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L’errore di volere bloccare la crescita di Milano
Meglio fare politiche di coesione e solidarietà

Cosa succede, ogni giorno, a Milano? Il 16 novembre, un sabato, le cronache parlano dei mille alberi, tutti piantati in una settimana (obiettivo: tre milioni entro il 2030), mentre viene presentato il quarto edificio del grande spazio di CityLife, una mezzaluna, una costruzione concava con un porticato, quasi fosse un’elegante porta d’ingresso per arrivare ai tre grattacieli, lo Storto di Zaha Hadid, il Curvo di Daniel Libeskind e il Dritto di Arata isozaki, urbanistica d’avanguardia, una testimonianza attuale della “città che sale” raffigurata da Umberto Boccioni ai primi del Novecento.

Il giorno prima, un venerdì, due pagine su “Il Sole24Ore” per raccontare “Umanesimo digitale, alleanze e territori” e cioè i progetti del Politecnico (una delle venti migliori università tecniche del mondo) per rafforzare i suoi compiti di formazione, ricerca, “servizio all’impresa”. Lì, non si sta a “progettare il passato”, come sostiene polemico il rettore Ferruccio Resta, ma a preparare conoscenze per il futuro.

E domenica? Tutti felici per il successo di BookCity, più di 1.500 incontri in 250 luoghi di Milano (librerie, biblioteche, teatri, fondazioni, scuole ma anche case private, in cui leggere poesie) tra scrittori e lettori, un trionfo di parole ben scritte, ben pubblicate e ben dette.

Lunedì, ecco la notizia che c’è un boom di nuovi residenti, oltre 500mila persone in dieci anni (mentre 357mila se ne sono andate via): gente che va, gente che viene, intense dinamiche economiche e sociali.

In tre giorni, sfogliando i quotidiani, si trovano dettagliate testimonianze di movimento, cambiamento, frenesia del fare. Tutto molto dinamico e produttivo. Tutto molto milanese, grazie anche al fatto che “milanesi si diventa” (rubando il titolo a un affascinante romanzo di Carlo Castellaneta del 1991). E giù a parlare delle virtù di Milano, della locomotiva Milano, dell’attrattività di Milano, del modello Milano, tanto da far risultare la città un po’ spocchiosa, un po’ “primina”, un po’ antipatica e tanto da fare dire a un ministro siciliano, Giuseppe Provenzano, durante un dibattito organizzato dall’Huffington Post a Milano (dove, come si sa, non solo si lavora tanto, ma si dibatte altrettanto) che “intorno a Milano s’è scavato un fossato: la sua centralità, importanza, modernità e la sue capacità di essere protagonista delle relazioni e interconnessioni internazionali non restituisce quasi niente all’Italia”. E da spingere “Il Messaggero” (giornale molto romano) a rafforzare le critiche, scrivendo che “Milano beve da sola” e “viaggia a ritmi doppi del paese cannibalizzando risorse e talenti”. Milano cannibale è un’immagine tremenda.

Non sono polemiche nuove, naturalmente. Tutt’altro (ce n’era stata ampia eco, alcuni anni fa, durante un dibattito animato sulle pagine di una rivista autorevole, “Il Mulino”, partendo da una contestazione ruvida dell’economista pugliese Gianfranco Viesti, adesso tornato alla ribalta tra i critici di Milano). E vale la pena darne conto perché, proprio in stagioni di piattezza della crescita economica italiana, di ampliamento delle distanze tra Nord e Sud, di aggravio delle diseguaglianze (non solo geografiche, comunque, ma anche sociali, generazionali, culturali), il dinamismo della Grande Milano pone questioni reali alla politica, al governo, agli attori economici e sociali di tutto il Paese, a cominciare proprio dai più responsabili e sensibili cittadini di Milano.

Di queste tensioni c’è un’eco sapida e ironica (anche malinconica: l’ironia lo è sempre, almeno un po’) in un lungo, divertente reportage su “Il Foglio” di lunedì 18, firmato da Michele Masneri, bresciano, una vita vissuta “principalmente sul Frecciarossa tra Roma e Milano” e titolato, con efficacia, “Contro Milano”. Ecco il sommario: “Milano è una città stato, un emirato felice, ma oggi è anche una bolla all’interno della quale sta lievitando un male oscuro: il bluff di una nuova superiorità antropologica. Politica, stories e attivismo morale della procura. Un giusto processo, invidia a parte”. E un passaggio sarcastico: “Abituato all’assenza di sfottò, il milanese è agitato, performante, mai domo. Il nuovo bauscia è ecologico, femminista, con la sua borraccetta e gli airpods perenni che gli pendono dagli orecchi come gioielli di un faraone. Controlla le luci e le caption del suo Instagram. Ti parla del suo progetto, della sua idea, della sua startup”.

Leggerlo, Maineri sul Foglio. Per divertirsi, riconoscersi, trovare occasioni per pensare criticamente un po’. Ricordandosi però subito che l’ironia su Milano e sulle manie dei milanesi è stata già da tempo rilanciata, con successo digitale ed editoriale, da un milanese/brianzolo proprio a Milano, con la caricatura de “Il Milanese Imbruttito”. Si lavora, qui. E si sorride.

Si sorride. E non ci si nasconde, però che, tra grattacieli da archistar, settimane della moda e del design e periferie benestanti, cresce un’anima nera, violenta, criminale, con cui fare i conti. Lo dicono le cronache dei giornali, attente alla presenza inquinante della ‘ndrangheta. Lo testimoniano, con straordinaria forza di analisi e racconto, i libri noir di scrittori attentissimi alla notte del cuore milanese e alle sue droghe, Alessandro Robecchi e Sandrone Dazieri con il suo personaggio Gorilla schizofrenico, Gianni Biondillo e Piero Colaprico, tanto per fare solo alcuni nomi, tutti ben consapevoli della lezione, ancora attualissima, delle pagine di Giorgio Scerbanenco. Milano è molto di più e di peggio d’una pur attraente vetrina di successi.

Le ombre, dunque. Ma anche le luci. Di quel che si fa di buono a Milano.

Non c’è infatti, della metropoli, un racconto unico, monocorde. Semmai, esiste una consapevolezza diffusa dei cambiamenti e delle trasformazioni positive nel corso del tempo, con la memoria viva della fatica e dell’impegno per uscire dagli “anni di piombo” e poi per superare l’umiliazione e le ferite della stagione di tangentopoli, d’un declino che sembrava inarrestabile. Iniziativa, intraprendenza, partecipazione. E buon governo, tutto sommato, con la capacità di assicurare continuità amministrativa nel variare dei mandati di quattro sindaci ben diversi, anche per appartenenza politica (Gabriele Albertini, Letizia Moratti, Giuliano Pisapia e Beppe Sala) ma simili per ambizione strategica di costruire un buon futuro per Milano e noi milanesi.

I dati dell’Osservatorio Milano del Comune e di Assolombarda (www.osservatoriomilanoscoreboard.it) dicono che la crescita del Pil milanese tra il 2014 e il 2018 è stata del 9,7%, il doppio del 4,6% nazionale, con 49mila euro di Pil pro capite, contro i 26mila della media nazionale (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana) e che qui si concentrano gran parte delle multinazionali italiane, ottime università affollate da studenti stranieri, centri di ricerca con il primato nazionale dei brevetti, una lunga fila di start up dinamiche e tutto quanto fa innovazione, contemporaneità, ma anche qualità della vita e solidarietà. Una “economia di agglomerazione”, che attrae nuove risorse finanziarie e umane proprio lì dove si sono già concentrarti risorse. Competitività e sostenibilità, in una mescolanza certamente imperfetta, ma comunque dinamica.

Milano buon esempio? Senza cadere nell’arroganza del ritenersi un modello, non si suggerisce alle altre città italiane di “fare come Milano”, ma si chiede almeno di tenere conto delle buone pratiche lombarde: la collaborazione sincera tra pubblico e privato, la responsabilità di “fare, fare bene e fare del bene”, il senso di responsabilità per elaborare pensieri lunghi e ambiziosi, il tentativo di fare crescere le imprese ma anche di non dimenticare il dovere dell’accoglienza e dell’inclusione.

Le disuguaglianze restano, sono forti e crescenti. E a ribadirlo è proprio l’Osservatorio Milano di Assolombarda. Convinti come sono, le donne e gli uomini delle imprese milanesi, che una condizione di crescenti disparità non faccia bene né alle imprese stesse né allo sviluppo economico e sociale della metropoli. Solidarietà come scelta strategica, dunque. E sostenibilità ambientale e sociale come indicazione civile. Le istituzioni locali, l’Assolombarda e le altre associazioni d’impresa e la Chiesa meneghina ne sono protagonisti, con una continua capacità di dialogo e confronto.

Milano va avanti, insomma. Altre aree lo fanno meno o arretrano addirittura. Colpa di Milano? “La pessima idea di impoverire Milano”, scrive “Il Foglio”, come se frenare la metropoli di respiro europeo ribaltasse le condizioni di Roma e del Sud. “Le imprese straniere qui si sentono rassicurate perché il sistema funziona”, dice il sindaco Sala. “Noi, napoletani andati a Milano perché è più facile fare impresa”, hanno raccontato a “Il Mattino”, quotidiano orgogliosamente napoletano, tre imprenditori, Gianni Lettieri, ex presidente degli industriali, servizi hi tech per il trasporto aereo, Ambrogio Prezioso, settore immobiliare e Vincenzo Politelli, ristorazione.

E allora? Passati i giorni più caldi delle polemiche, resta la consapevolezza dei milanesi di non potere fare da soli né di poter seguire strade di sviluppo come una città Stato egoista e vissuta, a torto o a ragione, come ostile dal resto d’Italia. Ed è proprio il ministro Provenzano, in un articolo sul “Corriere della Sera” a mettere ordine nei pensieri a proposito dei “troppi divari territoriali”, senza cedere alla tentazione di “continuare sul solito spartito della contrapposizione localistica”. Le “politiche di coesione che costruiscono ponti, servono anche a una città forte come Milano”. E se è vero che “il fossato” tra grandi centri e periferie “non deve colmarlo Milano” ma “la politica nazionale”, è altrettanto vero che “questi temi riguardano anche i milanesi, giustamente orgogliosi della propria città”.