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L’impresa di salvare l’Italia

La storia del FAI racconta di una passione civile che può dire molto a tutti. Anche all’industria dell’oggi

Fare impresa è attività dalle molte declinazioni. Non tutte destinate a far equivalere il risultato di un’avventura imprenditoriale con quello di un buon profitto. Perché, fare impresa è prima di tutto avere uno scopo da perseguire e lavorare sodo per ottenerlo. Quasi mai, poi, una buona impresa è cosa di singoli. Sempre, anzi, la buona impresa, è quella che riesce in ciò che persegue coinvolgendo molti. Accade nell’economia e nella produzione, ma anche nei campi dell’arte e della cultura, e nel sociale. Alla base – sempre -, ci deve essere una cultura (del produrre , ma non solo) che riesca a porre l’uomo davanti a tutto. Per capire di più di questo complesso intreccio di ragionamenti, è bello leggere “Il paese più bello del mondo. Il FAI e la sfida per un’Italia migliore”, scritto da Alberto Saibene, attento storico della cultura italiana del XX secolo. Oggetto del libro è appunto la storia – complessa, affascinante e non certo facile – del FAI il Fondo per l’Ambiente Italiano.

Scritto non come un saggio il libro è una cronaca, spesso concitata, di quanto è accaduto dall’indomani della fine del secondo conflitto mondiale fino ai giorni nostri. Al centro, le imprese di chi si è posto come obiettivo quello di salvare il paese più bello del mondo da un degrado sempre più pervasivo e rapido. Un ecosistema che era giunto più o meno intatto alla Seconda guerra mondiale – viene spiegato -, si ritrovò, in un breve volgere di anni, seriamente minacciato. Più che i disastri della guerra, fu la rapidissima ricostruzione senza regole a rovinare il volto del nostro Paese. Qualcuno cominciò a reagire. Prima l’associazione Italia Nostra nel 1955, poi una mostra (“Italia da salvare”) nel 1967, nel ’75 infine arriva il FAI con l’obiettivo di acquisire e gestire proprietà e beni per poi aprirli al pubblico. Impresa non a scopo di profitto ma per altri traguardi, quella della difesa dell’Italia dagli scempi provocati dal boom economico e dalla corsa senza freni al benessere a tutti i costi, viene raccontata da Saibene senza remore e senza veli. Scorrono così sotto gli occhi di chi legge personaggi e vicende che rappresentano quanto di meglio il Paese ha prodotto in fatto di cultura e attenzione al territorio. Non solo chi ha dato vita al FAI – come Giulia Crespi, Elena Croce, Antonio Cederna, Renato Bazzoni -, ma anche bei nomi della cultura italiana del dopoguerra (da Corrado Alvaro a Giorgio Bassani, da Italo Calvino a Bendetto Croce passando per molti altri), fino ai rappresentanti di quell’imprenditoria industriale che, spesso illuminata, ha fatto la storia del Paese (i Falck, gli Agnelli, i Borletti, i Pirelli e altri ancora).

La storia del FAI, diventa così una storia d’Italia sotto altre forme. Storia di grandi successi, anche economici, uniti a grandi sconfitte che, insieme ai primi, fanno maturare una passione civile che, probabilmente, solo nel “Paese più bello del mondo” poteva trovare spazi per crescere e svilupparsi.

Alberto Saibene scrive come in un reportage e  racconta per la prima volta la storia della più grande impresa culturale privata in Italia: una storia di passione e responsabilità, di resistenza quotidiana e di bellezza. Quello che, a ben vedere, dovrebbe trovarsi in ogni buona impresa.

Bella, nelle prime pagine, una citazione di un resoconto di viaggio di Cesare Musatti che, nei primi anni della Ricostruzione, girando l’Italia per la Olivetti, nota come non ci possa essere sviluppo economico senza il progresso sociale e civile della popolazione. Indicazione che vale ancora oggi.

 

Il paese più bello del mondo. Il FAI e la sfida per un’Italia migliore
Alberto Saibene
Utet, 2019