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Le imprese investono, innovano, esportano ma sono frenate dai limiti delle infrastrutture

S’affannano, le imprese italiane migliori, a produrre, innovare, diventare più competitive, esportare e investire sui mercati più dinamici. S’impegnano, con capitali e intelligenze, a cogliere tutte le opportunità offerte dalla “rivoluzione digitale” (se ne avuta una chiara eco, proprio nei giorni scorsi, al Make in Italy Festival a Thiene, Vicenza, ma anche al Festival dell’Economia a Trento). Il guaio è che poi si ritrovano rallentate da un collo di bottiglia, che rende il loro lavoro molto meno produttivo: la carenza delle infrastrutture. E così sono costrette ad arrancare rispetto alle imprese concorrenti di altri paesi europei (la Germania, la Francia) che hanno infrastrutture migliori, più efficienti: ferrovie, strade, porti, aeroporti ma anche reti di telecomunicazioni e “banda larga” per i collegamenti digital.

Che infrastrutture e logistica insufficienti siano un pesante freno allo sviluppo dell’Italia lo conferma l’ultimo rapporto sull’export della Sace (la società pubblica che sostiene gli investimenti esteri), intitolato “Keep calm & Made in Italy”, presentato il 12 giugno. Un dato, innanzitutto: l’Italia perde 70 miliardi all’anno di export, quattro punti di Pil, proprio per la carenza delle infrastrutture commerciali, a cominciare da quelle ferroviarie e marittime. E anche se negli ultimi anni si sta investendo (147 miliardi in logistica, dal 2013 al 2017), siamo indietro rispetto alla Germania (248 miliardi investiti nello stesso periodo), anche se stiamo un po’ meglio della Francia (122 miliardi) che comunque molto aveva fatto nella lunga stagione precedente. Investimenti, peraltro, rallentati da inefficienze burocratiche e da un clima di ostilità in settori dell’opinione pubblica che trova spazio anche in programmi e “contratti” politici.

Il confronto sulle con la Germania è obbligatorio: siamo la seconda manifattura europea, dopo quella tedesca, in alcuni settori contendiamo primati (chimica, meccatronica, farmaceutica d’avanguardia, arredamento) e le nostre imprese soprattutto nella “Regione A4” (lungo l’asse autostradale dal Piemonte al Friuli, con un’espansione verso l’Emilia delle “multinazionali tascabili”) hanno un dinamismo internazionale straordinario ma paghiamo un “costo logistica” che frena troppo la nostra competitività.

Lo mostra un indice internazionale, il Logistic Performance Index della Banca Mondiale, che attribuisce il primo posto alla Germania e solo il 19° all’Italia. In linea, anche il Global Competitive Index del World Economic Forum, che mette al primo posto, per qualità delle infrastrutture interessate dagli scambi internazionali i Paesi Bassi, seguiti da Germania, Giappone, Usa. La Francia è al 9° posto, il Regno Unito all’11° e l’Italia appena al 26° (“IlSole24Ore”, 9 giugno).

A determinare una così scadente collocazione, sostiene il Rapporto Sace, sono le nostre “vie del mare”: abbiamo fatto poco, non abbiamo sfruttato la straordinaria posizione geografica al centro del Mediterraneo e, a causa “degli scarsi investimenti in infrastrutture marittime e portuali tra il 2013 e il 2017 l’Italia ha perso connettività riguardo alle principali reti marittime internazionali”.

Infrastrutture partita chiave per la crescita, dunque, per migliorare le connessioni tra l’Italia e le sue imprese, il resto dell’Europa e il mondo.

Proprio in un momento in cui si ridiscutono radicalmente flussi e regole degli scambi internazionali (il recente vertice del G7 in Canada ne è conferma) e aumentano le tensioni sui dazi nella partita aperta dagli Usa, è indispensabile che il sistema Paese, il governo, le forze politiche e gli attori sociali definiscano una chiara strategia di crescita che abbia, tra i suoi cardini, proprio le infrastrutture e la politica industriale.

In questo quadro sono preoccupanti alcune tendenze, che emergono nella maggioranza che sostiene il governo, a mettere ai margini proprio le infrastrutture, in nome di malintesi interessi ambientalistici. E sono meritevoli di grande ascolto le prese di posizione di presidenti di Regione, come Chiamparino, Pd, in Piemonte e Zaia, Lega, in Veneto (“La Stampa”, 8 e 9 giugno), ma anche Toti, Forza Italia, in Liguria, Bonaccini, Pd in Emilia Romagna e il sindaco di Milano Beppe Sala, Pd che, pur da diversi schieramenti politici, insistono comunque perché le infrastrutture e le “grandi opere” siano centrali nei programmi di governo e nelle scelte d’investimento conseguenti.

Ci sono grandi partite internazionali, che chiamano in causa l’Italia e le sue imprese. A cominciare dalla Belt and Road Iniziative, il progetto di una “nuova Via della Seta” tra Far East e occidente sui cui la Cina insiste e investe e che anche di recente è stato al centro di incontri e iniziative del Business Forum Italia-Cina. Il Mediterraneo e i porti italiani possono avere un ruolo di primo piano, le imprese italiane cogliere straordinarie opportunità di sviluppo su nuovi mercati. Il Rapporto Sace è molto chiaro: “Per l’Italia la Belt and Road Iniziative, nella sua configurazione attuale, è un incentivo alla modernizzazione delle infrastrutture logistiche, un’occasione di collaborazione e un propulsore per l’export”.