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Se rivalutare il latino fa bene al lavoro e all’impresa

“In un mercato del lavoro molto dinamico il latino è la disciplina che per eccellenza denota capacità di ragionamento e di logica”. Già, proprio il latino, la “lingua morta”, quella che in tanti si augurano sparisca dall’orizzonte delle scuole, per essere sostituita dal più pratico e conveniente inglese. A tessere le lodi del latino non è un professore di liceo. Ma un uomo d’impresa, Giuseppe Bruno, general manager di Info Jobs, un portale specializzato di ricerca di lavoro, frequentato da aziende e giovani in cerca di occupazione (la Repubblica, 28 aprile). E il suo giudizio positivo incrocia quello di un linguista, Guido Milanese, professore all’Università Cattolica: “Conoscere il latino è un elemento spendibile in un buon curriculum professionale. Ci sono imprese, in particolare all’estero, che lo tengono in considerazione”.

Manager e linguista si ritrovano concordi parlando dei dieci licei di Milano e di altre città della Lombardia in cui alla fine d’aprile si sono tenute le prove per un “certificato sulla conoscenza del latino”. 750, i giovani partecipanti. Quattro, i livelli di prova, organizzata dalla Cusl, la Consulta universitaria per gli studi. Un successo. Da ripetere.

Già da tempo, proprio in alcune sedi d’eccellenza delle università di Usa e Gran Bretagna, si rivaluta il latino. E si assiste a una ripresa delle ricerche e degli insegnamenti. Utile, riflettere sulla questione anche qui in Italia, dove sbrigativamente si è pensato che la scuola, invece che insistere sugli elementi formativi di fondo, dovesse concentrarsi sulle “tre i”: inglese, informatica, impresa. E dove, per superare una purtroppo radicata avversione alla cultura scientifica, invece che sanare la frattura, si è pensato di mettere ai margini la cultura classica. Un errore dopo l’altro. Da sanare.

“Bellezza del latino”, titola Il Sole24Ore il 1° maggio, nel supplemento culturale della domenica, annunciando che gli articoli di Nicola Gardini, professore a Oxford, su “Il latino in tre puntate” diventano un libro, “Viva il latino. Storia e bellezza d’una lingua inutile”, per Garzanti E quella individuazione di “bellezza” va oltre le pur interessanti riflessioni sull’utilità del latino, per investire “il volto stesso della libertà”.

Lingua dei letterati e dei filosofi, quel latino. Ma anche degli scienziati di tutto il mondo, sino a Cartesio e poi a Newton. Lingua della conoscenza. Della logica. E della comunicazione, tra scrittori e scienziati che proprio lì, oltre gli idiomi nazionali, trovavano un essenziale punto d’incontro. Lingua da cui deriva buona parte dello stesso vocabolario scientifico nella lingua che oggi è dominante, l’inglese. Dunque, lingua da riscoprire. Da rivalutare. E da studiare in modo innovativo.

“Cultura politecnica”, si potrebbe dire ancora una volta. Saperi umanistici. E competenze scientifiche. In una sintesi che nel tempo s’è arricchita di valenze internazionali, europee, aperte al confronto in modo molto originale (il latino, proprio come lingua, aveva dimostrato d’essere permeabile ad altre lingue, ad altre esperienze culturali cui dava nome, fornendo robusta riprova del fatto che una lingua è uno strumento in continua evoluzione).

Latino, ancora, come radice identitaria aperta di noi italiani, che abbiamo tutto l’interesse a rivendicarne peso e valore, proprio davanti a platee internazionali attente, come abbiamo detto, al latino. Magari, anche, smettendola di storpiare in cattivo inglese, parlando tra italiani, parole squisitamente latine come minus e plus, senior, alumni e le tante altre espressioni d’uno schematico gergo manageriale.

Hanno senso, le parole. Rivelano uno stile (da stilus, la bacchetta acuminata con cui s’incidevano le tavolette di cera, per scrivere). E una civiltà (da civis). Vanno curate. Per farne cultura. Anche economica, naturalmente.

Una parola cardine dell’economia, competizione, d’altronde, viene proprio da latino. E, andando alla sua radice, come abbiamo più volte ricordato proprio in questi blog, ne va recuperato il valore, sociale ed economico: cum e petere, andare insieme verso un obiettivo comune. Su un mercato in cui giocano interessi individuali e regole, attori sociali intraprendenti e senso di comunità. Mercato dal latino mercari, trafficare, e da mercem, ciò che è parte, dal greco meros ma anche ciò che merita un prezzo, da merere, meritare, appunto. Vengono da qui le corrispondenti parole inglesi e francesi. E mercato e merito non sono, appunto, termini essenziali d’ogni buona cultura d’impresa?