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Otto Competence Center per Industry4.0: l’industria cresce bene senza protezionismi

Nonostante tutto, c’è un’Italia che lavora, investe, guarda con occhi intelligenti e aperti al mondo che cambia. Nei giorni di una drammatica crisi politica e istituzionale, mentre c’è chi prova a rimettere in discussione l’Europa e l’euro, dal mondo dell’economia arrivano segnali di tutt’altro tono: l’industria innova e cresce, guardando alla competizione internazionale. La notizia è questa: sono partiti gli otto Competence Center per sostenere e finanziare, anche con fondi pubblici (73 milioni) Industry 4.0 e cioè la manifattura italiana più d’avanguardia, forte in automazione, robot, big data, stampanti 3D, Internet of things, l’innovazione digital collegata alla tradizione italiana di “fare cose belle che piacciono al mondo”. Tutt’altro che provinciale, insomma, la migliore impresa italiana, animata da uomini e donne abituati a sfidare i mercati, non a chiudersi in miopi e dannosi protezionismi.

Gli otto Competence Center, definiti dal ministero dello Sviluppo Economico, vedono al lavoro insieme università, centri di ricerca e imprese. In cima all’elenco, i Politecnici di Torino (si occuperà di digitale applicato al manifatturiero, con particolare attenzione per automotive, aerospazio ed energia) e di Milano (per creare una fabbrica digitale vera e propria). Poi ci sono l’Alma Mater di Bologna (si occuperà di big data), la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa (per la robotica, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova), il Cnr e gli atenei di Padova, Roma e Napoli (in collaborazione con Bari). Per le imprese, tra le tante, ci sono Fca e Leonardo, General Electric Avio e Ibm, Siemens, Eni, Brembo, Ima, Comau, Stm e altre ancora.

Il cardine del lavoro comune: l’innovazione. L’obiettivo: il rafforzamento della capacità competitiva della manifattura italiana. Se ne può ricavare anche un’importante indicazione politica, di cui chi governerà il Paese dovrà tenere grandissimo conto: c’è una politica industriale, impostata dai precedenti governi, tra investimenti e stimoli fiscali, che ha rimesso in moto gli investimenti delle imprese e che bisogna continuare a sostenere, pena il rallentamento della crescita e dunque della creazione di posti di lavoro qualificati. L’esecutivo Cottarelli, nella gestione dell’ordinaria amministrazione, porterà avanti le iniziative già avviate. Nel “contratto” Lega-5Stelle, la politica industriale, invece, è purtroppo quasi assente. La prossima campagna elettorale, ragionevolmente, dovrebbe essere centrata su come irrobustire la fragile ripresa italiana, favorendo proprio industria, ricerca, innovazione, invece che cavalcare sovranismi da frontiere chiuse e assistenzialismi da pensioni facili e redditi di cittadinanza che disincentivano il lavoro.

Sono un traino importante per la ripresa, gli investimenti su Industry 4.0. Determinanti per attrarre nel nostro Paese capitali internazionali e dunque rafforzare il circuito virtuoso dello sviluppo. Lo conferma il recente Fdi Confidence Index, la classifica annuale di AtKearney sulla attrattività del Paesi: nel 2017 l’Italia è tra le “top ten”, dopo Usa, Canada, Germania, Regno Unito, Cina, Giappone, Francia, Australia e Svizzera. Un balzo avanti di tre punti, segno di dinamismo e qualità. 30 miliardi, i capitali entrati in Italia nel 2016. Una tendenza positiva ancora in corso, che potrebbe però rallentare o perfino bloccarsi a causa di incertezze politiche o scelte di governo di fratture con la Ue.

Gli investitori internazionali – spiegano i responsabili di AtKearney – apprezzano gli investimenti per Industry 4.0  e il perdurare della capacità delle imprese italiane di aumentare le quote di export sui mercati globali, così come la crescente presenza in Italia di start up e imprese innovative. “Robot e creatività, Italia più attrattiva per i capitali esteri”, sintetizza con efficacia “Il Sole24Ore” (3 maggio). I Competence Center saranno adesso uno stimolo in più. Da economia competitiva. E aperta. Un’altra eccellenza in un sistema Paese delle imprese di qualità, che non merita affatto di subire le conseguenze finanziarie del “rischio Italia” (spread in crescita, pesantezza del credito, critiche internazionali) legate a una cattiva politica incline alla propaganda e non alla concretezza del buon governo e disattenta agli equilibri dello sviluppo ben fondato e della sostenibilità ambientale e sociale delle strategie di crescita.