuperanno del climate change. Sulla stessa scia si muove l’iniziativa Climate Action 100+, un gruppo di pressione che riunisce oltre 370 manager di società di investimenti, con asset superiori ai 40mila miliardi di dollari.

Il portafoglio vota green, per dirla in sintesi. E tutta l’economia mondiale ne risentirà positivamente. “Una rivoluzione vera, anche se purtroppo ancora lenta”, per responsabilità di ambienti politici conservatori e scettici sulla sostenibilità e di parti dell’opinione pubblica ostili ai cambiamenti economici, commenta Enrico Giovannini, portavoce di Asvis, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile (“Il Sole24Ore”, 19 gennaio).

Anche l’Italia ha realtà di grande rilievo, sulla frontiera dell’impegno sostenibile, come documentano i giudizi di Cdp (ex Carbon Disclosure Project) sulle imprese italiane nella Climate A List, l’elenco dei leader globali nella lotta ai cambiamenti climatici: Pirelli (per il secondo anno consecutivo), Intesa, Enel e Brembo.

D’altronde, la sostenibilità è da molto tempo tra i valori e gli interessi di un’ampia platea di aziende che, nell’evoluzione della cultura d’impresa, la leggono come fattore essenziale di competitività. Imprese attente all’ambiente e ai temi sociali (dall’inclusione al welfare, dalla sicurezza e dalla qualità del lavoro all’innovazione come sguardo sui cambiamenti) proprio perché legate ai territori, in cui affondano le radici le culture della buona manifattura. E dunque inclini alla sostenibilità come caratteristica di fondo del loro stare sul mercato, reggere la competizione.

Se ne avverte con chiarezza l’effetto pure nelle firme del “Manifesto di Assisi” di cui abbiamo detto e che sarà presentato in pubblico e discusso nella Basilica di San Francesco venerdì 24. Promosso da Ermete Realacci (Symbola), padre Enzo Fortunato (Sacro Convento di Assisi), Vincenzo Boccia (Confindustria), Ettore Prandini (Coldiretti), Francesco Starace (Enel), Catia Bastioli (Novamont) e firmato da oltre 1500 personalità dell’impresa e della cultura (Carlo Bonomi per Assolombarda, Carlo Sangalli per Confcommercio, Carlo Petrini per Slow Food, Antonio Decaro per Anci, l’associazione dei comuni italiani, i sindaci di Milano Beppe Sala, Firenze Dario Nardella, Bologna Virginio Merola e Napoli Luigi De Magistris e poi Renzo Piano, Stefano Boeri, Innocenzo Cipolletta, Aldo Bonomi, Stefano Micelli e, tra tanti altri, anche chi scrive), il “Manifesto di Assisi” per l’economia sostenibile, circolare e civile insiste sul fatto che “l’emergenza climatica non è solo una necessità da affrontare con coraggio, ma costituisce anche una straordinaria opportunità per costruire un’economia un’economia più forte perché a misura d’uomo. E l’Italia – per dirla con le parole di Realacci – può declinarla mettendo a frutto la sua leadership in Europa per l’economia circolare”. La conferma sulla validità della strada intrapresa arriva anche dagli orientamenti d’opinione: “L’82% degli italiani sono convinti che la sostenibilità può favorire la crescita economica del paese”, documenta Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, nel suo sondaggio settimanale sul “Corriere della Sera” (18 gennaio).

Si fa un buon passo avanti, insomma, da Davos ad Assisi, per uno sviluppo green.